BRUTAL ASSAULT 2010: il live report!

Pubblicato il 30/09/2010

INTRODUZIONE

Introduzione a cura di Emilio Cortese
Report a cura di Emilio Cortese
Foto di Silvia Minenna

La suggestiva cornice di Josefov viene presa d’assalto ancora una volta da un’orda barbarica di metallari provenienti sia dalla Repubblica Ceca che dai paesi limitrofi (Polonia soprattutto). Questa piccola, tranquilla, placida e disabitata frazione di Jaromer per tre giorni si trasforma nell’epicentro metallico dell’est Europa, essendo divenuto il Brutal Assault – giunto quest’anno alla sua quindicesima edizione – ormai il festival di riferimento di queste zone, avente come concorrente giusto l’Obscene Extreme (che però, va detto, propone band dai nomi molto meno altisonanti).

L’organizzazione del festival è davvero buona per certi aspetti: l’area concerti è molto ampia e troviamo al suo interno, oltre ad una discreta varietà di proposte culinarie, un’area merchandise, vari spazi d’ombra con un buon numero di posti a sedere (all’ombra) dove riposare le stanche membra affaticate dalle numerose ore di concerto che si susseguono…e addirittura troviamo anche una stanza adibita a cinema, dove vengono mandate in onda varie pellicole di film horror. All’interno dell’area concerti vi è anche una piccola zona sopraelevata a fronte del palco, dove – pagando qualche Euro – è possibile andare a gustarsi i concerti da seduti o comunque fuori dalla calca, con la pensata decisamente intelligente di poter fruire di una buona acustica, dato che alcune casse sono piazzate a fronte di questa piccola zona.

E’ con sommo piacere che segnaliamo finalmente un festival dotato di un numero adeguato di servizi igienici, sempre per quel che riguarda l’area concerti, anche sotto forma di orinatoi ‘open air’ per evitare che i soliti incontinenti (o incivili? A voi la scelta…) espletassero i propri bisogni fisiologici in qualsiasi angolo libero pur di non fare la fila ‘per una semplice pisciata’ (ci si perdoni il francesismo). Il tutto poi pulito e disinfettato con una certa regolarità durante l’arco della giornata. E per certi versi, il Brutal Assault 2010 è stato uno dei festival più puliti a cui chi scrive abbia mai partecipato, e certi piccoli accorgimenti vengono proprio apprezzati, utili a non farci sentire come una mandria di bestie buttate allo sbaraglio in un’area aperta a spintonarsi al ritmo di musica inascoltabile. Parliamo di piccole cose, come ad esempio i rubinetti lavamani sparsi nell’area concerti oppure la pavimentazione artificiale di gomma piazzata nelle prime file sotto al palco, di modo che, in caso di caduta, lo scalmanato pogatore non si scortichi gli arti al contatto con il suolo ghiaioso…

Discorso a parte invece va fatto per l’area camping, che a nostro parere necessiterebbe di qualche miglioria. Va precisato che chi scrive è arrivato a Josefov in camper con amici e che quindi non ha fruito della vera e propria area adibita alle tende, bensì si è arrangiato – su ordini del personale di sicurezza – parcheggiando il mezzo ai bordi della strada. Nonostante varie ricerche, non siamo stati in grado di trovare, fuori dall’area festival, un solo punto dove rifornirci di acqua, né tanto meno abbiamo avuto traccia di docce. L’unica maniera per lavarsi, dunque, era utilizzando i servizi messi a disposizione dai commercianti del paese (a pagamento ovviamente!), affrontando intere ore di attesa e trovandoci, come da copione, alle prese con bagni nelle condizioni di quelli del film “Trainspotting”: delle autentiche latrine maleodoranti.

Il Brutal Assault, insomma, con qualche accorgimento ancora (ad esempio potrebbe essere utile mettere qualcuno in grado di capire e parlare quantomeno l’inglese tra il personale di servizio!) sta sempre più diventando un festival che nulla ha da invidiare ad altri importanti eventi europei, rimanendo un qualcosa a misura d’uomo e quindi decisamente godibile per chi non ama gli eventi sconfinati e iper-affollati.
In ultimo, ma decisamente non per importanza, passiamo alla disamina di alcuni dei gruppi presenti alla manifestazione e che hanno allietato le orecchie dei presenti.
Buona lettura!

