A PERFECT CIRCLE: il nuovo “Eat The Elephant” traccia per traccia!

Pubblicato il 20/03/2018

A cura di Davide Romagnoli

Quattordici anni sono trascorsi dall’ultimo “Emotive”, album di cover che aveva sancito lo iato del supergruppo del cerchio perfetto. Quattordici anni, dunque, ed esce questa copertina, introdotta da un paio di singoli apripista. Evidentemente è tempo di recuperare, per Howerdel e Keenan, la loro vecchia creatura, quella che, a detta di entrambi, rappresentava una sorta di ‘lato femmineo’ del progetto Tool. La copertina, giocata sui contrasti di colore, non sembra affatto un granché: soliti colori, poche idee. I singoli invece sembrano all’altezza della situazione. I suoni – ancora una volta – al passo coi tempi. Il quarto album degli A Perfect Circle esce il 20 Aprile 2018, poco prima delle date del tour che li portano in Italia in occasione del Rock The Castle a Villafranca di Verona. “Eat The Elephant” è un album multiforme, ma unito dalla vena tipica della band di Maynard James Keenan, malinconica e soffusa, allo stesso tempo immediata e ricercata, da scoprire pian piano, scivolando in tutte le sue increspature, cercando di coglierne tutte le numerose sfaccettature. Sono ormai lontani i tempi di “Mer De Noms”, album ancora imbattuto in quanto a pathos e importanza, ma il quarto album della coppia Keenan/Howerdell viene definito dal chitarrista stesso “un grande album”, capace sicuramente di mostrare un lato specifico dei due artisti – autori di quasi tutte le partiture e delle performance nel disco – come se si volesse mostrare ancora una volta come questo mondo non funziona: la sua inequalità di ricchezza, sociale ed esistenziale. Tempo di aprire di nuovo ‘le grandi bocche’ dei cantanti, dice Keenan.  In attesa, dunque, di una recensione successiva, ecco il track-by-track del nuovo lavoro degli A Perfect Circle.

A PERFECT CIRCLE

Maynard James Keenan – voci
Billy Howerdell – chitarre, voci
James Iha – tastiere, chitarre
Jeff Friedl – batteria
Matt McJunkins – basso

EAT THE ELEPHANT

Data di uscita: 20/04/2018
Etichetta: BMG Records

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01. Eat The Elephant (05:14)
Il tono degli A Perfect Circle sembra essersi sicuramente orientato verso un’attitudine più moderna, con le sonorità tipiche di certa musica alt-indie, docile, curata, tenue, molto vicino all’ultimo lavoro dei Puscifer. “Eat The Elephant” è un buon brano a cui viene lasciato il compito di introduzione. “Just begin”, dice Maynard. E vengono poste le coordinate principali dell’intero discorso, senza entusiasmare eccessivamente. Suoni ottimi, critiche alle disuguaglianze sociali e alle idee conservative degli ultimi anni, presentazione poco d’impatto ma di efficacia espressiva e contenutistica.

02. Disillusioned (05:54)
Ecco il primo singolo. “Disillusioned” riscopre le tonalità vocali degli A Perfect Circle più canonici, le mette in riga con le sonorità presentate poco prima e le setta su un brano che sembra strutturalmente quello che ci si potrebbe aspettare. La parte centrale, però, riserba un andamento particolare, lasciandosi andare ad una digressione dolce e malinconica, sfumata nelle tastiere di Iha e nel falsetto di Maynard, riscopertosi fragile e meno folle di quanto lo si ricordava. Il pezzo riprende il groove della parte iniziale e si riapre nel ritornello. “We’ve become disillusioned / so we dive towards anything glittering” e nel bridge quasi-Marillion “Unique voice among the many in this choir / Tuning into each other, lift all higher”.

03. The Contrarian (03:52)
Cambio di sonorità, ma non di mood. “The Contrarian” apre lo spettro di quello che “Eat The Elephant” vuole presentare. Magniloquente, quasi barocca, ma con quel minimalismo proprio del progetto, continuando sempre quel tono che, seppur con modalità diverse, si può sempre ascrivere a “Mer De Noms”. La lezione dell’amico Reznor avvicina il sound ai NIN di penultima generazione, riuscendo però ad intrigare, senza stupire eccessivamente.

04. The Doomed (04:42)
Behold the new Christ. Il groove inizia a farsi più intenso con quel brano che era stato posto in presentazione del disco già qualche mese fa. “The Doomed” fa riaffiorare quei sentori di heavy metal pomposo e magniloquente, risultando un contrappunto interessante come quarto brano dopo i primi tre discorsi più riflessivi. Niente di particolarmente straniante, ma una piacevole svolta compositiva, nichilistica e in grado di modificare l’assetto del discorso di “Eat The Elephant”. Glokenspiel, arrangiamenti orchestrli e pattern ritmici incalzanti portano il finale ad un climax intrigante in cui tutti sono condannati. “Doomed are the poor / Doomed are the peaceful /Doomed are the meek / Doomed are the merciful”. Perfettamente funzionante ed intrigante.

