BRUCE DICKINSON: Il nuovo album “The Mandrake Project” traccia per traccia!

Pubblicato il 01/02/2024

A cura di Carlo Paleari

A differenza degli Iron Maiden, la cui carriera, nel bene e nel male, risulta essere sempre armoniosa, in continuità con un percorso ben definito, la storia discografica di Bruce Dickison è un arcipelago di episodi a sè stanti, che solo in qualche occasione si sono incontrati.
Ad ascoltare “Balls To Picasso”, poi “Skunkworks” e ancora “The Chemical Wedding”, la sensazione è quella di avere a che fare con progetti diversissimi, che non a caso vedono avvicendarsi line up molto diverse, stili, influenze e sonorità quasi agli antipodi.
Certo, due dischi come “Accident Of Birth” e il già citato “The Chemical Wedding” rappresentano un mezzo miracolo per un artista che solo pochi anni prima aveva completamente rinnegato il proprio passato, ma sarebbe anche sbagliato aspettarsi da Bruce Dickinson l’ennesima riproposizione di quella formula.
“The Mandrake Project” arriva quasi a vent’anni di distanza da “Tyranny Of Souls” e questa lunga parentesi ha fatto prendere alla musica di Bruce strade diverse e, talvolta, inaspettate.
Nel momento in cui scriviamo queste righe, il pubblico ha già potuto assaggiare due canzoni di “The Mandrake Project”, troppo poco per farsi un’idea già definita su un lavoro che farà parlare di sè. Bruce non ha assolutamente negato quanto fatto negli ultimi tre album e “The Mandrake Project” è un disco metal, sempre in bilico tra sonorità moderne e la tradizione del passato. Sono lontani i tempi in cui Dickinson voleva trovare una nuova identità al di fuori dei confini del metal, eppure in questo lavoro Dickinson si diverte ad incorporare elementi esterni: hard rock, musica sinfonica, atmosfere da colonna sonora ed un uso molto incisivo delle tastiere, che spesso hanno un ruolo centrale tanto quanto le chitarre nella definizione degli arrangiamenti.
Per placare almeno in parte la curiosità, quindi, vi lasciamo alla lettura delle nostre impressioni, traccia per traccia, per uno degli album senza alcun dubbio più attesi di questo 2024.

Bruce Dickinson – voce
Roy Z – chitarra
Mistheria – tastiere
Tonya O’Callaghan – basso
Dave Moreno – batteria

THE MANDRAKE PROJECT
Data di uscita: 01/03/2024
Etichetta: BMG
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01. AFTERGLOW OF RAGNAROK (05:45)
Il primo capitolo della nostra panoramica parte da un episodio ormai ben conosciuto: “Afterglow Of Ragnarok” è stato scelto come primo singolo da Bruce Dickinson e, tutto sommato, non fatichiamo a capire il motivo.
Il riff portante di Roy Z è potente e moderno e la linea vocale della strofa dopo pochi ascolti si pianta del cervello dell’ascoltatore e vi resta con una certa persistenza. Lo stesso si può dire per il ritornello, ruffiano e melodico al punto giusto, mentre ci sembra un po’ confusionario il bridge, così come la sezione rallentata posta dopo il secondo ritornello.
Come abbiamo anticipato nell’introduzione, sarebbe impossibile scegliere un brano che sia rappresentativo dell’intero album, ma “Afterglow Of Ragnarok” riesce comunque a dare un bel calcio di inizio, prima delle numerose sorprese che ci aspettano.

