DARKTHRONE – 20 brani per conoscerli

Pubblicato il 23/07/2021

A cura di Simone Vavalà

Sono passate poche settimane dall’uscita di “Eternal Hails……”, il disco che ha marcato il ritorno dei Darkthrone, nonché il disco numero diciannove in trent’anni di carriera – almeno senza considerare gli altresì arcinoti demo precedenti – e ci è parsa l’occasione giusta per ripercorrere le gesta musicali della band di Kolbotn.
Per fare questo, proviamo a utilizzare una formula leggermente diversa rispetto ai precedenti speciali curati dai nostri colleghi. Non i loro brani migliori, o quelli da riscoprire, o meglio: un po’ di entrambe queste componenti, ma con la selezione obbligata, diciamo così, di un singolo brano da ogni singolo disco… più una ‘chicca’, comunque appartenente alla loro discografia ufficiale.
Venti brani per conoscerli, e con essi i dischi in cui sono racchiusi, oltre all’evoluzione di una band fondamentale nella storia del metal – estremo e non solo, che ha sempre avuto una sola, vera, costante: esplorare e divertirsi, senza curarsi di nessuno. Hiking Metal Punks… Forever!!!*
(* brano non incluso nel novero, ai sensi di una dolorosa ma necessaria selezione)

NEPTUNE TOWERS (da “Soulside Journey”, 1991)
Musica e testo: Darkthrone
Quattro demo promettenti e dalla crescente qualità spingono l’allora giovane ma già agguerrita Peaceville Records a mettere sotto contratto quattro ragazzi norvegesi. La loro proposta è un death metal dall’elevata caratura tecnica e con una connotazione sulfurea, una via di mezzo tra i Death di Chuck Schuldiner e gli Autopsy, non a caso, in quel momento, parte del roster di Peaceville. Per chiunque pensi che i Darkthrone non sappiano suonare, questo è il disco da ascoltare a ripetizione, cospargendosi il capo di cenere. A ben vedere, forse, il difetto di questo lavoro risiede proprio in un eccesso di tecnica, nella cascata di riff e negli intricati passaggi di batteria che si susseguono per tutta la durata, lasciando una certa insoddisfazione, nonostante la qualità. Forse la scelta di cambiare completamente sonorità nel giro di un anno è la riprova che il death lo sapevano masticare alla grande, ma la loro anima era già rivolta altrove. Il pezzo che vi suggeriamo è “Neptune Towers”, che si caratterizza per una prevalente, cupa cadenza midtempo che farà spesso capolino in futuro nei loro dischi; ad acuire la sensazione di straniamento troviamo le accelerazioni parallele delle chitarre e della batteria, brevi passaggi dal gusto esotico e la voce di Nocturno Culto, filtrata e gracchiante, di grande effetto. Neptune Towers sarà anche, in seguito, il nome di un progetto ambient (di breve vita) di Fenriz: un certo affetto per questo brano non lo proviamo solo noi, evidentemente.

“And why must eyes face this unearthly show of morbid climate?”

A BLAZE IN THE NORTHERN SKY (da “A Blaze In The Northern Sky”, 1992)
Musica e testo: Darkthrone

Cos’avranno pensato i tipi di Peaceville allorché ebbero in mano per la prima volta i brani di questo disco? Quanta follia è servita anche da parte loro per credere al lancio di un vero e proprio genere musicale, che toccava la massima cacofonia mai ascoltata fino ad allora? A voler essere puntigliosi “A Blaze In The Northern Sky” mostra ancora alcuni lati acerbi, ma è indubbio come il black metal nella sua forma compiuta nasca qui: per il sound, la produzione, l’estetica… se non vi emoziona tuttora la pozza di buio da cui emerge la sagoma pittata di Zephyrous in copertina, beh, non avete speranze. Per il brano più rappresentativo, qui, la scelta è stata dura, ma quello che dà il titolo all’intero disco merita l’ascesa al podio per diversi motivi: la partenza (frequente, nella produzione del tempo) in medias res, l’assalto frontale delle chitarre, la voce rabbiosa e potente con il suo crescendo quasi hardcore e il contraltare dei folli sussurri di Fenriz. Ancora, il ricorso a quei rallentamenti atmosferici che sono sempre stati un punto di forza dei Darkthrone e – perché no? – anche il fatto che, come brano più breve del lotto, acuisca il senso di urgenza espressiva, proprio del genere. E ovviamente il distico che chiude il testo del brano, una dichiarazione ammantata di ingenuità superomistica, ma che riassume perfettamente lo spirito di quei ragazzini che ribaltarono il metal dalle fondamenta per sempre.