DEMONIC RESURRECTION

Vengono dalla lontanissima India i Demonic Resurrection e, a detta loro – e non facciamo di certo fatica a crederlo – non avevano mai visto così tanti metallari in una volta sola. Visibilmente emozionati ma contentissimi di suonare su un palco prestigioso come quello del Brutal Assault, il quintetto ci propone un symphonic black/death metal tutto sommato abbastanza canonico, ma nel complesso piuttosto divertente e dinamico. Il loro riffing è veloce e affilato e le parti più sinfoniche riescono a donare ampio respiro alla loro musica, complice anche qualche incursione in cantato pulito che non ci dispiace. Il pubblico, fotografato più volte dall’entusiastico frontman Sahil, li approva e li acclama a gran voce. Bella scoperta.

 

ROTTEN SOUND

Il primo giorno del Brutal Assault è stato caratterizzato da numerosi cambi di band nel running order. Peraltro ci accorgiamo che abbiamo due liste di gruppi diverse e, in un primo momento, ci troviamo un po’ spiazzati. In seguito abbiamo capito che una delle due era quella meno sbagliata. Ad ogni modo, uno dei primi gruppi a saltare sono i thrasher Bonded By Blood e il loro posto viene preso dai mitici Rotten Sound, che ci spiattellano in faccia il loro death/grind al fulmicotone sparato a velocità supersonica. I blast beat di Sami Latva sono realmente da cardiopalma ed hanno una pulizia nell’esecuzione davvero notevole. In gran forma troviamo anche il frontman Keijo Niinimaa, che senza troppi orpelli ci urla addosso una potenza iraconda degna del loro nome. “Blind”, tratta da “Cycles”, “Void” e “Caste System” tratta dall’omonimo EP si susseguono come schegge impazzite. C’è tempo anche per una cover dei Napalm Death per chiudere e lasciarci letteralmente annichiliti. Micidiali!

 

SUICIDAL ANGELS

Il vuoto di thrash metal lasciato dai Bonded By Blood viene colmato dai greci Suicidal Angels che, senza andare troppo per il sottile, ci impastano le orecchie con i loro riff slayeriani e darkangeliani, il loro continuo mid tempo e tutto il campionario tipico di gruppi di questo genere. Ovviamente gli ellenici pestano forte, e questo al pubblico ceco piace eccome, e lo dimostra pogando tra le prime file per la soddisfazione del quartetto sul palco. I fan più accaniti e soprattutto i thrasher con tanto di giacca di jeans e pantaloni strappati ovviamente gradiscono alla grande e anche noi tutto sommato ci divertiamo ad ascoltare i Suicidal Angels, gustandoci una buona mezzora di violenza… Certo l’originalità da queste parti non è nemmeno passata a salutare.

 

OBITUARY

Nel complesso dagli Obituary ci si poteva aspettare di meglio. John Tardy oggi non sembra essere in forma smagliante dal punto di vista vocale, e sembra puntare più sullo scream che sul suo canonico growl vomitato. La sua presenza scenica invece non è da mettere in discussione, John è un frontman magnetico ed esperto e non ha certo bisogno di incitare la folla con discorsi o trucchi vari per guadagnarsi l’amore del pubblico, che letteralmente pende dalle sue labbra. Più di qualche dubbio invece lo suscitano i brani estratti dalle ultime fatiche, dove ad emergere in maniera evidente sono gli assoli di Santolla che chi scrive trova quantomeno fuori luogo e fuori tema con la musica del quintetto floridiano, con questa indole rock e questi virtuosismi che davvero spezzano le canzoni facendo perdere il filo delle trame galoppanti erette dal resto della ciurma. Il finale comunque ci risolleva gli animi e canzoni come “Chopped In Half” e “Slowly We Rot” sono vere e proprie pietre miliari del genere che risentiamo sempre e comunque molto, molto volentieri. Gli si vuole bene perché sono gli Obituary, ma rivogliamo West alla sei corde!

