9.5
- Band: YNGWIE MALMSTEEN
- Durata: 00:39:33
- Disponibile dal: 10/11/1984
- Etichetta:
- Polydor
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È il 1984 e l’heavy metal vive uno dei suoi periodi più floridi: i Metallica hanno appena pubblicato “Ride The Lightning”, gli Iron Maiden dominano le classifiche con “Powerslave” e i Judas Priest consolidano la loro reputazione con “Defenders Of The Faith”. In questo scenario, un giovane chitarrista svedese di nome Yngwie J. Malmsteen rilascia il suo primo album solista, “Rising Force”, dando vita a quello che sarebbe diventato il manifesto fondativo del neoclassical metal e aprendo una strada completamente nuova per l’heavy metal strumentale.
Quello che colpisce immediatamente all’ascolto è la rottura radicale con le convenzioni dell’epoca. Mentre le band del tempo costruivano le proprie composizioni intorno a riff potenti e strutture canoniche strofa-ritornello, Malmsteen inverte completamente il paradigma: la chitarra non è più un semplice strumento di accompagno che emerge occasionalmente dalla massa sonora, ma diventa protagonista assoluta, portatrice della melodia e narratrice dell’intero impianto compositivo. È un cambiamento epocale che avrebbe influenzato generazioni di chitarristi e definito i canoni di un intero sottogenere.
La vera rivoluzione operata dal chitarrista svedese risiede nel suo approccio compositivo, totalmente immerso nella musica classica europea. Malmsteen non si limita a citare o a omaggiare Bach, Vivaldi o Paganini, li porta letteralmente dentro l’heavy metal, trasformando scale armoniche minori, arpeggi barocchi e fraseggi settecenteschi in musica da chitarra elettrica e distorsore. La chitarra diventa un violino amplificato, le progressioni armoniche ricalcano quelle delle sonate e dei concerti classici, mentre la tecnica esecutiva attinge direttamente dal virtuosismo dei grandi compositori del passato. “Rising Force” non è solo un album rock, è un Bach che fa head-banging, è un Vivaldi che scopre un amplificatore Marshall, è un Paganini che spacca la sua chitarra sul palco, è il XVIII secolo, barocco e pomposo, che irrompe con tutta la sua eleganza nella potenza creativa degli anni Ottanta.
Analizzando “Rising Force” ci si accorge subito come non si abbia a che fare con un mero esercizio di stile chitarristico o un atto onanistico fine a se stesso. Questo è forse l’aspetto che più distingue quest’opera da tante altre su cui è stata apposta l’etichetta ‘shred’. Prima di essere un virtuoso, Malmsteen è un compositore, e ogni brano ne è la testimonianza. La title track, “Black Star”, “Far Beyond The Sun” non sono semplici veicoli per sfoggiare velocità e tecnica, ma vere e proprie composizioni strutturate, dotate di un inizio, uno sviluppo e una conclusione e che accompagneranno l’artista fino ai giorni nostri. Ogni pezzo ha una sua identità, una narrativa interna, un’architettura che regge perfettamente anche dopo quarant’anni. Gli strumentali non suonano come esercizi accademici da manuale, ma come brani a tutti gli effetti, capaci di emozionare e di rimanere impressi nella memoria.
Particolarmente interessante – al limite del provocante – è la scelta consapevole di relegare la voce ad un ruolo marginale. Jeff Scott Soto, che presta il suo timbro in alcuni brani, svolge il suo compito egregiamente, ma è chiaro sin dal primo ascolto che le corde protagoniste dell’opera non sono quelle vocali. Malmsteen non nasconde le sue intenzioni di creare un disco di chitarra, per la chitarra e sulla chitarra, andando a decostruire quello che era la musica metal fino a quel momento. La componente cantata è presente, sì, ma come elemento accessorio, quasi un contrappunto al discorso principale portato avanti dallo strumento per antonomasia del rock. Malmsteen trasforma il chitarrista nell’unico vero frontman della band facendo una scelta coraggiosa per il 1984, un anno in cui i brani cantati dominavano le classifiche e gli strumentali erano relegati a curiosità da b-side.
