DEFTONES – 20 anni di “White Pony”

Pubblicato il 01/07/2020

A cura di Maurizio “morrizz” Borghi
Photo Credit:  James Minchin III

Introdotti dal grezzo “Adrenaline” nel 1995, i Deftones si fecero velocemente un nome nella chiaccherata scena ‘nu-metal’ e in tutto il panorama della musica heavy con un suono già innovativo, carico di melodie sature quanto di riff esplosivi. “Around The Fur”, nel 1997, fu sicuramente un miglioramento della formula, in un disco altrettanto intenso, consistente e profondamente ispirato che andò a delineare ulteriormente i caratteri distintivi del gruppo. E’ però “White Pony” che, nell’estate del 2000, fa letteralmente voltare pagina al quintetto di Sacramento: un album iconico ed incredibile, generato in circostanze intense che sfonda i limiti sonori della sfera ‘nu’ per concretizzare quelle influenze sofisticate nel background del gruppo che vengono da territori dream pop, shoegaze, synth pop, ambient, rock sperimentale e trip-hop. Merito del contributo di Frankie Delgado sicuramente, da questo disco membro a tempo pieno, ma soprattutto della visione definita del progetto da parte di tutta la band, che è arrivata ispiratissima agli studi di registrazione con un partner, il producer Terry Date, in grado di imbottigliare il lampo creativo come nessun altro. Disco di platino e Grammy Award sono onorificenze che rendono giustizia solo marginalmente a un album che ha aperto una nuova via creativa al gruppo di Chino Moreno, e che in  vent’anni non è invecchiato, anzi continua ad affascinare gli ascoltatori ed influenzare una moltitudine di formazioni. Per celebrare l’importante anniversario è in arrivo una riedizione importante, curata dalla stessa band, che conterrà anche una rivisitazione intitolata “Black Stallion”, un vero e proprio sogno nel cassetto degli autori che vedrà finalmente la luce prossimamente. Siamo stati invitati ad una conferenza stampa internazionale in cui, attraverso Zoom, ci siamo uniti a decine di giornalisti intorno al globo per ripercorrere il sentiero dei ricordi assieme a Chino Moreno, Abe Cunningham e Frank Delgado, che hanno svelato moltissimi interessanti aneddoti e svelato alcune succose anticipazioni…

“WHITE PONY” E’ SEMPRE STATO CONSIDERATO UN ‘GAME CHANGER’, UN ALBUM CHE HA CAMBIATO TUTTO. COME MAI SECONDO VOI QUESTO DISCO RIESCE A CONNETTERSI, VENT’ANNI DOPO, A UNA MOLTITUDINE DI PERSONE, ANCHE NON APPASSIONATI DI MUSICA METAL? (Andrew Trendle, NME) 
Abe: – Bella domanda, sono sicuro che la risposta è diversa per ogni persona. Il disco in sè in ogni caso lo definisco uno ‘slow burner’, un album che si scopre ascolto dopo ascolto. Ricordo quando l’abbiamo messo insieme: le canzoni sono molto espansive e il disco nel complesso ti porta in un vero e proprio viaggio, ma non è una cosa che puoi comprendere appieno la prima volta che l’ascolti. E’ uno di quei dischi che più l’ascolti, più riesci a trarne, e questo porta ad una data di scadenza molto più lunga del normale.

Chino: – E’ stato un bel periodo per noi. Eravamo sulla cresta dell’onda. Come band ci davamo dentro di brutto, a testa bassa, è stato un momento magico. Avevamo prodotto due dischi, girato un po’ il mondo e visto un sacco di cose, ma nel momento di tornare a fare nuova musica, con la situazione che girava per il verso giusto e la band che diventava sempre più popolare, abbiamo deciso di svoltare. Le scelte che ci siamo presi nel comporre, credendo in noi stessi e scrivendo il disco che abbiamo scritto, ci hanno portato alla possibilità di fare quello che facciamo oggi. E’ stato diverso, è stato importante.

