DARK TRANQUILLITY – la classifica dei loro 20 pezzi migliori

Pubblicato il 06/01/2021

A cura di Marco Gallarati

Dopo aver recuperato alcuni Oggetti Smarriti dal nostro archivio, intervistato loschi figuri, parlato di videogiochi e creato video unboxing, oggi vi proponiamo qualcosa di ancora diverso. Non ci dedichiamo più agli album di una band o di una cerchia di formazioni di una stessa scena, bensì scegliamo un gruppo – magari uno di quelli più sulla bocca degli appassionati negli ultimi tempi – e ne analizziamo le migliori venti canzoni scritte in carriera, stilando una classifica di gradimento a cui poi voi lettori potrete controbattere a piacimento. Conviene precisare, dando per scontata la più classica delle giustificazioni inutili (“i gusti son gusti!”) che è alla base ed è il punto di partenza minimo per una discussione aperta e costruttiva su questo tipo di divertissement, che il tenore della classifica che pubblichiamo non vuole essere enciclopedico, né vuole rappresentare l’interezza della carriera del gruppo; bensì, molto più no-compromise, si basa quasi esclusivamente sui gusti del redattore chiamato a stilare l’elenco. Pensiamo possa essere divertente e stimolante, nei limiti della civiltà di un dibattito appassionato e scherzoso, per una volta non andare sull’accademico ma restare sul ruspante, in un dichiarato intento di ‘pogare un po’ a parole’.
A voi, dunque: tocca ai Dark Tranquillity, fuori da poche settimane con il loro nuovo disco “Moment”, e dei quali non c’è davvero bisogno di fare presentazioni ulteriori. Buona lettura e postateci le vostre prime venti posizioni nei commenti!

Artista: Dark Tranquillity | Fotografo: Enrico Dal Boni | Data: 18 agosto 2017 | Venue: Summer Breeze Open Air | Città: Dinkelsbuhl (Germania)

 

20. DAMAGE DONE (da “Damage Done”, 2002)
M. Henriksson / A. Jivarp

Al 20° posto inseriamo la titletrack dell’omonimo disco edito nel 2002, “Damage Done”, un ritorno alle sonorità più classiche dopo gli exploit compositivi partoriti prima con “Projector” e poi con “Haven”, figli anche di una ristrutturazione di lineup piuttosto importante. In “Damage Done” sono molto presenti le tastiere di Brändström, ma tornano ad essere più d’accompagnamento che fin troppo invasive come certamente accadeva in “Haven”. Un esempio di ciò è costituito da tale breve brano, un tupa-tupa melodic death metal diretto e senza fronzoli, con un paio di gran riff thrash/death e la solita prestazione maiuscola di Mikael Stanne. Uno stacco più atmosferico ci prepara in anticipo all’atipico finale, composto da una chiosa piuttosto pacata, di circa un minuto, in cui atmosfere sognanti la fanno da padrone.

“Our frail structures can’t keep up with the pace”

19. THROUGH SMUDGED LENSES (da “Character”, 2005)
M. Henriksson / N. Sundin

“Through Smudged Lenses” ha una struttura molto simile al pezzo “Damage Done”, sebbene, provenendo dal disco seguente, “Character”, ne contiene tutto il suo più alto potenziale distruttivo. Il riff portante è sempre quello caratteristico di Henriksson, che a circa 1.40 aumenta i giri e si lancia in una vorticosa accelerazione. Ottimo anche l’assolo di Sundin e la tellurica prestazione di Jivarp, mentre Brändström si limita ad accompagnare con efficacia il tutto, fino a quando, proprio come nel brano summenzionato, si arriva al grido di Stanne “I want to see you die!”, che blocca tutto ed inaugura gli ultimi secondi di pezzo baciati da un’elettronica convincente e da un accordo molto malinconico a chiudere.

“I want to hear you scream / I want to see you die!”

