DESTRUCTION – “Diabolical” studio report!

Pubblicato il 08/02/2022

A cura di Andrea Intacchi

Quarant’anni di carriera: questo il traguardo raggiunto dai Destruction. Quattro decenni al servizio del thrash metal: fiera paladina del figlio bastardo dell’heavy più classico, la band di Schmier continua imperterrita nella sua missione in barba alla serie indefinita di avvicendamenti che hanno costellato la line-up lungo tutti questi anni e, doveroso ammetterlo, anche ad alcuni passi falsi alla voce ‘album pubblicati’. Il combo del Mad Butcher è di nuovo qui, ancora in azione, dopo aver subito un’autentica rivoluzione interna: nel giro di tre anni hanno cambiato completamente aspetto ed assetto, guadagnandone in freschezza e- soprattutto – in qualità, come leggerete tra qualche riga.
Requisito Randy Black (ex Primal Fear ed Annihilator) alla batteria nel 2018 al posto di Vaaver, l’anno successivo la band si allarga a quattro elementi con l’ingresso di Damir Eskic nel ruolo di secondo chitarrista. Ma il colpo di grazia, se così vogliamo chiamarlo, arriva l’estate scorsa: a gettare la spugna, infatti, dopo una vita spesa nei Destruction, è proprio Mike Sifringer, l’unico membro a presenziare tutti i lavori rilasciati dal gruppo teutonico fino ad oggi. Un addio preventivabile, viste anche le ultime uscite on stage del minuto chitarrista, sempre più ossuto dietro l’ammasso di ricci; dipartita che andava così nuovamente a scuotere il futuro di Schmier e compagni. La volontà di proseguire ha avuto comunque la meglio e, con il reclutamento ‘casalingo’ dell’argentino Martin Furia (già tecnico del suono e tour manager della band, nonché produttore delle Nervosa), è arrivato anche l’annuncio del nuovo album previsto per il prossimo 8 aprile. “Diabolical”: questo il titolo della quindicesima fatica in studio dei Destruction. Un lavoro, ne siamo certi, in grado di ridare lustro ad una band reduce da un’ultima parte di carriera in cui aveva dato alcuni segni di cedimento. Qualche segnale di risveglio in realtà era già emerso nell’ultimo “Born To Perish”, scalfendo quella sostanziale staticità creativa che aveva caratterizzato i full-length precedenti.
Barlumi che in “Diabolical” si sono trasformati in incoraggianti conferme, testimoniando l’efficacia dei recenti innesti, impressioni rese ancor più vivide durante il pre-ascolto on line di tutti i brani contenuti nel nuovo album: un’anteprima organizzata dalla Napalm Records, alla quale Metalitalia.com ha avuto il piacere di presenziare insieme ad altri colleghi del settore ma soprattutto a Schmier, Damir, Martin e Randy, disponibilissimi nel condividere le opinioni scaturite da questo primo ascolto di “Diabolical”. In attesa dunque della recensione completa, vi presentiamo un track-by-track del disco numero quindici dei Destruction.

DESTRUCTION

Schmier – basso e voci
Damir Eskic – chitarre
Martin Furia – chitarre
Randy Black – batteria

DIABOLICAL

Data di uscita: 08/04/2022
Etichetta: Napalm Records

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1. Under The Spell (01:13)
Come già avvenuto in passato, l’inaugurazione del disco è affidata ad una intro che sa di attesa, trionfante e misteriosa. L’arpeggio iniziale viene accompagnato dall’entrata in scena del rullio della batteria acquistando corposità, in una sorta di avanzata zombesca a preludio dell’imminente e folgorante partenza definitiva, ricalcando così la cover del nuovo album. Intro che viene ripresa nel video a supporto della stessa “Diabolical”, in cui viene trasmessa da una maligna radiosveglia.

