CENTURY MEDIA RECORDS – 2007… tempo di ristampe!

Pubblicato il 26/11/2007

INTRODUZIONE

 
RISTAMPE 2007
 
TIAMAT – Wildhoney (Re-issue + Bonus) CD – Digipak
TIAMAT – A Deeper Kind Of Slumber (Re-issue) CD – Digipak
THE GATHERING – Nighttime Birds (Re-issue + Bonus) CD – Digipak
MERAUDER – Master Killers: A Complete Anthology (Re-issue) CD – Standard Jewel Case
JAG PANZER – The Fourth Judgement (Re-issue + Bonus) CD – Standard Jewel Case
SENTENCED – Down (Re-issue + Bonus) CD – Digipak
SENTENCED – Frozen (Re-issue + Bonus) CD – Digipak
SENTENCED – Crimson (Re-issue) CD – Digipak
SAMAEL – Passage (Re-issue + Bonus) CD – Digipak
SAMAEL – Eternal (Re-issue + Bonus) CD – Digipak
MOONSPELL – Wolfheart (Re-issue + Bonus) CD – Digipak
MOONSPELL – Irreligious (Re-issue + Bonus) CD – Digipak
STRAPPING YOUNG LAD – City (Re-issue + Bonus) CD – Standard Jewel Case
EYEHATEGOD – Dopesick (re-issue + Bonus) CD – Digipak
EYEHATEGOD – In The Name Of Suffering (re-issue + Bonus) CD – Digipak
EYEHATEGOD – Take As Needed For Pain (re-issue + Bonus) CD – Digipak
 
 
È indubbio che la Century Media Records sia una delle case discografiche più lungimiranti e quotate in ambito metal. Nel corso degli anni l’etichetta tedesca ha infatti saputo più volte anticipare i tempi e proporre a tutti gli appassionati album acclamatissimi che in breve tempo sono riusciti a fare la storia del nostro genere musicale preferito. Samael, Tiamat, The Gathering, Sentenced… queste sono solo alcune delle band che hanno avuto modo di collaborare con la label di Dortmund e di pubblicare, tramite essa, alcune delle pietre miliari della loro carriera. La Century Media ristampa oggi buona parte di queste perle, donando a molte di esse una confezione deluxe e svariate tracce bonus. C’è molta carne al fuoco e Metalitalia.com ha deciso di presentarvi tutte queste ristampe in questo speciale che ci auguriamo possa aiutarvi a scoprire o a rivalutare alcuni dei dischi metal più importanti che gli anni ’90 abbiano partorito! Buona lettura!

EYEHATEGOD – TAKE AS NEEDED FOR PAIN

EYEHATEGOD - Take As Needed For Pain
Il secondo album degli Eyehategod è universalmente considerato il capolavoro della band della Louisiana. “Take As Needed For Pain” è a tutti gli effetti la concretizzazione più riuscita della mitologia southern perdente e anarchica del gruppo, un monolitico tributo al mal di testa alcolico. La formula non è molto diversa da quella utilizzata per il precedente “In The Name Of Suffering”. Meno feedback e più aggressione diretta, ma le cose non cambiano di tanto. Migliora la produzione, che raggiunge livelli di perfezione assoluta in quanto a coerenza con la proposta sonora della band e i brani si fanno più stringenti ed efficaci. Completano la ristampa una serie di graditissimi estratti da compilation e 7” assortiti e le note biografiche vergate dalla tremolante mano di Mike Williams. Se sentite di dover avere un solo album degli Eyehategod, questo è quello giusto.

EYEHATEGOD – DOPESICK

EYEHATEGOD - Dopesick
La vulgata sugli Eyehategod dice che “Dopesick” fu un album funestato da recording sessions disastrose (con tanto di viaggio al pronto soccorso per farsi cucire una mano), musicisti in condizioni impresentabili (dopesick, appunto) e ispirazione latitante. Non è improbabile che sia tutto vero, ma il risultato è un disco interessante e complesso; “Dopesick” soffre di una certa discontinuità e di una produzione non eccellente (che comunque ha i suoi estimatori), ma brani come “Peace Thru War”, anche nella sua versione alternativa che sembra scritta dagli Stuck Mojo in combutta coi Black Flag, sono concentrati di rinvigorente nichilismo sudista. Non siamo ai livelli degli album precedenti, ma “Dopesick”, che schiuse alla band le porte di una relativa celebrità grazie a tour con White Zombie e Pantera, rimane una testimonianza importante della travagliata storia degli Eyehategod. Non entusiasmanti le bonus track, sfiziosa la nuova copertina.