18. FOCUS SHIFT (da “Fiction”, 2007)
M. Henriksson

Tratta da “Fiction”, pubblicato nel 2007 e probabilmente l’ultimo vero grande colpo di coda della band, “Focus Shift” passa abbastanza inosservata nel computo della tracklist, ma viene comunque scelta dalla band come singolo per girarci un video promozionale. Il brano, posto in mezzo ai due pezzi leggerini e molto orecchiabili del lavoro, “Misery’s Crown” e “The Mundane And The Magic”, ha il grosso pregio di risvegliare dal torpore e dare quella scossa finale necessaria attraverso un buon tiro melo-death, un ottimo groove rimbalzante e da headbanging ed un ritornello melodico il giusto, ben sorretto da una tastiera dolce ma non troppo stucchevole. Dopo il secondo chorus arrivano i momenti salienti della traccia: primo magnifico assolo melodico, accelerazione, strofa assassina di Stanne e secondo solo più tecnico. Episodio apparentemente anonimo che a distanza di anni perdura invece benissimo nella memoria.

“I let my focus shift”

17. DREAMLORE DEGENERATE (da “The Mind’s I”, 1997)
M. Henriksson / N. Sundin

Facciamo un bel salto indietro – “finalmente”, diranno alcuni di voi! – per il 17° posto, che va a “Dreamlore Degenerate”, indimenticabile opener di “The Mind’s I”, il terzo vertice dei capolavori immortali dei Dark Tranquillity. Il brano è davvero di corto minutaggio, ma in soli 2.44 riesce nell’ardua impresa di condensare tutto il contenuto di un disco, presentarlo e allo stesso tempo dare sfoggio del completo armamentario allora in possesso dei DT: aggressione all’arma bianca, tupa-tupa infernale, cambi di tempo e atmosfera improvvisi, chitarre all’inseguimento una dell’altra, momenti acustici a profusione, groove e ritmiche sempre sul pezzo con uno Jivarp trascinante, e infine uno Stanne imprendibile. Peccato, come per tutto “The Mind’s I”, per il volume della produzione, mancante di masterizzazione, che ne limita le capacità deflagranti. Un inizio di album da ricordare.

“Silence the bore / You shun the ones you dear”

16. TO A BITTER HALT (da “Projector”, 1999)
M. Henriksson / F. Johansson

Cambiamo un attimo approccio di base e addentriamoci nelle sonorità più sperimentali e dark del discussissimo “Projector”, l’album di rottura che nel 1999 generò un bello scossone sia all’interno della band, con l’abbandono del chitarrista Fredrik Johansson, che tra media specializzati e fan. Delle dieci tracce presenti, probabilmente “To A Bitter Halt” è quella che meglio riassume, in positivo, il diverso atteggiamento del gruppo. Il pezzo comincia in maniera pacata e molto atmosferica, per poi innestare marce più elevate e groovy senza però mai raggiungere velocità estreme. Anzi, il mood cambia in continuazione, seguendo anche la performance al microfono di Mikael Stanne, qui alle prese con le sue profonde clean vocals che, come ben sappiamo, su “Projector” fanno la loro più diffusa comparsa. Una canzone che bilancia piuttosto bene le due anime in conflitto del gruppo e che resta una perla splendente nell’intera sua discografia.

“Deny me of trust / And a demon I hide”


15. NOTHING TO NO ONE (da “Fiction”, 2007)
M. Henriksson / N. Sundin

Il 15° posto se lo aggiudica un’altra opener di disco e stavolta torniamo tra i solchi di “Fiction” per la potente e mutevole “Nothing To No One”. Un incipit insolito per i Dark Tranquillity, batteria e basso uniti in un groove cupo e cadenzato, anticipa di poco l’entrata del riffing introduttivo, mutando rapidamente nel tupa-tupa più classico della band; poi, però, esso decolla in verticale lanciandosi anche in brevissime sezioni in blastbeat, prima di giungere al ritornello in growl, molto quadrato e ‘cantabile’, ben supportato da ritmiche stoppate e da puntellature di tastiera ad hoc. A centro canzone ecco un bella sequenza collettiva tra le keys, in evidenza, e le chitarre, sequenza che lascia spazio ad una agile ripresa del riffing iniziale e della prosecuzione del brano, che sciorina di nuovo i suoi elementi fino alla fine confermandosi una traccia d’apertura completa e con i controfiocchi.