“We are a blaze in the northern sky / The next thousand years are OURS”

UNHOLY BLACK METAL (da “Under A Funeral Moon”, 1993)
Musica: Zephyrous – Testo: Fenriz

Se il disco precedente aveva segnato l’esplosione – almeno per gli ascoltatori – di qualcosa di completamente inaudito, nel giro di un anno già diverse altre band avevano fatto il loro esordio, travalicando i confini norvegesi. Per cercare di mantenere il loro posto sul trono oscuro, i Darkthrone non potevano che affinare la proposta, o meglio renderla ancora più truce e oscura. E il risultato fu raggiunto appieno. Questa volta tocca a Nocturno Culto comparire in copertina, nelle vesti di un officiante maligno, oltre che occuparsi delle linee di basso; Dag Nilsen, membro fondatore della band, si era limitato a registrare il disco precedente andandosene immediatamente dopo, insoddisfatto della nuova linea musicale e così then there were three. Anche Zephyrous lascerà i compagni dopo questo full-length per gli stessi motivi (sommati a minacce, a quanto narrano le leggende), ma intanto porta a casa i crediti del brano che abbiamo scelto dal disco. Come in altri casi, la scelta è difficile, ma “Unholy Black Metal” ha, rispetto alle altre canzoni presenti, una carica blasfema e disarmante a nostro parere impagabile. La sensazione ansiogena donata da un pezzo che sembra all’avvio già iniziato, forse da secoli e secoli, passati sotto terra in attesa di riemergerne e compiere atti immondi, non viene minimamente alleggerita per i restanti tre minuti e mezzo – e anche questa brevità contribuisce a renderlo un brano-manifesto. Il riffing è frenetico, ossessivo, monotono, e parimenti il cantato: entrambi perfetti per evocare la distruzione di tutto ciò che è vagamente collegabile al cristianesimo.

“When Jehova’s hordes are slaughtered / When disciples twelve are dead / When beliefs of eastern lands / Are raped and raped again”

 TRANSILVANIAN HUNGER (da “Transilvanian Hunger”, 1994)
Musica: Darkthrone – Testo: Fenriz

L’album della definitiva consacrazione, se mai ce ne fosse stato bisogno, e anche quello delle più infamanti polemiche. Un disco che segna il trionfo del lo-fi e dell’intransigenza, dall’immagine di copertina sgranata ed eppure potentissima, fino alla produzione scarna e a tratti disturbante. Metà dei testi qui presenti furono scritti da Varg Vikernes, quasi a testimoniare che l’unico compagno di percorso plausibile per i Darkthrone, nel 1994, poteva essere il malvagio Conte. Banalmente, però, rispetto ai brani co-scritti con l’amico (nel mentre ormai incarcerato, tanto per aumentare il tasso di disagio che ammanta il disco) abbiamo scelto la canzone che apre e dà titolo al lavoro, assolutamente rappresentativa dell’intero corpus estetico e musicale dei Darkthrone. È un brano gelido e oscuro, che ascoltato a occhi chiusi evoca mondi privi di speranza e tempeste di neve. La batteria e la voce inumana e gracchiante non cedono nulla alla melodia, sembrano solo ornamenti marcescenti sul muro di chitarre; e per quanto riguarda queste, la circolarità dell’iconico riff di apertura – che torna sul finale a tartassare i nostri timpani – è mesmerizzante. Rimasti in due, Fenriz e Nocturno Culto trovano la via della perfezione, e sottolineano la loro percezione di superiorità e distacco rispetto alla ‘scena’ circostante. Così puri, così freddi, così unici, come non mancheranno di farci notare in tantissimi lavori a seguire.

