Bionde, rosse, scure e… sono sempre naturali!

Pubblicato il 27/09/2003

INTRODUZIONE

Fresca e dissentante. Ecco le giuste parole per descrivere questa bevanda da sempre amata dal popolo metallaro. Questa brevissima introduzione è per ringraziare chi ha messo a disposizione il materiale che troverete nelle prossime pagine: Mondobirra.org e Birra.it. Quello che in ogni caso trovate sul nostro sito è solo un piccolissimo assaggio del mondo della birra: se volete approfondire l’argomento, vi consigliamo caldamente di andare a visitare i link dei nostri due compagni di bevute. Ora, bando alla ciance, in alto i boccali e… buona bevuta!

LA STORIA

Due sono le qualità che hanno da sempre contraddistinto la storia della birra nei secoli: la sua diffusione pressoché universale e la sua popolarità in ogni ceto sociale.
Nel primo caso si può infatti affermare che là dove ci sia stata la coltivazione dei cereali, si sia poi verificata anche la produzione della birra.
La seconda asserzione invece è avallata da innumerevoli testimonianze storiche.
Non si sa con esattezza dove sia nata la prima birra: c’è chi parla di Mesopotamia, chi di Egitto, chi di isole Orcadi, chi addirittura di Malta. Ma noi crediamo che ciò non sia importante, poiché è assai verosimile che il fenomeno della fermentazione sia stato scoperto casualmente in diverse parti del mondo più o meno nello stesso periodo.
Differenti però sono stati i modi di sviluppare la bevanda. La Mesopotamia, per esempio, è stata la terra che per prima ha visto sorgere la professione del birraio, cosa che in altre società meno organizzate sarebbe stata impossibile. Il prodotto delle sue fatiche rappresentava una quota della retribuzione dei lavoratori, che dunque veniva corrisposta in birra.
Ma, si badi bene, non una sola birra, ma svariate tipologie, poiché già in quel periodo si distinguevano birre scure, chiare, rosse, forti, dolci e aromatiche. Inoltre si utilizzavano nomi diversi per indicare birre prodotte con cereali differenti: le sikaru erano d’orzo, le Kurunnu di spelta.
Pare che fossero addirittura venti le qualità di birra disponibili sul mercato di Babilonia, la più ricca città dell’antica Mesopotamia, anche se quelle più diffuse erano quattro: bi-se-bar, una comune birra d’orzo; bi-gig, una birra scura normale; bi-gig-dug-ga, una birra scura di elevata qualità; ed infine bi-kal, il prodotto migliore. La birra aveva anche un significato religioso e rituale, infatti veniva bevuta durante i funerali per celebrare le virtù del defunto e veniva offerta alla divinità per garantire un tranquillo riposo al trapassato.
Si dice che la dea della vita Ishtar, divinità di primissimo piano nel pantheon assiro-babilonese, traesse la sua potenza dalla birra, che nemmeno il dio del fuoco Nusku poteva estinguere.
Analoga importanza aveva la birra in Antico Egitto.
Fin dall’infanzia si abituavano i sudditi dei faraoni a bere questa bevanda, considerata anche alimento e medicina. I bambini inoltre facevano sacrifici di birra, frutta e focacce al dio della scrittura Thout, mentre bevevano una ciotola di birra, dopo essersene bagnati gli occhi e la bocca che venivano tenuti chiusi.
Anche le donne incinte ricorrevano alla birra per offrire libagioni alla dea Ernenunet, che avrebbe provvisto di abbondante latte le nutrici. Interessante anche l’uso di somministrare ai bambini birra a bassa gradazione o diluita con acqua e miele durante lo svezzamento, quando le madri non avevano latte.
Gli Egizi usavano, come nel caso dei Babilonesi, la birra per scopi propiziatori e sono innumerevoli le divinità che ebbero a che fare con questa bevanda. In una cosa erano diversi Egizi e Babilonesi: per i primi la birra era una vera e propria industria statale, per i secondi invece si trattava di un semplice prodotto artigianale. I faraoni stessi possedevano fabbriche di birra e in un’iscrizione funebre su una tomba reale è stata trovata questa testimonianza: “Io ero uno che produceva orzo”. E dall’orzo alla birra il passo era (e continua a essere) assai breve.
Di birra si parla anche nei sacri libri del popolo ebraico, come il biblico Deuteronomio e il Talmud e nella festa degli Azzimi, che ricorda la fuga dall’Egitto, si mangia per sette giorni il pane senza lievito e si beveva birra. Inoltre questa bevanda è regina durante l’annuale festività del Purim, considerata la più popolare dagli ebrei.
