DEVIN TOWNSEND – Il nuovo “Empath” traccia per traccia!

Pubblicato il 28/02/2019

A cura di Carlo Paleari

Una personalità come quella di Devin Townsend necessita di un continuo cambiamento; non può, e non deve, chiudersi nella routine, anche a costo di sparigliare le carte sul tavolo. Da questa consapevolezza arriva la decisione di sciogliere il Devin Townsend Project, per provare strade diverse. Il risultato di questa ricerca è “Empath”, un album enorme, colorato, dalle mille sfaccettature, labirintico come l’intelletto del suo creatore. Ed è proprio l’esplorazione dei meandri della mente il tema principale di “Empath”, messa in musica attraverso un’immagine: un’isola deserta, paradisiaca, abitata da un solo essere umano e da una moltitudine di creature, siano essi terribili mostri o fedeli animali, che rappresentano i vari aspetti, positivi e negativi, dell’animo umano. Pur consapevoli dell’impossibilità di tradurre in lettere un universo così rigoglioso, proviamo a raccontarvi traccia per traccia la nuova fatica di Devin Townsend che, ne siamo certi, saprà dividere e far discutere, ma difficilmente lascerà l’ascoltatore indifferente.

 


Devin Townsend – voce, chitarra, basso, tastiere, programmazione

SPECIAL GUESTS:
Mike Keneally – chitarra, tastiere
Steve Vai – chitarra, tastiere
Ryan Dahle – chitarra
Nathan Navarro – basso
Anup Sastry – batteria
Morgan Ågren – batteria
Samus Paulicelli – batteria
The Elektra Women’s Choir – coro
Elliot Desagnes – voci aggiuntive
Chad Kroeger – voci aggiuntive
Anneke Van Giersbergen – voci aggiuntive
Ché Aimee Dorval – voci aggiuntive

EMPATH
Data di uscita: 29 Marzo 2019
Etichetta: InsideOut Music
Sito Ufficiale
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01. CASTAWAY (02:28)
L’album si apre con una breve introduzione che in pochi elementi ci introduce all’ambientazione del disco. Proprio come un naufrago che riprende i sensi dopo essere stato sballottato dalle onde, così noi ci risvegliamo nel paradiso tropicale costruito da Devin. Lo sciabordio delle onde sulla sabbia bianca, una luce calda e una chitarra dal sapore gilmouriano che pian piano si risveglia, tra il canto stridulo dei gabbiani. Un piccolo cenno di calipso, per rendere ancora più evidente l’ambientazione e poi un coro di voci femminili, angelico, che ci prende la mano con gentilezza per arrivare al primo vero brano.

02. GENESIS (06:05)
L’album entra nel vivo con “Genesis” e la sensazione è di ascoltare al contempo qualcosa di conosciuto e nuovo. Il riffing di Devin è inconfondibile, così come le atmosfere maestose già esplorate con il Devin Townsend Project. Al tempo stesso, però, si avverte il senso di libertà totale che ha fatto da motore all’intera operazione, un desiderio di abbattere i confini che consente a Devin di smontare a rimontare la struttura del brano, aggiungendo elettronica, parti sinfoniche, passaggi progressive e momenti di epica violenza. La melodia si frammenta, si interrompe, apre parentesi che si muovono in direzione opposta, per poi riprendere il discorso da dove era stato interrotto. Un brulicare di vita, perfettamente in linea con il titolo ‘biblico’, in cui Devin inizia a popolare la sua isola mentale, come un novello e pazzoide Creatore, di luce, piante, mostri e animali.

03. SPIRITS WILL COLLIDE (04:39)
Dopo un attacco arrogante, degno di brani come “March Of The Poozers”, la musica di “Empath” sembra uscire dal suo brodo primordiale e a prendere forma. “Spirits Will Collide” rallenta i toni in un midtempo, guidato dalla voce del coro femminile Elektra, la melodia si distende, si allarga su aperture sinfoniche, con Devin che lentamente prende posto al centro di un immaginario palcoscenico, con tutto il resto del creato a circondarlo, unendosi a lui nel canto. Un brano decisamente più lineare, con un approccio maestoso, corale e sempre più luminoso.

04. EVERMORE (05:30)
Un riffing di scuola progressive apre “Evermore”, ma ancora una volta è quasi impossibile tracciare i confini. Bastano pochi secondi per passare ad una sezione acustica, con la voce di Devin filtrata, accompagnata da una semplice chitarra. Ancora si fa largo il coro Elektra, ma questa volta è accompagnato da voci maschili, tra cui ovviamente svetta quella di Devin stesso. A fare da collante, interventi di elettronica e suoni digitali, che si aggrappano alle voci e alle chitarre, che intanto continuano a riversare inconfondibili ondate sonore monolitiche e spesse. Il sound è pieno, zeppo di stimoli sensoriali, un vortice di colori che turbinano e si mescolano fino a tramutarsi nella purezza della luce bianca.

05. SPRITE (06:06)
Una chitarra liquida e la voce quasi in falsetto di Devin ci guidano in un brano che nella sua prima parte ci riporta ai suoni avvolgenti di Ocean Machine. Ci aspetteremmo un progressivo crescendo, invece, per qualche motivo, questo tarda ad arrivare: la melodia, bizzarra e arzigogolata, sembra quasi incespicare sui suoi piedi, come se stesse camminando su un terreno talmente accidentato da dover fare attenzione anche solo a mantenere l’equilibrio. E in questo senso qualcosa non funziona, il pezzo non decolla, almeno fino agli ultimi due minuti, dove tornano le sonorità tropicali del calipso, rilette però con un’efficacissima base elettronica che, di punto in bianco, sembra rimettere tutto al suo posto, prima di scatenare l’Apocalisse.