“The ultimate rebellion / Be nothing to no one”

14. LETHE (da “The Gallery”, 1995)
M. Henriksson

Qui i veri die-hard fan avranno di certo un sussulto al loro fragile cuoricino. “Lethe” è una delle tante mirabilia estraibili dal capolavoro assoluto dei Dark Tranquillity, “The Gallery” del 1995. Eseguita innumerevoli volte dal vivo ed uno degli storici cavalli di battaglia più resistenti al normale ingrigirsi causato dallo scorrere del tempo – anche perché tutto sommato più semplice da eseguire rispetto ad alcune sue compagne di disco, molto più tecniche e complesse – la canzone ha toni quasi da semiballata, per il suo incedere fluido, organico e melanconico e per i suoi testi romantico-decadenti, tutti dedicati al fiume Lete, uno dei cinque rivi infernali. L’apertura si esplica in uno spettacolare esercizio acustico di chitarre e basso, con in aggiunta un lieve, ma altamente evocativo, tappeto di tastiere suonate dal produttore Fredrik Nordström, che dopo 1.20 esplode in quello che sarà il leit-motiv di tutto il pezzo, l’andatura crepuscolare e cadenzata delle due sei-corde che, divise una per cuffia nel mixing, cesellano melodie dal fascino cavernoso; mentre Mikael, con l’aiuto della voce dell’ospite Eva-Marie Larsson, declama lancinanti linee roche di disperazione e dimenticanza. Verso la fine del brano tutto sfuma (“Take me away…”) e rientra l’incipit iniziale per qualche secondo, in attesa del breve scoppio finale e delle sue tragiche parole conclusive (“…from the life that I hate”). Pura magia.

“Give me to drink the fluid / That disintegrates”

13. SHADOW DUET (da “Skydancer”, 1993)
M. Henriksson / N. Sundin / A. Jivarp

Vi chiederete sicuramente come mai uno dei brani più noti – forse IL più noto – di “Skydancer”, debutto dei Nostri ormai risalente al 1993, sia così basso in classifica, al 13° posto. Be’, chi scrive giudica “Shadow Duet” un assoluto unicum nella carriera del gruppo, sì, ma pur nella sua originalità, nella sua positiva opulenza, pur nel suo caotico vorticare, va ammessa anche una certa complessiva acerbità di fondo, quella che poi contraddistingue tutto l’album succitato. Per alcuni è un pregio, per altri un difetto più o meno grave. In “Shadow Duet” veniamo posti di fronte allo storico duetto di voci (il “Duetto d’Ombre” del titolo) intercorso tra l’allora vocalist ufficiale Anders Fridén e il chitarrista ritmico Mikael Stanne, interpretanti l’Ombra della Bellezza (Fridén) e l’Ombra dell’Oscurità (Stanne). Lungo sette minuti, questo episodio ricalca, elevandole a potenza, tutte le caratteristiche dell’esordio dei DT, ed in più propone una vera e propria cascata infinita di liriche, seconde solo alla quantità di riff suonati e forse anche ai cambi di tempo del brano. Sono continue le accelerazioni e le decelerazioni, le entrate di chitarre acustiche, il basso che pulsa frenetico, la batteria che al solito porta tutti a spasso. Difficile descrivere compiutamente un miscuglio così eterogeneo di elementi, eppur così ben amalgamato, tanto da essere difficilmente riproponibile dal vivo, in primis per l’obesità vocale e lirica. Un altro pezzo che non andrebbe mai dimenticato, un imponente monolite del seminale underground melodic death metal scandinavo.

“Silent your dark desires within entirety’s light”

12. LOST TO APATHY (da “Character”, 2005)
M. Henriksson

“Lost To Apathy” rientra certamente tra i brani migliori della parte centrale della carriera del combo di Goteborg. “Character” è uno dei dischi più acclamati in assoluto, quello che forse meglio definisce i Dark Tranquillity nel periodo compreso tra il comeback all’aggressione “Damage Done” e l’ambiguo “We Are The Void”, otto anni nei quali i Nostri piazzano diverse ottime canzoni, senza quasi mai incappare in brutture stilistiche. Il pezzo in questione, che fu singolo introduttivo al disco d’appartenenza, nonchè titletrack di un EP precedente la release ufficiale di “Character”, ha tutto ciò che rendeva grandi gli svedesi in quel frangente: un gran tiro thrash/death, un continuo ping-pong chitarristico a profondere melodie sopraffine, tastiere tutto sommato non abbondanti e dosate in modo corretto e uno Stanne in versione mirabolante, qui alle prese forse con la sua prestazione in growl più piena e corposa di sempre, grazie anche ad un ritornello che si lascia ruggire alla grande. Pazienza se lo stacco groovy con le tastiere di centro brano, quello che precede il bel solo di Sundin, paia estrapolato dalla vecchia “Still Moving Sinews”; ci convince appieno anche il successivo, e suggestivo, passaggio atmosferico che precede l’ultima accelerazione e l’ultimo chorus a terminare il brano con il growl spaventoso di Mikael. Invecchia molto bene.