“So pure… So cold / Transilvanian hunger”

QUINTESSENCE (da “Panzerfaust”, 1995)
Musica: Darkthrone – Testo: Greifi Grishnackh

La cacciata da parte di Peaceville non fu certo un momento facile per i Darkthrone, che trovarono però velocemente asilo presso la Moonfog dell’amico Satyr. Fenriz e Nocturno Culto provano dunque a non mollare il colpo, riuscendoci alla grande. “Panzerfaust” è un disco che evoca sensazioni disarmanti, sotto l’unico vessillo costante del puro nichilismo. Racconta le foreste che compaiono in copertina, e anche un senso di distacco crescente dal mondo, probabilmente, che i Darkthrone osservano e descrivono mischiando pezzi velocissimi, midtempo dalla profonda epicità e persino la loro personale interpretazione del folk/ambient. In “Quintessence”, ultimo brano scritto per loro da Greifi Grishnackh (alias Burzum, ovviamente) troviamo espresso al suo meglio il lato più poetico e doloroso della band: la voce di Nocturno Culto acquisisce maggior leggibilità, ma trova forme ancora meno melodiche, all’insegna di un approccio quasi punk, sicuramente degno del Teatro della Crudeltà. Nella sua lunghezza ossessiva, dominata pressoché sempre dallo stesso riff e da una batteria elementare e marziale, sembra raccontare l’altro lato di “Hammerheart” del loro amato Quorthon: il giorno successivo alla battaglia, in cui anche il vichingo più coraggioso e folle si rende conto di essere circondato dai corpi degli amici fatti a brandelli, e dai resti bruciati del suo villaggio. Ed è proprio in questa amara e straziante quintessenza che sta la forza emotiva del brano – e dell’intero disco.

“No single book were behelden by me / Oh, no question I cannot do answer / Only one single lamp do show me this way / And that is the eye of Satan”

BLASPHEMER (da “Total Death”, 1996)
Musica: Fenriz – Testo: Carl-Michael Eide

Il 1996 è un anno strano nella carriera dei Darkthrone, come vedremo anche parlando della prossima traccia. Evidentemente una crisi compositiva è in corso, e non pochi al tempo ritennero che “Panzerfaust” sarebbe rimasto il canto del cigno di una band ormai in via di scioglimento. Gli elementi di debolezza di “Total Death” sono solo due, ma incidono tantissimo: passaggi che ricordano troppo episodi già sentiti e – paradossalmente – i primi segnali, ancora molto embrionali, di quella ricerca a ritroso nella storia del metal che li caratterizzerà con successo qualche anno dopo. È per esempio il caso di “Blasphemer”, un brano che riprende per costruzione, sonorità e persino nel titolo la lezione dei loro adorati Bathory e Celtic Frost: quattro minuti di estremismo sonoro che riascoltati oggi mostrano come tutto sia studiato a tavolino per replicare le atmosfere dell’extreme metal d’epoca… o forse erano davvero solo scarti? La produzione passa dall’essere scarna a farci percepire apertamente fischi e disturbi, che tutto sommato acuiscono il fascino di un up tempo esaltante, in cui chitarre scordate si sovrappongono a una batteria apparentemente fatta di fusti di cartone. E anche l’ugola di Ted sembra superarsi nel disegnare linee sguaiate, per un pezzo che anticipa magnificamente il revival thrash/death. Nostalgia per nostalgia, possiamo anche sottolineare che quello fu l’anno della loro ultima, brevissima esibizione dal vivo, accompagnati al basso dal solito Satyr: un anno decisamente di passaggio, per i Darkthrone, che sembrano recedere dalla ricerca dell’eternità cantata appena quattro anni fa.

“Are the glorious those who triumph / In a kingdom of eternity?”