Frank: – Sono d’accordo. Penso che la gente possa riconoscere che noi cinque ci siamo presi dei rischi, credendo in noi stessi e schiacciando il pedale a tavoletta considerando quello che stava succedendo intorno a noi a livello musicale. Per questo penso che siamo emersi, e per la gente il disco suoni ancora diverso da tutto quello che è uscito in quel periodo.

ASCOLTANDO “WHITE PONY” OGGI COSA CI RACCONTA IL DISCO DEI DEFTONES DEGLI ANNI 2000?
Abe: – Che siamo vent’anni più vecchi.

Chino: – Racconta sicuramente di un periodo più selvaggio, penso per tutti noi. Venti anni fa… avevo probabilmente ventisei anni quando stavo registrando, quindi ero piuttosto giovane e pieno di vitalità. Il disco è uno specchio di quel periodo… Eravamo abbastanza fuori controllo. Quando abbiamo scritto vivevamo insieme. Passavamo metà del tempo a lavorare a Susalito, appena fuori dal Golden Gate Bridge di San Francisco. Vivevamo in alcune case galleggianti in quella zona. Se non sbaglio io e Abe ne abbiamo condivisa una, e Frank? Tu eri con Stephen?

Frank: – Sì, ne ho condivisa una con Stephen. C’era anche chi aveva un appartamento.

Chino: – Giusto, sì. Ma ogni singolo giorno era un’avventura. E’ divertente, perchè è difficile ricordare gran parte delle registrazioni. Ricordo quel che ci girava attorno, e riguardava noi che vivevamo il miglior periodo della nostra vita. E’ stato molto liberatorio fare un disco, perchè sapevamo di prendere decisioni importanti e abbiamo vissuto quei giorni appieno. Ascoltando il disco oggi torno indietro a quei giorni.

POCHE BAND SONO IN GRADO DI SOPRAVVIVERE AL LORO PIÙ GROSSO SUCCESSO COMMERCIALE. COSA VI HA PERMESSO DI FARE “WHITE PONY” IN FUTURO? (Kieran, Q Magazine)
Chino: – Penso che andare controcorrente e fare qualcosa di più azzardato, per poi avere successo, ci abbia dato la confidenza per andare avanti negli anni e provare cose differenti. Ha rotto quei confini, quegli spazi mentali che avevamo all’inizio. Quando abbiamo fondato i Deftones non sapevamo esattamente quale direzione avremmo preso e che tipo di band saremmo stati. Penso che questo disco in particolare ci abbia aiutato a percorrere una strada più avventurosa con la giusta fiducia in noi stessi.

Frank: – Sono d’accordo. Ha cementato la nostra fiducia in noi stessi e ci ha fatto credere nelle nostre idee, confermando che funzionavano. E’ stato qualcosa di molto speciale.

Abe: – E’ interessante per me pensare a quel periodo, perché penso che siamo arrivati alle sessioni con solo metà del lavoro pronto, forse qualcosa in più. A quel punto avevamo già qualche esperienza in studio, ci sentivamo più liberi. E quello studio in particolare era davvero un posto figo, bellissimo. Un sacco di grandi dischi sono stati prodotti lì, e quando sei presenti percepisci la storia che hanno assorbito quelle pareti. Vorresti quasi toccare le pareti e prenderti un po’ della polvere di chi l’ha vissuto in precedenza. Parlo di artisti come Stevie Wonder e Prince. Ci sono centinaia e centinaia di fantastici dischi prodotti lì. Ma sono io il nerd in quel senso. Per me solo essere in quegli studi, vecchi e classici, significava vivere i giorni più belli della mia vita. Sono grato che abbiamo preso le decisioni che abbiamo preso e che siamo in grado di farlo ancora oggi.