La Grecia, Paese enofilo per eccellenza, non produceva birra, però ne consumava parecchia, soprattutto in occasione delle feste in onore di Demetra, dea delle messi, tra le quali ovviamente non poteva mancare l’orzo. Si trattava di prodotti d’importazione, per lo più fenici, ma anche durante lo svolgimento dei giochi olimpici non era ammesso il vino, per cui la bevanda alcolica per eccellenza di questa prima grande manifestazione sportiva era la birra.
Etruschi e Romani facevano anch’essi parte del “club del vino”, ma alcuni ragguardevoli personaggi della loro società diventarono accaniti sostenitori della birra, come ad esempio Agricola, governatore della Britannia, che una volta tornato a Roma nell’83 dopo Cristo portò con sé tre mastri birrai da Glevum (l’odierna Gloucester) e aprì il primo pub della nostra Penisola.
Tra i cosiddetti popoli barbarici si trovavano i più strenui tracannatori di birra, i Germani e i Celti. I primi organizzavano feste che in realtà erano scuse per sbornie colossali, come ad esempio la Wappentanz, una crudele danza delle spade dedicata al bellicoso dio Thyr, al termine della quale i sopravvissuti si dedicavano ad abbondanti libagioni.
I Celti si erano stanziati principalmente in Gallia e in Britannia, ma la loro straordinaria civiltà, bagnata di birra fin dai primordi, venne sviluppata principalmente nella verde Irlanda. Infatti la nascita del popolo irlandese è dovuta, seconda una birrosa leggenda, ai Fomoriani, creature mostruose dal becco aguzzo e dalle gambe umanoidi, che avevano la potenza e l’immortalità grazie al segreto della fabbricazione della birra, che fu loro sottratto dall’eroe di Mag Meld, una specie di Prometeo irlandese.
Il Medioevo vide la birra protagonista soprattutto per merito dei monasteri, che operarono un decisivo salto di qualità nella produzione della bevanda introducendo anche alcuni nuovi ingredienti, tra i quali il luppolo. A questo proposito va detto che in tempi più remoti per l’aromatizzazione della birra si usavano svariati tipi di erbe, spezie o bacche, oppure si ricorreva addirittura a misture vegetali, la più famosa delle quali era il gruit.
Anche le suore avevano tra i loro compiti manuali quello di fabbricare la birra, che in parte destinavano al consumo dei malati e dei pellegrini. Per rimanere in tema, è stato tramandato che papa Gregorio Magno abbia girato ai poveri una donazione in birra della regina longobarda Teodolinda.
Anche in Gran Bretagna la birra, chiamata ‘ale’, venne usata nelle feste come Church-Ale, prodotta dalle massaie inglesi e messa a disposizione delle feste parrocchiali, dove veniva venduta e il ricavato era un contributo per la manutenzione di chiese e conventi britannici. In Inghilterra la birra diventò bevanda nazionale in quanto l’acqua usata per la sua produzione veniva bollita e sterilizzata. Ciò rappresentava un garanzia in un periodo in cui l’acqua era spesso infetta. Soltanto dopo il Rinascimento questa piaga cessò. Una curiosità: in Inghilterra il luppolo venne introdotto assai tardi nella birra nazionale, che continuò a chiamarsi ‘ale’, in contrapposizione dei prodotti continentali luppolati, detti ‘beer’.
Nei tre secoli successivi alla scoperta dell’America in tutta l’Europa andarono sviluppandosi numerose tipologie birrarie, tutte basate sull’unico sistema di fermentazione allora conosciuto, quella alta.
Verso la metà del secolo scorso però furono eseguiti studi specifici sul lievito e il loro risultato fu la produzione della birra a bassa fermentazione, che oggi è di gran lunga il più praticato nel mondo. Esso si giova di temperature più basse per fermentare, quindi usa impianti produttivi tecnologicamente assai più avanzati che in passato. Infine viene usato un lievito diverso rispetto alle birre tradizionali, il cosiddetto Saccharomyces carlsbergensis, che prende il nome dalla birreria danese che per prima ne isolò il ceppo.
Oggi, nonostante le birre a bassa fermentazione siano sicuramente le più bevute, va notato che esiste anche una controtendenza di nicchie di mercato che ricercano le birre tradizionali, le cui ricette si perdono nella notte dei tempi.