SADOMASOCHISTIC RITES (da “Goatlord”, 1996)
Musica e testo: Darkthrone

“Goatlord” fu composto appena dopo “Soulside Journey”, ancora dalla formazione a quattro, e restò in forma strumentale per diversi anni a causa dell’improvviso amore dei Darkthrone per il black metal. Possiamo leggerlo come l’anello di congiunzione tra il primo disco e la svolta di “A Blaze…”, possiamo riconoscere in nuce idee interessanti e la conferma di musicisti tutt’altro che incapaci – come spesso, nella vulgata del tempo, furono appellati i Darkthrone e i loro compagni di viaggio nel mondo black metal. È tuttavia difficile pensare che quello che era poco più di un demo potesse vedere la luce come release ufficiale, se non per colmare le difficoltà creative e di relazione con il mondo musicale che i Darkthrone vissero nel fatidico 1996, complice la fine dei rapporti con Peaceville. I brani hanno tutti un tasso tecnico vicino al disco d’esordio, ma con una produzione tra il pessimo e il mediocre; e al tempo stesso non ancora così grezzi da colpire nel segno del black metal. Per non dire poi dell’occasione sprecata di certi passaggi dal vago gusto mediorientale che invece di aggiungere atmosfera risultano un po’ ridicoli. Bizzarro per bizzarro, scegliamo “Sadomasochistic Rites” dove alle scale sghembe si unisce un certo gusto doom, interrotto senza troppo senso da sfuriate di batteria quasi d-beat. E, come se non bastasse, Fenriz e Satyr, il primo autore di tutte le voci del disco (comprese quelle finte femminili!) e il secondo come ospite, intrecciano sopra linee vocali folli e blasfeme. Trascurabile, certo. E per loro forse quasi traumatico, dato che per l’album a seguire toccò vivere la più lunga attesa mai trascorsa tra due loro lavori.

“I bend to receive the lust and pain / Beat me Jesus / And we will win!”

THE CLAWS OF TIME (da “Ravishing Grimness”, 1999)
Musica e testo: Darkthrone

“Ravishing Grimness” è un disco sicuramente controverso nella discografia dei Darkthrone, ma definirlo brutto risulta a nostro parere eccessivo. Rispetto alle critiche ricevute al tempo, ci pare che viva solo la ‘colpa’ di mostrare una band che stava provando a ripartire, sicuramente cercando elementi di sicurezza nel suo passato, ma senza limitarsi a ripetere stancamente sonorità che – come evidente – i due ritenevano in qualche modo già morte e sepolte. Almeno tre-quattro brani si stagliano nettamente sopra la media (anche dell’intera produzione black metal dell’epoca…), e il riff portante di “The Claws Of Time” è forse uno dei più belli mai partoriti dai Darkthrone. I punti di forza sono le sonorità zanzarose e un’ossessività che si ammanta di epica nordica, grazie anche alla voce di Nocturno Culto, che opta per un’atonalità vagamente assimilabile a certe cose degli Immortal, accrescendo la sensazione di un brano fuori dal tempo, in grado davvero di ghermirci al cuore. Ogni resistenza diventa così futile.

“Contradictions swirl in hysterical contortions / Resistance is futile”

I, VOIDHANGER (da “Plaguewielder”, 2001)
Musica: Nocturno Culto – Testo: Fenriz

Con “Plaguewielder” procede il tentativo di reinventarsi per Nocturno Culto e Fenriz, a dirla tutta anche con un certo coraggio. La produzione è più fredda e pulita (almeno per i loro standard), e nei brani si cerca la sintesi tra due anime evidentemente in lotta tra loro: midtempo trascinanti o pezzi costruiti su tempi dispari e più complessi. In entrambi i casi si sente la ferocia delle origini, anche se non tutte le tracce presenti, francamente, colpiscono nel segno. L’eccezione migliore è certamente “I, Voidhanger”, un brano vincente fin dal titolo evocativo e quasi intraducibile, che non a caso è stata scelta per dare nome a una delle etichette più interessanti e degne di plauso della scena estrema. E si capisce bene perché. Dietro la facciata di un brano ‘solo’ cadenzato e aggressivo, l’intreccio delle chitarre ricorda più il death progressivo che il black metal, e non è da meno la perizia di Fenriz dietro le pelli, con cambi di tempo improbabili, che entrano nel cervello con il passare degli ascolti. L’accelerazione finale sembra mettere il brano su binari più canonici, oltre a confermare un senso di nichilismo profondo, ma c’è molto più di una semplice sfuriata a rotta di polso; i Darkthrone dimostrano che, tolte le tastiere, non avevano nulla da invidiare agli Emperor come tecnica, e se guardiamo la data di uscita di questo disco, possiamo anche capire chi siano stati i veri ispiratori di quelle band come i Nachtmystium che avrebbero mostrato di lì a poco una nuova faccia del black metal.

