7.0
- Band: ZU
- Durata: 01:19:53
- Disponibile dal: 09/01/2026
- Etichetta:
- House Of Mythology
Spotify:
Apple Music:
Il percorso musicale degli Zu non è certo uno dei più semplici da descrivere e incanalare: anche solo limitandoci agli ultimi due lustri di attività, il trio romano è passato dalla ricerca di nuove forme nel suo già ostico percorso, con il notevole “Jhator”, per poi sperimentare strade acustiche al fianco di David Tibet, e parliamo ovviamente del progetto ZU93. Il tempo di riprendere a bordo lo storico batterista Jacopo Battaglia ed ecco un altro tassello unico, con quel “Terminalia Amazonia” che metteva in qualche modo in musica l’intensa esperienza di Pupillo (bassista della band) presso gli shipibo del Perù, e poi di nuovo la ricerca di un nuovo batterista e, forse, di nuovi stimoli. Cala così dal cielo come un meteorite di metallo questo “Ferrum Sidereum”, il primo disco con la presenza di Paolo Mongardi (Fuzz Orchestra, Jennifer Gentle, Ronin tra gli altri) dietro le pelli e niente meno che Marc Urselli in consolle – e questo nome non ve lo dobbiamo certo presentare.
Il parto è stato evidentemente complesso, ragionato, e arriva a noi senza compromessi: un doppio album che sfiora gli ottanta minuti di durata e che se da una parte riporta gli Zu su binari abbastanza noti, dall’altra mostra per l’ennesima volta una nuova sfumatura del loro vorticoso e indefinibile sound. Jazz, metal, rock, elettronica – tanta, eppure misurata – si intersecano ancora una volta senza soluzione di continuità.
“Charagma” è pura ritmica che interseca vaghi vagiti tribali con la lezione di Zorn, il cui spettro assume ancor più forze nei deragliamenti solisti del sax sul secondo brano e nell’andamento schizoide di “AI Hive Mind”. “Kether” è il primo di diversi brani in cui il loro tipico rumorismo ragionato si trasforma in un flusso ossessivo che può ricordare certe cose dei Tool, che tornano a far capolino in un altro paio di brani (“The Celestial Bull And The White Lady” e “Hymn of the Pearl”). Non c’è di che stupirsi da parte di una band che mastica i ritmi dispari e le follie musicali come un chewingum; ma che spicca, qui, è il sentore di disagio e oscurità, nel perfetto amalgama degli strumenti. “La Donna Vestita Di Sole”, tra i pezzi più lunghi del disco, sintetizza ritmi dispari, rumorismo e un sottofondo che, in una forma estrema, potremmo definire sinfonico, mentre “Pleroma” segna il netto passaggio a sentori più sotterranei, quasi maligni; e sarebbe – soprattutto nella prima parte – la perfetta colonna sonora di un Cannibal Movie d’antan.
La seconda parte del disco spinge su questi territori decisamente meno solari (sempre che questo termine si attagli a un disco degli Zu): dall’intimismo iniziale di “Fuoco Saturnio”, una traccia giocata su un arpeggio cupo e tappeti di tastiere, per poi esplodere in un brano scoppiettante, in cui la fa da padrone, più che la sezione ritmica, l’approccio ritmico di tutti gli strumenti e un certo gusto cinematografico. Il breve intermezzo di “Perseidi” ci lancia su coordinate drone/noise verso lo spazio siderale della title-track, in cui i tre trasformano i loro strumenti in armi: il contrabbasso è un rasoio malefico, la batteria un maglio che picchia violento e il sax si insinua con l’elettronica a perforare i timpani, in un crescendo talmente progressivo e sottile da risultare suadente. Almeno prima della sferragliata finale.
C’è insomma tutto quello a cui gli Zu ci hanno abituato, senza che per questo emerga un sentore eccessivo di “già sentito”; sicuramente non un disco facile o di sottofondo, ma l’ennesima prova di musicisti che guardano allo spazio profondo, senza limiti, da sempre. E che continuano la loro esplorazione.
