BLIND GUARDIAN: 10 canzoni da riscoprire

Pubblicato il 20/04/2021

A cura di Andrea Donaera

I Blind Guardian rappresentano una delle più eclatanti eccellenze nella storia dell’heavy metal. Una band in grado di inserirsi a fine anni Ottanta nel filone del power metal tedesco (egemonizzato, all’epoca, dagli Helloween e, in parte, da Grave Digger e Running Wild), perfezionandolo e rendendolo del tutto personale e peculiare nel giro di pochissimi album. Fino a giungere alla realizzazione di capolavori immortali per vigore compositivo (“Imaginations From The Other Side”) o esperimenti di magniloquenza stilistica che ancora oggi fanno discutere (“Nightfall In Middle-Earth”). Un progetto musicale che, fino ad almeno dieci anni fa, è risultato contemporaneamente variegato e coerente, soggetto a mutazioni e stravolgimenti, ma generando sempre stupore tra fan e addetti ai lavori. La riconoscibilissima voce di Hansi Kürsch, gli intrecci chitarristici di André Olbrich e Marcus Siepen, la costruzione di melodie corali impetuose e immersive, la gestione di un immaginario che attinge a piene mani da riferimenti letterari di genere (dalle opere di Tolkien a quelle King, passando per le saghe di Moorcock, Herbert e Martin).
Inutile negare che, con le ultime due pubblicazioni (rispettivamente del 2015 e del 2019), i Blind Guardian hanno incontrato un feedback decisamente più tiepido rispetto al passato. Forse per una piega compositiva ormai troppo lontana dal tipico sound che ha fatto innamorare milioni di ascoltatori. Forse perché il metal in generale sembra aver bisogno di un ritorno a una genuinità estetica, rinunciando almeno parzialmente alla complicatezza e alla (esagerata?) ricercatezza che caratterizzano certi progetti musicali. Ciò non toglie che, tra il 1988 e almeno tutti gli anni Zero (con un apice clamoroso negli anni Novanta), i Blind Guardian siano stati una delle più importanti band metal al mondo, creando musica che, con l’attuale prospettiva storica, si può definire senza esitazioni immortale.
Alla luce del percorso compiuto da ‘i Bardi’ nella storia del genere, sarebbe estremamente difficile (se non addirittura inutile) provare a individuare una manciata di brani ‘migliori’: non è possibile, concretamente, strutturare un qualsivoglia criterio qualitativo, data la ricchezza e la varietà creative di una band come i Blind Guardian. Quella che segue, perciò, non è una classifica. Si tratta invece di dieci brani che, per chi scrive, andrebbero assolutamente recuperati. Si tratta di canzoni che per un fan dei Blind Guardian non sono certamente sconosciute. Ma il presente lavoro non è redatto (solo) per gli ascoltatori assidui del combo teutonico. Chi ha sempre apprezzato la band di Krefeld, ma non si è mai immerso davvero nella loro discografia, molto probabilmente troverà nei brani qui proposti delle chicche interessanti, che magari erano sfuggite o sono state dimenticate.

10. BY THE GATES OF MORIA (da “Battallions Of Fear”, 1988)
A. Olbrich, H. Kürsch

Un gustosissimo pezzo strumentale, brave ma vorticoso e divertente. A un certo punto, tra i riff di Olbrich e Siepen, si inserisce un omaggio al quarto movimento della “New World Symphony” di Antonin Dvorak. E il riferimento alle celebri caverne abitate dai nani de “Il Signore degli Anelli” del titolo viene esplicitato con… un fraseggio che riprende la canzoncina cantata dai sette nani nel cartone animato “Biancaneve”! Un piccolo episodio di geniale cazzeggio, contenuto in quell’eccellente esordio che posizionò immediatamente i ragazzi di Krefeld tra le realtà metal più interessanti.

9. FAST TO MADNESS (da “Follow The Blind”, 1989)
A. Olbrich, H. Kürsch, M. Siepen, T. Stauch / H. Kürsch

Il secondo lavoro della band ricalca quanto proposto nel debutto, ma aggiungendo ampie dosi di epicità e consolidando il legame con certo thrash e speed – generi che in quel periodo non avevano esaurito il potenziale creativo. In questo disco ci sono classici enormi come “Valhalla” e l’ottima “Damned For All Time”, ma non mancano pezzi minori davvero sorprendenti. “Fast To Madness” è un brano ricchissimo, con un testo che attinge a piene mani dalle suggestioni provenienti dalla saga di Elric di Michael Moorcock. Una cascata di riff, assoli e linee vocali, dove un grezzo speed thrasheggiante (ancora devoto al power di “Walls Of Jericho” degli Helloween) incrocia la coralità epica e narrativa che diverrà uno dei marchi di fabbrica della band.