“Evilution of the mind / Severe plunging lightning / Cracking, trembling, reeling / The world leaves you blind”

STRIVING FOR A PIECE OF LUCIFER (da “Hate Them”, 2003)
Musica: Nocturno Culto – Testo: Fenriz
“Hate Them” è un disco che soffre del difetto di suonare troppo quadrato, ma il modo in cui i Darkthrone riescono a offrire un nuovo approccio al black metal, sempre più sporcato da elementi quasi punk/hardcore, risulta efficace. Nella sequenza di fucilate offerte in questi trentotto minuti, “Striving for a Piece of Lucifer” colpisce particolarmente nel segno; sembra quasi che i due norvegesi abbiano guardato al capo opposto della Fennoscandia, introiettando in parte la lezione feroce e folle di band come Impaled Nazarene, anche se nel riffing serrato e ipnotico si sente la tipica impronta di Nocturno Culto. Le variazioni principali sono un breve crescendo tra le strofe, che aumenta il senso di urgenza e insieme disprezzo (ben espresso anche nel testo), e soprattutto il rallentamento che prende forma progressivamente, senza che quasi ce ne si accorga, nella parte conclusiva del brano. Forse meno ragionato di quanto ci permetta di stabilire un’analisi dopo diciotto anni, ma ottimo nell’anticipare quelle pulsioni doom che hanno sicuramente affascinato Fenriz e il suo socio da sempre, e che avrebbero preso forma compiuta nel giro di qualche anno.

“I’ve noticed a certain lack of demons lately / And it really worries me sick / Let’s see who stands when the smoke clears”

HATE IS THE LAW (da “Sardonic Wrath”, 2004)
Musica e testo: Fenriz

Rabbia sardonica sembra la perfetta sintesi del contenuto di questo disco, il più aggressivo, diretto e riuscito composto dai Darkthrone dai tempi di ”Panzerfaust”, probabilmente grazie al fatto che il loro disinteresse verso pubblico e critica si è esteso anche verso qualsivoglia necessità di ortodossia musicale. I primi segnali del black’n’roll che li caratterizzerà appieno nel giro di un paio d’anni sono forti, eppure ancora ottimamente amalgamati alla componente puramente black metal. In un album di netta ripresa e dignitosissima qualità globale, non a caso ricordato con affetto da quasi tutti i fan, abbiamo scelto “Hate Is The Law” per diversi motivi: il riff trascinante, che mischia hardcore e lo speed metal più brutale e ignorante, la voce graffiante e a tratti schizoide di Nocturno Culto e il ricorso parziale alla lingua norvegese (come in diversi altri episodi del lotto), segno che l’attenzione alle proprie radici e l’attitudine iconoclasta e menefreghista non aveva e non avrebbe mai abbandonato i Darkthrone. Anche qui tornano come sul disco precedente sentori del raw black più anfetaminico, e l’impatto di questo brano e di buona parte dell’intero disco prende così una piega devastante. È insieme un’anticipazione di quello che verrà e uno degli ultimi loro pezzi così brutalmente ‘black’, insomma un perfetto pugno sui denti, ma tirato con un sorriso strafottente.

“Sveket av Jesus / Forvirret av Satan / Står de utydelige liv”
(“Traditi da Gesù / Confusi da Satana / Resistono le vite indefinite”)

LOVE IN A VOID (da “Too Old, Too Cold”, 2006)
Musica e testo: Siouxsie Sioux, Steven Severin, Kenny Morris e Peter Fenton

Solo tre cover ufficiali su altrettanti singoli/EP nella carriera dei Darkthrone: un brano dei Testors – band seminale per lo sviluppo dell’hardcore made in NY –, una cover dei Celtic Frost, quasi scontata, e infine una traccia di Siouxsie and the Banshees. Abbiamo scelto quest’ultimo perché il più particolare, nella misura in cui la goth band inglese non rientra tra i riferimenti musicali più immediati quando pensiamo a Fenriz e Nocturno Culto. Ma a ben vedere non è così improbabile: l’aria vampiresca, quel distacco visionario che Siouxsie e i suoi compagni di band avevano sul palco, la forte componente oscura, byroniana della loro musica sono in realtà tutti elementi che non possono non aver affascinato (ed essere stati introiettati) dai giovani Gylve e Ted. Questo singolo del 1979, poi, è un perfetto esempio del post-punk più sgraziato e aggressivo, con le chitarre votate al tremolo riffing e le linee vocali acide e sgraziate perfette per essere riprese dal duo norvegese. Il risultato è ottimo, insieme divertente e personale, come devono essere le cover.

