Articolo di Carlo Paleari
“Back to the Beginning”, il concerto evento che ha segnato l’ultima performance dal vivo dei Black Sabbath e di Ozzy Osbourne, è stato un evento senza precedenti nel metal.
Ci è già capitato di dover dire addio a band storiche ed importantissime, eppure la modalità scelta da Sharon Osbourne è qualcosa che non si era mai visto prima, per dimensioni e anche per l’idea stessa che c’è dietro alla sua concezione. Ci sono state celebrazioni simili nella storia del rock – pensiamo ad esempio al Freddie Mercury Tribute – ma si è sempre trattato di eventi post-mortem, molto diverso dall’addio che invece abbiamo potuto dare alla band che ha dato i natali al nostro genere musicale.
Questo è stato sì possibile per la forza contrattuale degli Osbourne ma – ci piace pensare – soprattutto per il credito enorme che la musica dei Sabbath può vantare nell’intera comunità metal.
Un evento mondiale, trasmesso in streaming e poi rimbalzato in rete in migliaia di contenuti, non necessita di un normale live report. Per una volta, quindi, abbiamo provato non tanto a raccontare il concerto, quanto a condividere alcuni pensieri e sensazioni che questo addio ci ha lasciato.
Se si ascoltano le dichiarazioni degli artisti coinvolti in questo “Back to the Beginning”, c’è una costante che ritorna puntualmente: quasi tutti ammettono candidamente che, se non fosse stato per i Black Sabbath, oggi non farebbero quello che fanno allo stesso modo. La band di Birmingham è stata quella che ha dato inizio a tutto, e chiunque oggi suoni heavy metal – senza eccezioni – deve qualcosa a quei ragazzi che, nel 1968, diedero vita a una delle più grandi rivoluzioni musicali di sempre.
Quando Sharon Osbourne annunciò ufficialmente questo concerto finale, dobbiamo ammettere di aver avuto più di qualche dubbio. Certo, la line-up era impressionante, ma sarebbe bastata a rendere giustizia alla storia dei Black Sabbath? Chi scrive non ha nemmeno provato ad accaparrarsi uno dei posti al Villa Park di Aston, perché la sensazione iniziale che ci aveva lasciato questa manifestazione aveva qualcosa di stonato.
Non sembrava una celebrazione davvero sentita dei Sabbath, ma piuttosto una dimostrazione di forza dello ‘star power’ di Sharon e Ozzy: due figure capaci di radunare, in una sola giornata, le più grandi band del pianeta. Niente di male, naturalmente. Eppure dispiace constatare come lo strapotere degli Osbourne faccia sì che tutto ciò che è accaduto alla band tra il 1979 e il 1997, ad esempio, venga quasi completamente cancellato.
In questa sede, per scelta, non parleremo del carrozzone che ha portato giganti come Metallica, Guns N’ Roses, Pantera, Slayer e tanti altri a esibirsi a Birmingham. Preferiamo concentrarci sul finale della giornata, che ha visto prima l’esibizione di Ozzy come solista, e poi la reunion della formazione originale dei Black Sabbath. Su queste pagine abbiamo già raccontato la storia dei Nostri e tutte le incarnazioni che hanno avuto: ci sembrava dunque doveroso chiudere il cerchio arrivando proprio a questo capitolo conclusivo.
Nella lingua italiana non esiste una parola che definisca quella particolare emozione in cui gioia e tristezza si fondono. Eppure è una delle sensazioni più potenti che si possano provare. Ogni vissuto è unico, certo, ma per chi scrive la visione dei concerti di Ozzy e dei Sabbath ha avuto esattamente quella sfumatura.
Tristezza. Perché vedere Ozzy Osbourne inchiodato su un trono, curvo, un po’ tremante, teso nello sforzo di dare ancora tutto, fa davvero male. Tristezza, perché questo concerto – più di ogni altra cosa vista finora – racconta la fine di un’epoca. Racconta di una generazione di musicisti che, con la nostra musica, ha riempito stadi, cambiato il mondo, influenzato intere generazioni.
E non è un caso se a tributare questo saluto ci fossero tanti artisti solo di poco più giovani dei Sabbath: sessantenni, cinquantenni, formazioni con quarant’anni di carriera. Band che, nel frattempo, hanno già dato il meglio, si sono sciolte, si sono riformate, sono risalite sull’onda lunga della nostalgia di quel passato che oggi stiamo celebrando.
C’erano anche artisti giovani, è vero. Ma rappresentano altro: pensando al possibile futuro corso del metal, ci viene più facile pensare ad una scena fatta di nicchie, magari in ottima salute e capace di fare numeri più che dignitosi, in attesa che arrivi qualcuno in grado davvero di far tornare i metallari di tutto il mondo negli stadi.
“Gli eroi son tutti giovani e belli”, cantava Guccini. E i nostri eroi giovani non lo sono più, da parecchio tempo.
Questo significa che lo stato di salute del metal è compromesso? Tutt’altro. Ogni giorno pubblichiamo notizie e recensioni su decine, centinaia di band capaci di dire qualcosa di nuovo con l’energia e l’efficacia dei vent’anni. Ma è innegabile che quella generazione che ha spalancato le porte del genere a tanti di noi stia percorrendo gli ultimi passi sul viale del tramonto. Anno dopo anno, saranno sempre di meno coloro che riusciranno a salire su un palco con dignità.
Per fortuna, però, in “Back to the Beginning” non c’è stata solo la tristezza. C’è stata gioia, commozione, gratitudine. Il set solista di Ozzy è stato emozionante, con il cantante in una forma addirittura migliore di quanto avremmo sperato, e la scelta delle canzoni, da “Mr. Crowley” a “Mama, I’m Coming Home”, fino al doveroso omaggio a Rhandy Roads su “Crazy Train” ha commosso molti dei presenti.
E poi ci sono stati i Black Sabbath, che meritavano questo abbraccio finale, da parte della loro città natale, Birmingham, e da parte nostra, che abbiamo seguito questo evento anche a distanza.
Lo meritava Bill Ward, figura chiave nel definire il sound dei Sabbath, ingiustamente escluso dal tour d’addio del 2016-2017. Lo meritava Geezer Butler, così concentrato, con i capelli e la barba bianchi, mentre ci dava i brividi con il suo basso leggendario in “N.I.B.”. Lo meritava forse più di tutti Tony Iommi: l’uomo che ha letteralmente forgiato il suono della chitarra heavy metal, che non ha mai fatto un passo indietro, e che ha portato avanti la sua creatura per decenni, sempre riconoscibile anche tra mille avversità.
E lo meritava, infine, Ozzy. Un uomo che – assieme a Lemmy – è l’emblema stesso dell’heavy metal. Con quello sguardo un po’ perso, da chi ha vissuto dieci vite e si stupisce ancora di poterle raccontare. Da ragazzo squattrinato con un amplificatore in mano e un cavatappi al collo, a una delle più grandi rockstar viventi. Il Madman, quello fuori controllo, che ha sniffato formiche e scioccato perfino i Mötley Crüe.
“Lo abbiamo fatto per i fan”, si dice sempre in occasioni come questa. Ma forse, stavolta, è vero il contrario. Forse siamo stati noi, per una volta, a restituire qualcosa a queste quattro leggende. Forse questo abbraccio finale – in cui una parte enorme della comunità metal si è stretta intorno a loro – è il nostro modo per riconoscere, senza troppi giri di parole, tutto ciò che hanno significato.
E allora, Ozzy, Tony, Geezer e Bill, ancora una volta, da parte di tutti noi: grazie.