I BICCHIERI

Un piccolo decalogo sul bicchiere

In questa sezione mi occupo dell’elemento principale della mia collezione e di conseguenza della mia passione per la birra: il bicchiere. Ogni bicchiere ha un suo nome, e il mastro birraio sa quale bicchiere associare ad ogni birra.

Introduzione

In alcuni di noi resiste la tentazione di associare la bionda al boccale o al calice a tulipano e la scura al baloon. Questo tipo di associazione è spesso valida, ma non sempre, poiché dipende dal tipo di birra oltre che dal colore. Qui a lato troverete una classificazione standard del bicchiere da birra, che troverete ovunque, ma quello che vorrei invece dirvi riguarda il modo di conservare, lavare, e trattare il bicchiere.

Composizione

Il vetro è frutto della fusione di composti silicei mescolati a calce e a carbonato di sodio o di potassio. Grazie alle sua proprietà principali, la lucentezza e la possibilità di lasciare inalterate le qualità organolettiche della bevanda, oggi è lo strumento principe nella conservazione e nella degustazione di questa bevanda.

Associazione birra – bicchiere

Qualche piccolo segreto va detto: la capacità del bicchiere deve essere sufficiente per contenere la birra e la sua schiuma: quest’ultima, infatti, protegge il liquido dal contatto diretto con l’aria e quindi l’ossidazione. Le birre a bassa fermentazione, come le lager e le pils, non hanno profumi decisi e devono essere servite in un bicchiere stretto e slanciato, per ridurre al minimo il contatto con l’aria e la dispersione dell’aroma. Le birre al alta fermentazione, invece, come le ale, le trappiste e le stout, sviluppano aromi più decisi delle altre e richiedono perciò bicchieri dai bordi leggermente svasati.

Lavaggio

Prima di ogni utilizzo, il bicchiere deve essere lavato con cura, evitando i detersivi sintetici: basterà infatti un risciacquo abbondante con acqua tiepida.

Temperatura

E’ inoltre opportuno abbassarne la temperatura con un leggero risciacquo in acqua fredda, e questo per evitare che un bicchiere lasciato asciugare per molto tempo, raggiunga temperature intorno ai 30°C, e successivamente la birra spillata o versata da bottiglia fredda, subisca lo shock termico al contatto con il bicchiere “caldo”.

Spillatura o apertura bottiglia

Il bicchiere va tenuto sempre inclinato per evitare che, mentre si versa la bevanda, si sviluppi troppa schiuma. I bicchieri a calice a gambo e quelli muniti di manico hanno il vantaggio di evitare di scaldare la birra con il calore delle dita.

Nel dettaglio, bicchiere per bicchiere

DI BIRRA NON CE N’è UNA SOLA!

La birra è la bevanda più diffusa sul nostro pianeta e, pur essendo una bevanda attualissima, vanta origini molto antiche. La sua storia ha oltre cinquemila anni e la sua origine va situata fra Mesopotamia e Antico Egitto. A seconda dei tempi e dei Paesi ha modificato la sua natura, senza però mai tradirla, adeguandosi ai gusti, alla cultura, alla disponibilità delle materie prime. Queste varianti sono pressoché infinite e in continua evoluzione. Partendo dalle materie prime tradizionali: acqua, orzo, luppolo e lievito, attraverso diversi metodi viene prodotta una varietà quasi infinita di birre.

