ADIMIRON: il nuovo “K2” traccia per traccia

Pubblicato il 20/11/2011

A cura di Marco Gallarati

Dopo aver dato spazio, nei nostri Speciali contenenti i track-by-track in anteprima, ad un’ampia sequela di band estere e decisamente note, è ora la volta di accendere i nostri e vostri riflettori su una formazione nostrana che ha dimostrato, nel suo più recente passato, di avere tutti i numeri e tutte le possibilità per ben figurare in campo internazionale. Parliamo degli Adimiron, combo d’origine brindisina ma con sede ormai in pianta stabile nella capitale, che arriva nel 2011 forte di una popolarità in crescita, di un nuovo contratto (con la neonata Bakerteam Records) e – cosa assolutamente più importante di tutte! – di un disco in prossima uscita dall’alto valore e dall’enorme potenziale. “K2” è il titolo di quest’opera che, oltre ad essere musicalmente di certo spessore, presenta anche tematiche liriche introspettive e di profonda ricerca, poste alle orecchie dell’ascoltatore attraverso l’allegoria della scalata al complesso montuoso del K2. Thrash metal sempre più progressivo e intenso, ma non solo: la sottostante disamina delle tracce vi farà capire che c’è ben altro sotto la superficie degli Adimiron…

 

ADIMIRON – “K2”

01. Oriens
02. Where Nothing Changes
03. Vertical Limit
04. Passenger
05. The Whisperer
06. To Whom It May Concern
07. Above The Rest
08. Red Condition
09. Servants Poem
10. Thou Walk Eternal

Durata: 51.44
Data di pubblicazione: 28/11/2011
Etichetta/Distribuzione: Bakerteam Records/Audioglobe

Registrazione: 16th Cellar Studio e Early Reflection Studios, Italia
Mix e Mastering: Fascination Street Studios, Svezia

Voce – Andrea Spinelli
Chitarra – Alessandro Castelli
Basso – Maurizio Villeato
Batteria – Federico Maragoni

Sito ufficiale: http://www.adimiron.org

 

ORIENS [5.20] “Oriens” apre “K2” rivelandone subito i temi metafisici e zen-oriented con un breve incipit di sitar. Il brano poi si accende in fretta, proiettandoci in un’atmosfera che, grazie all’uso di effetti vocali di mistica memoria, si fa subito epica e potente. Si gioca su strutture tipicamente progressive-thrash metal, con la presenza di un chorus poco orecchiabile che si miscela bene con la fluidità del riffing e della sezione ritmica, a tratti anche lambenti approcci techno-death metal. Come ogni opener che si rispetti di un disco ambizioso, “Oriens” si rivela una delle tracce migliori del lotto, ben rappresentativa e sorta di collegamento tra il precedente “When Reality Wakes Up” e la nuova direzione intrapresa. Si parte molto bene!

WHERE NOTHING CHANGES [5:58] Oltre ai Nevermore ed il loro progressive-thrash, un’altra influenza importante per gli Adimiron sono i Meshuggah e, in questo secondo brano, l’inizio è tutto dedicato a loro. La chitarrina che giunge da lontano e il riffing iniziale sono infatti piuttosto tipici della band svedese, ma procedendo nel corso di “Where Nothing Changes” (e non solo) ci si accorge come in realtà sia la corrente djent – Tesseract, Periphery – a proporsi come nuovo ‘appoggio’ per la musica degli Adimiron. Un paio di strofe pulite eccezionali, arrangiate con maestria e dalle linee vocali ricordanti i Katatonia, anticipa l’esplosione vera della traccia, che nella seconda parte si dipana con aggressività tra pattern arditi di batteria e, appunto, ondeggiamenti djent. E siamo a due centri su due.

VERTICAL LIMIT [5:29] “Vertical Limit” propone un inizio ritmico dedicato in prevalenza al basso di Maurizio Villeato, accompagnato da splettrate languide e sinuose. La crescita del pezzo è esponenziale, esattamente come il tentativo di risalire quel ‘limite verticale’ che è il titolo del brano. Tentativo che però scema in un nulla di fatto quando ci si trova presto davanti ad un’altra scarica di thrash metal copulante con prog, djent e death metal tecnico. Ci sono tanti cambi di tempo in “Vertical Limit” e un diffuso uso della voce filtrata che richiama qualche effetto usato ultimamente dai Gojira. La terza traccia di “K2” ci pare una bella summa delle prime due, arricchita però da un paio di assoli ben riusciti ed ispirati.

PASSENGER [5:04] Con “Passenger” ci si tuffa in una semi-ballad di classe, tipica costruzione anche del thrash old-style, con una prima sezione pacata e acustica ed una seconda parte più aggressiva e imponente. Bravissimo – anzi, mai così bravo! – il cantante Andrea Spinelli, impegnato in clean vocals espressive e sicure durante la manciata di strofe iniziali, introspettive senza risultare troppo decadenti. E buono anche l’assolo incrociato di centro brano, che spezza in due un incedere più lento del solito ma sempre condizionato da un riffing moderno e mai banale.