EYEHATEGOD – IN THE NAME OF SUFFERING

EYEHATEGOD - In The Name Of Suffering
La Century Media, che li aveva pubblicati in origine, ristampa oggi tre dei quattro studio album realizzati dagli Eyehategod, integrandoli con outtakes e versioni demo e confezionandoli in un packaging non stupefacente ma comunque gradevole. Si parte con “In The Name Of Suffering”, debutto del quartetto di New Orleans, recante data 1 dicembre 1992. L’album può essere considerato l’atto di fondazione dello sludge, singolare ibrido musicale praticato soprattutto da band del sud degli Stati Uniti composto in parti uguali (e ugualmente avariate) da doom sabbathiano, hardcore U.S.A., blues avvelenato e bourbon. Sebbene si tenda a considerare il successivo “Take As Needed For Pain” il vero capolavoro degli Eyehategod, “In The Name Of Suffering” possiede tutta l’arrogante immaturità che è propria dei grandi debutti; un disco del tutto autarchico, estraneo a quella dose di accessibilità che renderà grandi i Down anni più tardi e completamente calato in un mood compulsivo e paranoico. Basta l’attacco di “Depress”, che sembra scritto dai Black Sabbath sotto Xanax, a rendere l’idea. Completa l’operazione la ristampa del demo “Lack Of Almost Everything” (in verità già rintracciabile nel live album “10 Years Of Abuse (And Still Broke)”), che contiene alcuni pezzi che comporranno l’album, solo registrati (molto) peggio. Imprescindibile.

MOONSPELL – IRRELIGIOUS

MOONSPELL - Irreligious
Altra ristampa della Century Media, altro capolavoro ripresentato al pubblico. Chi conosce solamente i Moonspell degli ultimi anni farebbe bene a correre ai ripari e a far proprio il materiale di inizio carriera di questa band, in quegli anni in cui aveva raggiunto livelli compositivi impensabili e mai più iterati. Quando questo capolavoro uscì nel 1996 i giudizi furono entusiasti, ma su “Irreligious” pesava il fatto di essere uscito dopo “Wolfheart” uno degli album più amati da chi seguiva il black metal sinfonico e un certo tipo di metal estremo influenzato da correnti gotiche. In molti si aspettavano un continuum con il primo full length della band, ma Ribeiro e soci si spinsero oltre, compiendo negli stessi anni quel passo in avanti, come stile, che aveva coinvolto anche i Samael ed i Tiamat che da “Clouds” erano passati ad un’altra dimensione stilistica con “Wildhoney”. In una semplice parola: evoluzione. Ciò non significa che “Irreligious” superi “Wolfheart”, ma di certo presenta delle soluzioni del tutto nuove, atmosfere cupe, eteree, il tocco spirituale qui è molto presente in ogni singolo brano dell’album. Solo la violenta “Full Moon Madness” relega l’uomo alla sua natura terrena e la sua simbiosi con la sfera animale, per il resto in “Irreligious” è l’anima a parlare, colorata in vari modi a seconda dei suoi stati d’animo agitati dal ‘must’ “Opium”, dalla decadente “Ruin & Misery”, dalla satanica “Mephisto” e dall’ultraterrena “Awake!”. Non vi resta altro che chiudere e sognare con una release che va archiviata nel file ‘indispensabile’ del metal estremo.

MOONSPELL – WOLFHEART

MOONSPELL - Wolfheart
La Century Media è diventata una casa discografica grande anche grazie ad alcuni gruppi che a metà degli anni ’90 hanno avuto un successo meritato e spropositato. Uno di questi è quello portoghese dei Moonspell che con “Wolfheart” hanno dato una nuova dimensione al metal estremo combinando atmosfere gotiche a reminiscenze black metal con un lieve tocco folk portoghese. Una novità assoluta, proposta in modo elegante e del tutto originale che fece scalpore. La prima edizione andò a ruba e visto il successo la Century Media qualche anno dopo lo ristampò con un nuovo artwork (non entusiasmante però). Ora esce una nuova ristampa extralusso con un artwork mozzafiato che si rifà a quello originale, con un doppio CD che oltre alla release originale viene proposta una performance della band dal vivo nell’anno 1995 e comprendente solo i brani di “Wolfheart”, peccato non ci sia anche qualcuno tratto dal mini CD d’esordio. Il live, molto suggestivo, rende solo molto parzialmente l’idea di quanto sapevano trasmettere i Moonspell dal vivo in quegli anni, pathos così denso da potersi tagliare con il coltello. “Wolfheart” è un album da possedere con gelosia, senza tempo e rivoluzionario ancora al giorno d’oggi perché non c’è mai più stata una parte seconda e difficilmente ci sarà. La vampiresca “Vampiria”, l’inno black metal “Alma Mater”, le notturne “An Erotic Alchemy”, “Lua D’Inverno”, l’animalesca “Wolfshade” e la mistica “Trebaruna” sono solo alcuni esempi dell’unicità di questa release. Il cuore del lupo batte forte nelle note di questo album, i raggi della Luna faranno pulsare un cuore che non sapevate di avere, “Wolheart” è l’anello che unisce l’uomo alla bestia. Inarrivabile.

