DESTRAGE: il nuovo “The Chosen One” traccia per traccia!

Pubblicato il 26/04/2019

Era il 2012 quando i Destrage si esibirono tra gli opening act della prima edizione del Metalitalia.com Festival, e possiamo dire che questi sette anni hanno visto crescere entrambi: nel caso della band milanese, la svolta come noto è avvenuta con il passaggio sotto l’egida della Metal Blade e l’uscita del masterpiece “Are You Kidding Me? No.”, seguito tre anni fa dall’altrettanto valido “A Means To No End”. Visto che non c’è due senza tre, grandi aspettative circondano il quinto full-length della band meneghina, introdotto da un artwork mosaico e foriero del consueto carico di novità, secondo l’ormai consolidato motto ‘expect the unexpected’. Detto che non è impresa facile tradurre su carta il genio e sregolatezza del quintetto milanese, ed in attesa della recensione per un giudizio definitivo, ecco a voi le prime impressioni su “The Chosen One”….

DESTRAGE
Paolo Colavolpe – Voce
Matteo Di Gioia – Chitarre
Ralph Salati – Chitarrre
Gabriel Pignata – Basso
Federico Paulovich – Batteria

THE CHOSEN ONE

Data d’uscita: 24 maggio 2019
Etichetta: Metal Blade Records
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01. THE CHOSEN ONE (03:24)
Quando si parla dei Destrage, come diceva Socrate, l’unica certezza è non avere certezze, e la titletrack (anticipata come primo singolo) ne è l’ennesima dimostrazione. Un riff liquido e spaziale introduce il pezzo in un crescendo che, dopo circa un minuto, esplode in una deflagrazione ritmica di rara potenza, stemperata da un ritornello non certo commerciale ma dannatamente efficace, secondo l’ormai comprovata abilità dei cinque milanesi di rendere apparentemente semplici le cose realmente complicate. La breve durata lo rende quasi un antipasto al piatto principale, ma il verdetto è unanime: ne vogliamo ancora!

02. ABOUT THAT (04:48)
Un riff arzigogolato ci trascina nel caledoiscopico universo djent’n’roll dei Destrage, in cui note e ritmiche si sovrappongono in allucinanti sequenze come in una versione musicale di Alice nel Paese delle Meraviglie, con il Cappellaio Matto Paolo Colavolpe ad accompagnarci tra strofe deliranti e passaggi più ariosi, il cui contrasto impreziosisce anziché sminuire l’efficacia del pezzo.

03. HEY STRANGER! (04:24)
Un attacco quasi garage-punk apre la terza traccia, più ‘raw & wild’ nell’esecuzione che ci porta sparati ad un ritornello ficcante come pochi, mentre la chitarra solista parte su traiettorie sghembe come schegge impazzite, donando imprevedibilità ad un pezzo la cui linearità rappresenta il ‘fuori dagli schemi’ in casa Destrage. Finale in (de)crescendo, con qualche arrangiamento in sottofondo e rallentamenti spezzacollo in pieno stile core.

04. AT THE COST OF PLEASURE (04.48)
Al mio segnale, scatenate l’inferno: come nel Gladiatore, Ralph Salati e Matte Di Gioia non fanno prigionieri con un attacco gemello ultra-ribassato che lascia presagire l’ennesimo massacro auricolare, ma dopo 30 secondi la violenza lascia il posto ad un cantato quasi sussurrato, che diventerà il leit-motiv del brano. Uno strisciante senso di claustrofobia, favorito dalle ritmiche cadenzate, accompagna lo svolgimento del pezzo, impreziosito dalla presenza alle tastiere del jazzista Fabio Visocchi e in cui abbiamo modo di apprezzare una volta di più la poliedricità della sezione ritmica formata da Federico Paulovich e Gabriel Pignata.

05. MR. BUGMAN (04:13)
Dopo i rallentamenti della traccia precedente, si torna a premere il piede sull’acceleratore, mentre il volante gira in un continuo testacoda ritmico, tra sgasate in tempi dispari e squarci melodici trainati come sempre dall’ugola in clean di Mr. Colavolpe. Eccezionale la coda strumentale nell’ultimo minuto, dove le due chitarre si sfidano in un duello allucinogeno, vincendo il titolo di miglior solo dell’album.

06. RAGE, MY ALIBI (04:40)
Partenza lenta, con un cantato quasi recitato e qualche effetto elettronico che ci ha ricordato i Korn di fine anni ’90, complice anche il riffing ribassato e il basso in primo piano, alternato a ritornelli più aperti. Il ritmo tribale che scorre in tutto il pezzo diventa protagonista assoluto nella coda strumentale, in cui sembra di essere catapultati in una jam session drum and bass. Stavolta forse non serve il Moment per leggere lo spartito, ma il risciacquo dei plettri nelle acque di Bakersfield dona un fascino inedito al brano.

07. HEADACHE AND CRUMBS (04:33)
La tempesta perfetta: è quella che si scatena sulle nostre orecchie nei primi 20 secondi, prima che il cantato ci riempia di schiaffi e carezze, menandoci e cullandoci senza soluzione di continuità. Al netto della consueta prestazione mostruosa dei quattro strumentisti, forse il brano meno incisivo della tracklist, almeno ad un primo ascolto.

08. THE GIFTED ONE (06:47)
Legata a doppio filo all’opening-track (di cui rappresenta la nemesi, sia come durata che come stile), la traccia finale si sviluppa in crescendo, con partiture atmosferiche (impreziosite ancora una volta dalla presenza del jazzista Fabio Visocchi) che arrivano a lambire l’intensità emotiva dei Pain Of Salvation, prima della consueta scarica elettrica, stavolta leggermente più contenuta in termini di scale e distorsione ma non per questo meno appassionante, anzi. Le partiture mariachi di “AYKM?N” (la canzone) restano insuperabili, ma comunque un gran finale.

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