 

GOJIRA

I fratelli Duplantier e il resto della truppa si presentano sul palco del Brutal Assault in perfetto orario con la netta intenzione di spaccare i timpani a tutti i presenti e di movimentare per bene il pubblico. E dobbiamo dare loro atto che in effetti ci riescono molto bene, complice anche una scelta dei brani più che azzeccata. “Oroborus” a parte – la canzone più ‘tranquilla’ del lotto di brani proposti dai nostri – i Gojira ci presentano i loro pezzi più duri e violenti, estratti dagli ultimi due loro dischi, “From Mars To Sirius” e “The Way Of All Flesh”. Sulle note di “Backbone” non resistiamo alla tentazione di buttarci nel bel mezzo di uno sfrenatissimo pogo che si è formato nelle prime file. “The Art Of Dying”, con la sua intro e il suo incedere cadenzato, ci fa tirare un po’ il fiato ma quando sentiamo “All The Tears” torniamo a gettarci nel turbinio di spintoni, sudore e urla. Sul palco non possiamo fare altro che notare come la sicurezza e la perizia tecnica dei nostri stia sempre più raggiungendo livelli impressionanti, in particolare la precisione chirurgica e il gusto raffinato, specialmente per gli arricchimenti, e l’uso dei piatti di Mario Duplantier dietro la sua batteria ci lascia senza fiato. E’ vero, forse quando si parla di Gojira, chi scrive non riesce ad essere del tutto oggettivo, ma di fatto questa ci è sembrata la mezzora più di fuoco della giornata e crediamo che certi dinosauri avrebbero da trarre spunto da tanta energia, perché questo mostro cresce sempre di più!

 

FEAR FACTORY

E’ la prima volta che chi scrive rivede Dino Cazares all’opera nei Fear Factory e le nostre attese sono piuttosto alte. Dopo un inizio fulmineo con l’accoppiata “Shock”/“Edgecrusher”, il concerto sembra ben avviato. Burton C. Bell a parte, che in sede live non si fa di certo notare per la sua intonazione, i nostri si trovano bene dal punto di vista strumentale, con i rocciosissimi riff di Dino Cazares ad incastrarsi bene con le incursioni di doppia gran cassa del buon Hoglan. Anche se, a onor del vero, Raymond Herrera ci pareva più adatto al Fear Factory sound, se non altro perché Hoglan ha una tecnica troppo perfetta per questo gruppo che fa del suo punto forte l’intensità sonora più che la tecnica o la velocità. Di fatto comunque siamo al cospetto di un pugno di musicisti esperti e maturi che hanno già trovato l’affiatamento necessario sul palco. Le note dolenti iniziano quando Burton ci annuncia alcune canzoni estratte dall’ultima loro fatica in studio, “Mechanize”. Sentendo “Powershifter” e “Fear Campaign” nutriamo gli stessi dubbi che abbiamo avuto ascoltando il disco, ci sembrano canzoni scritte frettolosamente, con Burton dietro al microfono che sembra veramente tirare gli ultimi, prendendo più di una stecca. Ma il morale del pubblico – vistosamente affievolitosi durante la riproposizione dei pezzi menzionati poc’anzi – è pronto a tornare alle stelle quando i Fear Factory tornano a fare i Fear Factory riproponendo un’accoppiata di canzoni che ci fa accapponare la pelle: parliamo di “Demanufacture” e  “Self Bias Resistor”, ed é delirio! E sui chorus di queste due ultime perle si conclude anche la performance del quartetto di L.A.. Alti e bassi.

DEVOURMENT

Il primo pomeriggio del giovedì di questa edizione del Brutal Assault è animato dai padri dello slam death metal: parliamo dei texani Devourment, che entusiasmano gli animi di una bella fetta di pubblico. I loro proverbiali stacchi pachidermici la fanno da padrone e fanno scatenare quanti sono giunti sotto al palco a tenere alto il nome di questo genere – che negli ultimi tempi sembra avere più visibilità del solito. Sul palco l’ex bassista della band Mike Majewsky, ora dietro al microfono, fa di tutto per non far rimpiangere il compianto Wayne Knupp e il suo growl ultra-gutturale. Dobbiamo dire che in effetti l’arduo compito riesce anche abbastanza bene, il timbro di Mike è molto potente, cavernoso e coinvolgente. Le pompatissime e velocissime sfuriate di blast beat di Erik Park sono precise e sorreggono tutto l’impianto sonoro che fa delle ritmiche il suo punto di forza. Assolutamente padrona dei propri mezzi, la band ci regala una mezzora di violenza che ci sveglia definitivamente dal torpore della calda mattinata.