SAMAEL – PASSAGE

SAMAEL - Passage
Per usare le parole di Vorph, “Passage” è “una perla, è circolare e completo, non puoi aggiungervi niente senza provare poi un feeling di superfluo. L’album è omogeneo malgrado il fatto che ogni canzone sia una storia a sé e tutte quante possono essere considerate centrali rispetto all’album”. Chi meglio di lui potrebbe descrivere questa gemma pubblicata nel 1996 e che la Century Media ha provveduto a ristampare in confezione di lusso (confezione digipak, booklet di lusso con oltre 25 pagine e con tanto di carta patinata, testi, foto e nota dei membri del gruppo). All’epoca vennero registrate diciassette canzoni, undici finirono su questo “Passage” mentre due anni dopo le altre diedero vita al mini album “Exodus”. Questa sarebbe quindi la versione integrale di “Passage” (qui presente anche una traccia nascosta strumentale), l’album che Vorph indica come “quello che ha rappresentato la svolta per la band perché ci ha aperto la porta a tante altre possibilità”. La rimasterizzazione digitale dona una ventata di freschezza al suono del disco che comunque sarebbe attuale anche nella forma originale, tanto è ispirata e unica la musica degli svizzeri. L’importanza dell’album è ben nota a tutti gli estimatori del complesso. Molte delle canzoni da anni presenti nella scaletta dei live show sono tratte da quest’album. Basti pensare alla movimentata “Shining Kingdom”, alla lenta ma incessante “Jupiterian Vibe”, oppure alle stesse “Exodus” o “Son Of Earth” e alla ri-registrazione della diabolica “Ceremony Of Opposite”, più cupa di tanti album black metal messi assieme. “Passage” è sicuramente il punto più alto toccato dalla band elvetica, in queste diciassette canzoni è possibile provare emozioni di tutti i tipi. Questo è uno di quegli album che non può mancare nei vostri scaffali. Metal immortale.

SAMAEL – ETERNAL

SAMAEL - Eternal
In molti aspetti, “’Eternal’ è l’album più dark che abbiamo mai scritto, era qualcosa a cui aspiravamo, che avevamo in mente di fare, il risultato finale fu bizzarro e fascinoso allo stesso tempo”. Cosi Vorph, leader degli svizzeri Samael, descrive “Eternal”, uscito nel lontano 1999. Le dodici canzoni della versione originale dell’album sempre a parere del leader della band “suonano distanti l’una dall’altra, come se niente le tenesse in comune nella tracklist”. E come contraddire le parole di colui che ha scritto tutti i testi, fantasiosi e molto belli dell’album?. L’album uscì l’anno successivo alla pubblicazione di “Exodus” che in realtà era l’appendice di “Passage”. Questi ultimi due lavori degli elvetici vennero infatti registrati in contemporanea nel 1996. L’alternanza di tracce più movimentate (“Ailleurs”, “Ways”) dove il giro dei beat diventa presenza sostenuta a canzoni più calme (“Together” o la fantastica “Nautilus & Zeppelin”, che trova sempre posto nella scaletta dei concerti) completa un album che all’epoca non aveva di sicuro canoni di paragone. Forse non li ha anche oggi. L’introduzione di beat nel metal, o l’uso di tastiere e sintetizzatori in una maniera non propriamente consona ai canoni del genere hanno marchiato a vita i Samael come innovatori. Nella riedizione super curata da parte della Century Media, oltre al booklet, fantastico nei suoi particolari, troviamo ben sette bonus track. “Ways”, “Ailleurs” e “Infra Galaxia” sono riproposte nella versione originale del loro missaggio. David Richards, produttore dell’album, all’epoca si prese una pausa e quando tornò al lavoro con la band decise di rimodulare le tre canzoni che, a suo giudizio, suonavano troppo rudi. Le altre aggiunte sono versioni strumentali delle canzoni e un mix drum’n’bass per la canzone “Ways” dal risultato molto particolare. “Eternal” è un album fra i migliori della decade degli anni ’90, ha segnato la carriera della band e ispirato tanti altri musicisti. Pietra miliare, da avere.

