CROWN OF AUTUMN: il nuovo “Byzantine Horizons” traccia per traccia!

Pubblicato il 04/03/2019

A cura di Marco Gallarati

1997, “The Treasures Arcane”, l’esordio ormai divenuto oggetto di culto. Quattordici anni dopo, 2011, un’infinità di tempo, “Splendours From The Dark”, il degno erede. ‘Soltanto’ otto anni dopo, oggi, nel 2019, un’altra mezza infinità di tempo, ecco arrivare dopo eterna gestazione la terza opera sulla lunga distanza dei Crown Of Autumn, intitolata “Byzantine Horizons”.
Se gli ampissimi intervalli di silenzio tra una release e l’altra e la totale assenza di promozione dal vivo hanno di certo limitato l’espansione commerciale del gruppo milanese in tutta la sua carriera, relegandolo ad uno status di underground cult che cozza alquanto con i tempi odierni, è anche vero che questo centellinamento naturale di notizie ed avvenimenti ha creato e continua a creare una sorte di alone mistico e misterioso attorno all’operato della band capitanata da Emanuele Rastelli, compositore, chitarrista, bassista, cantante e tastierista in una line-up ormai allargata a quattro elementi. Allo storico batterista Mattia Stancioiu, presente come session sul primo disco e poi amalgamato in formazione, così come a Gianluigi Girardi, squillante e potente voce maschile pulita, esordiente su “Splendours From The Dark”, oggi i Crown Of Autumn aggiungono la collaborazione fissa con Milena Saracino, anch’essa già ospite sul lavoro precedente e in “Byzantine Horizons” promossa a pieni voti come principale novità del suono della Corona d’Autunno.
L’abbondanza, la ricchezza e la maturità degli intrecci vocali, infatti, ci paiono le caratteristiche peculiari di questa nuova release, che brilla per songwriting ispirato e cura certosina negli arrangiamenti, quest’ultimi mai ridondanti e rendenti troppo complessa la fruizione, ma sempre votati al perfezionamento e al raffinamento di una capacità compositiva innata e dotata di classe immensa e gusto sopraffino. Il power metal si unisce al pagan, al folk, al cantautorato italiano, a lontanissimi rimasugli di black, al rock inteso in senso lato, alla musica estrema sui generis per dare un terzo esempio di quanta buona musica siano in grado di concepire i Crown Of Autumn a ventitrè anni dalla loro fondazione. Abbiamo dunque approfittato della disponibilità proprio di Emanuele per analizzare in questo track-by-track ‘combinato’ i contenuti di “Byzantine Horizons”: ad un’analisi superficiale della parte musicale seguono infatti le parole del compositore riguardo le liriche e l’ispirazione che ha dato fondamenta ai singoli undici brani che troverete nel lavoro. Poi, in sede di recensione, fra un mesetto circa, esprimeremo impressioni ed un giudizio definitivo su questa uscita discografica, una delle più attese dell’anno da chi segue un certo tipo di underground.

 

CROWN OF AUTUMN
Emanuele Rastelli – voce, chitarre, basso, tastiere
Mattia Stancioiu – batteria, percussioni
Gianluigi Girardi – voce
Milena Saracino – voce

BYZANTINE HORIZONS
Data di uscita: 05/04/2019
Etichetta: My Kingdom Music
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01. A MOSAIC WITHIN (05:22)

Come furono in passato “Towers Of Doleful Triumph” e “Templeisen” per i due album precedenti, anche “Byzantine Horizons” si avvale di un’opening-track d’ottima fattura, “A Mosaic Within”. L’incipit è acustico/elettrico e la sua melodia trasporta immediatamente in un tempo sospeso ed eterno, prima di esplodere cavalcante e in doppia cassa in quello che sarà il riffing portante della struttura. Strofa in growl intelligibile, un primo chorus di voce maschile pulita, poi degli avvincenti giri melodici ed un break con l’avvento delle female vocals: Emanuele, Gianluigi e Milena si presentano uno per volta alle orecchie dell’ascoltatore, prima di ripetere strofa e chorus e lasciare successivamente spazio ad un intermezzo recitato ed evocativo, dal retrogusto arcaico e mistico. Melodie dinamiche e mai statiche ondeggiano attorno al connubio vocale indomito, quando infine ritorna il riff portante in rottura che spinge allo sfumo il brano, lasciandoci da soli a battere il piedino e a far ondeggiare il collo. Un inizio ottimo.

