AT THE GATES: il nuovo “To Drink From The Night Itself” traccia per traccia!

Pubblicato il 12/04/2018

A cura di Marco Gallarati

A circa tre anni e mezzo di distanza, la storia si ripete: l’attesa e l’hype per il ritorno degli At The Gates aumentano lentamente ma a dismisura! Si parla ovviamente di due storie e due comeback diversi, però: nel 2014 i paladini dello Swedish melodic death metal erano reduci da anni di promesse poi non mantenute e di apparizioni, più o meno sporadiche, sui palchi di mezzo mondo, e finalmente giunse il momento di “At War With Reality”, probabilmente l’album più difficile da realizzare della loro carriera, troppo carico di aspettative esterne e, si presume, anche interne. La formazione era quella storica, perlomeno quella che partorì il Capolavoro Assoluto “Slaughter Of The Soul” ed il suo degno predecessore “Terminal Spirit Disease”; tutta la pressione di diciannove anni d’assenza discografica gravava allora sulle spalle dei fratelli Bjorler e di ‘Tompa’ Lindberg, con la stampa specializzata in attesa trepidante e i millemila fan ancora più pressanti ed esigenti. Ebbene, ne venne fuori un disco certamente buono e valido, che tiene anche abbastanza bene la prova del tempo, ma che a nessuno fece gridare al miracolo: impossibile, e anche ‘inchiedibile’, avere un secondo “Slaughter Of The Soul”. Il difetto di “At War With Reality”, secondo chi scrive, è la troppa formalità, la mancanza di vera aggressione, quello spirito iconoclasta e parossistico che anima la band dalla sua nascita: un disco troppo adulto e maturo, in un certo senso. Forse. Per cui, la prima domanda che ci si è posti, una volta saputo che gli At The Gates stavano lavorando ad un successore, è stata ‘saranno tornati ad essere internamente affamati di sangue e violenza?’. Be’, la dipartita scioccante di Anders Bjorler (ricordate il nostro Metalitalia.com Festival 2014, quando lo stesso restò bloccato in aeroporto ad Amsterdam e non riuscì a presenziare l’evento? Forse avvisaglie di qualche malessere o malumore?) ha aiutato in qualche modo gli altri ragazzi a reagire, li ha pungolati e punzecchiati a mettersi giù a testa bassa e lavorare sodo, per delle sessioni di songwriting – così viene spiegato nelle note biografiche – davvero intense. “To Drink From The Night Itself” è quindi la creatura a quattro mani di Jonas Bjorler e Tomas Lindberg, il quale ci tiene a far sapere che il suo compare, creduto per anni compositore minore rispetto a suo fratello Anders, è invece stato sempre, un po’ nell’ombra, un attivissimo songwriter in seno agli ATG. Con Martin Larsson alla chitarra ritmica, Adrian Erlandsson alla batteria ed il nuovo Jonas Stalhammar alla chitarra solista, la band-icona del melodic death metal svedese e mondiale si appresta a far discutere un’altra volta milioni di metallari e qualche migliaio di recensori in tutto il mondo con un album che, dopo i primi rapidi ma attenti ascolti, pare pareggiare in spessore, intensità e qualità “At War With Reality”, che poi è il vero e unico metro di giudizio con il quale si deve confrontare il neo-arrivato. Siamo tutti abbastanza scafati, infatti, per capire che “Slaughter…” e mirabilia progressive come i primi “The Red In The Sky Is Ours” e “With Fear I Kiss The Burning Darkness” non torneranno mai. Ma questi rinnovati At The Gates-senza-Anders crediamo abbiano centrato bene l’obiettivo, componendo un platter solido, compatto, mediamente ispirato, con una in parte ritrovata grinta e meno scontato di quanto non appaia dopo aver tastato con occhi e orecchie le prime anticipazioni video di queste settimane. Forse un pizzico di varietà e coraggio in più sarebbero stati ancor più apprezzati, ma non chiediamo troppo ad una compagine che ci ha regalato già tante emozioni nella vita. Quindi, adesso, piantiamola un attimo con le riflessioni e procediamo all’accurato, per quanto superficiale, track-by-track di presentazione. A voi!

 

 

AT THE GATES
Tomas ‘Tompa’ Lindberg – voce
Martin Larsson – chitarre
Jonas Stalhammar – chitarre
Jonas Bjorler – basso
Adrian Erlandsson – batteria

TO DRINK FROM THE NIGHT ITSELF
Data di uscita: 18/05/2018
Etichetta: Century Media
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01. Der Widerstand (01:28)
Il nuovo disco degli At The Gates è liricamente ispirato al racconto “L’Estetica della Resistenza” dello scrittore tedesco Peter Weiss. Questa medio-breve introduzione si intitola dunque “Der Widerstand”, proprio ‘la resistenza’ in lingua teutonica: un arpeggio portante di chitarra viene in breve tempo doppiato e circondato da cori evocativi femminili e da un crescendo di orchestrazioni che rendono l’attesa per l’esplosione del primo vero brano realmente ‘carica’. L’atmosfera è tanto crepuscolare quanto epica, completamente diversa da quella che ci accompagnava dentro “At War With Reality” grazie a “El Altar Del Dios Desconocido”.