TIAMAT – WILDHONEY

TIAMAT - Wildhoney
La Century Media ha deciso di ristampare i grandi lavori del passato, quegli stessi che contribuirono, e non poco, a fare della Century Media una delle più grandi label europee. L’etichetta tedesca deve congratularsi con il suo intuito infallibile di talent scout dei primi anni ’90 e dei capolavori pubblicati quasi contemporaneamente da gruppi come Moonspell, Samael, Tiamat. La ristampa di “Wildhoney” è a dir poco lussuosa, aiutata dal già stupendo artwork originario, con l’aggiunta dell’EP “Gaia”, di un intero concerto tenuto dalla band svedese a casa propria nel 1994 e ben 3 videoclip come bonus. Per questo motivo la ristampa è meritevole di attenzione e un obbligo per chi è arrivato tardi, colpa dell’anagrafe, o chi si era lasciato colpevolmente scappare uno degli album più belli che l’universo metal sia riuscito a portare nel firmamento. Ma, vista l’occasione, è doveroso parlare ancora di questo capolavoro: nel ’94 i Tiamat erano già una delle migliori rivelazioni death metal, grazie all’inserimento delle tastiere che rendeva il loro death metal sognante ma non per questo poco estremo. Dopo tre album, di cui due capolavori come “The Astral Spleep” ed il mastodontico ed irragiungibile “Clouds”, Edlund e Hagel le due menti di questo super gruppo svedese hanno deciso di spingersi oltre. “Wildhoney” è un album ancora death metal per certi versi, ma c’è tanta psichedelia, accenni ai Pink Floyd, per fortuna straripanti solo nella non esaltante “A Pocket Size Sun”, unico non monumento dell’intera release. Ad entrare più facilmente nel mondo dei sogni e delle sensazioni ci pensano brevi ma elaborate introduzioni tra un brano e l’altro. Mentre l’opener “Whatever That Hurts” fa da ponte tra il precedente “Clouds” ed il nuovo corso della band, “The Ar” dimostra tutta la classe della band, mentre “Gaia” e la ninna nanna “Do You Dream Of Me” esaltano le qualità di un gruppo che è andato oltre alla dimensione terrena del death metal, elevandolo e trasformandolo in qualcosa di etereo. “The Visionaire” è l’emblema di quanto i Tiamat riescano attraverso le loro visionarie teorie sulla musica ad ergersi a dimensione unica e per tutti irragiungibile. Peccato con ci sia stato modo di continuare su questi livelli perché con l’album successivo i ‘veri’ Tiamat si sono perduti in una dimensione confusa. Un gruppo che ha saputo far sognare. “Wildhoney”, album eterno.

TIAMAT – A DEEPER KIND OF SLUMBER

TIAMAT - A Deeper Kind Of Slumber

Reduce da un lungo tour per supportare il fortunato “Wildhoney”, Johan Edlund, leader dei Tiamat, decide di ritirarsi in un piccolo villaggio sperduto della nativa Svezia, per ritrovare l’ispirazione. Da queste premesse nasce “A Deeper Kind Of Slumber”, quinto capitolo discografico, fortemente influenzato dall’atmosfera intima e quasi misantropica nella quale è stato composto, senza dimenticare l’importante contributo fornito dall’elemento panico e dall’utilizzo di droghe che si farà sentire nell’aurea allucinogena del sound. Facendo una breve digressione il precedente “Wildhoney” aveva già ampliato lo spettro d’azione della band introducendo connotati psichedelici di scuola Pink Floyd al caratteristico sound gothic doom degli esordi, con responsi entusiastici di pubblico e critica. Analizzando oggi “A Deeper Kind Of Slumber” lo possiamo considerare come un ulteriore passo in avanti della band verso la sperimentazione, una mossa forse azzardata poiché i cambiamenti nel sound come vedremo sono piuttosto rilevanti e all’epoca (dieci anni orsono), hanno gettato più di un fan nello sconforto. Il quinto sigillo firmato Edlund va considerato come un lungo viaggio, suddiviso in tredici visioni….ophs, canzoni strettamente connesse tra di loro che proiettano l’ascoltatore in una nuvola di sensazioni caratterizzate da molteplici aspetti emotivi; Rispetto alle produzioni antecedenti, il disco in questione riduce sensibilmente l’utilizzo di suoni distorti a favore di chitarre pulite e tastiere, con vocals sempre pulite la cui interpretazione di Edlund raggiunge gli apici di sempre in termini di phatos e profondità. L’inizio affidato a “Cold Seed” è una sorta di comodo benvenuto in questo viaggio allucinante, sorretto da un giro di chitarra coinvolgente e piuttosto classico, il primo singolo estratto, mantiene vivo il legame col precedente album e ci riserva un passaggio meno traumatico. Da qui in poi sarà un abbraccio di influenze sulla carta distanti ma in questo capolavoro sorprendentemente vicine. “Teonanacatl, introdce elementi electro in una marcia fumosa che Edlund interpreta dall’oltretomba, “Trillion Zillion Centipedes”, è ricca di dissonanze e suoni disturbanti, mentre “Atlantis As A Lover” è una sorta di dark song liquida e romantica, emozionante nel finale dominato dagli archi. Con “Alteration X 10”, i Tiamat ritornano su sentieri distorti, rivisti in chiave moderna con l’aggiunta di suoni noise, prima di sbalordirci con il folk tribale e delirante di “Four Leary Biscuits”, che vede l’ingresso di strumenti ricercati come il sitar e il flauto. Malinconica e dilatata la splendida “Only In My Tears It Lasts” riprende i Pink Floyd nell’assolo, lasciando alla dark anni 80’ “The Whores Of Babylon” il compito di riportarci sulla terra. “Kite” è un dolce intermezzo strumentale vagamente new age con l’oboe protagonista e ha il compito di traghettarci nel bellissimo finale con la progressiva “Phantasma Deluxe”, la lunga e faticosa scalata del “Mount Marilyn” e la drammatica title track che chiude un viaggio senza ritorno da affrontare almeno una volta nella vita, impreziosito nella seguente ristampa da una rinnovata e bellissima veste grafica, con l’aggiunta di una bonustrack (il remix di “Only In My Tears It Lasts”) e tre videoclip.