 

KYLESA

Dopo esserci sollazzati e svegliati definitivamente con gli americani Devourment, è il turno dei Kylesa, che hanno tutto l’intento di ipnotizzare i presenti con il loro polverone sonoro a base di sludge/post metal. Dobbiamo riconoscere come i nostri riescano nel non facile compito di stemperare l’adrenalina e la voglia di muoverci, immobilizzandoci completamente e costringendoci a prestare loro tutta l’attenzione di cui siamo capaci. Singolare è la scelta delle due batterie che suonano sostanzialmente quasi le stesse cose, in un primo momento non comprendiamo del tutto il perché di questa scelta, ma quando ci troviamo imprigionati da queste mura di suono ruvide, fitte e impenetrabili, non possiamo che alzare i pollici ed approvare questa scelta. I Kylesa sono capitanati da Laura Pleasants, cantante e chitarrista davvero singolare che non brillerà per bellezza o femminilità, ma che ha questa capacità di ammaliare il pubblico per il suo trasporto e il suo pathos nel suonare la sua Gibson. Con le sue urla grattate e abrasive e quelle stridule di Philip Cope, i Kylesa ci trasportano in una sorta di dimensione parallela, un viaggio di mezz’ora che volentieri vorremmo replicare con un concerto più lungo qualora ce ne fosse l’occasione. Particolare nota di merito la canzone “Scapegoat”, che viene tenuta come chiusura di set e ci lascia una gran voglia di riprendere fuori “Static Tensions” e ascoltarlo ancora…e ancora e ancora!.

 

SIGH

La bella Mirai Kawashima, frontgirl dei giapponesi Sigh, si presenta sul palco del Brutal Assault bardata di tutto punto con tanto di ali bianche da angelo, abitino succinto e resto del corpo cosparso di sangue finto, catalizzando su di sé gran parte degli sguardi (specialmente maschili). E proprio la sua magnetica presenza sopperisce alle varie lacune che hanno caratterizzato l’esibizione dei Sigh, autori di un black/avant-garde, che al limite si potrebbe definire “prog”, ma che a chi scrive è parso un po’ confusionario. Complici della riuscita a metà dell’esibizione dei Sigh sicuramente sono stati i suoni, fatti un po’ alla meno peggio, con spaventosi buchi durante le parti solistiche e con effetti sonori sparati per contro a volumi troppo alti. Magicamente tutto sembra aggiustarsi quando i nostri ripropongono “Black Metal” dei Venom, durante la quale la vocalist Mirai si cosparge di cera per poi sputare una fiammata finale. Onestamente abbiamo buone motivazioni di credere che molti dei maschi presenti fossero più attratta dal bel visino e dal corpo da bambolina della bella frontgirl che dalla proposta dei Sigh, band che oggi non ci ha detto molto.

 

CRUSHING CASPARS

I Crushing Caspars sono una simpaticissima hardcore band tedesca che con la loro carica ci diverte per una mezzora buona di questo venerdì pomeriggio. Il loro show sulle prime è ignorato dai più, che evidentemente non amano l’indole prettamente hardcore del gruppo. La sua proposta musicale è un hardcore metal, come detto, abbastanza vicino a quello di realtà quali Sick Of It All, e i nostri non hanno di certo la pretesa di essere la band che cambierà la musica; fino a quando sotto al loro palco ci sarà qualcuno a sbraitare, però, loro saranno lì, a testa alta a tenere alto l’onore, a urlare con quanto fiato in gola “The Fire Still Burns” o “Eye For An Eye”. Durante la loro esibizione (più precisamente proprio durante “Caspars The Band”, che ha scatenato un circle pit veramente degno di nota) vediamo apparire le prime gocce di pioggia che smettono poco dopo quando il loro concerto termina. Una variazione sul genere era necessaria e i Crushing Caspars erano proprio la band che ci voleva per spezzare un po’ il ritmo.