“Look at the shell that is you / Empty, fragile, weak”

11. INSANITY’S CRESCENDO (da “The Mind’s I”, 1997)
M. Henriksson / F. Johansson / N. Sundin

Possiamo inquadrare l’immensa “Insanity’s Crescendo” solo pensando a ciò che già era venuto prima di essa: una semplificazione di “A Bolt Of Blazing Gold” da “Skydancer” unita all’appeal nostalgico, gotico e decadente di “Lethe”, di cui abbiamo scritto poco sopra. Un punto forte anche dal vivo, tale brano, sebbene quasi mai eseguito, se non in occasioni speciali, nella sua interezza ed usando la controparte femminile come in studio. Voce femminile (di Sara Svensson su disco) che appare fondamentale nel plasmare e ingentilire i toni drammatici di “Insanity’s Crescendo”, dapprima in un’introduzione indimenticabile e cristallina e poi, nel proseguo della traccia, con altre due sezioni interlocutorie, utili a rendere memorabile il duetto con uno Stanne oltremodo straziato. Lungo tutti i quasi sette minuti di durata, invece, la band propone un’organica alternanza di accordi, arpeggi, riff suadenti e delicati, qualche impennata groovy, donando all’episodio un’epicità malinconica difficilmente raggiunta, in modo così intenso e sentito, in futuro dal gruppo.

“Each soul to violate / For the blood of heaven”


10. TERMINUS (WHERE DEATH IS MOST ALIVE) (da “Fiction”, 2007)
M. Henriksson / N. Sundin

Entriamo nella parte alta della nostra classifica introducendo la decima posizione con uno dei giri di sintetizzatore più pacchiani mai composti dai Dark Tranquillity, che sale lentamente di volume fino a esplodere in un riffing stoppato e molto moderno, figlio anche del mix potente e secco di Tue Madsen su “Fiction”. “Terminus (Where Death Is Most Alive)” innesta poi fin da subito la marcia alta, partendo in una delle più classiche andature in tupa-tupa dei Nostri con l’iconico ruggito di Stanne “This is a ghost-town!”. Questo tipo di brano – a cui possiamo associare le passate “Monochromatic Stains” e “Lost To Apathy”, ad esempio – funzionava benissimo sia come prova da studio sia nelle interpretazioni live, delle quali è presto divenuto una canzone importante, se non addirittura immancabile. Il contrasto tra il motivetto ballabile ai synth, che si ripete fisso sotto al potente ritornello, e l’attacco frontale delle sezioni thrash-death non dà fastidio, anzi! Rispetto a certi tentativi odierni della band di fare lo stesso, si può ben sentire, con “Terminus…”, quanto l’amalgama compositiva dei ragazzi fosse ben più bilanciata qualche anno fa: tanta melodia, anche orecchiabilissima, ma senza dimenticarsi l’approccio death metal.

“It is the only place I know / Where death is most alive”

9. THE SUN FIRED BLANKS (da “Projector”, 1999)
M. Henriksson / N. Sundin / F. Johansson

All’interno della tracklist di “Projector”, “The Sun Fired Blanks” spicca notevolmente per il suo carattere maggiormente aggressivo e violento rispetto al resto del compendio di brani, che ricordiamo vanno dai molto sperimentali “Day To End” e “Auctioned”, fino a giungere ai più introspettivi “UnDo Control” e “To A Bitter Halt”. Proprio dopo quest’ultima, “The Sun Fired Blanks” parte senza troppe avvisaglie e bella diretta, riversando sul fruitore la sua vorticosa melodia portante di chitarra, subito doppiata da una ritmica efficace e ficcante. Jivarp tiene bene il colpo in doppia cassa, fino a rallentare per la proposizione di un ritornello tanto convincente quanto epico. Il gioco si ripete in maniera molto rapida, fino ad arrivare a 2.25 al break di centro brano, dapprima guidato da un hook di sei-corde marziale e roboante, poi placato da un arpeggio sorretto da una bella linea di basso in crescendo, ed infine re-innalzato verso vette telluriche da un soave assolino di chitarra. Tanto materiale e tante idee fatti fruttare in pochi minuti, un ottimo esercizio di stile.