THE WHISPERER (featuring Dave Padden) [7.20] “The Whisperer” è certamente il brano che più spicca nella tracklist di “K2”, e non solo per la presenza alla voce di Dave Padden degli Annihilator. Verissimo che il singer canadese imprime un marchio quasi indelebile alla pesantezza e alla malignità della song, ma va anche precisato che il pezzo si distingue a prescindere dall’apporto vocale, in quanto si delinea come thrash-death metal al fulmicotone e altamente cangiante, non pauroso di mutare forma in continuazione al servizio di un’organicità e di una compattezza davvero invidiabili. Padden interpreta il personaggio della montagna che si oppone all’Uomo scalatore e lo fa con una grinta tumultuosa e sferzante. E poi ecco infine venire a galla un’altra importante influenza per gli Adimiron, ovvero i Gojira, omaggiati qui da una sezione stoppata decisamente ispirata a loro. Quando il brano pare essere terminato, tra freddi venti di solitudine, “The Whisperer” riprende vita in un outro ipnotico e tribale. Pezzo migliore dell’album, pochi dubbi.

 

 

TO WHOM IT MAY CONCERN [5.40] Dopo una traccia-monstre quale “The Whisperer”, si cala fisiologicamente un po’ con “To Whom It May Concern”, comunque un episodio che non va annoverato fra la poco simpatica categoria dei filler, ma che piuttosto ricalca le prime canzoni dell’album, evidenziando in esso ancora una discreta componente Gojira e una sorta di ritornello vagamente più orecchiabile di quelli finora sentiti nel resto del lavoro (che, chiariamolo, di chorus davvero orecchiabili non ne presenta alcuno). Interessanti le pause ritmico-tribali della seconda parte della traccia, che si alternano alle esplosioni di groove e violenza spesso caratterizzanti il nuovo album degli Adimiron.

ABOVE THE REST [4.25] Eccoci di fronte al pezzo più atipico e sperimentale di “K2” e allo stesso tempo uno dei meglio composti e profondi. “Above The Rest” è infatti una ballata atmosferica dal mood decadente, coadiuvata da un impeccabile uso dell’elettronica e di arrangiamenti di sintetizzatori che simulano partiture d’archi, donando al brano un’aura sinfonica ed epica davvero preziosa. Ancora una volta, Andrea Spinelli conferma le sue abilità nelle clean vocals, interpretando benissimo strofe oscure e riflessive, baciate da arpeggi e dettagli chitarristici che possono essere solamente appannaggio di una formazione ormai maturata appieno. Bellissimo.

RED CONDITION [4:26] Notevole influenza Meshugghiana nell’andamento di “Red Condition”, soprattutto nella prima parte, dove i richiami cyber-thrash-death sono piuttosto evidenti, seppur variati da linee vocali vagamente melodiche all’altezza dello pseudo-chorus. A parere di chi scrive, l’ottava traccia di “K2” è probabilmente la più debole della tracklist, sebbene l’ossessività cibernetica del finale ne risollevi alquanto l’impressione generale, che comunque non è negativa ma solo meno positiva rispetto alla restante sequela di brani.

SERVANTS POEM [6:29] Un altro dei pezzi-cardine di “K2”! Con “Servants Poem” torniamo in parte in pieno ambiente Nevermore, nonostante il riffing e la sua fluida corposità ci facciano ancora venire in mente influenze djent. Incredibile, in questo brano così come nel resto del lavoro, l’operato del batterista Federico Maragoni, incisivo e pregno di soluzioni che sanno benissimo come plasmarsi e plasmare al meglio il connubio con le parti chitarristiche. In questo episodio si capisce bene come gli Adimiron siano arrivati oggi a scrivere brani complessi e ricchi di sfumature, che però si assimilano in un batter d’occhio, grazie all’uso di soluzioni che si intersecano benissimo fra loro senza far mai perdere il filo del discorso al brano. E basta sentire l’ultimo minuto di “Servants Poem” per rendersi conto di ciò. Altro gran pezzo, nulla da dire.

THOU WALK ETERNAL [6.46] Il percorso fisico e metafisico si interrompe di fronte al Vecchio Saggio. Quale sarà la sua ultima parola? “Thou Walk Eternal” contiene la risposta e la spiega attraverso un’ennesima mini-suite, che ricalca un po’ le caratteristiche del brano precedente, carica di umori, partenze e riprese, variazioni d’atmosfera e tutto quanto si è sentito di buono in questa ora di musica. Aggiunge poco di nuovo il brano in questione, ma riesce a chiudere in degno modo un percorso evolutivo, richiamato ulteriormente dalle lyrics del concept-album, che si può affibbiare anche alla formazione capitanata dal chitarrista Alessandro Castelli, formazione che molto spesso riesce a sbalordire per intensità, maturità e cognizione di causa. E che si attesta di prepotenza fra gli highlights nazionali dell’anno in conclusione.

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