2. Diabolical (04:09)
Rilasciata come secondo singolo lo scorso dicembre, la titletrack apre dunque ufficialmente l’album. Protagonista assoluto del brano, e del video correlato, è lo storico Mad Butcher (interpretato da Dirk Robler) intento a rimorchiare un’avvenente ragazza con il preciso obiettivo di farla a pezzi e utilizzare ciò che n’è rimasto come macinato di carne per simpatici hamburger da offrire a ignari ragazzini. Da dove nasce l’idea di mettere sullo schermo il macellaio pazzo è presto detto, come spiegato direttamente da Schmier nel corso del pre-listening: “Semplice: se tu chiedi ai fan dei Destruction, loro vorrebbero il Mad Butcher sempre e dovunque: sulle copertine, nei video, dappertutto. Del resto il Mad Butcher è nato per i Destruction! E allora, a dieci anni dalla sua ultima comparsa all’interno del video “Carnivore” dell’album “Spiritual Genocide”, abbiamo deciso di richiamarlo in azione. Ed ovviamente il ‘diabolical’ è riferito proprio a lui: un aggettivo immediato, secco, leggibile e chiaro per chiunque; da qui la nostra scelta di sfruttarlo anche come titolo del disco stesso“. Il pezzo da parte sua prende avvio con il canonico acuto di Schmier, sguinzagliando il riff portante inviperito e coinvolgente, sostenuto egregiamente dal ritmo imposto da Randy Black. Ma è nello stacco antecedente il refrain che cogliamo le prime avvisaglie, confortanti, di una certa e rinnovata armonia di fondo, creata ad hoc dallo scambio sonoro delle due chitarre. Da una parte l’aggressività di Eskic, dall’altra la melodia di Furia, fanno il bello e il cattivo tempo, esplodendo definitivamente nella scheggia di assoli poco prima della ripresa finale. Opener diretta che ci presenta una band ringiovanita, rigenerata ed… infreddolita come ricorda lo stesso Martin in sede di registrazione del video di “Diabolical”: “Faceva un freddo pazzesco e se ci fate caso vedrete il nostro fiato mentre siamo intenti a suonare. Per registrare ore e ore in quest’area abbandonata ho patito un freddo incredibile, ma è stato divertente“.

3. No Faith In Humanity (04:17)
I giri aumentano vorticosi con “No Faith In Humanity”: il trademark Destruction lo si avverte fin da subito ma l’ennesima testimonianza che qualcosa è cambiato appare altrettanto evidente nell’evolversi del pezzo. Mentre Randy Black lancia a tutta velocità il proprio drum kit, è ancora una volta la coppa Eskic-Furia a definire inizialmente una linea di riff ficcante e adrenalinica, tranciando da subito quell’immobilismo strutturale che aveva bollato diverse composizioni dell’ultimo periodo. Il brano si suddivide sostanzialmente in tre parti: il tappeto riffoso a cesellare le varie strofe si alterna ad un tellurico uptempo in apertura e ad un refrain davvero orecchiabile e, ci ripetiamo, armonioso, aumentando così il tasso classicheggiante della proposta, come confermato ulteriormente dallo stacco strumentale posto a metà del pezzo e che troverà spazio anche in altri episodi del disco. Paragone rischioso, ma alcuni rimandi al vecchio “Release From Agony”, guardacaso il primo album con una formazione a quattro elementi, e al portentoso “Antichrist” ci stanno di diritto.

4. Repent Your Sins (04:08)
E’ il basso di Schmier a irrompere oscuro nelle prime battute del brano, così da compiere il primo passo di questa marcia cingolata, punzecchiata a dovere dagli inserti chitarristici, prima che l’intero comparto si assembli in un unico blocco sonoro pronto ad incedere roccioso e compatto. Monolite che prende forma in sede di refrain, modellandosi su una curva melodica seguita dalla voce dello stesso Schmier, spaccando così la precedente linearità. Un pezzo che perfeziona questa prima tripletta di “Diabolical”, riuscendo ad offrire una varietà propositiva tra un episodio e l’altro, sottolineata, tra le altre cose, dai repentini cambi di ritmo stabiliti dal buon Randy, il quale ha voluto spiegare come le registrazioni delle parti di batteria siano avvenuto in due località diverse. “Recentemente mi sono trasferito ad Hannover e qui ho lavorato in un fantastico studio realizzato in un ex bunker della seconda guerra mondiale, mentre in precedenza ho registrato in quel di Berlino. Ho ricevuto i demo da Schmier e Damir e su quelli ho inserito le mie parti, suggerendo eventuali modifiche o proponendo idee nuove. Quando poi Schmier ha dato il suo check siamo passati alla fase di mixaggio“.

5. Hope Dies Last (03:34)
A dispetto di quanto offerto sino a questo punto, “Hope Dies Last” si adagia comodamente all’interno della casella del “ok carino, ma già sentito”. Di fatto è questa la sintesi di questo quarto brano (intro esclusa) che in pratica non decolla mai, riesumando quella temuta rigidità strutturale accennata in fase di presentazione del report. Già perché, nonostante la prima scarica di riff possa dare la percezione di ricevere nel breve un qualcosa di nuovamente dinamico, ciò che invece balza all’orecchio è quel tipico andamento ascoltato più e più volte dai tempi del comunque buono “Metal Discharge”: sicuramente tirato, certamente sferzante ma altrettanto prevedibile. Dopo nemmeno un minuto infatti l’ossatura base dell’intero pezzo è già bella che scritta, senza alcuna variante al tema sino al suo termine. E nemmeno l’avvicendarsi, seppur pregevole, tra il lavoro alle sei corde di Damir e quello di Furia riesce a sollevare l’asticella di un episodio che non riesce ad incidere e replicare quanto di buono prodotto dalle precedenti tracce.