“Set the higher standard / And to a greater fall descend”

8. FINAL RESISTANCE (da “Damage Done”, 2002)
M. Henriksson

Un’altra opening track viene rispolverata immancabilmente per l’ottavo posto. Ci spostiamo in avanti di qualche anno e torniamo a “Damage Done”, la cui iniziale “Final Resistance” ha molto spesso chiuso i concerti fino a diverso tempo fa, si voglia per l’adrenalina e l’attitudine che trasmette il pezzo, si voglia perché il titolo si presta particolarmente a farle ricoprire la posizione di ultima in scaletta. Immediata, energica, in-your-face, piuttosto semplice e dal tiro micidiale, in realtà “Final Resistance” tocca il suo apice durante il potentissimo ritornello in growl, con sotto un eccezionale melodico in tremolo-picking, e la seguente ripresa a mille con il tupa-tupa. La sezione centrale è un altro momento classico dei Dark Tranquillity di metà carriera, ovvero pausa atmosferica con tastiere e botte di ritmica a scandire la veloce ripartenza. Certamente una fra le canzoni più facili da assimilare dell’intera discografia del gruppo. Eppure spacca tutt’oggi!

“What can you tell me of the inside? / Is it as bright as all can see?”

7. PUNISH MY HEAVEN (da “The Gallery”, 1995)
F. Johansson / N. Sundin / A. Jivarp

“Come, prego?” – direte voi – “solo settima?”. La canzone classico per eccellenza dei Dark Tranquillity solo settima? Sì, solo settima, e abbiamo ben spiegato nell’introduzione le peculiarità di questa classifica che, come tutte le classifiche, può apparire estemporanea, scandalosa o superlativa a seconda di chi legge, quando la legge ed in quale stato d’animo. Inutile spendere molte parole su di un brano che chiunque si reputi fan dei DT deve conoscere a menadito, se non a memoria. E non basta averla sentita dal vivo un paio di volte, ed aver cantato in coro i vari ‘oh-oh oh-oh’ che seguono saltuariamente le immarcescibili melodie chitarristiche imbastite magistralmente da Johansson e Sundin nel lontano 1995. Traccia-manifesto di tutto il melodic death metal scandinavo, soprattutto quello più tecnico, caotico e creativo, l’incipit, in pochi secondi, porta via già brandelli di pelle, tra la partenza di Jivarp e l’attacco degli strumenti in un vorticoso rincorrersi di riff e hook. Stanne ruggisce come un leone, il basso di Henriksson se ne va dappertutto, ma ciò che rende immensa la canzone è il continuo ed imprevedibile mutare della struttura, la ricchezza degli arrangiamenti e delle parti che, anche se giunti al millesimo ascolto, si riescono a cogliere per la prima volta. Un capolavoro immortale e pressoché irripetibile.

“If I had wings, would I be forgiving? / If I had horns, would there be flames to shy my smile?”

6. HEDON (da “The Mind’s I”, 1997)
M. Henriksson / N. Sundin

“Hedon”, terza traccia nell’ordine di tracklist di “The Mind’s I”, rappresenta benissimo il valore tutto del disco d’appartenenza, summa compita, ispirata e progressiva di uno dei lavori più amati, ma anche poco citati, della band. In mezzo ad episodi intensi ma di breve durata (“Constant”, “Tidal Tantrum”), ad altri con meno compromessi e più diretti (“Dissolution Factor Red”, “Scythe, Rage And Roses”) e ad altri ancora più articolati e complessi (“Insanity’s Crescendo”, “Zodijackyl Light”), questo brano si eleva ad esempio del livello di songwriting raggiunto dai Dark Tranquillity del 1997: incedere groovy ma ‘sghimbescio’ con gran dipanarsi e ondeggiare di melodie crepuscolari, con Stanne che digrigna espressivo e sinistro come suo solito, cambi di tempo continui, assoli che spuntano qua e là improvvisi, un lento progredire che porta ad un’andatura sempre più sostenuta e convinta, fino ad arrivare al break del minuto 3.31, con una prima accelerazione killer che, attraverso un altro rallentamento, fa poi decollare la sezione più incisiva e significativa, quella cantata da Anders Fridén, la cui voce iper-filtrata è del tutto irriconoscibile. Si chiude con la disperazione di un Mikael addolorato e la ripresa di riff epici. Altro gran pezzo.