Emanuele:Questo brano è frutto di quello che i greci chiamavano Kairos, vale a dire una sorta di tempo ‘sospeso’, un istante in cui qualcosa di speciale accade. Nell’estate del 2007 mi trovavo in Grecia, sull’isola di Paros. Io e la mia compagna di viaggio entrammo per caso in una bellissima chiesa greco-ortodossa dedicata a ‘Nostra Signora delle Cento Porte’. Ci trovammo nel mezzo di una funzione particolarmente solenne, con tre celebranti dall’aspetto ieratico. I canti della tradizione bizantina che riempivano l’ambiente non potevano non ammaliare chiunque fosse stato presente in quel momento. Si odorava il profumo delle volute di incenso che, salendo lentamente, venivano illuminate dai raggi del Sole che filtravano dalle finestre. Era qualcosa di radicalmente diverso dalle celebrazioni alle quali siamo tutti più o meno abituati nel mondo cattolico. Il senso del Sacro era tangibile, riempiva lo spazio esteriore ed interiore, proprio come dovrebbe essere qualsiasi rito degno di questo nome. ‘La Divina Liturgia’, la chiamano nell’Oriente cristiano, ed è proprio così che appare: divina. Quello che vedevo e ascoltavo mi portava alla mente un sogno alquanto particolare che avevo fatto diversi anni prima, sogno di cui accenno alcune immagini nel testo del brano. Inutile dire che rimasi incantato. Da quel Kairos è nato tutto il concept di ‘Byzantine Horizons’“.

02. DHUL-QARNAYN (04:38)

La seconda traccia è certamente uno dei pezzi più complessi, raffinati e ricchi di suggestioni della tracklist. “Dhul-Qarnayn” si presenta come brano assolutamente maturo e completo, inaugurato da una strofa eccellente di Milena Saracino, su cui limpidi rintocchi di pianoforte e una trama sottile al violoncello impartiscono con poche note una solennità gloriosa e decadente. Poi si sale, con l’enfasi crescente di bridge e chorus, quest’ultimo vincente e ben interpretato dalla coppia Saracino/Girardi. A sorpresa, l’unico assolo della tracklist arriva a questo punto, prima di inerpicarsi su vette più alte seguendo le evoluzioni vocali di Gianluigi e, stavolta, Emanuele. Bridge e chorus si ripetono portando alla chiusura del pezzo, che colpisce soprattutto per la sua sopra accennata evoluzione ‘adulta’ del sound dei Crown Of Autumn.

Emanuele:Letteralmente significa ‘Il Bicorne’, o ‘Quello dalle due corna’. Si tratta del termine con cui nel Corano, nella cosiddetta ‘Sura della Caverna’, si fa riferimento con ogni probabilità ad Alessandro Magno (Iskandar-nameh), ritenuto un grande condottiero, autore di poderose imprese compiute per grazia dello stesso Allah. Si racconta che Dhul Qarnayn, giunto nel territorio di un’imprecisata popolazione orientale apparentemente pacifica, venne da quest’ultima supplicato di concedere il proprio aiuto per arginare le invasioni di un’altra popolazione, questa volta dai caratteri bellicosi e demoniaci, identificata con le orde di Gog e Magog che continuavano ad infestare quelle aree: «O uomo dalle Due Corna, Gog e Magog corrompono la nostra terra. Sei disposto ad accettare un nostro tributo a patto che tu costruisca tra noi e loro una barriera?». Così egli edificò un muro di ferro che arginò quelle popolazioni perverse. Ma col tempo, secondo la tradizione, si apriranno gradualmente delle fenditure in questa grande muraglia simbolica; fino a quando, alla fine dei tempi, le orde di Gog e Magog non saranno di nuovo libere di infestare le popolazioni civili con la loro crudele barbarie. Interessante è anche l’assonanza con i due demòni Koka e Vikoka della tradizione indù, i quali aiuteranno Kali nel suo combattimento finale contro il luminoso Kalki, decimo avatara del dio Vishnu, il quale comparirà alla fine del ciclo storico attuale, per riportare una nuova età dell’oro. Sono tutte figure dall’evidente significato escatologico che hanno ispirato il brano in questione, nel quale si accenna appunto alla decadenza dell’era presente, alle forze che fomentano tale processo di caduta e a quelle che invece lo contrastano. L’accentuazione dell’elemento meta-politico e meta-storico, infatti, è una delle principali caratteristiche liriche di questo nostro nuovo album“.