STRAPPING YOUNG LAD – CITY

STRAPPING YOUNG LAD - City
Il piacere di poter riascoltare album come “City” degli Strapping Young Lad fa passare decisamente in secondo piano il fatto che alla Century Media potevano fare un lavoro migliore per la ristampa in questione. Partiamo subito dagli extra: rispetto alla versione originale, uscita nel 1997, troviamo le versioni demo di “Home Nucleosis”, “Detox” e “AAA”, tutte molto simili a quelle finite poi su album: da segnalare solo una simpatica introduzione a “Home Nucleosis”, dove Townsend praticamente si introduce agli ascoltatori. Troviamo poi il video di “Detox” e “Headrhoid”, estratta anch’essa da un demo della band. Quest’ultima è una sorta di presa diretta dallo studio di registrazione, con la band intenta a cazzeggiare alla stragrande con gli strumenti in mano. Interessante è invece “Centipede”, originariamente la bonus track per il mercato giapponese. La traccia è piuttosto lunga ed elaborata, di matrice industrial e con delle aperture melodiche che rimandano a quella che sarà la produzione successiva di Townsend. Le campionature sono di buonissimo livello e l’impatto della canzone è notevole. I bonus terminano qui e di realmente interessante c’è la sola “Centipede”: un po’ poco per accompagnare un capolavoro come “City”. Resta da dire che il packaging è molto curato e all’interno del libretto sono contenute delle note a firma dello stesso Devin Townsend. Ottima la resa sonora, decisamente migliore dell’originale, che esalta maggiormente la componente futuristica e cibernetica degli Strapping Young Lad. Ok per la ristampa, ma l’album, vi chiederete voi? Ma siamo sicuri che ci sia qualcuno che ancora non conosce “City”? Per costoro diciamo solo che è l’esempio più innovativo, cervellotico, ironico e claustrofobico di metallo moderno, di derivazione Fear Factory per intenderci. I brani sono tutti eccellenti, non c’è nessuna caduta di stile, nemmeno minima e, ma questo è solo un parere di chi scrive, è l’apice creativo della carriera di Townsend. Ovviamente è assolutamente da avere per chi non ha l’originale: per chi invece già possiede il portentoso dischetto non ha molto senso acquistare anche questa ristampa, a meno che non sia un tuttologo del folle Devin. Voto album: 9. Voto ristampa: 5,5. Il voto in calce è più o meno una media che ha poco senso tenere in considerazione senza avere letto la recensione.