8. THE LAST CANDLE (da “Tales From The Twilight World”, 1990)
A. Olbrich, H. Kürsch / H. Kürsch

Per chi scrive non è facile parlare di quello che considera il più bel brano dei Blind Guardian – presente in quello che è l’album della svolta: il disco che renderà questa band davvero originale, in grado di dire la propria, con fortissima personalità, in un genere così affollato. Il disco in questione è pieno zeppo di canzoni assurdamente ben riuscite: una corsa inesausta guidata da un Thomen Stauch dietro le pelli in stato di grazia, tra ritornelli a dir poco memorabili, e un intricato schema di riff come non si erano mai sentiti. “The Last Candle” è un pezzo stupefacente: sembra di ascoltare un audiolibro (il testo fa riferimento al mondo fantasy dei libri della saga di “Dragonlance”, scritta da Margaret Weis e Tracy Hickman), trascinati da chitarre narrative (con un assolo eseguito da Kai Hansen), un’intensità nel cantato che nel ritornello lascia a bocca aperta. Un capolavoro nel capolavoro, molto difficile da descrivere con le parole.

7. SOMEWHERE FAR BEYOND (da “Somewhere Far Beyond”, 1992)
A. Olbrich, H. Kürsch

L’album della maturità, dove è presente la canzone più nota del quartetto, “The Bard’s Song – In The Forest” (senza dimenticare la micidiale doppietta d’apertura con “Time What Is Time” e “Journey Through The Dark”). Eppure, verso la chiusura del disco, appare la titletrack, ispirata alla saga de “La Torre Nera” di Stephen King, e che con molte probabilità è il vero capolavoro presente nel lotto. Un ritornello che è un inno indimenticabile, una potenza ritmica dirompente, una serie di riff geniali nella loro semplicità, un arrangiamento dinamico come pochi altri nella storia del power metal tedesco (con tanto di inserto di cornamuse, anticipando di quattro anni i Grave Digger di “Tunes Of War”).

6. I’M ALIVE (da “Imaginations From The Other Side”, 1995)
A. Olbrich, H. Kürsch

Questo è il disco che per la maggioranza delle persone rappresenta il capolavoro inarrivabile dei Blind Guardian. Indubbiamente uno dei momenti più importanti della storia del genere. Il power metal, da qui in poi, non sarà più lo stesso. E i Blind Guardian assurgeranno a quella dimensione di classici contemporanei che oggi conosciamo. Tutti i brani qui presenti sono opere monumentali, tutti amatissimi da ogni fan: difficile quindi selezionare un pezzo effettivamente da riscoprire. La scelta ricade su “I’m Alive” semplicemente perché si tratta di una canzone tendenzialmente poco proposta dal vivo: il brano più ‘classico’ del disco, quello che maggiormente si porta dietro l’eredità del sound dei precedenti album – raggiungendo una vetta compositiva quasi sconcertante, dove violenza e drammaticità convergono lasciando senza fiato qualsiasi ascoltatore. Anche il bellissimo testo è una sorpresa, perché ispirato non dalle consuete saghe letterarie mainstream, ma dal ciclo di “Death Gate”, opera della coppia Weis-Hickman (gli scrittori delle più note “Cronache di Dragonlance”). Si sottolinea che l’autore di questo articolo desidera che questa canzone venga riprodotta in filodiffusione durante il suo funerale.

5. LORD OF THE RINGS – ORCHESTRAL VERSION (da “The Forgotten Tales”, 1996)
M. Siepen / H. Kürsch

Dopo l’esplosione mediatica causata da “Imaginations”, venne pubblicato un album contenente b-sides, cover, bonus tracks, versioni alternative di vecchi brani. Un modo per tenere la band sulla bocca di tutti in attesa del nuovo full-length. Il risultato fu un dischetto simpatico, pensato per i fan più accaniti, nel quale però si trovano sorprese eccezionali, come la versione orchestrale del piccolo classico “Lord Of The Rings” (originariamente contenuto in “Tales From The Twilight World”). Le partiture orchestrali si sposano perfettamente con la composizione originale, rendendo il brano ancora più suggestivo e tolkieniano – in certi momenti è impossibile non sentir correre dei brividi di piacere lungo la spina dorsale.