 

SYBREED

Altri cambi di band nel running order della seconda giornata, dove, saltati i blackster Bal-Sagoth, vediamo arrivare gli elvetici Sybreed, che avrebbero dovuto suonare il giorno successivo. La scelta – evidentemente dettata da motivi di ordine pratico per i Bal-Sagoth (che si sono poi visti costretti a suonare sabato notte al posto dei defezionari Ahab) – non è piaciuta molto al pubblico che accoglie in maniera civilmente tiepida il quartetto, che dalla sua prova a sdrammatizzare dicendo che alla fine non suoneranno black metal ma sono pur sempre una metal band… Non proprio il discorso più convincente a cui abbiamo mai assistito, diciamolo. Ad ogni modo, la loro musica in sede live non è male, l’impressione è che i ragazzi suonino meglio che su disco, con suoni pompatissimi e batteria ultra-triggerata a ricordarci vagamente i francesi Dagoba; e poi le incursioni elettroniche che ci portano alla mente gli ultimi In Flames non ci dispiacciono. Lo scheletro ritmico delle canzoni è piuttosto solido, sorretto alla grande da un imponente bassista come Stephane Grand (che ci sfoggia un codino lunghissimo sulla sua testa pelata) e da Kevin Choiral dietro le pelli. Certo, chi si aspettava i Bal-Sagoth li avrà odiati oltre modo, ma nel complesso non si è trattato di un brutto concerto, anzi.

 

ILL NINO

Capitanati dal fascinoso Cristian Machado, i latino-americani Ill Nino, un po’ a sorpresa dato che forse si tratta del gruppo più ‘commerciale’ dell’evento, riscuotono un notevole successo di pubblico, regalandoci una prestazione energica e convincente. Li avevamo visti nella loro calata italica nel tour di presentazione di “Enigma” e in quella occasione ci erano parsi fuori forma e imprecisi. In questa sede invece, li abbiamo ritrovati in ottima verve e la loro performance è stata davvero degna di menzione. Performance dettata dalle note dei loro brani più conosciuti, quelli che hanno reso famosa ai più questa formazione: “Te Amo… I Hate You”, “Lifeless… Life”, “This Is War” e “God Save Us”. I presenti, definiti da Cristian ‘dei fottuti pazzi’, scatenano un vero e proprio finimondo nelle prime file, circle pit e wall of death (a onor del vero denunciamo che da queste parti non riescono mai, ma proprio mai, a partire tutti insieme al momento dell’attacco), gente in crowd surf e via dicendo. Un vero e proprio spasso di concerto, una band che ci auguriamo possa riprendersi al meglio…e i segnali per ora ci sono!

 

CONVERGE

Ci sono poche cose assolutamente certe nel nostro campo, una di queste comunque è che assistere ad una performance dei Converge vuol dire assistere ad un concerto energico, frenetico ed animato da quello scalmanato del vocalist Jacob Bannon. Questi infatti non fa passare un solo minuto sul palco senza correre da una parte all’altra, saltando e scalpitando, facendo ruotare il microfono a destra e a manca, dando ampio sfogo a tutta quanta la sua istrionica follia. Quasi superfluo decantare le doti già note dei nostri, che si dimostrano sempre a loro agio ripercorrendo sia i vecchi brani – che hanno reso grande questa band – che le canzoni estratte dall’ultima fatica, che per la verità ci ha convinto relativamente. Da “Concubine” a “No Heroes”, i nostri cavalcano alla grande in lungo e in largo la loro discografia, riproponendo giusto giusto qualche brano da “Axe To Fall” (uno dei quali è proprio la title track). Una garanzia.

 

LOCK UP

I Lock Up, per chi non lo sapesse, sono una sorta di All Star Band formata da quattro nomi che stanno al metal più o meno come Pelè e Maradona stanno al calcio. Parliamo di gente terribilmente scafata del calibro di ‘Tompa’ Lindberg (At The Gates) alla voce, Shane Embury (Napalm Death, Brujeria e altri) al basso, Nick Barker (Dimmu Borgir, Cradle Of Filth e tanti altri) dietro alle pelli; e un tempo militava nei Lock Up anche il mitico e compianto Jesse Pintado (Terrorizer, Napalm Death) alla chitarra, oggi rimpiazzato da Anton Reisenegger (Criminal, Pentagram). Il loro sparatissimo death/grind ci viene sciorinato addosso ad una velocità assolutamente disarmante: Nick Barker seduto dietro la batteria è decisamente spaventoso per velocità e precisione, talvolta si fatica davvero a stargli dietro e onestamente ci chiediamo con quella stazza come faccia ad essere così veloce ed agile sui piatti. Le urla e la carica di Tompa fanno il resto e regalano al pubblico, più che una manciata di canzoni, una serie di schiaffoni ben assestati, presi dagli unici due dischi della band – del primo dei quali ricordiamo la presenza di Peter Tagtgren (Hypocrisy, Pain) dietro il microfono. “Triple Six Suck Angel”, “The Dreams Are Sacrificed”, “Violent Reprisal”, “Horns Of Venus” sono solo alcune delle schegge impazzite che i nostri ci hanno riproposto. Ci vuole una porzione doppia di mini-donut caramellati per riprendersi da uno shock del genere…