06. HEAR ME (06:30)
Apocalisse che, puntualmente, arriva con “Hear Me”: i ritmi si fanno serratissimi, la batteria picchia con un suono sintetico e rapidissimo; Devin riprende a urlare come si deve e la melodia si fa schizofrenica, come scariche di energia elettrica che frantumano il sistema nervoso con incedere non lineare. Torna perfino qualche cenno di growling, e per qualche istante ci sembra di essere tornati nel nero e nel fuoco degli Strapping Young Lad. Serve la voce di Anneke Van Gierbergen, presente anche questa volta come ospite, a distendere l’atmosfera, dando un appiglio all’interno del mare in tempesta.

08. WHY? (04:59)
Il mare si è appena placato, stiamo ancora contemplando la devastazione che ha sconquassato la nostra isola, ci muoviamo tra i relitti fracassati sulle onde e le palme divelte, ma niente potrebbe mitigare la sorpresa che ci coglie con l’ascolto di “Why?”. Devin Townsend abbandona gli strumenti tradizionali, prende in mano gli spartiti e li consegna all’orchestra che, a sua volta, ci catapulta in un musical di Broadway, di quelli con coreografie, ballerine, luci, colori, piume e chissà cos’altro. Gli archi e i fiati giocano, ballano, volteggiano, prendono la voce di Devin e la portano su un palmo di mano. Il cantante interpreta la canzone con quel trasporto che risulta perfino un po’ sopra le righe, come è giusto che sia, prima accompagnato solo dall’orchestra, per andare a chiudere con chitarra, basso e batteria a dare un po’ di sostegno.

09. BORDERLANDS (11:02)
Dopo un brano sorprendente come “Why?”, Devin alza nuovamente il tiro con “Borderlands”, composizione che tocca gli undici minuti di durata. Il mood è ancora una volta caldo e luminoso: l’apertura ci porta su spiagge caraibiche, con una chitarra dal sapore reggae, su cui si inerpica la voce particolarmente ispirata di Devin. Ancora una volta, però, si tratta solo di un primo passo, per un brano che ben presto inizia ad evolversi. Le chitarre si ispessiscono e iniziano a seguire il tema portante della composizione, un fraseggio coinvolgente, che si ripete, facendo progressivamente presa sull’ascoltatore che, piano piano, viene rapito e risucchiato in questo strano sogno lucido. Improvvisamente la linea melodica si interrompe, torna il rumore delle onde, fa capolino ancora quel calipso che abbiamo ascoltato in apertura e le atmosfere si fanno più meditative, un momento di riflessione ad occhi chiusi, sempre bagnati dal tepore del sole. Sono già volati otto minuti, quasi senza accorgersi, ed ecco ritornare il tema principale del brano, che si riaffaccia riprendendo il discorso interrotto, guidandoci ad una coda finale che abbraccia l’ambient, lasciando l’ascoltatore a vagare in un labile confine tra sogno e realtà.

09. REQUIEM (02:46)
Torna con prepotenza l’orchestra e, al contrario di “Why?”, così giocosa e lieve, qui l’accompagnamento sinfonico si fa mesto e dolente. Un requiem, appunto, con il coro a dare un’atmosfera sacra, ecclesiastica, alla composizione, che si attesta a metà strada tra la tradizione classica, così maestosa e regale, ed il candore cristallino e spettrale di certe colonne sonore di Danny Elfman.

10. SINGULARITY (23:32)
L’epica conclusione del viaggio di Devin Townsend nei meandri della sua mente arriva con “Singularity”, una suite in sei movimenti che supera i venti minuti di durata. Il brano si apre con una chitarra elettrica, molto simile a quella ascoltata nella prima composizione; dopodichè è la voce di Devin ad entrare in scena, con l’accompagnamento di una chitarra acustica. La canzone lentamente si stratifica, pian piano si aggiungono l’orchestra e il resto degli strumenti, le chitarre elettriche, i pattern elettronici… Il sound si fa enfatico, sempre più pieno e maestoso. Siamo ad un terzo della canzone e, ancora una volta, arriva il momento di cambiare strada, questa volta con una lunga parentesi onirica, guidata dalle tastiere: si tratta però di una calma apparente, solo l’occhio del ciclone, che puntualmente si abbatte con violenza. Torna lo spettro degli Strapping Young Lad, l’atmosfera si incendia, i ritmi si fanno intricati. Devin e la sua band virano verso il progressive metal, ricamando trame complesse ed esaltanti. E in questo laboratorio, circondato da atmosfere cerebrali e sintetiche, dove la natura cede il passo alla (fanta)scienza, Devin come un deus ex machina, decide di stravolgere le regole cosmiche, creando un’intelligenza artificiale: gli strumenti replicano i suoni di uno scienziato pazzo, martellano, avvitano, smontano e rimontano, fino a dare vita ad una nuova creatura, entità digitale, potente e minacciosa. La ricerca di Devin, però, non arriva a una soluzione con questa nuova creatura e nell’ultima sezione del brano, tutti gli elementi visti in “Empath” tornano a riunirsi, per un messaggio corale finale, un futuro dorato, luminoso, capace di risplendere solo attraverso la condivisione e il contatto umano, perché, come recita il celebre adagio del poeta inglese John Donne: ‘Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto’.

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