UNO DEI MOMENTI PIÙ STRAORDINARI DEL DISCO E’ LA PARTECIPAZIONE DI MAYNARD JAMES KEENAN. QUAL’E’ STATO IL SUO COINVOLGIMENTO, E QUALI SONO GLI ALTRI MOMENTI CHE CONSIDERATE STRAORDINARI?
Chino: – Di sicuro è un bel momento, del tutto inatteso. Considera poi che non l’avevamo pensata in largo anticipo. Anzi non avevamo proprio pensato di averlo come ospite. E’ stata una cosa che è accaduta, più o meno, in maniera organica. Quando eravamo nei primi stadi della scrittura ci trovavamo a trovare in questo posto piccolino che si chiama Mates, una sala prove dove ogni tanto ci troviamo ancora. Lui arrivò nella stanza. Ricordo che stavamo scrivendo l’inizio di “Digital Bath”, buttando lì qualche breve idea. Maynard faceva un po’ quello che fa un produttore esecutivo. In pratica è stato presente nei primi stadi della scrittura del disco, era lì con noi. Successivamente a Susalito, quando per noi era tempo di registrare, gli A Perfect Circle suonavano a Toronto. Dopo lo show lo portai in macchina da Sacramento a San Francisco, perché avrebbero dovuto suonare là il giorno successivo. Ricordo che venimmo fermati dalla polizia, fu una cosa un po’ folle.

PERCHÉ VI FERMARONO?
Chino: – Eravamo sopra il limite di velocità, soltanto quello. In ogni caso, il giorno successivo in studio avevamo appena finito “Change”. Penso che ci avevo appena messo i testi. Ricordo che l’ascoltò in studio, che gli piacque. Però non fece un passo avanti fino alla fine delle registrazioni, durante i ritocchi finali. Penso che “Passenger” fosse proprio l’ultima canzone ad essere completata. Ancora non avevo alcuna idea per le parti vocali. Così gli chiesi di partecipare. In quello stadio eravamo già a Los Angeles. Ci siamo seduti e abbiamo scritto insieme, riga per riga. E’ successo in maniera naturale, in un paio d’ore. E’ stata una maniera divertente per collaborare con un personaggio del suo calibro. Per me, come cantante, il solo scambiare delle battute con una voce come la sua è stato super speciale.

Abe: – Fantastico. Sai cosa ricordo io? Lui che era in studio con noi, a Mates, e aveva con sé una di quelle campane tibetane. Prendevamo il tono della campana e partivamo da quello. Ho sempre pensato fosse una figata il fatto che si portò dietro un oggetto del genere per darci una giusta vibrazione ed ispirarci, ricordo quel momento in maniera nitida.

Chino: – Entrò con le campane, ma anche con delle bottiglie di champagne. Accanto a noi c’era un’altra stanzetta, dove i Foo Fighters stavano provando dei chitarristi. Proprio accanto a noi. C’era una fila di un centinaio di persone che aspettava di provare con i Foo Fighters. Noi accanto con champagne e campana tibetana. Fantastico.

LA LEGGENDA VUOLE CHE CI SIA STATA UN PO’ DI TENSIONE SUI SUONI DA OTTENERE IN STUDIO, CON CHINO CHE VOLEVA FARE UNA VERSIONE METAL DI SADE E STEPHEN CHE PENSAVA A DEI MESHUGGAH SHOEGAZE. IN CHE MOMENTO AVETE REALIZZATO CHE C’ERA DI FATTO SINERGIA, CHE LA SCRITTURA STAVA DIVENTANDO PRODUTTIVA E CHE ERAVATE SUL PUNTO DI PARTORIRE QUALCOSA CHE NON ERA MAI ESISTITO IN PRECEDENZA? (Suzy Exposito, Rolling Stone)
Chino: – Penso accadde intorno a metà delle registrazioni. Ci è voluto un po’ perché entrassimo in sintonia. E non c’era tutta quella tensione, probabilmente siamo arrivati a pensare la stessa cosa partendo da descrizioni diverse. Intendo che i Meshuggah shoegaze sarebbero stati simili alla versione metal di Sade. Riguardo a Stephen un sacco di gente pensa che, essendo il più metallaro del gruppo, ascolti solo metal. In verità ascolta anche un sacco di roba tranquilla. Quel che intendo dire è che come gruppo abbiamo tutti gusti molto simili. Devo ammettere che c’è stato un po’ di tira e molla su alcune cose, tipo ‘forse questo dovrebbe andare qui e quello di là’. Alla fine penso che si tratta di quello che sta meglio nella singola canzone, e penso che ci siamo arrivati a metà delle registrazioni. E’ lì che, a livello di suoni, le cose hanno cominciato a prendere forma. Ricordo di aver realizzato che stava accadendo qualcosa di speciale, è una bella sensazione. Non avviene spesso, è stata una sensazione forte.

