5 album che mi hanno cambiato la vita – Tommy Talamanca (SADIST)

Pubblicato il 20/06/2026

Artista: Sadist | Fotografo: Enrico Dal Boni | Data: 24 giugno 2022 | Evento: Rock The Castle | Venue: Castello Scaligero | Città: Villafranca Di Verona

 

C’è chi racconta la propria storia attraverso date, luoghi e fotografie, e chi invece la ricostruisce partendo dai dischi che hanno lasciato un segno indelebile. In questa nuova puntata di “5 album che mi hanno cambiato la vita” lasciamo la parola a Tommy Talamanca dei Sadist, musicista capace di unire tecnica, visione e una costante ricerca di nuove strade sonore.
La selezione del chitarrista/tastierista e principale compositore della storica formazione progressive death metal italiana attraversa prog, atmosfere horror, ferocia thrash e rivoluzioni chitarristiche: cinque dischi raccontati con ironia, passione e quella sana dose di provocazione che da sempre accompagna il suo approccio alla musica.
Ricordiamo che i Sadist saranno al Metalitalia Festival 2026 con uno show speciale dedicato a “Tribe”, che verrà eseguito per intero.

Tommy dichiara:

“Premessa: il tono oscillante tra il sardonico ed il melodrammatico è assolutamente voluto!”

EMERSON, LAKE & PALMER – “Tarkus” (1971)

Diciamoci la verità: con tutto quello che gli inglesi hanno da farsi perdonare, a causa della loro influenza nefasta sulla maggior parte degli avvenimenti internazionali degli ultimi tre secoli, vi sono forse un paio di motivi per cui il Sud globale unito non abbia ancora provveduto a nuclearizzare il suolo britannico: uno sono i Beatles, l’altro il rock progressivo.
Insomma, quando hai dato i natali a Keith Emerson, puoi tranquillamente far credere che Margaret Thatcher, Tony Blair, il Principe Andrea, Boris Johnson o Keir Starmer, per citare la ‘crème’, siano stati ‘piccoli e trascurabili’ incidenti di percorso.
Tornando su “Tarkus”: immaginate che, per qualche strano motivo, dobbiate scegliere di ascoltare, da qui fino alla fine dei vostri giorni, un solo album, ma di non riuscire a decidervi tra rock, blues, psichedelia e musica classica; ecco, probabilmente l’unica scelta razionale sarebbe il capolavoro del Fantastico Trio.

 

GOBLIN – “Profondo Rosso” (1975)

La citazione “i buoni artisti copiano, i grandi artisti rubano” (di Picasso? Boh) calza perfettamente ad una delle più grandi opere di musica moderna che l’Italia abbia mai prodotto negli ultimi sessant’anni.
Derivativo? Il tema principale è pesantemente ispirato ad una certa “Tubular Bells” (maledetti inglesi!)? ESTICAZZI?!
Cosa c’è di più iconico, dopo “Le Quattro Stagioni” – e che non sia qualche lagna sanremese post-bellica – che faccia pensare al genio italico in ambito musicale?
E non rompete il cazzo con : “Sì, ma gli Area, si, ma la PFM”… dannati radical chic!

 


SLAYER – “South of Heaven” (1988)

Tirare in ballo l’importanza di “Reign In Blood”, praticamente il “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts…” del metal, sarebbe quantomeno stucchevole.
Ma dopo aver definito le regole di cosa è metal e cosa non lo è, non puoi fare altro che metterci il carico da novanta sopra, e riaffermare il concetto con un album ancora più cattivo, nel senso metafisico del termine.
E pazienza se dopo qualche anno, raggiunte le sessanta primavere, ti sei un po’ rincitrullito e fai le foto con i cagnetti coccolosi: se Jeff fosse ancora vivo probabilmente ti sparerebbe a fare in culo, ma, amen, invecchiando rincoglioniamo un po’ tutti.

 

YNGWIE MALMSTEEN  – “Rising Force” (1984)

Così come nel blues c’è un prima e un dopo Hendrix, e nell’hard rock un prima e un dopo Eddie Van Halen, nel metal c’è un prima e un dopo Malmsteen.
In tutti e tre i casi non si tratta di tecnica o, almeno, non soltanto, e questa precisazione è tanto più rilevante quando si parla del Maestro e del suo incredibile debutto da solista!
Come gli altri due enormi colleghi, ha inventato un suono che non esisteva, ha scritto musica incredibile, e questo solo con dei cazzo di single coil e dei vecchi Marshall.
E oggi c’è in giro gente che si riempie la bocca con John Petrucci, la profilazione dell’ampli, il profilattico da mettere a inizio manico perché altrimenti il tapping non viene bello pulito… andate afffanculo con tre effe!

 

ANNIHILATOR  – “Alice in Hell” (1989)

Ovvero: La sfiga di comporre il proprio capolavoro artistico al primo colpo!
Il rischio poi è di continuare a inseguire quel livello di perfezione, e finire inevitabilmente per deludere non solo gli altri, ma forse anche se stessi!
Alcuni preferiscono non correre il rischio e percorrere nuove strade, nel bene e nel male.
Non bastasse questo: sei ad un passo dall’essere unanimemente riconosciuto come il nuovo Van Halen, ma fai thrash metal, ed il podio da guitar hero, a fine anni 80, è solo per i fighetti: meglio concentrarsi sulla musica!
Comunque, per quel che vale, da qualche parte in Italia c’è un ragazzetto di belle speranze che, da quando è uscito, praticamente non ascolta nient’altro che il tuo primo album, e ti ha pure gabbato qualche riff qua e là…

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