05. So Long, And Thanks For All The Fish (04:26)
Ancora più straniante risulta la cassa in quattro, che riporta in auge un certo pop eighties con rimandi bowiani abbastanza espliciti e alcune tonalità più vintage, che riprendono certo progressive inglese ancora una volta, ma in un modo diverso, sicuramente più catchy. La cassa incalzante non molla un secondo e tiene alta l’attenzione: il brano riscopre tonalità di certi anni fa e sembra volerne ripercorrere i fasti, in un pastiche musicale che, però, è decisamente convincente. “Time Is Money, and Money is time”. Continua il disilluso contributo critico ai tempi che corrono, tipico del frontman.

06. TalkTalk (04:09)
L’andamento malinconico proprio delle prime tracce – e della band – viene ripreso con un’altra canzone che diviene il terzo singolo -rappresentativo – del nuovo album. La voce di Maynard continua ad essere multilivellata, onnipresente, sempre più incisiva, traccia dopo traccia, così come le intensità proprie degli A Perfect Circle che ci ricordavamo. I crescendo, il groove affabile e un sound decisamente curato e all’altezza della situazione fanno di “TalkTalk” uno dei pezzi più immediati e riusciti dell’album. “Talk like Jesus / Try to walk like Jesus”. Forse una messa in discussione del riproporre se stessi ancora ed ancora?

07. By And Down The River (05:05)
Come sembrava potesse succedere, l’andamento si fa più cupo e le tonalità di Maynard si abbassano di timbro e si modulano in modo elaborato in maniera da suscitare quasi un contraccolpo timbrico rispetto ai precedenti brani. “By And Down The River” sembra presentarsi come uno dei pezzi più convincenti del lavoro, appena dopo la sua metà scossata. Il solo di Billy Howerdell riesuma la potenza del progetto e la sua efficacia immediata, sempre parallela alle sue dimensioni più profonde e ricercate, quel lato parallelo e complementare ai Tool di cui si è sempre identificata l’efficacia, soprattutto con “Thirteenth Step”.

08. Delicious (03:50)
Forse il pezzo più easy-listening di “Eat The Elephant”, ma pur sempre ben lontano dal deludere o dal risultare scontato. Ancora una volta Howerdell sembra essere fondamentale alla luce di un impatto ancora una volta efficace ed esaltante, nel solo che conclude la canzone. “Delicious” è radiofonica, potente, efficace, delicata: perfetto esempio del punto in cui Howerdell e Keenan hanno voluto dimostrare di essere giunti in questi quattordici anni di iato

09. DLB (02:07)
La tastiera è il protagonista di questo momento riflessivo – e quasi reznoriano – di un paio di minuti. Non è sicuramente il caso di questo interludio il fatto di essere skippato a piè pari, anzi, la sua presenza alla luce del progredire del discorso rimane assolutamente importante, soprattutto se prima della successiva traccia spiazzante.

10. Hourglass (05:14)
Ecco un brano che fa tornare la genialità della formazione e di Mr. Keenan. Stravagante, eccentrica, robotica, nel suo incedere vintage e videoludico, straniante e sempre in grado di non stonare all’interno del discorso generale, seppur essendone una sorta di mosca bianca. I toni si fanno più incalzanti, soprattutto nel simil-rappato di Maynard, e le corde toccate rimangono sempre quelle, con effetti di tastiera che tengono sempre tutto sotto quel controllo nichilista, fratturato e malinconico che resta il sicuro marchio di fabbrica anche di questo quarto lavoro. Il co-produttore Dave Sardy mette la sua nei suoni forse più ‘perfetti’ del lavoro.

11. Feathers (05:48)
Altra canzone che si setta sul mood generale del disco, soprattutto dei primi pezzi, quasi come a sancire la circolarità strutturale del discorso complessivo. Le ritmiche di McJunins e Friedl (comunque tra gli ultimi entrati in formazione) sono quelle che hanno portato la personalità degli A Perfect Circle ad essere decisiva per riconoscerne la distanza con gli altri progetti di Maynard. Le tonalità, infatti, ripercorrono decisamente i vecchi fasti della band, soprattutto quelle di “Thirteenth Step”. Un buon pezzo, ma senza particolari emozioni o smottamenti.

12. Get The Lead Out (06:41)
Come molto spesso accade, l’ultimo brano è anche il più lungo. E come altrettanto spesso accade, è quello che cerca di dettare un giudizio conclusivo sull’intero lavoro. Tema di tastiera di Iha, batteria effettata (come quella della bellissima “The Noose”), un po’ in stile Nine Inch Nails, sentori elettronici sghembi, storture ritmiche, modulazioni vocali, straniamento complessivo. “Get The Lead Out” è decisamente il pezzo più stravagante di “Eat The Elephant”, ben lontano dal rappresentarlo complessivamente, riesce però a permettersi, quasi, di rimettere in discussione le cose, e far tornare da capo a riassaporare quello che “Eat The Elephant” non ha riserbato solo al primo ascolto.

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