IHSAHN

Nonostante il nubifragio abbattutosi poco prima, durante l’esibizione di Devin Townsend, siamo corsi ai potenti mezzi che ci hanno portato fino qua per munirci di scarpe adatte al copioso fango formatosi per terra e abbiamo fatto di tutto per non perderci il concerto di Ihsahn… e per fortuna ce l’abbiamo fatta! E’ fin troppo facile decantare le lodi di un simile artista, che nel corso degli anni ha fatto come il vino buono: è migliorato esponenzialmente. Certo, abbiamo adorato e amiamo tuttora la musica degli Emperor, ma mai avremmo immaginato un simile rinnovamento, e in una maniera tanto fresca e originale poi! Il suo progressive black è lucido e sobrio e una sua performance (seguito da una band di giovanissimi e preparatissimi musicisti) è uno spettacolo che gli amanti della musica a 360 gradi non dovrebbero perdersi. La riproposizione di una canzone come “Invocation” ci mette i brividi tanta è l’intensità e il pathos che riescono a sprigionare i musicisti sul palco, con la parte melodica finale che ci fa quasi venire un nodo alla gola. La riproposizione di “Unhealer”, estratta da “AngL”, è resa talmente bene che non sentiamo nemmeno la mancanza di un certo Mikael Akerfeldt (Opeth), presente su disco. Infine rimane tempo anche per una “Frozen Lakes On Mars”, tratta dall’ultimo disco, che lascia il pubblico a gridare in estasi sotto al palco ancora per parecchio tempo, e lascia noi comuni mortali con la certezza di aver assistito a qualcosa di non ordinario, un concerto che, lo ripetiamo ancora, gli amanti della musica a 360 gradi non dovrebbero perdersi per nessun motivo al mondo.

ORIGIN

Avevamo avuto modo di assistere ad un concerto degli Origin quest’inverno, quando i nostri si erano imbattuti in un tour in compagnia dei Dying Fetus, forse per rodare un po’ Maniac, il nuovo frontman della band. Be’, a qualche mese di distanza, possiamo affermare con certezza che il ragazzo si è ambientato decisamente bene! Non che nella precedente esibizione ci fosse sembrato impacciato, anzi, però oggi lo ritroviamo davvero attivo, intraprendente, più padrone dei pezzi e più complice con il resto della band. Degli altri tre che prendono parte ai concerti del gruppo (ricordiamo che Turner, il secondo chitarrista della band, non partecipa alle tournée) non possiamo che dire tutto il bene possibile: la loro precisione dal punto di vista tecnico è da lasciare basiti, gli assoli al fulmicotone si intrecciano con le schizoidi linee di basso del funambolico Mike Flores in maniera perfetta e non vi è un solo pelo fuori posto. Ma poi diciamocelo, sentire una “The Aftermath” di primo pomeriggio, è una vera  boccata d’aria fresca. Toccasana.

 

LYZANXIA

I francesi Lyzanxia suonano davanti a una manciata di pubblico immobile, che non si smuove nemmeno con l’aiuto di quattro energumeni completamente ubriachi che tra le prime file (precisiamo che al momento del concerto non sono nemmeno le 16.00) cercano un po’ di pretesti per scaldare gli animi. Certo, i fratelli Potvin non è che si arrabattino più di tanto per cercare consensi: ci sbattono in faccia il loro thrash/death senza tante chiacchiere, presentazioni, annunci o altro. Semplicemente si limitano a riprodurre, nella maniera più fedele possibile, la manciata di brani scelti (per lo più estratti da “Locust”, l’ultima loro fatica in studio). Vero è che la caratura tecnica dei nostri non è in discussione e dal punto di vista meramente esecutivo si può dire che l’esibizione è riuscita in pieno. Certo ci sono parsi un po’ freddini nel complesso, e se su disco i nostri riescono ad essere convincenti e incisivi, dal vivo, avendo avuto solo questa occasione di vederli, ci verrebbe da dire che c’è da lavorare sul fronte personalità e carica sul palco; le band odierne, si sa, ormai si costruiscono le fortune con degli energici show. Rivedibili.