02. MANY DOORS TO HELL (04.48)
Dopo un inizio così cupo, ci pensa “Many Doors To Hell” a farci capire che questo sarà un disco molto diverso da “Tyranny Of Souls”.
I primi secondi della canzone ci fanno fare un salto indietro nel tempo fino ai tempi di “Tattooed Millionaire”, con un riff più arioso ed un bell’uso dell’organo hammond a fare da supporto.
Dickinson canta una linea melodica molto classica, senza soluzioni astruse, e quando questa si trasforma nel ritornello la progressione ci appare subito naturale. La ritmica resta sempre quadrata ed essenziale, e anche Roy Z non spinge mai troppo, affidandosi più alla melodia che non al riffing cattivo. Nella seconda metà il brano si prende una pausa con una parentesi vagamente psichedelica, dove trova spazio un assolo di Roy Z, per poi ricongiungersi alla struttura iniziale.

03. RAIN ON THE GRAVES (05:05)
Il secondo singolo presentato da Dickinson è un tributo al rock degli anni Settanta (Deep Purple su tutti) e ad un certo cinema horror dello stesso periodo: tolte le chitarre pesanti di Roy Z, la linea vocale della strofa di “Rain On The Graves”, scandita dal battere della grancassa, potrebbe infatti tranquillamente essere stata scritta da Ian Gillan in un brano degli ultimi dieci anni. Anche quell’organo che ci introduce al ritornello e le atmosfere da film in bianco e nero (giustamente mantenute anche nel videoclip) ci hanno fatto subito venire in mente i Deep Purple, che in un brano come “Vincent Price” avevano già sperimentato soluzioni molto simili.
Eccessivamente ripetitivo il continuo scandire del titolo della canzone nel ritornello, ma questo purtroppo è un difetto che il buon Dickinson sembra portarsi dietro da tanti anni e che appesantisce anche molte canzoni dei Maiden post-reunion. Tolto questo aspetto, nel complesso un buon brano, per quanto non tra i migliori del disco.

04. RESURRECTION MAN (05.32)
Siamo appena alla quarta canzone ed è già tempo di sparigliare di nuovo le carte in tavola: con “Resurrection Man” ci troviamo catapultati in un film western vero e proprio: ritmo da cavalcata, chitarra acustica a dettare il ritmo e, sopra, una linea solista di Roy Z dal sapore morriconiano.
Dopo circa un minuto l’acustica si fa da parte e lo stesso ritmo viene affidato alla chitarra elettrica, a cui si affianca una linea vocale piuttosto anomala di Dickison; il ritornello è efficacissimo e questa strana piega desertica ci sembra stranamente intrigante.
Non siamo nemmeno a metà canzone, però, che tutto cambia di nuovo. In maniera quasi spiazzante, il ritmo da cavalcata si ferma, il brano diventa molto più cadenzato e Roy Z ci infila un riff sabbathiano che sembra uscito direttamente dalla mano di Tony Iommi. Il basso ne segue la cadenza con colpi viscosi, prima di traghettarci con un moto circolare di nuovo nella polvere del deserti. La canzone recupera il tema iniziale, per concludere nuovamente con quel ritornello magnetico. Un brano decisamente inusuale e, al tempo stesso, uno dei migliori del lotto.

05. FINGERS IN THE WOUNDS (03.39)
Sono le tastiere di Mistheria a caratterizzare l’inizio di “Fingers In The Wounds”, un accompagnamento enfatico ma mai pacchiano che si affianca ad un attacco energico eppure malinconico della chitarra di Roy Z.
Quando inizia la strofa, si passa al pianoforte e alla chitarra acustica e ci chiediamo se non sia arrivato il momento di una ballad. In realtà non è esattamente così: il ritornello apre i cancelli alla distorsione, ma il contributo delle tastiere aiuta a dare una patina più morbida al brano.
All’incirca a metà, la canzone prende e scappa via ad oriente, in maniera del tutto improvvisa: la batteria si trasforma in un accompagnamento di percussioni (una tabla, forse?), le orchestrazioni disegnano melodie arabeggianti e, quando Roy Z si unisce con un bellissimo assolo, sembra di trovarci a metà strada tra “The Gates Of Babylon” dei Rainbow e “Kashmir” dei Led Zeppelin. Il tutto dura poco più di un minuto ma avremmo voluto tanto sentire un intero brano costruito così; invece questa splendida parentesi ci porta di nuovo al ritornello e alla coda conclusiva.