L’EPIFANIA C’E’ STATA DURANTE UNA CANZONE PARTICOLARE?
Chino: – Sì, senz’altro. Direi “Digital Bath”. Ricordo quando l’ho ascoltata la prima volta. Ricordo che ci portavamo a casa delle cassette con il rough mix della canzone su cui stavamo lavorando. Ai tempi avevamo questa macchina a noleggio. Era una Jeep che condividevamo quando stavamo a Los Angeles, che ci lasciò a piedi, così di diedero una Mustang 5.0 cabrio. Gialla se non sbaglio. Mi ricordo la sensazione che ci ha dato ascoltarla su quella Mustang. A livello di suono era davvero una figata.

Abe: – Se ben ricordo la prima canzone su cui hai aggiunto i testi è stata “Change”. Solo a sentire questa nuova sfumatura di suono, con le due chitarre e le tue vocals, anche se era solo il primo assaggio… è stato quasi miracoloso. Solo il modo in cui si sovrapponevano le chitarre, con quella voce sopra, ha settato lo standard per il resto del disco. Boom! Era abbastanza heavy!

Frank: – Quando stavamo scrivendo “Change” Terry venne a farci visita a Sacramento, e si capiva che stavamo combinando qualcosa. Accadde spontaneamente, anche abbastanza in fretta. Una volta al punto che ha raccontato Chino, Abe ha iniziato a suonare le parti di batteria di “Digital Bath”, e sapevamo di avere in mano qualcosa di speciale.

Chino: – Anche il modo in cui è stato registrato, è stato molto più bombastico e spazioso.

Frank: – Era quello che avevamo sempre voluto.

Chino: – Sì, sì. E’ stata la prima volta che ci ho sentiti nella maniera che avevo sempre voluto, nella visione che il mio piccolo cervello aveva creato sul modo in cui potevamo suonare. Il bello è che il nostro stato d’animo era più “Cazzo, abbiamo la possibilità di fare un terzo disco”. Siamo cresciuti molto ogni volta che siamo entrati in studio. E’ stato un momento magico. E’ stata una cosa selvaggia, e ce la siamo vissuta.

AVETE DICHIARATO DI NON ESSERE FELICI CHE “BACK TO SCHOOL” SIA STATA AGGIUNTA ALL’INIZIO DEL DISCO, ROVINANDO IL MODO IN CUI SCORREVA IL DISCO CHE AVEVATE MESSO INSIEME, E PARLIAMO DELLA VERSIONE CHE C’E’ OGGI SU TUTTE LE PIATTAFORMI DI STREAMING. AVETE MAI PROVATO A RIMETTERE A POSTO LE COSE, E PENSATE SIA IMPORTANTE PER LE PERSONE CHE ASCOLTANO IL DISCO LA PRIMA VOLTA ASCOLTARE LA VERSIONE DEFINITIVA DELL’ALBUM? (Chris, Stereogum)
Chino: – A questo punto è quello che è. Non è una tragedia. E’ sempre un gran disco. Ad ogni modo con la reissue che stiamo completando abbiamo scelto la versione originale, perchè semplicemente è quella in cui il disco è stato concepito. Rimetterla in coda sulle piattaforme streaming non sarebbe una cattiva idea, ma non c’è nemmeno bisogno di scatenare una guerra.

POTETE DIRCI DI PIÙ DI QUESTA REISSUE?
Chino: – La pubblicheremo più in là, ma entro il 2020, e ci affiancheremo anche una rielaborazione del disco, una versione remixata intitolata “Black Stallion”. E’ tutto quello che posso svelare. Abbiamo diversi remix, un sacco di gente coinvolta e alcuni degli artisti che hanno ispirato l’originale, quindi si chiude proprio il cerchio. Abbiamo avuto questa idea circa venti anni fa. Ancora prima di iniziare a registrare “White Pony” volevamo già remixarlo. E’ qualcosa su cui abbiamo sempre scherzato, cazzeggiando, ma che alla fine oggi sta per vedere davvero la luce.

