8.5
- Band: ZATOKREV
- Durata: 01:04:55
- Disponibile dal: 29/08/2025
- Etichetta:
- Pelagic Records
Spotify non ancora disponibile
Apple Music:
Mentre una fetta del mondo musicale, quella più mainstream o che comunque anela di arrivare in quella fascia alta di gradimento, va a cercare ansiogenamente attenzioni, consenso, numero di ascoltatori sulle piattaforme di streaming, like e quante altre ‘metriche’ di gradimento vi vengano in mente, vi è una corrente sotterranea, più abbondante e interessante, che guarda ad altro – al significato primigenio di cosa voglia dire ‘fare musica’: ovvero esprimere qualcosa, un sentimento, un’idea, una speranza, dare forma a qualcosa che si sente dentro. Non curandosi minimamente o solo lateralmente che la propria libera espressione possa trovare accoglimento da parte di soggetti terzi.
Certo, in fondo lo si spera sempre quando si suona, ma prima di tutto serve soddisfare se stessi, dare gratificazione alla propria azione, a quel pulsante moto creativo che spinge le menti, le cuori e quindi il resto del corpo a narrare in note e parole il proprio pensiero.
Il preambolo ci pare calzante per descrivere la parabola degli svizzeri Zatokrev, formazione libera, non convenzionale, refrattaria alle etichette e alle catalogazioni: i musicisti di Basilea tornano con un album a dieci anni dallo splendido “Silk Spiders Underwater…”, uscendo dal silenzio in questo lasso di tempo soltanto per uno split con gli altrettanto irregolari Minsk, “Bigod”, edito nel 2018 e passato abbastanza sotto silenzio.
Gli Zatokrev appartengono a quel florido sottobosco del post-hardcore fiorito nei primi anni 2000, inizialmente un’evoluzione in senso esteso, complesso e tormentato dell’hardcore più ‘pensato’ e visionario; successivamente di più ampio raggio stilistico e atmosferico, sfociando nell’ormai più inflazionato e definito concetto di post-metal; genere del quale il gruppo svizzero è divenuto uno degli esponenti più originali e dal suono assai multiforme, così variegato e profondo da renderlo addirittura di più ardua assimilazione di altre formazioni coeve e, almeno a grandi linee, collocabili nel medesimo filone.
Per farla breve, entità di rilievo come The Ocean, Cult Of Luna e Isis sono fin ‘facili’ da approcciare, se paragonati a quanto espresso dagli Zatokrev, considerazione che vale anche per quest’ultimo, monumentale, apocalittico “Bring Mirrors To The Surface”. Nonostante, tenendo fede alle ambiguità e alle molteplici angolature del suono-Zatokrev, ermetismo e sorprendente poesia decadente possano coesistere all’interno del disco, in modalità che sembrano trovare pochi paragoni credibili.
L’ampio lasso di tempo intercorso rispetto alle ultime produzioni non ha intaccato l’ampiezza del songwriting, né la sua qualità: la band è tornata perché aveva davvero qualcosa da trasmetterci. Solo che ha scelto di farlo con un linguaggio se possibile ancora più allusivo, contorto e ramificato di quello che avevamo imparato a conoscere con le opere passate.
Innanzitutto si coglie un ulteriore distacco da forme vagamente predefinite: l’orbitare in un universo ‘post-’ va ancora bene per dare una prima inquadratura al discorso, ma presto si fugge ben lontani, estremizzando la componente doom, abbeverandosi volentieri dell’ossessività del noise, insistendo con un’idea avanguardistica della musica, nel verso proprio di portarla su un piano ignoto, sconosciuto, per quanto non troppo astratto. Addirittura, vengono talvolta in mente gli Swans, per il modo follemente selvaggio di avventurarsi nell’altrove della musica pesante, dandone un’interpretazione dura, concreta ma fortemente enigmatica.
Gli Zatokrev, in assonanza proprio con l’ultimo disco “Silk Spiders Underwater…”, ondeggiano continuamente tra spunti atmosferici finissimi, plumbei e fascinosi, e attacchi feroci, spettacolari, di terrificante violenza e dinamismo. Fluttuano, sicuri e imponderabili, tra una miriade di coniugazioni del verbo del metal estremo e sperimentale, muovendosi felpati tra le ombre di un universo in completa decadenza, oppure decidendo di spingersi verso il parossismo, sfoderando tutto il proprio arsenale distruttivo.
Un incipit come “Red Storm” fa già da spartiacque nel decidere chi potrà entrare in sintonia con Zatokrev, oppure esserne irrimediabilmente respinto: l’ombra lunga dei Neurosis in apertura, la teatralità dei vocalizzi puliti, l’astratta e spezzettata parte centrale, si collegano secondo logiche che non tutti potranno ben comprendere, e non è che ci si debba sentire in colpa per questo. Ma la canzone funziona benissimo, guadagnando infine un minimo di circolarità e di potere accattivante. Impalpabile, notturna, altamente emozionale, “Blood” esce proprio dai confini del post-metal, abbracciando concetti e visioni del miglior progressive moderno, quello più scuro e malinconico, cui fa da contraltare la serratissima e devastante “The Only Voice”, dove invece compaiono retaggi post-hardcore assai ruvidi e spietati.
Ed è in tutto questo abbracciare suoni, dividersi tra diverse interpretazioni del metal estremo contemporaneo, oppure di stili e generi di confine, che vive “Bring Mirrors To The Surface”, che colpisce proprio per la ricchezza di contenuti e l’espressività delle molte facce assunte dagli Zatokrev.
Non un cedimento, un indugio, un sospetto di convenzionalità, assale il gruppo svizzero durante il disco: siano i lamenti inquieti di “Unwinding Spirits”, oppure le aspre frustrate, filtrate di dark rock e post-punk, di “Pearl Eyes”, il quartetto estrae piccole perle di creatività, stupendo e colpendo duro, nel profondo, lasciando il segno. Album davvero eccellente, da assaporare con calma, farsene conquistare con pazienza, goderne appieno. Non da consumare avidamente skippando qua e là, in attesa del momento ‘wow’.