02. To Drink From The Night Itself (03:30)
La titletrack è il pezzo che per primo è stato reso disponibile quale singolo apripista. Tutti, bene o male, abbiamo imparato a conoscerla e, sebbene di primo acchito a molti avrà detto poco o pochino, vi assicuriamo che è solo questione di tempo affinchè il riff iniziale ficcante vi si tatui fra i neuroni, il primo urlo vomitevole di ‘Tompa’ arrivi a cambiare ritmo e lo scapocciamento regolare possa avere inizio. Un po’ debole nei passaggi di quello che si può definire un chorus e presentante un piuttosto inutile breve solo di Erlandsson alle drums, “To Drink From The Night Itself” risulta comunque fluida, accattivante quanto basta e tutto sommato degna della posizione in cui si trova e del ruolo che le è stato affidato.


03. A Stare Bound In Stone (04:08)

Anche “A Stare Bound In Stone” non vi sarà nuova, essendo, a ruota della titletrack, la seconda canzone ad essere stata abbinata ad un video di presentazione. Non ci si scosta molto dalle cadenze del brano precedente in questa traccia arrangiata con molta cura, nella quale il riffing cangia continuamente passando da tirate thrashy a giri melodici cadenzati e ben riuscite pennate black-death. Una pausa pacata a centro pezzo anticipa il lungo finale giocato sul ripetersi di versi disperati, lontani sottofondi lirici e un sovrapporsi assordante di chitarre melodiche. Pezzo che, a ben sentire, rappresenta probabilmente il primo momento dove si nota l’impegno profuso in sede di songwriting dalla coppia Bjorler/Lindberg.


04. Palace Of Lepers (04:05)

La struttura di “Palace Of Lepers”, nonchè la cadenza+riff d’apertura, ricorda quella del brano precedente, un pot-pourri di soluzioni (non troppo) estreme spazianti tra thrash, melo-death e qualche richiamo al black melodico, per un risultato complessivo finale non particolarmente immediato ma comunque efficace. Anche qui non si viaggia ad altissime velocità ma, come del resto successo all’epoca di “At War With Reality”, bisogna scordarsi il parossismo tout-court della formazione di vent’anni fa. Il Palazzo dei Lebbrosi chiude le sue porte con un riff a giro accattivante su di una batteria quadrata, sfumando velocemente e trasferendosi rapido nella canzone seguente…

05. Daggers Of Black Haze (04:42)
…canzone seguente che finalmente ci accoglie in modo diverso, con una breve suggestione pianistica. Oltre a ciò, statene certi, “Daggers Of Black Haze” assurgerà presto, almeno fin qui, a brano migliore della tracklist: complessivamente lento e compassato, dal forte tratto sperimentale e ‘progressivo’, presenta al suo interno soluzioni che ricordano in qualche modo l’antico passato del gruppo, con riff molto meno thrash-oriented e più volti al classico stile penetrante ed imprevedibile dei primi Nineties vissuti in zona Goteborg. Basti sentire il primissimo riff composto, che propone chiare reminiscenze dell’era “The Red In The Sky…” / “With Fear I Kiss…”. Il momento dal sapore folk a centro brano, seguito da un mirabile assolo di Stalhammar, è fino a questo punto la cosa migliore ascoltata in “To Drink From The Night Itself”. Gran pezzo, fra i sicuri highlight dell’album.

06. The Chasm (03:21)
“The Chasm”, esclusa la strumentale introduttiva, è l’episodio più breve del disco e, scritto in tutta sincerità, rasenta l’epiteto di ‘filler’. Certo, in un concept-album è quasi inconcepibile concepire (scusate le ripetizioni, ma sono volute) un filler, considerato il flusso lirico che segue la tracklist, ma tenete conto che non abbiamo ancora avuto modo di leggere i testi. Anche qui la coppia Bjorler/Lindberg ci presenta un discreto rifframa death-black melodico in classico mood svedese e ‘Tompa’ è al solito una sicurezza nell’interpretare le sue parti, ma nel complesso il brano non dice nulla o poco più, facendosi notare solamente alla fine, quando un breve ma riuscito assolo di chitarra decreta il termine delle velleità della prima parte del lavoro.