Frank: – Una cosa assurda di “White Pony” è che abbiamo avuto prima di tutto l’idea del logo. Forse abbiamo anche suonato col backdrop di “White Pony” addirittura prima di scrivere qualsiasi cosa. Pazzesco. Come ha già detto Chino quando parlavamo del nuovo disco e di quanto sarebbe stato figo arrivavamo sempre alla conclusione che “Sarà così figo che avremo DJ Shadow per un remix, lo chiameremo ‘Black Stallion'”. Forse una volta l’abbiamo anche tirato in mezzo. Era venuto a suonare in città, e io suonavo in apertura. Io e Chino l’abbiamo fermato al Cattle Club: “Hey, come stai? Siamo i Deftones!”. Lui ci guardò come se fossimo appena scappati dal manicomio. “Vogliamo che tu faccia un remix del nostro disco”. “Deftones? Fate ska?”. “Non proprio…”. “Ok, mandatemi qualcosa” ci disse allora, per far sì che ci levassimo dai coglioni. E noi, imbarazzati “Ok ok, ma non abbiamo ancora registrato niente”. Sembra una pazzia totale, ma fa ridere perché adesso siamo riusciti davvero a coinvolgerlo. E sarà anche una cosa speciale, perché aggiunge un certo spessore. Questo disco era nelle nostre teste già da prima che riuscissimo ad immortalarlo su nastro. E’ una cosa folle. Penso abbia un sacco a che fare con le nostre frequentazioni. Eravamo insieme, e facevamo sì che le cose accadessero.

“WHITE PONY” E’ SEMPRE CITATO COME UN DISCO SINGOLARE NELLA VOSTRA DISCOGRAFIA: IL SUCCESSO DI CRITICA E PUBBLICO VI HA MESSO PRESSIONE NEL COMPORRE UN SUCCESSIORE? (Stefan, Exclaim)
Chino: – Direi di sì. Avevamo fatto tutto ciò che volevamo. Abbiamo azzardato, abbiamo provato a fare delle cose e a vedere se funzionavano, ed è diventata la base del disco. Questo ci ha dato la falsa convinzione di poter fare tutto quello che ci saltava in testa, e che avrebbe sempre funzionato. Abbiamo avuto un paio di dischi in cui ci siamo presi il nostro tempo per scrivere, su cui abbiamo lavorato solo quando avevamo voglia di farlo, e abbiamo imparato a nostre spese che non sempre tutto fila liscio. Di conseguenza la pressione venne da noi stessi. E’ arrivata anche dalla casa discografica, ed è strano perché ci hanno firmato quando stavamo scrivendo “Adrenaline”, un disco dove non c’è nulla di radio-friendly. Dopo “White Pony” però, che ebbe il successo che ebbe e si portò a casa anche qualche passaggio in radio e su MTV, iniziò il discorso “Ci serve un singolo, abbiamo bisogno di questo, di quell’altro, eccetera”. E io continuavo a pensare che ci avevano fatto firmare con “Adrenaline”. Da quel punto in avanti però dovevamo avere quel tipo di successo perché loro fossero felici. Quando stai scrivendo e pensi in quella maniera gran parte del divertimento svanisce. E’ stata una cosa che abbiamo dovuto elaborare, e penso che oggi nello scrivere ce la siamo lasciati completamente alle spalle.

“WHITE PONY” USCI’ NEGLI ANNI DI NAPSTER, DI CUI L’INTERA INDUSTRIA MUSICALE DIVENNE PRESTO TERRORIZZATA… (Michael, Loot Out)
Frank: – Ricordo che fu il nostro primo disco che finì in rete in anticipo. “Leaked? Cosa significa?”. E’ stato un gran cambiamento, la sicurezza e le precauzioni divennero fondamentali da un momento all’altro. C’erano un sacco di watermark sulle copie dedicate alla stampa, che rovinavano tantissimo il disco.

Abe: – Quante settimane prima dell’uscita il disco finì in rete? Non ricordo.