06. ETERNITY HAS FAILED (06.59)
Quando la tracklist di “The Mandrake Project” è stata presentata, ogni fan dei Maiden avrà notato il titolo di questa canzone, così simile a quella “If Eternity Should Fail”, pubblicata in “The Book Of Souls”. Inizialmente speravamo che potesse essere una sorta di continuazione del brano dei Maiden, ma in realtà “Eternity Has Failed” è esattamente la stessa canzone, qui presentata nella sua forma originale.
Non ci addentreremo quindi in una descrizione, quando piuttosto in un confronto: l’introduzione in questa versione ci è parsa molto più efficace, il suono delle tastiere meno sintetico e in generale i primi novanta secondi hanno un’atmosfera più cinematografica, pur mantenendo inalterata la linea melodica e vocale.
Entrati nel vivo della canzone con strofa e ritornello, notiamo un ritmo leggermente più lento, in cui da una parte manca il cavalcare del basso di Harris, che viene però compensato da una distorsione delle chitarre più pronunciata. Nelle strofe ci sono dei tagli, con un testo parzialmente rimaneggiato, e questo tutto sommato rende questa versione più concisa ed efficace, con una durata complessiva di circa un minuto e mezzo in meno (anche il monologo finale di Necropolis, ad esempio, viene ridimensionato ad una sola frase).
La natura maideniana del brano diventa ancora più evidente nella sezione strumentale, dove si capisce bene il motivo per cui Steve Harris abbia insistito per avere questa canzone in “The Book Of Souls”: qui Dickinson sceglie di mantenere un’atmosfera molto simile a quella originale, con Roy Z che dimostra di essere assolutamente a suo agio anche quando deve vestire i panni di Murray, Smith e Gers.

07. MISTRESS OF MERCY (05:08)
Vi mancavano le sonorità di “Accident Of Birth”? Ci pensa “Mistress Of Mercy” a recuperarle: sia la linea vocale di Dickinson che la chitarra di Roy Z ci riportano subito alla rinascita del cantante inglese alla fine degli anni Novanta.
Un po’ “Road To Hell”, un po’ “Starchildren”, una cucchiaiata della title-track, mettete a cuocere tutto a fiamma viva in un alambicco alchemico e sul finire aggiungete un bell’assolo classicissimo di Mr. Ramirez. Cinque minuti che faranno felici i più nostalgici di quegli anni, senza troppi giri di parole.

08. FACE IN THE MIRROR (04:08)
Prima abbiamo fatto un accenno al tema delle ballad, un territorio su cui il Dickinson solista si è sempre distinto: “Face In The Mirror” è la prima vera ballad dell’album, un brano malinconico, emozionante, dalla struttura molto tradizionale eppure pienamente a fuoco.
L’inizio è tutto in acustico, con chitarra, pianoforte ed una sezione ritmica essenziale ad accompagnare la bella performance di Bruce. Strofa, ritornello, strofa, ritornello: nessuna infiorettatura, nessun passaggio astruso, solo una bella canzone lenta fatta come si deve. Dove si decide di aumentare d’intensità, ci si affida più al pianoforte e all’hammond, con un’atmosfera vicina a quella “Navigate The Seas Of The Sun” che ci aveva conquistato all’epoca di “Tyranny Of Souls”.