“Too many bigots for my liking / Too many critics…too few writing / Rabid dogs that just ain’t biting”

TOO OLD, TOO COLD (da “The Cult Is Alive”, 2006)
Musica: Nocturno Culto – Testo: Fenriz
Ed ecco, appena un mese dopo, il nuovo disco, con un titolo che definire programmatico è riduttivo. I Darkthrone hanno ripreso ad avere un qualche ascendente su critica e pubblico, e a ben vedere anche sul mondo discografico, dato il ritorno su Peaceville dopo ben dodici anni; e se l’atteggiamento dominante sembra più di condiscendenza verso una band che invecchia con dignità, senza particolari sprazzi, bastano le note iniziali del disco per spazzare via ogni dubbio su un grande ritorno. “Th Cult Is Alive” è un concentrato di rabbia e strafottenza insieme, che prende quasi completamente le distanze dal black metal. E non certo per vezzo o per un atteggiamento spocchioso da bastian contrario: ai Darkthrone è sempre interessato esplorare i meandri più estremi del metal e rivisitare la musica che li ha appassionati da ragazzini, puntando a essere i sovrani dell’underground, anziché trionfare ai vertici. Ecco quindi che la nuova cifra stilistica è il black’n’roll, genere ormai sdoganatissimo (e guarda caso poi abbandonato a sua volta), ma che al tempo era ben poco presente sugli scaffali. E che in “Too Old, Too Cold” esplode sguaiatamente: con echi dei Discharge e una strizzata d’occhio ai Motorhead, si parte con uno dei loro riff più esaltanti e un cantato al vetriolo, pur tuttavia perfettamente comprensibile. Il midtempo in cui si converte progressivamente il brano rimanda invece all’eterno maestro Tom G. Warrior, con uno splendido contraltare tra le chitarre rallentate e la batteria sincopata. Come da citazione a seguire, se ormai il black metal è per poser, un genere stanco e di plastica, ecco la nuova linfa che serviva.

“Nothing to prove / Just a hellish rock’n roll freak / You call your metal black / It’s just plastic, lame and weak”

F.O.A.D. (da “F.O.A.D.”, 2007)
Musica e testo: Fenriz

La formula del disco precedente ha evidentemente esaltato il pubblico e i Darkthrone stessi, che prendono ancora più sul serio la missione di rinverdire il metal con brani veloci, immediati e rozzi. Rispetto all’anno prima, Gylve e Ted arrivano persino a invertire i valori di forza tra black e rock’n’roll, a ben vedere: i nove brani del disco sono inni da tre accordi e via in perfetto stile punk, spruzzati vagamente di black metal nella produzione sporca e nel cantato grezzissimo… a conferma che, di fondo, il black metal è il vero figlio naturale del punk ’77. “F.O.A.D.” è, notoriamente, l’acronimo di Fuck Off And Die, e per sonorità e testo non potevamo scegliere nessun altro brano – pur in una selezione di ottimo livello tout court. Nonostante l’esito complessivo sia quello di una mazzata tra i denti da veri hooligan, semplice e ignorante, la linea vocale da Lemmy ubriaco e la batteria elementare si sposano in realtà a ben cinque riff, intrecciati a meraviglia, a testimoniare che anche quando fanno le cose semplici, questi due pazzi hanno doti e qualità non indifferenti. Altro che castelli di sabbia da spazzare via.