03. SCEPTER AND SOIL (03:49)

“Scepter And Soil” riprende quasi anche musicalmente la tematica del simbolismo della Croce, narrata più avanti, proponendosi per praticamente tutta la sua interezza come un’alternanza paritetica tra l’accoppiata Rastelli/Girardi a duellare durante sezioni aggressive e groovy e la Saracino a placare le acque durante le rispettive post-sequenze acustiche e decisamente più controllate, parti dove gli arrangiamenti di fino della band si possono assaporare in tutta la loro maestria e docile profondità. Un giro melodico in crescendo porta infine all’inaspettata chiusura del brano, che accelera e si movimenta facendo scapocciare le teste non poco. Relativamente semplice e lineare, ma studiato alla perfezione e assolutamente efficace.

Emanuele:Da un certo punto di vista, è come se si proseguisse il discorso iniziato col brano precedente, portandolo verso ulteriori riflessioni e conseguenze. Il titolo si riferisce al simbolismo della Croce, uno dei più universalmente presenti. Lo ‘scettro’ rappresenta l’asse verticale, quello che attraversa tutti i vari stati dell’Essere, l’asse metafisico e atemporale, corrispondente al concetto di Qualità; il ‘suolo’, per contro, si riferisce all’asse orizzontale, sede del mondo fisico e soggetto al tempo lineare, corrispondente al concetto di Quantità. Il mondo moderno sembra aver completamente dimenticato il primo, considerando quasi esclusivamente la dimensione limitata del secondo. Ma la sola dimensione dell’azione materiale e temporale, senza un riferimento trascendente che la direzioni, conferendole senso e legittimità, resta soltanto un vano agire scomposto. D’altro canto, la sola dimensione contemplativa, quando non sia adeguatamente veicolata verso un’applicazione concreta, rischia di rimanere soltanto mera virtualità. L’unica strada realmente auspicabile è pertanto l’integrazione di questi due aspetti complementari, disposti secondo corretta gerarchia. Queste riflessioni valgono tanto per il microcosmo del singolo essere umano, quanto per il macrocosmo delle strutture sociali“.

04. CYCLOPEAN (04:22)

Dalla forma rispettante piuttosto classicamente quella -canzone, “Cyclopean” è il pezzo scelto per presentare l’album al pubblico accompagnandolo con quello che sarà a tutti gli effetti il primo video mai rilasciato dal gruppo. Furbescamente – ma quanto poi? – si tratta di un episodio in cui non sono presenti voci estreme, giocato sul dualismo caldo e molto ‘italiano’ tra la strofa della Saracino ed il crescendo elettronico e ricco di percussioni che, prima portando ad un passaggio in combinazione vocale, libera poi il ritornello di Girardi, non fra i best of del disco e quasi mesto, ma che perfettamente si adagia su una composizione delicata, sognante e pizzicante corde dormienti e annichilite dalla frenesia dei nostri giorni moderni. Come racconta qui sotto Emanuele, provate ad ascoltare “Cyclopean” immaginandovi le scene da lui descritte e il brano vi s’illuminerà d’immenso.