6. The Last Of A Dying Breed (04:09)
Bene, recuperate un cestino per la spazzatura e un bel paio di guantoni. Il primo vi servirà per buttare via tutto quanto abbiamo scritto poco sopra in merito a staticità e quant’altro; i secondi invece dovrete indossarli per resistere ai colpi inferti dall’esplosiva “The Last Of A Dying Breed”. Pezzone da urlo in cui tutti e quattro i musicisti portano a termine una prova sopra le righe, inscatolando una delle hit assolute dell’intero full-length. Lo scandire di Randy, mentre Schmier detta i primi versi della canzone, ci portano ansiosi sul ciglio di un ipotetico burrone; la rincorsa decisiva per spiccare il salto definitivo nel vuoto arriva comunque immediata con i ritmi che impazzano e con essi il riff schizzato e tagliente. Ma è solo un primo colpo, visto che il pezzo subirà ulteriori variazioni (e non solo) in occasione del ritornello. Nella parte centrale del brano, infatti, un intrigante uptempo, utile per allenare il nostro collo, anticipa una serie di assoli prima di un forsennato finale dove è lo stesso Schmier a mettere la pietra fondamentale sopra una prestazione, la sua, davvero notevole. Come sottolineato dal bassista e mastermind dei Destruction, il brano “parla di differenze di valori: quelli con i quali sono cresciuto, in un’epoca completamente diversa, con una situazione mondiale differente, senza internet, senza social network e quelli che invece abbiamo oggi, caratterizzati purtroppo dagli eventi avvenuti negli ultimi due anni e le conseguenze, anche sociali, che hanno portato”.

7. State Of Apathy (O3:46)
Primissimo singolo di “Diabolical”, lanciato nel mese di agosto, “State Of Apathy” aveva fatto storcere leggermente il naso agli appassionati. Il motivo? Abbastanza scontato: a parte qualche inserto chitarristico, infatti, il brano innesta da subito il pilota automatico con tanto di adesivo “Il Solito Copione” sul casco, che da una parte offre garanzie ma nel contempo non offre alcuno spunto di innovazione rispetto al canovaccio seguito degli ultimi Destruction. Scream di Schmier e via con un refrain molto prevedibile; meglio la seconda parte con un arrangiamento più slegato e con maggior mordente in confronto ai primi due minuti del brano. Pezzo dunque che si fa ascoltare, senza comunque dare vibrazioni importanti alla colonna vertebrale.

8. Tormented Soul (04:45)
Il lato B del full-length comincia con un pezzo dai tratti inusuali: il riff intriso di groove che contraddistingue “Tormented Soul” si discosta piacevolmente dal filone classico made in Destruction, costruendo una base arcigna per un midtempo oscuro ed intrigante dove pure gli acuti di Schmier si abbassano, almeno inizialmente, a tonalità più grevi e marce. Il brano tuttavia perde qualcosa proprio all’appuntamento con la ripresa, rimanendo in qualche modo paralizzato in una scossa di riff poco avvincente e sin troppo pungente, senza riuscire a trascinare l’ascoltatore come dovrebbe. In aiuto arrivano le aperture melodiche in versione assoli di Damir e Martin, necessarie per abbellire ed armonizzare l’intera proposta. Una traccia che avrebbe potuto essere gestita meglio in modo da tenere alta la tensione generatasi nel suo incipit.

9. Servant Of The Beast (03:49)
Arriva da lontano e come un trapano affilatissimo vi perforerà le tempie: è il riff furente che annuncia l’entrata in scena di un altro pezzo di sicuro impatto del disco. In poco meno di quattro minuti “Servant Of The Beast” ci stende letteralmente a terra: maligno e fottutamente cazzuto, il brano riesce perfettamente ad abbinare schegge di thrash luciferino e tambureggiante (superbo anche questa volta Randy Black) con deviazioni heavy, dando lustro alle qualità dei due axemen, ed andando così a creare un arrembante quadro sonoro dalle mille sfaccettature. Ci ripetiamo, ma quel ronzio iniziale, tempestato a dovere dallo stesso Randy, è dannatamente coinvolgente, soprattutto quando riprende forma mentre Schmier urla a squarciagola il titolo della traccia che, insieme alla precedente “The Last Of A Dying Breed” è certamente uno degli episodi meglio riusciti di “Diabolical”.