Frank: – Tre settimane. In qualche modo creò qualche aspettativa, visto che era una versione di bassa qualità.

Chino: – Era anche il periodo delle chat room, i primi 2000. Ricordo che le leggevo, e che la gente ci massacrava. I fan erano incazzati. Moltissimi oggi amano il disco, ma ai primi ascolti era tutto un “Che cazzo è sta roba?”, perchè veniva dopo “Around The Fur”, che è un disco molto più aggressivo. E mi ricordo, la gente scriveva “Che cazzo sta succedendo?”. Io andavo a leggere i commenti, e ricordo che volevo andarmene perchè ero sul punto di mettermi a piangere.

QUAL E’ STATO IL RUOLO DI TERRY DATE? SO CHE ALCUNI PRODUTTORI PRENDONO PARTE ALLA SCRITTURA QUANTO ALLA COSTRUZIONE DEL SUONO E ALL’INGEGNERIA, E A QUANTO NE SO TERRY NON E’ UNO DI QUESTI, EPPURE E’ UNA PARTE MOLTO VITALE DEI DEFTONES. SIETE D’ACCORDO? (Daniel P. Carter, Radio One)
Chino – Sono d’accordissimo. E’ un tipo di produttore diverso da quelli che hai citato, ma ha sempre le mani in pasta. Non è tanto attivo sulla scrittura dei pezzi ma ci aiuta moltissimo nel trovare il suono adatto, è sempre presente per far sì che i pezzi escano con il suono che abbiamo in mente quindi parliamo davvero tanto, e cerchiamo di spingere il confine sempre più in là. E’ uno che riesce a concretizzare le idee dietro la plancia. In quel senso è praticamente un membro del gruppo.

E’ PER QUELLO CHE L’AVETE RIPORTATO IN STUDIO CON VOI PER IL NUOVO DISCO?
Chino: – Sì. Ci piace lavorare con lui, in generale. Abbiamo una storia così lunga con lui. E’ uno di famiglia, siamo molto vicini. Abbiamo provato altri produttori: con alcuni ha funzionato, con altri no. Lavorare con lui comunque è davvero un gran comfort, ci sentiamo a casa. Stavamo scrivendo quel disco di cui si parla sempre, “Eros”. Ci stavamo lavorando, ma non l’abbiamo mai finito. Stavamo lavorando con lui, e stava tornando tutto come una volta, ma tristemente il processo è stato interrotto. Successivamente siamo andati in studio con Nick, ed è stato figo, perché abbiamo fatto cose diverse in “Diamond Eyes” e “Koi”. Penso che sia ora di tornare a casa. Abbiamo iniziato a lavorare sul disco da un annetto, abbiamo registrato a Los Angeles e abbiamo finito tutto un paio di mesi fa. Lui vive vicino a me, a tre ore di macchina. Sta a Portland, quindi siamo stati in grado di raggiungerlo fisicamente. Ha un bello studio a casa sua. E’ un bell’ambiente in cui lavorare. Siamo stati lì a parlare e a rilassarci per un po’, senza tirare in ballo la musica, per quattro giorni. Con lui non sono mai nervoso nel provare qualcosa. Mi da sempre spazio e non detta mai le regole. Lascia molta libertà, lo apprezzo davvero davvero tanto.

PENSI CHE “WHITE PONY” SAREBBE STATO UN DISCO DIVERSO SENZA DI LUI?
Chino: – Del tutto diverso.

Frank – Lo penso anch’io. Ai tempi c’era moltissima fiducia tra noi. Pensa poi che dopo “White Pony” è lui che ci ha detto che avevamo bisogno di lavorare con qualcun altro. Chi altro ci avrebbe detto una cosa simile? Penso inoltre che abbia imparato da noi quanto noi abbiamo imparato da lui. Non era proprio sulla nostra lunghezza d’onda quando abbiamo provato a fare canzoni ispirate dai Cure. C’è stato un sacco di lavoro, ma alla fine volevamo giusto capire come ottenere quello che volevamo. E’ stato un processo evolutivo capire come avremmo potuto diventare quel tipo di band.

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