MERAUDER – MASTER KILLERS: A COMPLETE ANTHOLOGY

MERAUDER - Master Killers: A Complete Anthology
Quando il metalcore era qualcosa di diverso, e Biohazard e Cro Mags erano i nomi di riferimento del genere, i Merauder erano una una realtà tra l’outsider e la promessa, capace di mettere a ferro e fuoco tutti i palchi dove passassero, senza mai raggiungere il successo sperato. Formati nei primi anni novanta da un Jorge Rosado che passerà per breve tempo anche in una formazione embrionale degli Ill Nino, i cinque erano una delle incarnazioni più animalesche, barbare e (soprattutto) ignoranti che il l’hardcore di scuola newyorkese abbia mai avuto: basandosi fondamentalmente sull’impatto fisico il loro suono era fortemente metallico e brutale, i testi provocatori e influenzati da tematiche sociali e arti marziali, e le vocals assolutamente dirette e distruttive. Il primo album vero e proprio, dopo lo split del 1995 con gli Stigma, è attualmente il loro episodio migliore a detta di chi scrive: “Master Killer”, pur nella sua modestia tecnica, mostrò una attitudine senza compromessi e un groove non comune, nela title track come in “Life is Pain”, “Mirror shows Black” o “Downfall of Christ”. La violenza cieca che i Merauder rappresentarono è talmente marcata da essere quasi caricaturale, non a caso al posto di figure atletiche i campioni di arti marziali del video erano palestrati con gli occhi a mandorla (giusto per spiegarvi la truce mentalità di questi loschi individui). Il secondo capitolo “Five Deadly Venoms” (ovviamente ispirato dal famoso kung-fu movie) confermò le caratteristiche del gruppo, diversificando il songwriting con qualche apertura melodica. Seppelliti dal successo del nu-metal i ceffi di Brooklyn riemersero nel 2003 con “Bluetality”, incentrato sulla tematica dell’abuso di potere da parte dell’NYPD: i nostri ovviamente si schierarono dalla parte delle gang denunciando le loro esperienze in canzoni come “No Warning”,”Payback” e “41 Shots”. Il gruppo è oggi ancora attivo, e continua a suonare prevalentemente negli US anche dopo la recente morte del chitarrista Sob. Century Media li ricorda con questa ristampa intitolata “Master Killers”, contenente tutti e tre i dischi pubblicati dal gruppo e svariato materiale inedito: di certo i Merauder non sono un gruppo fondamentale o meritevole di entrare nella storia, e sicuramente i lavori in questione suonano abbastanza datati, quattro dischi al prezzo di uno sono però una offerta da prendere in considerazione, soprattutto per chi diffida dalla nuova leva di frangettati e vuole un po’ di sane, vecchie mazzate, come si usava una volta.

“I am the master killer – fall to me
pray for a way out which you can`t see
I the master killer – strike you down
can`t be defeated, I own the crown”

THE GATHERING – NIGHTTIME BIRDS

THE GATHERING - Nighttime Birds
Chi scrive non si stancherà mai di ascoltare un album come “Nighttime Birds” dei The Gathering. Sicuramente meno innovativo – stilisticamente parlando – sia del precedente “Mandylion” che del successivo “How To Measure A Planet?”, l’album viene ancora oggi ricordato, a distanza di ben dieci anni dalla sua pubblicazione originaria, come uno dei momenti migliori della discografia del gruppo olandese. Come dicevamo, l’album non è alfiere di nessun particolare esperimento (“si limita” infatti a rileggere le sonorità dell’acclamatissimo “Mandylion” in una chiave più rilassata e sognante), tuttavia presenta un songwriting di altissima classe che si articola in una tracklist praticamente perfetta, forte di almeno cinque/sei indiscussi classici del repertorio dei nostri, da “On Most Surfaces” e “Confusion” alla title track e a “Shrink”, passando per “Kevin’s Telescope”! In questo suo secondo full-length con la band, Anneke van Giersbergen pare essere ormai pienamente a proprio agio con le strutture sonore partorite dal chitarrista Renè Rutten e dal tastierista Frank Boeijen e si rende protagonista di una prova assolutamente formidabile per estensione vocale e, soprattutto, espressività. Non stupisce perciò quasi per nulla che la Century Media abbia deciso di inserire la perla che risponde al nome di “Nighttime Birds” nella sua nuova campagna di ristampe deluxe. In linea con altre pubblicazioni di questa iniziativa, la confezione è inoltre stata ampiamente riveduta, ampliata e arricchita da un secondo CD che include tonnellate di materiale bonus, soprattutto versioni demo, pezzi registrati live, b-side e altre tracce che – se non andiamo errati – erano state inserite anche nella tracklist della raccolta di un paio di anni fa “Accessories: Rarities & B-sides”. Insomma, un pezzo di storia del gothic metal con voce femminile lustrato e rimesso a nuovo per tutti coloro che all’epoca se l’erano perso o erano troppo giovani per acquistarlo. Sia chiaro che, ancora oggi, “Nighttime Birds”, suona totalmente attuale, tuttavia fa piacere vederlo confezionato in maniera tanto raffinata e lussuosa. Ecco dunque perchè ci sentiamo di assegnare a questa ristampa un mezzo punto in più del solito!