09. SHADOW OF THE GODS (07:02)
Nei nostri track-by-track cerchiamo sempre di non sbilanciarci troppo nei giudizi, limitandoci più alla parte descrittiva e rimandando ogni giudizio in sede di recensione, dando il giusto tempo ad un album per essere compreso ed assimilato.
Se però dovessimo scegliere oggi il brano che più di tutti ci ha convinto, la scelta cadrebbe probabilmente su “Shadow Of The Gods”. Anche questa canzone inizia come se fosse una ballad: si parte con il pianoforte e la voce di Dickinson qui si fa particolarmente drammatica. Se la malinconia di “Face In The Mirror” era più intima e confidenziale, quella della prima parte di “Shadow Of The Gods” è solenne e maestosa, grazie ad un uso eccellente delle orchestrazioni.
Dopo poco più di un minuto entrano basso e batteria e dal fondo sale un accompagnamento orchestrale con gli ottoni a dare un taglio cinematografico, quasi da colonna sonora di James Bond. Non abbiamo potuto vedere i crediti esatti di ogni canzone, quindi supponiamo sia opera di Mistheria – già tastierista di Dickinson ai tempi di “Tyranny Of Souls” – e ci rende particolarmente orgogliosi trovare un contributo così prezioso da parte di un artista italiano in questo disco. Mistheria, infatti, ha origini abruzzesi e può vantare una nutrita discografia sia da solista che con il suo Vivaldi Metal Project.
La musica cresce di intensità e Bruce a sua volta ne segue l’andamento alzando la tonalità, ma senza esagerare o ‘strozzarsi’, come talvolta gli capita. Allo scoccare del quarto minuto, questa ondata sinfonica si spegne e viene dato fuoco alle polveri. Roy Z gioca tutto su un riff essenziale di puro metal classico, che sembra venire fuori dalla penna di Adrian Smith e ci guida così verso il finale. Un paragone che potrebbe essere utile, per questo brano, è “Omega”, da “Accident Of Birth”, con la stessa struttura, prima avvolgente e poi incendiaria, con in più questo bellissimo vestito da sera orchestrale.

10. SONATA (IMMORTAL BELOVED) (09.51)
Eravamo molto curiosi di ascoltare il brano conclusivo di “The Mandrake Project”, un po’ per il titolo, così evocativo, e un po’ anche per la durata elevata. Non eravamo pronti, invece, a trovarci di fronte ad una non-canzone. “Sonata”, infatti, rifugge completamente la struttura tipica a cui siamo abituati, trasformandosi invece in una sorta di viaggio onirico, in cui la narrazione ha il sopravvento sugli arrangiamenti.
Nella prima parte del brano la chitarra di Roy Z ed un tappeto di tastiere accompagnano con un arpeggio la voce di Bruce, con il ritmo scandito da una traccia ritmica minimale. Arrivati a quello che potremmo definire una sorta di ritornello (in cui Bruce ripete ossessivamente il verso “Save me now”), l’accompagnamento di chitarra si fa più robusto, ma il tutto resta sempre molto dilatato, diluito e, ci spiace molto dirlo, pure un po’ noioso. Siamo più o meno a cinque minuti e fin qui quello che abbiamo ascoltato ha ancora una sua forma definita, magari non entusiasmante, ma comunque definita.
Da qui, però, la struttura del brano si fa ancora più sfilacciata e onirica: fondamentalmente l’arrangiamento continua a fornire una base musicale che alterna momenti più sognanti ad altri più elettrici e robusti, ma il cantato di Bruce perde ogni forma di coerenza formale: è come se semplicemente improvvisasse delle parti cantate su un testo, una sorta di work in progress a cui non sia stata ancora data una forma compiuta, in cui il cantante sembra semplicemente seguire l’ispirazione del momento per trovarla.
L’assolo finale di Roy Z è intenso, certo, ma questa lunghissima coda è qualcosa che ancora oggi, dopo numerosi ascolti, non siamo riusciti a comprendere. D’altra parte, forse è proprio questa natura sfuggente l’essenza di “The Mandrake Project”, un lavoro che non cerca di blandire il proprio pubblico, ma che rappresenta, forse più di qualunque altro lavoro finora pubblicato da Dickinson, le molteplici sfaccettature di un artista che può concedersi la più totale e assoluta libertà.

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