07. In Nameless Sleep (03:37)
Fra le canzoni migliori del lotto, questa “In Nameless Sleep” deflagra con le rullate di Adrian Erlandsson per poi quasi subito inerpicarsi in una ritmica forsennata e tupatupa-oriented. Non riuscendo e non volendo più tirare alle massime velocità per l’arco intero di un brano, anche a questo giro i cambi di tempo danno un quid di varietà alla traccia, che comunque è fra le più riconoscibili come classicamente At The Gates. Positiva la sezione centrale in cui arpeggio e groove si scambiano rapidamente i ruoli prima di lasciare spazio ad un’incisiva serie di assoli timbrati dallo special guest Andy LaRocque che, oltre ad essere il chitarrista di King Diamond e ad aver partecipato all’immortale “Individual Thought Patterns” dei Death, ricordiamo come fu ospite già degli At The Gates nel 1995 con un solo su “Cold”. A volte ritornano.

08. The Colours Of The Beast (03:50)
Ecco un’altra canzone che spicca magniloquentemente dal mucchio! “The Colours Of The Beast” si assesta su andamenti mediamente lenti anche per gli At The Gates post-reunion, risultando quadrata, marziale e a tratti ricordante alcune cose di Asphyx/Hail Of Bullets (la strofa, ad esempio). I contrappunti epico-melodici delle chitarre sono però trademark assoluto del combo di Goteborg, che si permette di inserire cadenze più crepuscolari, quasi doom, e melodie oscure sempre baciate da un groove azzeccatissimo che lascia libertà a ‘Tompa’ di variare un pochetto le sue linee vocali, fin qui piuttosto monotone e piuttosto scontate. Interessante e un po’ fuori dai soliti canoni.

09. A Labyrinth Of Tombs (03:30)
Siamo in una zona calda di “To Drink From The Night Itself”, in quanto giungiamo al terzo brano di fila che ci convince fin dai primi ascolti. Con “A Labyrinth Of Tombs” si torna su coordinate lancinanti e ‘che vanno sul sicuro’: diciamo pure che questo pezzo poteva stare benissimo su “At War With Reality”, risultandone probabilmente fra i migliori episodi. Lindberg urla a pieni polmoni, doppiandosi in un chorus assolutamente non melodico ma anche dannatamente efficace e anthemico, finalmente carico di una rabbia primordiale che ci riconcilia un attimo con il recente passato del gruppo. Di nuovo, anche in questa occasione, possiamo godere di piacevoli parti soliste suonate dal nuovo entrato Jonas Stalhammar. Speriamo di non sbagliarci nell’indicare tale pezzo come fra i più convincenti dal vivo nel prossimo futuro.

10. Seas Of Starvation (03:56)
A riconferma di come la seconda metà del comeback discografico degli At The Gates alzi decisamente le asticelle di qualità e violenza, arriva anche questa “Seas Of Starvation” a farci sollevare il pollicione! Il brano si bilancia perfettamente tra sezioni abrasive ed altre lievemente più epiche e controllate, per un risultato finale che sa di mestiere ma, appunto, fatto con grandissimo gusto compositivo. All’interno di una tracklist tutto sommato compatta e di un sound che non perde mai troppo di vista il pilota automatico, l’afflato anthemico e gli arrangiamenti di questa traccia fanno un po’ di differenza, potente il primo e ricchissimi i secondi, per un episodio che secondo noi ben rappresenta e simbolizza gli At The Gates del 2018.

11. In Death They Shall Burn (03:59)
Zero novità e massicce dosi di thrash-death metal goteborghiano sono le coordinate su cui si muove l’aggressiva “In Death They Shall Burn”, esemplare traccia che ricalca in modo fedele le più classiche sonorità At The Gates. Ottimo il breaking riff di metà brano e tutta la chiusura giocata su un incedere schiacciasassi epico-melodico da brividi. Probabilmente la canzone più pesante e veloce del lotto, qualcosa che il seminale quintetto sa portare a casa con estrema facilità, dedizione e relativo dispendio di mezzi. Ma che botta!

12. The Mirror Black (04:42)
Un arpeggio elettrico strascicato e decadente apre il brano di chiosa di “To Drink From The Night Itself”, il nostalgico e struggente “The Mirror Black”. La ritmica da headbanging catatonico non ci lascia per un secondo, mentre ‘Tompa’ alterna le solite grida sgraziate ad un filtrato quasi recitato, interpretando i suoi caratteristici testi visionari e mortiferi con una passione che va a braccetto con tutto il mood del pezzo. Pezzo che prevede un’elaborata conclusione orchestrale dettata da archi e cori ridondanti ed oscuri, ma che calano il sipario con gran classe su di un disco che, almeno dopo i primi passaggi, non fa sentire per nulla la mancanza di Anders Bjorler in cabina di regia ma anche che, d’altro canto, non ci fa esultare come avremmo voluto poter fare. Lasciateci ancora una ventina di giorni di riflessioni e fruizioni, ne riparleremo.

 

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