SENTENCED – DOWN

SENTENCED - Down
E’ inutile negarlo: i Sentenced sono stati tra i primi gruppi a lanciare l’ondata finlandese che è poi sfociata nelle nuove leve, Children of Bodom, Nightwish e HIM su tutti. Una band di enorme importanza nel panorama del goth metal mondiale, capace di delineare canoni stilistici letteralmente saccheggiati da numerosi act in ogni parte del mondo. Era quindi doveroso che la Century Media includesse i cosiddetti Northernmost Killers nella fantastica operazione di ristampa e re-issue che siamo sicuri riscuoterà un enorme successo tra coloro i quali subiscono ancora il fascino del prodotto completo, copertina, booklet, bonus. Alla faccia di iTunes. “Down” è in ordine cronologico il primo delle tre ristampe della band, ed il primo con la nuova formazione, che vedeva l’ingresso del ciclopico Ville Laihala dietro il microfono e l’avvicendamento di Sami Kukkohovi al basso. Un album che segnava un netto cambiamento di rotta rispetto al precedente lavoro, abbracciando completamente il sound di un goth metal roccioso, melodico nell’ossatura ma imperniato sulla potenza delle chitarre, dove la particolare voce di Ville, sporca e sempre più caricatura del James Hetfield più ‘yeah’, contribuisce a chiudere il cerchio in modo ottimale. Dieci pezzi uno più bello dell’altro, sui quali svettano il classico “Noose”, gli inni di “Bleed” e “Keep My Grave Open”, il pessimismo funereo di “Sun Won’t Shine”, il chitarrismo ispirato e sopra le righe di “Warrior Of Life (Reaper Redeemer)”. Il tutto confezionato in un digibook ottimamente realizzato, con liner notes introduttive di Gunnar Sauermann, un nuovo ottimo artwork, una fantastica realizzazione del booklet con bellissime pagine in trasparenza ad aggiungere dettagli, ed una bonus track, “No Tomorrow”, proveniente direttamente dalle session di “Down” ed ingiustamente estromessa dalla tracklist finale. Una coinvolgente intro di chitarra acustica ci accompagna nella song, che si va a piazzare direttamente tra le più riuscite dell’intero album, con grande sorpresa nostra e di chi vorrebbe capire perché sia stata a suo tempo esclusa. Ma non è tempo per farsi domande, perché questa ristampa ha tutto quello di cui abbiamo bisogno.

SENTENCED – FROZEN

SENTENCED - Frozen
Dopo l’ottimo esperimento di “Down” i Sentenced sono pronti nel 1998 a consolidare la proposta, con il nuovo “Frozen”, un album sicuramente più maturo che tuttavia non ha mancato di dividere in due schiere i fan. In molti hanno criticato l’album, additandolo come una semplice (Parte 2) di “Down”, a causa di alcune non meglio precisate filler (i cosiddetti pezzi riempitivi, giusto per fare numero) e di un preoccupante immobilismo stilistico. Queste voci non trovano certo d’accordo il sottoscritto che ha più volte sottolineato come la discografia dei Sentenced sia qualitativamente un crescere continuo, a partire da “Amok” fino ad arrivare all’ultimo “The Funeral Album”. “Frozen” è un ottimo album, a nostro avviso, forte di alcuni dei migliori pezzi della band, come “Farewell”, la alcoolica “For The Love I Bear”, “The Suicider”. Ora diventa davvero impresa ardua individuare un filler, quando si susseguono classici come “The Rain Comes Falling Down”, “Grave Sweet Grave”, “Burn” e soprattutto “Drown Together”, per chi scrive uno dei pezzi più belli composti dalla band finlandese. Se il livello di tensione emotiva flette dolcemente con le conclusive “Let Go (The Last Chapter)” e “Mourn” ci pensano le quattro cover incluse in questa re-issue a strigliarci per bene. Partiamo con una sentita ma maldestra riproposizione di “Creep”, il pezzo della consacrazione commerciale dei Radiohead, qui reso in pieno Sentenced-style, ma eccessivamente imbastardito dalla performance di Ville Laihala, a suo agio invece nel classico dei Faith No More “Digging The Grave”, pezzo quasi punk nell’attitudine e dotato di una incredibile carica. Buona anche “I Wanna Be Somebody” dei W.A.S.P., un vero e proprio inno per tutti i rocker che si rispettino. Chiude la (Animal Version) di “House Of The Rising Sun” di Bob Dylan, bella e dannata come si conviene in questi casi. Spassoso il coro alcoolico in chiusura del pezzo, sul quale troverete un divertente retroscena nelle liner notes di Gunnar Sauermann. Se non l’avete ancora capito, un album da avere. Un po’ di più di “Down” e un po’ di meno di “Crimson”.