Ecco alcune delle tipologie di birra esistenti. Il lavoro che stiamo realizzando ha come scopo quello di specificare sempre meglio le caratteristiche e le virtù di queste svariate tipologie di birra, prodotte in tutto il mondo. Alcune categorie risulteranno quindi mancanti o incomplete, l’obiettivo che ci siamo prefissati è quindi quello di arrivare ad una definizione quanto più ampia possibile per ogni tipologia, e per fare questo, la conoscenza non si deve mai fermare; stiamo oggi analizzando le varie fonti presenti nel settore, chiedendo anche pareri più tecnici agli esperti, cercando di arrivare ad un elenco quanto più perfetto possibile. E’ pur vero che ognuno di noi possiede un giudizio personale, fatto di sensazioni e gusti personalissimi, e quindi difficile, e noi lo riteniamo non compatibile per catalogare tutte le birre prodotte nel mondo entro un preciso schema.

DONNE E BIRRA – IL SEX APPEAL DELLA BIRRA

a cura di Vanda Loda

Dalle svenevoli bellezze di fine secolo alle top model degli anni Novanta, i pubblicitari hanno spesso fatto proprio il binomio birra/donna. Un modo per dire, attraverso il messaggio della seduzione, tante birre, tanti modi e tante mode per bere questa nostra millenaria bevanda.

L’immagine della birra si può dire che sia tradizionalmente legata a quella femminile e nel corso degli anni questa associazione si è via via modificata in base alla cultura del momento, alla diversa situazione sociale, alle esigenze del mercato, alle tendenze in atto.

E se ci si chiede il perché di questo intrigante abbinamento la risposta più immediata, e forse la più banale, riporta all’associazione del colore: bionda o bruna la birra, bionda o bruna la donna. Ma sicuramente un’analisi più approfondita dei meccanismi che nel passato hanno regolato la comunicazione in questo senso, nei vari periodi, può dare risposte più complesse e interessanti. Nell’inconscio collettivo la donna è sempre stata oggetto di desiderio, di piacere, gratificazione sensuale ed estetica, una simbologia facilmente trasferibile alla birra. Da oggetto passivo, poi è passata a essere soggetto attivo e quindi socialmente influente sulle mode, sui consumi, sugli acquisti e così via.

Insomma per le più svariate ragioni la figura femminile è stata, ed è, abbondantemente usata in tale contesto.

E così dalla donna delicata e svenevole di inizio secolo, si è passati a quella più efficiente degli anni Cinquanta; da quella più avvenente e seducente degli anni successivi si è passati a una sorta di silenzio stampa negli anni del femminismo, quando agguerrite militanti, contestando il concetto di donna oggetto, imbrattavano o strappavano i cartelloni pubblicitari, inneggiando “Il corpo è mio e lo gestisco io”; fino ai giorni nostri con top model e piu up che propongono l’oggetto del desiderio, la birra, a colpi di seduzione.

Un pò in tutto il mondo, verso la fine del secolo scorso, si rafforzò i processo di concentrazione degli stabilimenti produttivi che rese la produzione della bira sempre meno legata ai consumi locali e quindi soggetta a una distribuzione più allargata. Da qui l’esigenza di fare conoscere il proprio prodotto a una popolazione più ampia. Ed è sempre di quel periodo anche il forte sviluppo del concetto di informazione più ampia. Ed è sempre di quel periodo anche il forte sviluppo del concetto di informazione-cominicazione che scatenò la creatività di molti produttori nell’arte di convincere il prossimo con la pubblicità. Reclame, veniva chiamata a quel tempo. E a chi si doveva rivolgere? Naturalmente al fruitore per eccellenza: l’uomo. Era l’uomo che frequentava le birrerie, che si scolava boccali di birra in compagnia degli amici, che addiruttura aveva il suo boccale chiuso a chiave nell’apposita celletta messagli a disposizione dal locale. Era sempre per lui che la birra, versata in boccali dotati di coperchio, veniva acquistata per il consumo a casa.