Emanuele:Come ‘A Mosaic Within’, questo brano nasce da un Kairos, un momento magico vissuto in compagnia di un amico fraterno molti anni fa. A fine settembre, ci trovavamo in riva al Mar Ligure, su di una spiaggia semideserta, se non per la presenza di alcune ninfe sconosciute. Uno di quei momenti in cui tutto ciò che ti circonda sembra essere un unico grande inno all’Eterno. Ancora una volta, nelle immagini liriche di ‘Byzantine Horizons’, sono le tinte languide dell’Europa meridionale ad essere protagoniste. I riflessi del Sole sulla risacca, la sabbia dorata, antiche rovine che si ergono silenziose, incoronando promontori a picco sul mare. Tutto questo parla di Patria, parla degli Avi; parla di leggi eterne rappresentate in miti e leggende. Parla del Tutto, che è Uno. Certe situazioni esteriori, certe atmosfere particolari, possono far zampillare dall’animo umano intuizioni su intuizioni, sempre più profonde, l’una riflessa nell’altra, e tutte convergenti verso un’unica inesprimibile Verità. Anche l’aspetto della produzione di ‘Byzantine Horizons’ ha tenuto conto di una certa vocazione solare presente in quest’album. Volevamo un suono desertico, secco come le distese rocciose della Cappadocia, arido come le rocce erose dal vento e dal sale. Mattia ha fatto un lavoro davvero egregio, riuscendo a rendere perfettamente questo genere di suono ‘sabbioso’ che avevo in mente“.

05. LO SPOSO DELL’ORIZZONTE (03:51)

La composizione ambientale-acustica di stampo cantautorale-folk è da sempre fra le corde di Emanuele Rastelli e dei suoi progetti. L’elettronica è usata come al solito in modo superbo, senza ridondare in eccesso, bensì piegandosi mestamente ad interagire con il corpo acustico e percussivo della trama compositiva. Cantata in italiano, inglese e latino, con protagonista quasi esclusivamente Milena, questa canzone spicca come perla per solennità e capacità evocativa. Non serve descriverne le emozioni, i passaggi: occorre solo andare ad ascoltarla, per assaporare quei richiami cavallereschi, pagani, sacri e medioevali, che spesso e volentieri tornano nella musica di questa formazione, dandole un trademark pressochè unico. Applausi.

Emanuele:Questo è il brano in cui si sente maggiormente l’influenza di un altro progetto che coinvolgeva me e Mattia, i Magnifiqat. E’ un brano d’ambiente, scritto quasi interamente in lingua italiana, e figlio di un periodo in cui ascoltavo molto la musica del cantautore, monaco benedettino e successivamente eremita, Juri Camisasca. Si tratta sostanzialmente di una preghiera musicata. Lo ‘sposo dell’orizzonte’ del titolo è il Figlio che, scoccato come una freccia dal centro immanifesto di ogni cosa (il Padre – Deus absconditus), raggiunge l’estremo margine del mondo manifesto – l’orizzonte – per riunire simbolicamente la circonferenza al suo Centro“.

06. EVERYTHING EVOKES (04:38)

Dopo la calma del pezzo precedente, si arriva all’episodio spartiacque della tracklist, “Everything Evokes”. Trattasi certamente di uno dei momenti salienti del lavoro, puro power-thrash-pagan metal in piena tradizione Crown Of Autumn, dove aggressione, melodia ed evocatività si miscelano sia musicalmente che vocalmente, esplodendo in un ritornello in doppia voce davvero potente e altamente cantabile. Le strofe sono comunque veloci e sputate fuori in un growl quantomai catarroso, altro punto a favore tra le migliorie riscontrabili in “Byzantine Horizons”, dotato senza ombra di dubbio – e ci piace ripeterlo – della miglior prestazione alle voci della carriera del gruppo lombardo. Spezza la tensione una sezione centrale electro-ambient in cui cori mistici e voci filtrate ci preparano spiritualmente, quasi à la Enigma, alla ri-esplosione dell’ottimo chorus di cui sopra, in chiusura doppiato dal growl di Rastelli.

Emanuele:Da un punto di vista lirico, questo è uno dei brani più furiosi di ‘Byzantine Horizons’ e, direi, di tutta la nostra discografia. In esso è espresso tutto il disprezzo verso quelle forze che, più o meno consciamente, favoriscono il proliferare di ogni genere di decadenza: corruzione, individualismo e materialismo. Contemporaneamente è anche una ‘chiamata alle armi’ nei confronti di coloro che non accettano un tale processo di imbarbarimento e sono spinti, ciascuno a proprio modo, a contrastare i venti di degrado che, ai nostri giorni, sembrano scatenarsi con un’inedita violenza. Ogni cosa evoca una determinata energia e questa energia ha delle conseguenze, soprattutto sulla psiche delle masse. Quando si fa, si dice o si mostra qualcosa a qualcuno, soprattutto attraverso i media, bisogna avere la massima consapevolezza di quello che può succedere a livello di impatto psichico sulla maggioranza delle persone, ed è necessario prendersi tutte le responsabilità del caso. Non esiste nulla che sia neutrale in questi processi, ogni cosa produce un determinato effetto. Ogni cosa evoca ed educa (o diseduca)“.