 

DIABLO SWING ORCHESTRA

La Diablo Swing Orchestra si presenta sul palco del Brutal Assault nella giornata dove le sonorità stravaganti fanno la voce grossa. Il loro sound potremmo chiamarlo avant-garde metal, ma è una definizione che è comunque riduttiva date le continue incursioni nei generi più disparati che questa orchestra ripercorre nelle sue tracce. Chi scrive, in principio, nutriva qualche dubbio sulla proposta musicale del combo capitanato dall’imponente soprano svedese Ann-Louice Logdlund, percependo la loro musica come un po’ troppo caotica e forse addirittura senza né capo né coda. Ma col passare delle canzoni, però, ci si è trovati a ricredersi, ammaliati dall’originalità della musica della DSO e dalla facilità con cui l’orchestra riesce a passare tra i generi più svariati senza far sembrare il tutto un’accozzaglia di note unite alla meno peggio. Anche visivamente lo spettacolo sul palco è animato da una giocosa allegria da parte di tutti i membri, che si divertono e coinvolgono il pubblico, che dal canto suo se la balla e se la ride ampiamente. Da non sottovalutare.

 

DYING FETUS

Come per gli Origin, anche dei Dying Fetus avevamo avuto il piacere di ammirare le gesta durante il tour di presentazione di “Descend Into Depravity” nella loro calata in territorio nostrano. Pure qui a Josefov, è con sommo piacere che confermiamo tutte le buone impressioni che avevamo avuto e anche stavolta non possiamo fare a meno di lanciarci nello scapoccio più sfrenato durante la riproposizione dei brani mitici della band. La scaletta scelta dai nostri è ben equilibrata tra il vecchio e il nuovo e cerca di pescare un po’ da quasi tutti i loro dischi. Rimaniamo un’altra volta impressionati dalla pienezza del suono che soltanto tre elementi riescono a rendere in sede live, dove nemmeno durante le parti solistiche si sentono momenti di vuoto sonoro o si ha l’impressione che manchi qualcosa. La classe non è proprio acqua.

 

MESHUGGAH

L’ultima sera di Brutal Assault ci regala un terzetto di esibizioni davvero imperdibili per gli appassionati di musica estrema: appena dopo i Dying Fetus, è il turno infatti dei Meshuggah e a chiudere il triangolo, invece, ci saranno gli Hypocrisy. Il personalissimo e alienante thrash-death degli svedesi di Umea non ha di certo bisogno di presentazioni, in quanto questi ragazzi con il loro modo di suonare hanno influenzato decine e decine di gruppi usciti alla ribalta nell’ultimo decennio metallico. Tuttavia ci fa quantomeno sorridere il modo in cui questo viene descritto dal volantino del festival che ci illustra il running order dei gruppi, dove secondo l’organizzazione i Meshuggah sarebbero autori di un mai sentito, quanto improbabile, Innovative Complicated Metal (!). Non che la musica di Kidman e soci non sia innovativa e complicata, ci mancherebbe, però… Ma bando alle ciance, i muri di suono eretti dai Meshuggah stasera sono quantomai impenetrabili e presto veniamo completamente ipnotizzati dall’incedere cadenzato dei riff incastrati in maniera chirurgica tra le ritmiche singhiozzate di un Tomas Haake assolutamente inarrivabile per stile e precisione. Una particolare nota di merito la merita “Bleed”, che ci ha fatto provare attimi di emozione pura, trasportandoci in una sorta di dimensione parallela e ipnotizzandoci con il suo incedere alienante e completamente distruttivo. Stranamente non suonano “Future Breed Machine”, ma fa nulla. Maestri.

 

PILLOLE E PHOTOGALLERY

A cura di Emilio Cortese

SEPULTURA

Ci sorprende sentire i mitici vecchi pezzi della band brasiliana, tipo “Arise” o “Refuse/Resist”, anche se li avremmo preferiti suonati ad una velocità umana, dato che sono stati eseguiti praticamente in versione grind: sparati a velocità massima con un trasporto emotivo rasente allo zero.