E quindi se si doveva arrivare a lui, se a lui si dovevano comunicare le magnificenza del proprio prodotto o semplicemente sollecitarlo verso un maggior consumo, si doveva fare leva sulle sue più intime aspirazioni, sui suoi sogni più segreti… andava lavorato ai fianchi, dove era più vulnerabile. L’oggetto del desiderio, a quel tempo era sicuramente la donna, non certo quella di casa, la moglie, che di appeal probabilmente ne aveva ma doveva tenerlo ben nascosto essendo la sacra madre dei figli della patria e soprattutto del padrone di casa, ma quella con un certo fascino, elegante, magari un pò svestita, truccata e avvenente, ma sempre con quel tanto di languido che intriga e soprattutto del padrone di casa, ma quella con un certo fascino, elegante, magari un pò svestita, truccata e avvenente, ma sempre con quel tanto di languido che intriga e soprattutto irraggiungibile.

Ed ecco che compaiono così le prime reclame con illustrazioni di svenevoli donzelle come per la birra Milano, o avvenenti brunette che porgono traboccanti boccali di birra come nella Birra Italia. Oppure distinte amazzoni nell’atto di brindare che elevano il bicchiere a simbolo dell’eleganza, loro e del prodotto che si accingono a bere, come nella Birra Pedavena. E, più avanti nel tempo, leggiadre figure dal tratto Liberty che, svenevoli, tengono in un precario equilibrio sul palmo della mano la loro flute colma di birra, come nella pubblicità della Birra Ambrosiana. e ancora, poppute matrone sullo sfondo di Monaco, nella atto di servire cinque boccali contemporaneamente come in quella della Birra Poretti.

Che il legame tra birra e donna sia qualcosa di molto più profondo di un semplice studio pubblicitario e che molto probabilmente affondi le sue radici nell’inconscio collettivo, è provato anche dal fatto che se ne trovano tracce un pò in tutto il mondo e in tutti i periodi. La graziosa olandesina appoggiata a due casse di Amstel, al cui fianco campeggia la scrita “Forever Amstel”, ne è un’esempio, così come la giovanissima e imboccolata fanciulla mora (della monacense Paulaner) che innalza un bicchiere di birra scura. Fino ad arrivare alle reclame americane in cui l’immagine femminile viene usata con una certa ingenuità come con la bionda fanciulla della Stroh’s Extra; oppure come interprete di raffinatezza ed eleganza come con le gentildonne della Rieger & Gretz e della Consumer Brewing di Philadelphia e ancora, in situazioni per certi versi bucoliche come con la Pabst in cui una giovane donna siede sotto un grande albero o addiritura interpreti dello spirito patriottico come con la Rochester e la Ringler & C. in cui appaiono eteree bellezze avvolte in drappi a stelle e strisce.

In Italia si deve arrivare intorno agli anni Cinquanta, con le prime campagne colletive, per trovare un’immagine femminile più reale, meno idealizzata. La birra diventa e deve diventare bevanda di tutti, uomini e donne. Lei è sempre bella, elegante e raffinata, ma più vera, più legata al quotidiano mentre afferma “Chi beve birra ha sempre vent’anni” oppure “Una bevanda che si chiama refrigerio”, o mentre qualcuno cita per lei “Bionda o bruna, purchè sia birra” con in questo caso un preciso riferimento al colore dei capelli e della birra.

È degli anni Settanta Ottanta il mito della bionda: con alcune variazioni sul tema, è il motivo centrale delle campagne di Birra Peroni iniziate con lo slogan “Chiamami Peroni sarò la tua Birra” e la prima celebre bionda, Sovi Stubing. Da qui prese il via un filone che passando per la versione anni Novanta “Una bionda per la vita” con Filippa Lagerback continua ancora oggi alle soglie del Duemila, con la bellissima Adriana Sklenarikova che con intraprendenza stappa una bottiglia di birra sulla fibbia dei pantaloni della sua guardia del corpo. Sono sexy, procaci, trasgressive, volitive le donne che oggi interpretano questo binomio e così Shana Zadeic, testimonial di Coors, beve la sua birra dalla bottiglia afferrandola, provocatoriamente, con tre dita, alla maniera americana.