“If you think my castle is built on sand / Well bring on the tides You can fuck off and die”

HANGING OUT IN HAIGER (da “Dark Thrones And Black Flags”, 2008)
Musica e testo: Fenriz

Nonostante l’esplicita citazione in fondo all’introduzione, è un altro il brano che abbiamo scelto da questo disco. Nel complesso di un album privo di fiammate, ma organico ed efficace lungo la nuova direttiva ‘crust’, questa traccia si segnala secondo noi per svariati motivi. L’avvio è folle, a metà strada tra la marcetta e lo stacco jazz di batteria, e quando poi si entra nel vivo le cose virano ancora di più verso l’assurdo: “Hanging Out In Hanger” è un pezzo così figlio degli anni Ottanta da mischiare le terzine degli Iron Maiden e linee vocali memori di King Diamond, trasfigurate da un Fenriz psicotico che… scrisse questa canzone per dedicarla agli amici Old, band ultraunderground di Haiger. Ci può essere qualcosa di più commovente e nostalgico? E il pezzo funziona anche, incredibilmente!

“Another round in the bar in the cellar / it’s headbang heaven this night”

STYLIZED CORPSE (da “Circle the Wagons”, 2010)
Musica: Culto – Testo: Fenriz

La ‘nuova’ formula musicale dopo quattro dischi inizia secondo molti a mostrare segni di stanchezza, eppure i Darkthrone centrano nuovamente il bersaglio. Per buona parte del disco vanno dritti per la loro strada, quadratissimi e fedeli alla (recente) linea, ma allo stesso tempo si nota subito come la durata di diversi brani si allunghi e all’immediatezza punk/rock si sostituisca l’urgenza più elaborata e di matrice metal del thrash primordiale. Ecco quindi che “Stylized Corpse” si offre come scelta perfetta di questo disco, e anche un ponte ideale con quello a seguire. Quattro riff diversi, grassi e sporchi, si susseguono nel brano, intervallati da un bridge molto veloce e melodico, mentre Fenriz gioca – ma non così tanto – a fare il batterista di inizio anni Ottanta, tra rullate possenti e un uso da maestro dei piatti. Si nota forse poco nel resto del disco, ma il ritorno al passato dei Darkthrone sta per compiere evidentemente un ulteriore balzo indietro nel tempo.

“Walk around, like royalty / Just a stylized corpse / Life has reached the end / On the inside”

LEAVE NO CROSS UNTURNED (da “The Underground Resistance”, 2013)
Musica e testo: Fenriz

Scegliere come singolo un brano di quasi quattordici minuti (per quanto in versione edit) è proprio degno dei Darkthrone, ed è questo il modo in cui si presentano qualche settimana prima della pubblicazione di “The Underground Resistance”. Un disco che giunge come un fulmine a ciel sereno per chi si era ormai assuefatto o innamorato delle sonorità crust, e ancor più per i loro detrattori. Fin dalla copertina, che abbandona le ormai consolidate grafiche di Einar Sjursø a favore di un disegno di Jim Fitzpatrick: un uomo che ha praticamente ridefinito da solo il concetto stesso di epic/fantasy, soprattutto in chiave ‘celtica’, e che in passato aveva collaborato con Thin Lizzy e Manilla Road. Tutta questa introduzione solo per sottolineare come “Leave No Cross Unturned” sia un brano che parte da lontano, esattamente da nomi come quelli appena citati, per mischiare a meraviglia, in una sontuosa cavalcata, NWOBHM, classic metal e thrash – con addirittura Fenriz che scandisce alcuni dei generi toccati annunciandoli tra le strofe. L’intreccio dei riff maestosi, dei passaggi in midtempo, della batteria che riassume la storia stessa del metal fa di questa traccia una vera enciclopedia in musica. È anche una delle poche canzoni – e al momento anche l’ultima – cantata da Fenriz. Che nonostante l’approccio sardonico e scanzonato, contribuisce anche con la sua ugola a narrarci trent’anni di metal riassunti in pochi minuti. E, da non trascurare, con un ritornello (apparentemente) sconnesso dal resto del testo, ma che è in realtà l’urlo di guerra di chi non vuole tuttora seguire alcuna regola.

“LEAVE! NO! CROSS! LEAVE NO CROSS UNTURNED!!”