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GORGOROTH
Spaventati dalla pioggia che aveva iniziato a cadere durante i Children Of Bodom, siamo andati a recuperare l’occorrente per goderci lo show dei norvegesi Gorgoroth sotto la pioggia (che nel frattempo però aveva smesso). Concerto completamente rovinato da suoni totalmente sbagliati, con la doppia gran cassa che quando iniziava a pedalare rendeva incomprensibile tutto e soverchiava tutti gli altri strumenti. Robe da pazzi.

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CANDLEMASS
Siamo stanchi morti, ma qualche pezzo dei Candlemass ci sentiamo in dovere di guardarlo e gli svedesi – di certo non proprio una band a corto di esperienza – ci rapiscono mente e corpo con le loro atmosfere plumbee ed eteree, dando ampio spazio anche al loro repertorio più prettamente heavy. Vecchie glorie.

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MONSTROSITY
Suonano giusto quattro pezzi i Monstrosity, che onestamente ci hanno un po’ deluso. Dopo dieci minuti di ritardo a causa di un soundcheck meticoloso e prolungato a oltranza, i nostri potevano pure risparmiarsi una doppia introduzione strumentale – registrata – prima di iniziare a suonare sul serio. Un po’ di attitudine death metal in più avrebbe fatto bene al combo della Florida.

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NECROPHAGIST
Nel caso dei Necrophagist, i problemi di suono – verificatosi in più concerti sul palco denominato Jagermeister Stage – rovinano completamente la loro esibizione. Non sappiamo se per colpa solo del fonico o effettivamente di questo palco che sembrava maledetto, di fatto iniziamo a sentire il suono della doppia gran cassa soltanto al terzo pezzo e riusciamo a distinguere le note degli assoli della chitarra di Sami Raatikainen soltanto all’ultimo brano! Disastro.

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DEVIN TOWNSEND
Avremmo voluto raccontarvi dello show del mitico Devin, che però, già presentatosi in ritardo a causa del suo fonico che aveva sbagliato ad accordargli lo strumento, proprio mentre iniziava a cantare ha visto abbattersi un nubifragio sulla zona del festival, costringendo gli astanti a ripararsi al volo, in quanto la pioggia era talmente insistente da rendere impossibile la visione del concerto. Un vero peccato!

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MACABRE
Pubblico esaltatissimo per l’esibizione dei Macabre, che passano più tempo a disquisire e a parlare delle loro canzoni che a suonare. Molto valida comunque la loro performance. Rimarchiamo altresì che anche in questo caso il mitico volantino del running order del festival ci regala emozioni, descrivendo il loro sound come Murder Metal! Si coniano nuovi generi!

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HYPOCRISY
Peter Tagtgren e soci non rilasciano prigionieri e completano i tre concerti che hanno valso l’ultima giornata di festival, dopo Dying Fetus e Meshuggah. Enche gli Hypocrisy non hanno pietà, regalandoci uno show energico e adrenalinico, selezionando un crescendo di brani da “Fractured Millennium” a “Pleasure Of Molestation”. Applausi scroscianti.

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MY DYING BRIDE
In mancanza del funeral doom degli Ahab, che hanno saltato il festival, ci consoliamo ‘solo’ con i maestri del genere, i My Dying Bride, che ci fanno toccare vette di gioia pressoché impareggiabili quando ci annunciano i dieci minuti più tristemente magici del festival: “Turn Loose The Swans”! A questo punto non ci rimane altro da fare che tornare in branda e salutare il Brutal Assault.

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CHILDREN OF BODOM

GWAR

DESPISED ICON

THE BLACK DAHRLIA MURDER

TRAIL OF TEARS

ENSIFERUM

MINORITY SOUND

INSANIA

SSS

AFGRUND

HYPNOS

PROGHMA-C

MNEMIC

KALMAH

GAZA

CATAMENIA

CANNIBAL CORPSE

CALLISTO

BONDED BY BLOOD

BLEED FROM WITHIN

WATAIN

VOIVOD

TANKARD

THE ARUSHA ACCORD

MOONSORROW

SARKE

SADIST

GRAVEWORM

BAL-SAGOTH

RAGNAROK

JESU

PROSSIMI CONCERTI

2 commenti
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