DESTRAGE: “Are You Kidding Me? No.” traccia per traccia!

Pubblicato il 17/02/2014

A cura di Riccardo Plata

Partiti in sordina nel 2009, con il promettente ma ancora acerbo “Urban Being”, i Destrage si sono fatti larga nel panorama underground con una serie di live show infuocati ed un secondo disco (“The King Is Fat’N’Old”, del 2010) capace di fruttare loro un prestigioso deal con la Metal Blade, sotto l’egida della quale vede ora la luce “Are You Kidding Me? No.”. Un titolo profetico, dietro cui si cela l’attitudine ‘duale’ dei Nostri – tra l’ironia rock ‘n roll e capacità tecniche di chi, per l’appunto, ‘non scherza un cazzo’ -, sempre più abili nel mescolare influenze disparate (metalcore, rock ‘n roll, swedish death, thrash, elettronica e tanto, tanto altro…), all’interno di un unico blend sonoro eclettico come pochi. Il terzo album del quintetto meneghino, registrato ai RecLab and Adrenaline Studios e mixato da Will Putney ai The Machine Shop, verrà pubblicato dalla Metal Blade Records il prossimo 3 Marzo in Europa. Per saziare l’appetito dei fan più impazienti, Metalitalia.com vi presenta in anteprima un track-by-track esclusivo di “Are You Kidding Me? No.”, album che si preannuncia come il definitivo trampolino di lancio per una band destinata – con le dovute proporzioni di genere – a scriver nuove pagine di storia del ‘mainstream metal’ tricolore al di fuori dei patri confini.

destrage - are you kidding me no - 2014

 

DESTRAGE
Paolo Colavolpe – Voce
Matteo Di Gioia – Chitarre
Ralph Salati – Chitarrre
Gabriel Pignata  – Basso
Federico Paulovich  – Batteria

ARE YOU KIDDING ME? NO.
Data d’uscita: 03 marzo 2014
Etichetta: Metal Blade Records
Web: www.destrage.it

DESTROY CREATE 
Una cascata fotonica di note introduce la prima traccia, caratterizzata da un tappeto ritmico classificabile sotto la voce ‘extreme progressive futuristic metal’ – un mix tra il techno-core dei Between The Buried And Me e le atmosfere videoludiche dei Dragonforce -, su cui si staglia il cantato del singer Paolo Colavolpe, efficace nell’alternanza tra scream / growl e clean vocals, sulla scia dei migliori Soilwork. Da segnalare anche lo stacco acustico all’altezza break centrale, preludio ad una seconda metà del pezzo in cui trovano posto inedite  orchestrazioni apocalittiche – la versione modern metal dei Dimmu Borgir? -, e contaminazioni dubstep, a degna chiusura di una traccia caratterizzata da elementi tra loro diversi, ma amalgamati alla perfezione. In anticipo sul Capodanno, un incipit col botto.

PURANIA 
Un riff rock ‘n roll apre in maniera scanzonata la seconda traccia, caratterizzata dall’alternanza tra strofe più cadenzate e chorus squisitamente ariosi, in cui emerge di prepotenza l’ironia e l’attitudine festaiola dei Nostri. Dopo l’immancabile break centrale, stavolta in stile swing (!), la seconda metà del pezzo, impreziosita da un riuscitissimo solo della coppia Ralph Salati / Matteo Di Gioia, vira verso toni più epici, per poi riprendere il riff iniziale, inframezzato da stacchi -core e schegge dubstep, prima del fade-out acustico. Per gli appassionati dello swing-core, un must su cui coniare nuovi passi di violent-dance.

MY GREEN NEIGHBOR 
Dopo le sperimentazioni dei pezzi precedenti, la terza traccia, nonché primo singolo, procede secondo coordinate più ‘tradizionali’, sempreche tale termine possa trovare posto nel dizionario dei Destrage. Introdotto dal terremotante drumming del tentacolare Federico Paulovich, il pezzo si muove su coordinate rock ‘n roll selvagge, forte di un tiro micidiale per effetto di un ritornello ultra-ficcante contrapposto alle consuete ripartenze fulmicotoniche, con tanto di blast-beat. Da citare anche le lyrics dissacranti, stavolta dedicate agli zombie, rese alla perfezione nel divertente video. Dissacrante e virale, come ogni buon singolo che si rispetti.