SENTENCED – CRIMSON

SENTENCED - Crimson
A chiudere la serie di ristampe dei Sentenced ad opera della valorosa Century Media ci pensa “Crimson”, pubblicato nel gennaio del 2000 e vera e propria summa di quanto costruito e perfezionato sui due album precedenti. L’album, forte finalmente di una ottima produzione (complice oggi la rimasterizzazione di Ulf Horbelt), palesa una invidiabile coesione tra i pezzi, così legati tra loro da far sospettare la presenza di un concept sottostante. E’ invece il livello di perizia compositiva dei Nostri a rendere tutto così lineare, quasi monolitico, per supportare a dovere la ormai matura voce di Ville Laihala, ora definitivamente concentrato sulla sua interpretazione, lasciando in disparte passate velleità di semplice emulo di nomi ben più grandi. “Crimson” è un susseguirsi di pezzi uno più bello dell’altro, su tutti il singolo “Killing Me Killing You” (qui presente anche come ‘video clip enhancement’), pezzo dotato di uno dei ritornelli più potenti che il gothic metal possa offrirci, seguito a ruota da “Broken”, altro classico riproposto nei vari live della band. Pessimismo e rassegnazione sgorgano abbondantemente da ogni nota, da ogni passaggio, da ogni parola, senza tuttavia lasciarci mai un senso di qualunquismo e di opportunismo, come capita spesso quando ci si trova davanti a gruppi tutti morte e dolore. Ascoltate la heavy “My Slowing Heart” (Megadeth meets Paradise Lost) per capire di cosa stiamo parlando: un riffing cadenzato ma heavy all’inverosimile scandisce i battiti di un cuore malato, come ci dice Ville nelle drammatiche liriche. Una sensazione di calore ci circonda, anche davanti a tali tematiche, proprio come ci suggerisce l’artwork di questa strepitosa ristampa: magma serpeggiante, che fiero del suo impareggiabile colore e della sua incommensurabile forza si riversa in un fiume inesorabile, coprendo e distruggendo tutto ciò che incontra. Questo rappresenta “Crimson” per il sottoscritto. Un insieme di pezzi che, legati insieme da un filo rosso quanto la lava, avanzano senza alcuna paura verso la consacrazione definitiva. E la nostalgia per una band così valida cresce a dismisura…

JAG PANZER – THE FOURTH JUDGEMENT

JAG PANZER - The Fourth Judgement
I Jag Panzer sono tra le band classic metal che non hanno mai raggiunto il successo che meritano, sebbene il gruppo di Mark Briody nel corso degli anni abbia dimostrato più volte il suo indubbio valore. Una band composta da ottimi musicisti come il chitarrista Joey Tafolla (poi sostituito dall’ancor più bravo Chris Broderick) o il cantante Harry “The Tyrant” Conklin, una vera forza della natura soprattutto dal vivo. Alla Century Media va dato il merito di aver creduto in questa formazione che oggi dà alle ristampe “The Fourth Judgement”, disco che uscì nel 1997 a tre anni dal precedente “Dissident Alliance”. Artwork nuovo di zecca, bonus track e completa rimasterizzazione donano il giusto valore ad un album che comunque, a detta di chi scrive, non fu l’apice compositivo della band statunitense, raggiunto con il successivo e stupendo “The Age Of Mastery”, ma di sicuro è da annoverare tra le sue migliori uscite. Un disco molto classico ma, come tutti i platter targati Jag Panzer, particolare e intriso di passione. L’opener “Black” inizia con note di violino ed il cantato soffuso di Conklin, per poi sfociare in un mid tempo travolgente, uno dei migliori episodi dell’album. Non da meno la cadenzata “Dispair” o la più grintosa “Ready To Strike” nelle quali potenza e melodia vanno a braccetto senza scadere mai nel banale. “Shadow Thief”, riregistrazione di una vecchia demo, è una delle canzoni migliori mai uscite dalla penna di Briody, un pezzo di classic metal allo stato puro dal chorus molto immediato. Finale suggestivo con la breve e dolce “Sonet Of Sorrow” che introduce “Judgment Day”, epica cavalcata di scuola Maiden, ancora una volta impreziosita da bellissimi inserti di violino. Se ancora non conoscete i Jag Panzer il consiglio è dare almeno un attento ascolto a questo disco e al suo sopra indicato successore.

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