Poi vi è l’affascinante centaura di Miller che posa a cavalcioni della sua moto in succinti calzoncini di pelle nera.

Una immagine sfumata, che lascia solo immaginare una bellezza bruna in sottoveste di pizzo nero irradiata dai raggi solari, stringe la messicana Sol. Un provocante fondoschiena, in cui nulla è lasciato all’immaginazione grazie a un succinto perizoma, invita ad assaporare “Il gusto della birra” Caesarus. Sempre in tema di fondoschiena, è la silhouette di un atletida biondina in monokini giallo che propone la birra cruda di Dab.

E ancora, il messaggio della danese Giraf è invene nel corpo sinuoso di una bionda vestita solo dalle macchie del mantello di una giraffa.

Una bellezza dalle fulve chiome e baciata da un caldo raggio di sole, si disseta con un boccale di fresca Spaten; mentre “Il vero gusto tirolese” della Adambrau si esprime al meglio con una graziosa esploratrice, armata di cannocchiale, in un immenso campo dorato. Appollaiata sul frigorifero, tormentata dall’amore possessivo del suo compagno, una ragazza implora “Datemi una Tuborg che comincio da capo”. E una giovane e affascinante donna dallo sguardo pensoso, ma al tempo stesso determinato suggerisce una Ceres. Ma non ci si limita soltanto a trasmettere il messaggio di prodotto in sè, anche l’aspetto tecnico della mescita viene preso in considerazione e legato al binomio in questione. Il concetto di birra alla spina viene espresso nella campagna di Nuti: la scritta “Una spina nel cuore” sovrasta una ragazza scarmigliata e incernierata in un giubbotto di pelle nera nell’atto di gettare la bottiglia, presumibilmente, a favore della spina. Se l’associazione birra e sex appeal sembra proprio funzionare, non sono da meno le situazioni in cui lei non appare più sola ma è inserita in un contesto, impegnata in attività di vario genere, o coinvolta in situazioni particolari. Per certi versi è un modo per rappresentare, attraverso i molteplici ruoli che oggi la donna riveste nella società e la conquista della sua identità, il percorso della birra attraverso i secoli e ciò che oggi è un prodotto che invita alla socialità, amato da uomini e donne di ogni età ed estrazione sociale, consumato e consumabile in ogni occasione, un prodotto giovane con un grande passato e per questo intrigante e affascinante. E così si passa dalla seducente sirena delle passate campagne di Nastro Azzurro, alle giovani e aitanti calciatrici, belle e vincenti, dell’ultimo spot realizzato per questo prodotto. Oppure, dalla bionda tatuata della birra Goudale, che dà filo da torcere a un macho in canottiera in una sfida a braccio di ferro, al duetto femminile firmato “C’e’ feeling, c’è Heineken” della passata campagna Heineken.

E infine non manca il tema della coppia, come nel romantico bacio che Wernesgruner ha firmato “Momenti” oppure nelle “Scelte di vita” di Kaiser Bier; e ancora come nel brindisi con le eleganti bottiglie di Lowenbrau. Potrebbe sembrare, da quanto detto finora, che i temi tradizionali siano stati completamente abbandonati, niente affatto, basta guardare l’immagine di K. Kiem. Una stampa d’altri tempi propone gli eterni simboli della birra; addieme al rametto di luppolo e alla botte, due giovani donne, una bionda e una bruna, riempono boccali di birra che, guarda caso, ha lo stesso colore dei loro capelli. Mano a mano che ci si addentra in questo mondo si scoprono aspetti interessanti di questo tipo di comunicazione, che ha ancora molto da dire e da dare e, sicuramente, ha in serbo per noi altre avvincenti e innovative sorprese. Ma se per ora volessimo dare una risposta al quesito iniziale, “perchè questo intrigante abbinamento”? Ebbene, potremmo semplicemente dire: tante birre tante donne, tanti modi e tante mode per bere questa nostra millenaria bevanda che, esattamente come l’altra metà del cielo, sa offrire momenti sinceri e veramente speciali.

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