10. The Lonely Wolf (03:54)
Mai titolo fu più azzeccato: questo midtempo è il pezzo più heavy dell’intero lotto e rispecchia in toto lo sguardo e il vagabondare di questo lupo solitario. Un girovagare sottolineato a dovere dalle sferzate delle due chitarre pronte a dettare i passi felpati e fascinosi della belva; il pezzo con il passare dei minuti acquista sempre più corposità, prima di uno stacco strumentale a voler quasi rappresentare l’azione letale d’attacco dell’animale, lasciando quindi a Martin Furia il compito di eccitare l’ultima parte del pezzo con sfiziosi inserti; il brano risulta quindi valido anch’esso, e non fa che confermare l’ottima messa a punto dei (a questo punto ci sta tutto) ‘nuovi’ Destruction.

11. Ghost From The Past (03:04)
A proposito di heavy metal (“inutile girarci intorno – dice Schmier – noi tutti siamo cresciuti con questo genere“), nuove scintille, più sgangherate ed orrorifiche, vengono spietatamente sputate da “Ghost From The Past” nel quale, in sede di refrain, rispunta sovrana quella mazzata sonora già presentata nella selvaggia “Servant Of The Beast”. Sono sempre le chitarre di Eskic e Furia a mietere riff in serie, disegnando delle elettrizzanti linee melodiche in prossimità del coro centrale sulle quali la batteria di Randy va semplicemente a nozze (fondamentale l’innesto dell’ex Primal Fear nell’evoluzione positiva del gruppo). Un pezzo caotico, da pit assicurato, che rilancia ancora una volta l’assalto di Schmier e compagni acquisendo ulteriori punti a favore del nuovo “Diabolical”.

12. Whorefication (03:59)
Il penultimo pezzo del disco potrebbe andare dritto dritto nella sezione filler. Come il precedente “Hope Dies Last”, infatti, non è in grado di compiere quel salto di qualità, o di semplice singolarità, effettuato invece da buona parte dei rimanenti episodi. Degno di nota l’intermezzo strumentale che riesce così a rimpolpare il tutto, portando un po’ di brio ad un trama altrimenti poco enfatica e sommariamente fin troppo equilibrata. A conti fatti, nonostante l’altisonante titolo facesse pensare a un qualcosa di più massiccio, “Whorefication” sarebbe potuta tranquillamente rimanere nel cassetto.

13. City Baby Attacked By Rats (02:29)
A chiudere definitivamente i battenti di “Diabolical” ci pensa la cover di “City Baby Attacked By Rats”, brano manifesto dei GBH contenuto nell’omonimo album del 1982. La versione dei Destruction, pur ricalcando l’originale della punk band britannica, con Schmier a vestire i panni di Colin Abrahall, e sgolare il monito lanciato a suo tempo dal biondo singer inglese, porta con sé alcune singolari sfumature. A parlare di questo ultimo pezzo dell’album è ancora una volta il bassista del gruppo tedesco: “Sono cresciuto con il punk anche perché la scena metal inizialmente non esisteva: motivo per cui band come i GBH, gli Exploited o i Dead Kennedys sono stati molto influenti per noi. La loro energia, la loro aggressività, i loro testi: tutte componenti che ci hanno inevitabilmente ispirato. Volevamo coverizzare questo brano già qualche anno fa, ma non se ne fece nulla. Recentemente pure gli Arch Enemy avevano inserito una loro versione di “City Baby Attacked By Rats”: l’abbiamo ascoltato ma le nostre intenzioni erano un un po’ diverse; ok fare una cover, ma deve essere a modo nostro. La mia idea di cover, infatti, è molto semplice: deve essere una Destruction song senza perdere l’impatto di quella originale. Negli ultimi album abbiamo già inserito qualche cover ed il fatto di aver scelto i GBH è stato un volere omaggiare le nostre radici, per non dimenticare da dove proveniamo“. Un cover di casa Destruction dunque, che trova delle personalizzazioni interessanti: il tratto punk della versione madre viene infatti impreziosito con inserti thrash ed heavy così da costituire, in due minuti e mezzo, un ultimo agglomerato deflagrante e cementare ufficialmente il ritorno più che buono della band di Weil am Rhein.

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