07. WALLS OF STONE, TAPESTRIES OF LIGHT (03:25)

La seconda parte di “Byzantine Horizons” ritrova subito grande protagonista Milena Saracino, attraverso il primo minuto di “Walls Of Stone, Tapestries Of Light”, le cui magistrali linee vocali sono cantate con sentimento e magica bravura da un’interprete che, non esasperando mai i toni della sua prestazione, sa colpire letteralmente al cuore e a quell’angolino di cervello dove risiedono i ricordi più malinconici e nostalgici. Abbiamo una canzone breve, diretta eppur complessa, che piace subito ma che, grazie ai soliti arrangiamenti speciali e ‘nascosti’, non mancherà di crescere man mano si proseguiranno le fruizioni. Il basso dei Crown Of Autumn non è mai stato così presente come in questo disco e raggiunge subdolamente le sinapsi più profonde. Bravissima la band a condensare in soli tre minuti e mezzo tutte le sue peculiarità di songwriting, vecchie e nuove.

Emanuele:E’ uno dei miei brani preferiti di ‘Byzantine Horizons’. Insieme a ‘Cyclopean’ è forse quello che meglio esprime i nuovi elementi aggiuntisi al sound dei Crown Of Autumn. C’è sicuramente una maggiore attenzione verso la forma-canzone di stampo più tradizionalmente rock e le linee vocali hanno un’importanza capitale, complice l’avvento di Milena in pianta stabile nella formazione. Questo brano è ispirato ad immagini che mi sono molto care, quelle della vita contemplativa. Le sensazioni di cui raccontavo prima descrivendo ciò che vidi in quella chiesa sull’isola di Paros, ossia quel senso del Sacro così evidente e respirabile, le avevo già vissute molti anni prima, con sfumature diverse, in certi monasteri cistercensi del centro Italia. Tali luoghi, così antichi e ricchi di storia, influenzano da sempre le mie composizioni, fin dai lontani tempi del demo-tape ‘Ruins’ (1996), concepito in gran parte tra le mura dell’Abbazia di San Galgano, nel Comune di Chiusdino (SI) e presso le rovine di Castel Gavone, nel Comune di Finale Ligure (SV), edificio che appariva sulla stessa copertina di quel demo“.

08. WHORES FOR ELEUSIS (03:41)

Non l’avesse citata Emanuele nelle parole qui sotto, probabilmente non l’avremmo notata, ma l’influenza soprattutto dei Megadeth, in “Whores For Eleusis”, appare evidente in diversi punti di questo pezzo, il cui scheletro ha le fondamenta nel lontano passato del compositore. Il riffing generale, la linea di basso ed il chorus richiamano effettivamente l’operato della band di Dave Mustaine, ovviamente filtrato e rielaborato sotto le ali più epiche e ‘meno cervellotiche’ delle sonorità dei Crown Of Autumn. Fatto sta che ci troviamo di fronte ad un brano solido e piuttosto quadrato, che rimane facilmente impresso in mente e che presenta un mood lievemente diverso dalla tipica aura solenne che solitamente permea la musica della Corona d’Autunno. E’ pensabile come singolo, addirittura, e nel caso la band voglia finalmente esibirsi on stage, certamente potrà essere fra le tracce più ‘acchiappa-consensi’.

