8.0
- Band: YEAR OF THE GOAT
- Durata: 00:51:29
- Disponibile dal: 12/09/2025
- Etichetta:
- Napalm Records
Gli anni passano e anche gli Year Of The Goat – assolutamente lontani dall’essere un gruppo prolifico – arrivano al traguardo del quarto album di inediti. Ben sei anni son passati ormai dall’ottimo “Novis Orbis Terrarum Ordinis”, capace non solo di confermare quanto di buono fatto fino a quel momento dagli svedesi, ma di rappresentare anche un passo avanti in termini di affinamento della proposta musicale, degli arrangiamenti e della qualità di registrazione.
E “Trivia Goddess” prosegue nella stessa direzione, aggiungendo ulteriori sfaccettature alla musica degli YOTG, in un percorso che a grandi linee sembra quello che accomuna moltissimi gruppi del panorama globale: da un inizio all’insegna dell’istintività a una graduale tendenza alla maggior ricerca di uno stile più in linea con i gusti del pubblico.
Se da un lato gli svedesi perdono un po’ di quella urgenza e visceralità che caratterizzava i loro primi vagiti, dall’altro acquistano in fruibilità, e ciò li rende senz’altro più appetibili ad una platea ampia e variegata, che potrebbe innalzarli da ‘chicca’ per appassionati di stoner doom a gruppo di rilevanza internazionale.
Nati come band del revival occult rock che già faceva capolino all’inizio del millennio, hanno acquistato una certa visibilità in linea con l’aumento di interesse che genera questo ambito stilistico; un interesse però sempre mitigato da una certa passione del gruppo, soprattutto agli inizi, per le modalità dell’underground, palesato dall’alone di mistero che i membri hanno sempre cercato di mantenere nei rapporti con i media, fedeli così alla tradizione che vogliono portare avanti.
Fin troppo facile inserirli nell’alveo dei gruppi di culto, come è il caso dei loro numi tutelari Black Widow, Coven e Blue Öyster Cult, ma gli Year Of The Goat sono anche altro: la loro predilezione per gli arrangiamenti elettro-acustici piuttosto che per i riff tonanti, che comunque non mancano, l’utilizzo delle tastiere, le chiare e nette linee vocali e i cori li portano a spaziare su tutto lo spettro dell’hard rock a cavallo tra i Sessanta e i Settanta, dai Led Zeppelin agli Uriah Heep, senza dimenticare le influenze degli altri gruppi di genere sorti nelle decadi successive, in primis Opeth, Ghost e Monster Magnet. E in questo loro peregrinare tra classici e contemporanei riescono a mantenersi riconoscibili e personali, anche se talvolta fin troppo sui generis.
Ad accompagnare il gruppo di Norrköping fin dagli esordi c’è anche qualcos’altro che non si può certo tacere: scelgono, a partire dal nome stesso, di dedicarsi esclusivamente a tematiche legate all’occulto e al satanismo.
Come già la proposta musicale può far ben intendere, l’adorazione del demonio nel loro caso è una faccenda che ha poco a che fare con il satanismo medievale, teistico e intransigente di Euronymous e della cricca norvegese – per fare un esempio noto: preferiscono piuttosto focalizzarsi sul culto dell’individuo, sulla libertà personale e sulla battaglia all’oscurantismo religioso, temi cari ai satanisti moderni, in primis agli adepti della Chiesa di Satana di Anton LaVey, a sua volta in contatto con diversi musicisti e uomini di spettacolo, e proprio negli anni in cui veniva forgiato il suono cui gli Year Of The Goat sono oggi devoti.
Quest’ultimo album va a pescare come argomento trainante le persecuzioni, le violenze e l’ostracismo patiti dalle beniamine dell’immaginario occulto lungo i secoli: streghe, vampire, divinità del male che si susseguono traccia dopo traccia, strizzando l’occhio all’attualità e assegnando un preciso immaginario all’album, che, come da tradizione Year Of The Goat, alterna pezzi brevi e lunghi, mantenendo alta l’attenzione e l’interesse.
Si passa dal colosso “Mét Agwe”, di ben otto minuti, apice del disco e e forse la più vicina ai Blue Öyster Cult di tutte, alla veloce e dinamica “The Queen Of Zemargad”, dai toni gothic rock, di appena tre minuti. I singoli che fanno da traino al disco sono ottimamente scelti e scritti, soprattutto la melodica e accattivante “Alucarda”, ma anche la più lunga e solenne “The Power Of Eve” si difende davvero bene, alle quali si può accostare la titke-track “Trivia Goddess”, dai sapori NWOBHM versante Angel Witch, un trittico che vale il disco, il quale comunque non presenta cali: c’è anche spazio per l’affascinante doom di “Kiss Of A Serpent” e per i toni epici e melodrammatici di “The King Of Damnation”, dai rimandi ora ai Raimbow ora ai Queen, bissata poi dall’ipnotica “The Witch Of The Woods”, che chiude magnificamente l’album.
Il mellotron di Mikael Popovic è una goduria per l’udito; la sezione ritmica insiste, come è giusto, su suoni caldi e naturali; le chitarre spaziano su un ampio raggio d’azione e offrono continuamente spunti godibili e interessanti. Ma ciò che più di tutto caratterizza gli Year Of The Goat è la splendida voce di Thomas Eriksson, carismatico ed espressivo, ben coadiuvata dai cori di Elin Gårdfalk, sempre più importante nel suo ruolo all’interno del gruppo.
A livello di immaginario e testi non si può negare che l’impegno ci sia, purtroppo però talvolta si avverte la mancanza di qualcosa d’altro, di differente, inaspettato: l’iconografia luciferina e la nomea satanica che il gruppo coltiva fin dagli esordi conferiscono una forte connotazione e una chiara identità, ma al contempo non li fanno certo emergere dal mazzo; inoltre si percepisce questa mancanza di imprevedibilità e varietà di argomenti, quasi che alla fine il tanto decantato anticonformismo risultasse altrettanto scontato e conformista.
Rispetto a questo “Trivia Goddess” il suono del debutto “Angels’ Necropolis” era senz’altro più scarno e ruvido, in ciò si può leggere una tendenza ad arricchire e perfezionare la proposta: un percorso tutt’altro che imprevedibile e assolutamente proficuo, di cui si è già parlato.
Se all’inizio l’aderenza all’occult rock settantiano era sottolineata da una cifra stilistica fedele ai canoni – più negli intenti che negli esiti, perché gli svedesi hanno comunque sempre avuto una loro chiara impronta personale -, ora che il suono si fa più ricco e gli arrangiamenti più magniloquenti la filiazione risulta confinata all’aspetto lirico più che musicale.
E allora diventa a maggior ragione legittimo parlare di hard rock a tinte progressive, piacione e ricco di melodia, sufficientemente aggiornato e originale; ricordando però che la ricerca del motivetto canticchiabile c’era già sul primo disco: ne è la dimostrazione la trascinante “This Will Be Mine”, pezzo clamoroso che rimane ancora tra le migliori cose sfornate dagli scandinavi, la cui anima in fondo non è mai cambiata, come la loro musica, che bene o male conserva i suoi tratti salienti e distintivi.
A prescindere dalle controversie – anima stessa del rock’n’roll, del resto – la musica degli Year Of The Goat rimane ammaliante, perchè le canzoni sono costruite sapientemente, sono suonate con grande competenza e la resa sonora è impeccabile: un altro tassello in una discografia essenziale e di indubbia qualità.