“Hedon, your children wild / Hedon, and filled with death”


5. A BOLT OF BLAZING GOLD (da “Skydancer”, 1993)
M. Henriksson / N. Sundin

Dopo “Shadow Duet”, tocca ad un’altra canzone tratta dal debutto “Skydancer” guadagnarsi il quinto posto della nostra classifica, sebbene siamo certi e consapevoli che per molti diehard-fan con questo brano Stanne e soci abbiano raggiunto l’assoluto apice compositivo. Sicuro è che “A Bolt Of Blazing Gold”, oltre sette minuti di progressione tecnica, melodica e atmosferica, composta quando ancora i Nostri non erano maggiorenni, rasenta l’incredibile e l’impossibile, sequela di note tanto sperimentali ed innovative, e per certi versi acerbe, quanto mature, profonde e degne di un’esperienza ben navigata nella scrittura di un pezzo. L’apertura in acustico, con chitarre e basso a cercarsi ed inseguirsi guidate da un drumming trainante, così come la toccante chiusura arpeggiata, basterebbero a segnare per sempre come capolavoro tale traccia; ma il gruppo è devastante nella sua infanzia compositiva ed in mezzo piazza praticamente tutto lo scibile musicale, con ogni strumento che vaga in autonomia pur restando legato al resto, lasciando alle tre voci (Fridén, Stanne di supporto nel pulito e nel secondo growl, l’ospite Anna-Kaisa Avehall alle female vocals) il compito di colorare d’emozioni il comparto lirico, al solito posto su una palette di un testo lunghissimo, romantico e metafisico, come solo il buon Niklas Sundin sapeva scrivere nella sua giovinezza. Un altro capostipite da cui non si può prescindere, tra i pezzi più seminali di tutto il death metal melodico.

“Oh, father of the coloured sky / Unwear thy robe of shadowhood”

4. THE DIVIDING LINE (da “The Gallery”, 1995)
A. Jivarp / F. Johansson / N. Sundin

Quarto posto, e la cosiddetta medaglia di legno, per un brano che spesso e volentieri, all’interno di “The Gallery”, passa in secondo piano o quasi dimenticato. Ma “The Dividing Line”, anche a distanza di venticinque anni dalla sua scrittura, continua a brillare di luce propria come stella imperitura. I primi due minuti rientrano fra gli spezzoni epocali scritti dai Dark Tranquillity, un fluido ed organico alternarsi tra giri ipnotici di chitarre, groove possenti, riff magistrali e voce perfetta, il tutto segnato da sbalzi ritmici in continui controtempi da spellarsi le mani. Di seguito il brano si ‘regolarizza’ ed il suo ritornello – se così possiamo chiamarlo – non ha chissà quale appeal, ma resta comunque incollato alle meningi come un sensore da EEG. Anche qui, leitmotiv dei primi tre dischi del gruppo, l’attitudine progressiva del combo è più che evidente e la composizione corre senza limiti alcuni di ripetizione o sintesi. Particolare e ottimamente riuscito anche l’arrangiamento di tastiera e pianoforte, suonati da Fredrik Nordström, verso fine brano, prima dell’ultima ripartenza e della chiosa violenta della traccia, con le parole “torn across the dividing line”.

“Your castles made to tremble / With foundations based upon a lie”

3. THE NEW BUILD (da “Character”, 2005)
M. Henriksson / A. Jivarp / M. Nicklasson

Torniamo a metà carriera dei Dark Tranquillity per assegnare il terzo posto e la medaglia di bronzo ad un pezzo che va a sistemarsi di diritto tra i più violenti mai scritti dalla band, di certo quello con il maggior numero di minutaggio in blastbeat. “The New Build” apre “Character”, l’album meglio recepito, in senso globale, fra quelli degli anni 2000, probabilmente anche il più valido in termini qualitativi, dove il bilanciamento tra l’aggressività delle chitarre e la melodia delle tastiere trova un equilibrio ideale, Stanne è devastante e, pur avendo abbandonato da un po’ la strada della sperimentazione profonda e della progressione, la band presenta una quadratura del cerchio pressoché perfetta. Questa opener, sorretta da un riffing a dir poco terremotante, seppur molto triggerato in sede di produzione, il che lo rende leggermente artificioso, è abile nel devastare in partenza i padiglioni auricolari, dipanandosi attraverso saliscendi sempre estremi, guidati da un Mikael in stato di grazia, ed un break centrale più melodico e ‘tastieroso’, breve ma assolutamente a tono con il resto del brano. Mazzata sui denti.