Emanuele:Il titolo è mutuato da una poesia di Ezra Pound. Si tratta del Canto XLV (generalmente ribattezzato ‘With Usura’) tratto dalla sua più celebre raccolta poetica, i Cantos. Il testo di questo brano si specchia nello scritto di Pound e prosegue il discorso iniziato con ‘Everything Evokes’. Alla fine del pezzo abbiamo inserito un estratto audio d’epoca in cui lo stesso autore recita le ultime righe del Canto XLV: ‘They have brought whores for Eleusis, corpses are set to banquet at behest of usura’. La melodia del ritornello è una delle prime cose che scrissi in vita mia, probabilmente risale al 1992/93, periodo in cui ero molto influenzato dai Megadeth e dai Metallica più ‘adulti’ e maturi, mi riferisco rispettivamente a ‘Countdown To Extinction’ e al ‘Black Album’. Siccome il riff portante di questo brano ha un andamento che per certi versi ricorda quelle sonorità, ho pensato che fosse la giusta occasione per dare finalmente forma compiuta, dopo tutti questi anni, a quella melodia vocale alla quale sono da sempre molto affezionato“.

 

09. LORICA (04:09)

Ecco probabilmente l’ultimo highlight del disco, senza nulla togliere ai due brani successivi. “Lorica” è aggressivo e melodico nella sua quasi totale interezza, aperto da un riffing thrash abbracciato ai classici hook di stampo medioevale tipici della band. Poi, all’improvviso, ecco aprirsi uno sprazzo acustico in cui la voce della Saracino interpreta una sezione in italiano che si incastona magicamente nella successione di riff e voci del resto della composizione. Voce pulita e growl combattono ad armi pari ed abbiamo anche un ottimo break centrale con un giro di basso esaltante, presto doppiato da una ritmica groovy e da headbanging che prelude alla ripartenza mirata a giungere al climax in growl&melodia di una canzone che si presta moltissimo alla resa live.

Emanuele:Il termine indica principalmente la corazza utilizzata dai soldati dell’antica Roma. C’è però un altro significato, meno comune, che si riferisce ad un tipo di preghiera particolare in uso nell’Irlanda proto-cristiana. Tale preghiera è detta appunto ‘Lorica’, oppure ‘Corazza di San Patrizio’, ed inizia con queste parole: ‘I arise today through a mighty strength, the invocation of the Trinity, through a belief in the Threeness, through confession of the Oneness of the Creator of creation’. Come per ‘Everything Evokes’ e ‘Whores For Eleusis’, anche in questo brano si accenna a tematiche meta-politiche e meta-storiche. Nel testo si dipinge uno scenario generale di grande desolazione, ma si intravedono anche i germogli di una possibile reazione; i semi di una speranza nuova ed antica“.

10. ROMAN DIARY (03:24)

“Roman Diary” è la canzone di poco più breve della tracklist e denota un’urgenza espressiva quasi palpabile. Gli elementi del sound dei Crown Of Autumn si incrociano e alternano rapidamente, regalando a questo pezzo una freschezza piacevole e imprevedibile, ideale e funzionale anche per il posizionamento in scaletta, quando giunti ormai alla decima traccia si potrebbe accusare, soprattutto ai tempi nostri, nei quali le piene attenzione e concentrazione nell’assorbire la musica sono lontane chimere utopistiche, una certa spossatezza d’ascolto. Le voci sono di nuovo magistralmente intrecciate, ma il terzetto si scambia alla meglio i doveri vocali nel corso del bridge metallico e del chorus potente e accelerato, musicalmente una breve sfuriata di stampo blackish, che ne segue.