HOSTS, RIFLES AND COKE 
Muscoli in bella mostra nella quarta traccia, aperta dalle classiche ritmiche ‘boom-bastiche’ di stampo metalcore, spinte a dovere dalla produzione a stelle e strisce, cui si contrappone il chorus più melodico del platter, in cui abbiamo modo di apprezzare appieno le clean vocals del già citato singer. Parlare di pezzo radiofonico sarebbe eccessivo, ma di sicuro, complice anche la breve durata, si tratta di uno degli episodi più diretti dell’album. Steroidi e caramelle, nella migliore tradizioni degli opposti che si attraggono.

G.O.D.
Dopo un paio di passaggi più diretti, la quinta traccia rialza di prepotenza il tasso tecnico, configurandosi come una folle galoppata in cui tutti e quattro i musicisti si lanciano a briglia sciolta sui rispettivi strumenti, coniugando alla perfezione capacità tecniche e gusto melodico, mentre il singer tiene le redini di un purosangue altrimenti indomabile. A dispetto del titolo, non un pezzo ‘divino’, ma comunque abbastanza ricco di riff e groove da farcirci un album del 90% delle band -core.

WHERE THE THINGS HAVE NO COLOUR
Superata la metà della tracklist, trova posto la prima ‘ballad’ del disco, termine come sempre da contestualizzare nel contesto dell’universo dei Destrage. Nel caso specifico, le ritmiche si fanno più dilatate, l’interpretazione vocale più sofferta, i distorsori lasciano spazio ai delay, e tornano protagoniste gli arrangiamenti orchestrali, per un risultato finale che conferma la poliedricità del quintetto meneghino, a suo agio anche in un contesto radicalmente diverso rispetto a quanto fatto sentire finora. Della serie ‘anche i rocker hanno un anima’.

WATERPARK BACHELORETTE
Dopo i rallentamenti del pezzo precedente, i ritmi si fanno nuovamente sostenuti, e le atmosfere squisitamente rock ‘n core, nella settima traccia, dove ritroviamo tutti gli elementi tipici del Destrage-sound più schizofrenico, accompagnati in quest’occasione da cori femminili sullo sfondo e da un fade-out finale cibernetico. Arrivati a questo punto dela tracklist, l’effetto sorpresa è un po’ scemato, ma lo ‘scapocciometro’ continua a macinare roteazioni pieni giri. Chi cerca un antidoto al Valium, non ha che da infilare le cuffie ed alzare il volume.

BEFORE, AFTER AND ALL AROUND
Partenza quasi sussurrata per l’ottava traccia, ma si tratta della proverbiale quiete prima della tempesta sonora che si abbatte, con chirurgica precisione, nel giro di una trentina di secondi sui nostri padiglioni auricolari, seguendo un copione di ecclettismo ritmico ormai consolidato. Da segnalare in quest’occasione la presenza di un ritornello particolarmente catchy, accompagnato da un break jammato e dalla chiusura finale con un giro melodico che, contrariamente alle aspettative, chiude il pezzo in crescendo. Come al luna park, giri della morte sulle montagne russe pentagrammate, fucilate ritmiche e anche un po’ di zucchero filato, per grandi e piccini.

OBEDIENCE
Partenza ‘a là Periphery’ per la nona traccia, caratterizzata da un coefficente tecnico particolarmente elevato, prima di stemperarsi in un ritornello comunque non di immediata fruizione, seguendo un vortice stilistico che, nella sua imprevedibilità, ormai rappresenta un autentico marchio di fabbrica del quintetto meneghino. Nel break centrale trovano nuovamente posto parentesi elettroniche e spunti orchestrali, preludio ad una nuova esplosione poliritmica nel finale. Come direbbe Platone, ormai sappiamo di non poter sapere come andrà a finire una canzone dei Destrage.

ARE YOU KIDDING ME? NO.
Chiusura col botto affidata alla title track che, nei suoi sette minuti, sintetizza al meglio la versatilità dei Nostri, abili a mescolare partiture da mal di testa ed inserti genial/demenziali. Se la prima metà del pezzo non concede un attimo di tregua, sparando scale sufficienti a raggiungere la vetta di un grattacielo a velocità supersonica, il colpo del KO arriva, come di consueto, all’altezza del break centrale, con una tromba mariachi assolutamente irresistibile, seguita dal resto della band in un finale pirotecnico, in cui trova posto nientepopodimeno che l’eclettico chitarrista dei Guns ‘n Roses Ron “Bumblefoot” Thal. Dai Protest The Hero agli Steel Panther, passando per Robert Rodríguez e chissà cos’altro: l’unione di cinque teste raramente ha prodotto risultati così ecletticamente omogenei. Giù il sombrero!

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2 commenti
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