“Our reach is never wider / Than the depth of what we grasp”

2. TONGUES (da “The Mind’s I”, 1997)
M. Henriksson / F. Johansson / N. Sundin

Medaglia d’argento, al secondo posto troviamo “Tongues”, l’ultimo brano cantato di “The Mind’s I”, prima che la quasi-titletrack strumentale “The Mind’s Eye” chiuda un disco epocale, il terzo di fila della band, risalente ormai a ventitrè anni fa. A ben vedere questo pezzo ha poco di veramente originale e speciale che si segnali in modo peculiare nella carriera dei Dark Tranquillity, ma non c’è niente da fare lo stesso: la sequela di riff, cangianti e killer, le melodie proposte, le linee vocali di Stanne, incisive ed indimenticabili, l’andatura sempre viva, dinamica e coinvolgente della traccia la fanno risultare completamente senza difetti compositivi. Passaggi più atmosferici ed epici, armonie decadenti, un drumming che al solito spicca per la capacità di mettersi sulle spalle tutto l’incedere mutevole della canzone, accelerazioni e breaking riff che spaccano in due, anche un paio di assoli (Johansson per il primo, Sundin per quello subito seguente): insomma, in questo episodio, forse ancor più che in “Hedon” e “Dreamlore Degenerate”, raccontate più su, troviamo il perfetto compendio di una macchina macina-riff e melodie pressoché incomparabile. L’ultimo minuto di “Tongues”, con veloci stop&go, ripartenze e tupa-tupa serpeggiante è da non lasciarselo scappare, un micro-brano devastante all’interno di un altrettanto storico masterpiece.

“We’re food for the hounds of trauma / Prey to the crows of stress”

1. THE EMPTINESS FROM WHICH I FED (da “The Gallery”, 1995)
M. Henriksson / N. Sundin / F. Johansson

“The Emptiness From Which I Fed”, ancora oggi un brano dal tiro monolitico: quale altra canzone poteva stare al primo posto, godendosi la medaglia d’oro dal più alto gradino del podio, se non l’episodio migliore del disco migliore dei Dark Tranquillity, “The Gallery”? Il pezzo è probabilmente, assieme ad “Away, Delight, Away” tratto dal precedente EP “Of Chaos And Eternal Night”, quello più influenzato dal suono Iron Maiden, con le chitarre di Sundin e Johansson in costante dialogo e che gareggiano fra loro a piazzare lo spunto, il vortice melodico più penetrante ed ipnotico. Chiaramente tutto è estremizzato nel contesto melodic death metal, dalle fughe in blastbeat e dalla prestazione-monstre di Jivarp dietro le pelli, reso progressivo da strutture poco consone e portato ad un livello maggiore di epos e drammaticità anche grazie allo stupendo testo della canzone, oltretutto molto attuale e particolarmente ‘pandemico’ (si pensi alla prima strofa: “Silence in shivering solitude / Obligations pressure for all to bear / All the pitiful answers, the innocent lies / Can mere words fill the emptiness from which I fed?”). Non c’è un attimo di tregua nella fruizione di tale diamante compositivo, segnato da linee di basso epocali e riff anthemici, fino a quando si giunge al vero zenit del pezzo, il break centrale introdotto da un solo di Martin Henriksson alle quattro-corde, breve ma grandemente atmosferico ed in grado di spianare il terreno in discesa per una ripresa delle ostilità ancora più incisiva, massiccia e violenta della prima parte. “How can I even begin / The battle where no one wins?”, si chiede Mikael Stanne, e poi ancora “From answers I now flee”, urlato tre volte per dare il la ad una fuga maestosa e imprendibile delle due chitarre, accompagnate poi anche da un gran passaggio sotterraneo di tastiera. E di seguito si riparte ancora, per l’ultimo giro di lancette di una canzone scolpita nel cielo stellato e luminoso che si staglia oscuro al centro dell’artwork del disco. Irripetibile.

“How can I even begin / The battle where no one wins?”

 

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