Emanuele:Mi fa piacere che ‘Byzantine Horizons’ esca proprio ad aprile, il mese dei Natali di Roma. Questo brano è basato sulle impressioni che ebbi durante le mie varie visite in questa città così unica e speciale. Roma è portatrice di una particolare funzione fatidica ed esiste la possibilità che l’Urbe non abbia ancora esaurito tutti i compiti che il destino le ha assegnato. Ad ogni modo, Roma mi ha conquistato il cuore fin dalla prima volta che vi misi piede. Sono nato a Milano, vivo a Mantova e mi sento romano. Roma è il simbolo delle nostre radici, dell’integrazione tra Paganità e Cristianità in qualcosa che travalica entrambe le forme (vale a dire la Tradizione Perenne). Sia la Roma pagana che quella cristiana sono fondate sul Divino e, senza la dimensione numinosa, nessuna di queste due prospettive potrebbe sussistere. Il Sacro è connaturato alla Città Eterna, anche se nell’attuale ciclo storico tutto questo sembra essere completamente scomparso. Roma è prima di tutto un’idea. A questo proposito vorrei citare alcune parole di Pio Filippani Ronconi sulla Romanità: ‘In questo particolare momento, direi, di marciume e putrescenza di quelle che sono le strutture – anche statuali – di una Nazione come la nostra, si presenta una urgenza; quella di abbeverarsi alle fonti della nostra gente atavica. La pianta romana è una anomalia, perché la pianta romana, pur agendo e muovendosi con perfetta normalità – ma una normalità sovraccaricata – è riuscita a sviluppare delle attitudini propriamente spirituali che la loro incultura, rispetto ai popoli che erano vicini, avrebbe reso impossibile sviluppare. Vi era veramente un elemento molto particolare e molto speciale; possiamo dire che i Romani erano figli di un destino. […] La Virtus romana consisteva in due orientamenti. La Pietas: sentire dentro di sé, continuamente, mormorare gli Déi; sentire la voce degli Déi; consacrare lo spazio in cui si cammina, ripetendo attraverso di esso l’archetipo che gli Déi mi hanno dato. Poi c’era la Fides: essere coerente con la parola e dare in parola quello che è il moto del cuore ed il pensiero. Attraverso la Pietas l’uomo era in rapporto con gli Déi, attraverso la Fides l’uomo era confratello di tutti gli altri uomini della Civitas’“.

11. OUR WITHERING WILL (05:02)

L’album viene chiuso da un brano vicinissimo al concetto – anzi, lo sposa in pieno! – di ballata metal in stile classico, che da quanto apprendiamo dal suo compositore risale in parte davvero a tanti anni fa (quasi trenta!). La struttura è semplice e anche gli arrangiamenti sono meno carichi del solito, lasciando alle melodie, all’avvilupparsi dei giri di chitarra e all’atmosfera epica e crepuscolare dell’episodio il compito di avvolgere il fruitore in un ultimo vortice spazio-temporale. Sono quasi assenti le voci estreme, da “Our Withering Will”, che presenta un Gianluigi Girardi sugli scudi accompagnato solo nella parte centrale da Milena Saracino. Molto interessante e all’uopo la chiosa definitiva affidata ad un minuto circa di canti gregoriani dall’alto effetto evocativo e sacrale.

Emanuele:Come per il ritornello di ‘Whores For Eleusis’ anche la strofa di questo brano è una composizione molto vecchia (sempre intorno al 1992/1993), che solo ora ha trovato la sua giusta collocazione. Si trattava originariamente di una metal ballad basata su di un tema classico della narrativa fantastica, quello del ‘last man on Earth’. Il mood della composizione originaria è praticamente lo stesso che mi serviva per chiudere, con una nota malinconica, questo nuovo album. Il pezzo tratta della totale mancanza di rettitudine e di volontà, di cui soffre patologicamente questa nostra civiltà occidentale moderna. Non solo certe virtù sono venute a mancare, ma addirittura si glorifica la loro assenza. Virtù cui accennavamo poc’anzi, come Pietas e Fides, vengono derise come inutili cimeli di un mondo che non esiste più e non dovrà esistere mai più (almeno secondo gli araldi di una determinata visione dell’Uomo e del mondo). Non abbiamo più volontà, è tutto un cedere, un ‘che sarà mai?’, un ‘che c’è di male?’. Giudichiamo tutto in base ad un’idea perversa, secondo la quale se una cosa non fa del male fisico a nessuno, allora quella cosa è automaticamente giusta e lecita. Sembra che sia completamente venuto meno il senso del contegno, del limite, della forma. Ovviamente il punto di forza di tale tendenza sta nel fatto che, apparentemente, rende la vita più facile ai singoli individui, i quali non devono più sottostare a regole più grandi e alte di loro; non devono più sacrificare le loro voglie ad una più vasta e ordinata armonia comune. Personalmente, faccio mie le parole di una canzone di Giovanni Lindo Ferretti: ‘Diffido del facile, gratis, tutto per tutti in ogni situazione’“.

 

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