Dal punto di vista della produzione, l’opera è un perfetto esempio del suono anni Ottanta: pulito, definito, chirurgico. Ogni nota è cristallina, ogni arpeggio distinguibile, ogni assolo registrato con una precisione quasi maniacale. Questa pulizia sonora, tipica dell’epoca e caratteristica del chitarrista svedese, permette all’ascoltatore di apprezzare ogni singola sfumatura tecnica ed espressiva della performance. Non ci sono sbavature, non ci sono errori, non ci sono compromessi; tutto risulta sotto controllo, dal primo all’ultimo secondo. Questa definizione timbrica, lungi dall’essere un limite, diventa uno degli elementi caratterizzanti, permettendo alla complessità compositiva di emergere senza venire soffocata da una produzione troppo sporca o confusa.
L’impatto che “Rising Force” ha avuto sull’evoluzione del metal è difficilmente quantificabile. Malmsteen ha letteralmente creato uno standard tecnico ed estetico che è diventato un punto di riferimento – e al contempo un’ossessione – per tutti i chitarristi venuti dopo. Ha dimostrato che si poteva andare oltre, che la tecnica poteva essere portata a livelli prima impensabili, che la velocità e la precisione non erano un limite ma un punto di partenza. Migliaia di aspiranti shredder hanno consumato le proprie dita cercando di replicare quei fraseggi fulminei, quegli sweep picking impossibili, quegli arpeggi al fulmicotone. Paul Gilbert, Jason Becker, Tony MacAlpine, Michael Angelo Batio, Timo Tolkki, Alexi Laiho e innumerevoli altri hanno dichiarato apertamente l’influenza che quest’opera ha avuto sulla loro formazione e sulla loro concezione dello strumento; senza dimenticare – uscendo dal mondo prettamente musicale – la bella menzione fatta da Richard Benson nel film “Maledetto Il Giorno Che T’Ho Incontrato”, diretto e interpretato da Carlo Verdone.
Ma “Rising Force” non è solo un fenomeno sotterraneo o di nicchia. Il riconoscimento istituzionale arriva puntuale: la nomination ai Grammy Awards nella categoria “Best Rock Instrumental Performance” è un evento praticamente inedito per un artista metal europeo al suo debutto solista. È la consacrazione definitiva, la dimostrazione che quello che Malmsteen ha creato non è soltanto un prodotto per appassionati di chitarra, ma musica di valore universale, capace di parlare anche al di fuori dei confini ristretti del metal.
A distanza di quattro decadi dalla sua uscita, l’album continua a reggere perfettamente. Certo, il suono degli anni Ottanta è inconfondibile e, per alcuni versi, datato ma la sostanza rimane intatta. I brani sono ancora potenti, emozionanti, capaci di lasciare a bocca aperta. La tecnica esecutiva di Malmsteen non è stata superata, ma semplicemente raggiunta da una manciata di altri virtuosi. Le composizioni non sono invecchiate, perché si basano su strutture musicali che esistono da secoli. “Rising Force” è un disco che ha attraversato il tempo senza piegarsi, senza perdere la sua identità, senza diventare una curiosità storica da rispolverare occasionalmente per nostalgia.
Yngwie J. Malmsteen, con questo disco, ha varcato le Colonne D’Ercole della chitarra, fondendo e amalgamando mondi apparentemente distanti come la musica classica europea e l’heavy metal. Il biondo svedese ha portato la tecnica chitarristica in territori inesplorati mostrando che virtuosismo non deve necessariamente fare rima con ostentazione. Indipendentemente che si apprezzi il genere o meno, “Rising Force” è un lavoro che non può mancare nella collezione di chiunque ami la chitarra elettrica e, più in generale, di chiunque ami la musica suonata con passione, competenza e una chiara visione artistica.