4. THE ELDAR (da “Nightfall In Middle-Earth”, 1998)
A. Olbrich, H. Kürsch, M. Schüren / H. Kürsch

L’ultimo grande capolavoro dei Blind Guardian_ per alcuni un lavoro immenso, per altri un esercizio di stile sopravvalutato. Resta il fatto che un’opera simile – che prova a mettere in musica il sublime “Silmarillion” di Tolkien – non lascia indifferenti nemmeno a distanza di oltre vent’anni. Le ormai classiche “Into The Storm” e “Mirror, Mirror”, le lezioni di power metal “Nightfall”, “Time Stands Still (At The Iron Hill)” e “When Sorrow Sangs”. Ma anche una delle più belle ballad della storia del genere: “The Eldar”, un pezzo dove ci sono solo la voce di Kürsch e un intensissimo pianoforte, generando un’atmosfera poetica, straziante, del tutto vicina a certi passaggi dell’opera letteraria di riferimento.

3. THE MAIDEN AND THE MINSTREL KNIGHT (da “A Night At The Opera”, 2002)
A. Olbrich, H. Kürsch / H. Kürsch

Per molti questo è l’inizio della fine. Dopo la sbornia teatralizzante del disco precedente, “A Night At The Opera” porta alle estreme conseguenze la ricerca musicale teorizzata da Olbrich e Kürsch, seguita con entusiasmo dall’altro chitarrista Siepen, ma lasciando indietro le pulsioni tradizionalistiche del batterista Stauch – il quale, infatti, dopo questo disco lascerà la band. Un disco per molti versi strano, forse in molti tratti troppo ampolloso, dove la totale assenza di furia rende molti brani eccessivamente freddi. Innegabile però l’eccellenza di un pezzo come “The Maiden And The Minstrel Knight”, ispirato alla conosciutissima vicenda amorosa di Tristano e Isotta, in cui le atmosfere fiabesche già ampiamente sondate negli album precedenti riescono a raggiungere un picco compositivo davvero emozionante, coinvolgente e godibile (in quello che forse è, insieme alla suite conclusiva “And Then There Was Silence”, l’unico pezzo davvero spettacolare del disco).

2. STRAIGHT THROUGH THE MIRROR (da “A Twist In The Myth”, 2006)
A. Olbrich, H. Kürsch / H. Kürsch

Il primo lavoro con il nuovo batterista Frederik Ehmke. Fino a questo momento, per quasi vent’anni, la band non aveva subito cambi di line-up, perciò la curiosità attorno a “A Twist In The Myth” era tanta. Complici anche gli ammiccanti e debolissimi singoli “Fly” ed “Another Stranger Me”, si temeva una deriva del tutto sconclusionata rispetto al percorso musicale finora proposto (che già poteva essere presagita dal lavoro di quattro anni prima). Eppure l’album, al netto dei fallimentari tentativi di ritagliarsi uno spazio nella modernità delle nuove tendenze del metal, si presentò tutto sommato in linea con una certa idea di power metal che i Blind Guardian avevano deciso di portare avanti da “Nightfall In Middle-Earth” in poi: estremamente articolato nella costruzione di cori e orchestrazioni, con suoni meno aggressivi e maggiormente tendenti ad alcune idee prog metal, procedendo per accumulo di suggestioni e atmosfere. Un disco certamente non clamoroso, ma “Straight Through The Mirror” è una canzone innegabilmente splendida, dove fanno capolino alcuni riff che potrebbero essere stati composti ai tempi di “Imaginations”, sorretti da un arrangiamento che non cerca arzigogoli a ogni costo, e un ritornello che, nella sua disarmante semplicità, è forse tra i più belli di tutta la discografia della band.

1. RIDE INTO OBSESSION (da “At The Edge Of Time”, 2010)
A. Olbrich, H. Kürsch / H. Kürsch

Per chi scrive questo è l’ultimo album realmente degno di nota della band tedesca. Non si tratta di un lavoro imprescindibile, anzi, per molti versi è soltanto una stanca mimesi dei Blind Guardian che furono. Nonostante ciò, “Ride Into Obsession” spezza il vago torpore che ammanta per lunghi tratti il disco. Una canzone che discende direttamente da “Somewhere Far Beyond”, con un testo che pone al centro alcuni personaggi della saga letteraria fantasy “La Ruota Del Tempo” di Robert Jordan, in tutto e per tutto fedele a quel sound che riusciva miracolosamente a coniugare aggressività e pathos, dove una drammatica energia si sublima in partiture vocali memorabili e le chitarre corrono inseguendo stratificazioni emotive difficilissime da replicare altrove.

 

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