THE WYOMING DISTANCE (da “Arctic Thunder”, 2016)
Musica e testo: Fenriz

“Arctic Thunder” suona come una dichiarazione chiara: pur con una variazione semantica, torniamo a essere un lampo nel cielo del Nord. Sicuramente l’intreccio di heavy, doom e speed metal non rappresenta più l’univoca stella polare dei brani qui presenti, ma il parziale ritorno al passato non significa certo per i due membri della band riprendere stilemi black metal triti e ritriti. Abbiamo già citato in diverse occasioni l’evidente amore che lega i Darkthrone ai Celtic Frost, e rispetto a quanto sentito in altri episodi sparsi (per esempio sul vetusto “Total Death”, o in alcuni sprazzi dei dischi più recenti), qui Fenriz e Nocturno Culto fanno tesoro tanto del marciume, quanto dell’oscurità intrinseca della lezione di Tom G. Warrior. Tra i pezzi più trascinanti del disco abbiamo quindi scelto quello meno esplicitamente ‘black’, a cui è affidato anche il finale – ed è difficile pensare a una qualsivoglia scelta casuale nella storia di questa band. “The Wyoming Distance” è aperta da un riff puramente hard rock che si trasforma almeno tre volte nel prosieguo dei minuti, regalando un brano esaltante anche nei prevalenti momenti più cadenzati. L’ombra di Tom G. si mischia così a quella di Mark Shelton, per una dichiarazione epica e insieme sarcastica: il brano in cui ci chiedono che cosa pretendiamo da loro è quello dagli omaggi più espliciti, e non a caso si chiude con una breve, ma liberatoria risata.

“I’ve built a Wyoming distance / A hole on the ridgeline this month / Every fiber all my life / Why am I the light to your moth”

THE HARDSHIPS OF THE SCOTS (da “Old Star”, 2019)
Musica e testo: Fenriz
“Old Star” è un disco che ha il suo valore aggiunto nel fatto di rappresentare un di compendio dei loro ultimi anni di carriera, anche se forse tende a essere più esaltante in termini di composizioni e (intelligente) citazionismo che non quanto a tasso di coinvolgimento dei singoli brani. Questo nulla toglie quanto a qualità complessiva e soprattutto alla meravigliosa “The Hardships Of The Scots”, una traccia che unisce al meglio atmosfere puramente heavy che guardano indietro fino agli Settanta e sonorità più cadenzate, trovando il trait d’union tra gli ZZ Top e i Manilla Road… almeno fino all’esplosione della seconda parte, dove la sintesi compositiva di Fenriz riesce a mettere insieme due dei suoi generi preferiti dei primi anni Ottanta: speed metal e doom. Il riff serrato si trasfigura in un tremolo squillante, evocando atmosfere ossianiche. Aggettivo che, come noto, trae origini da una raccolta di poesie dello scozzese Macpherson; e i Darkthrone non potevano scegliere un popolo migliore come riferimento nella (a tratti un po’ criptica, a ben vedere) affermazione di indipendenza racchiusa nel testo del brano.

“You buy your home / And follow a dream / No politics here / Just self esteem”

LOST ARCANE CITY OF UPPAKRA (da “Eternal Hails……”, 2021)
Musica e testo: Fenriz

La recensione del disco è così fresca che ci resta poco da aggiungere – se non come “Eternal Hails……” stia restando ancora in heavy rotation negli ascolti di chi vi scrive. Tra i mastodonti qui presenti, non solo per durata ma per la forza e per il valore enciclopedico dal punto di vista compositivo, il brano finale merita particolare menzione. il livello di attenzione ai dettagli e alla storia, dell’heavy metal ma anche nello specifico dei Darkthrone stessi, arriva al punto che per la seconda volta di fila un loro disco si chiude con atmosfere che evocano i mondi impossibili e putridi di Lovecraft, quasi a creare un fil rouge tra i loro ultimi lavori. “Lost Arcane City Of Uppakra” affonda a piene mani nei riff di Black Sabbath, Candlemass, Celtic Frost e nella seconda parte prende spunto, in forma però originalissima, dai momenti più progressivi di questi ultimi. E ancor più dallo space rock, con un basso liquido che lascia progressivamente spazio a una ritualità sussurrata e a un moog da brividi. Non sarà un caso che Fenriz, autore del brano, abbia inventato in quarta di copertina l’ennesimo soprannome per se stesso: “Mohawkwind”. Perfetto per unire, come questo brano, il suo lato più selvaggio e quello più lisergico.

“Frihet styrker glissen ås / Aldri kristi skal vi nås”
(“La libertà rafforza la collina scintillante / Non dobbiamo mai raggiungere Cristo”)

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