DGM: il nuovo album “Momentum” traccia per traccia in anteprima!

Pubblicato il 13/02/2013

Speciale a cura di Dario Cattaneo

Tornano sul mercato dopo l’ottimo “Frame” del 2009 i DGM, in una formazione finalmente invariata rispetto all’album precedente. Solidità trovata a livello di line-up  che viene parimenti riflessa nella musica di “Momentum”… Concretezza e solidità sono appunto tra i primi aggettivi che ci vengono in testa durante l’ascolto delle canzoni di questo disco, mischiate assieme ad altri più turbolenti aggettivi quali ‘agitazione’ e ‘nervosismo’. “Momentum” non è infatti un album facile o dai contenuti leggeri: come segnalano ampiamente i titoli dei singoli brani, l’ottavo album dei DGM sembra essere più che altro una raccolta di sentimenti e sensazioni, una sorta di dipinto interiore dell’essere umano… Dipinto che, a giudicare dalla copertina rappresentante enormi tasselli del domino pronti a schiacciare una non definita figura, e dalla pesantezza della musica contenuta, non risulta certo del tutto a tinte solari. Con questa analisi traccia per traccia vi sveliamo qualche aspetto, sopratutto musicale, di questo album, in attesa di scoprire (magari dagli autori stessi) anche la parte concettuale…

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Simone Mularoni − chitarra
Mark Basile − voce
Andrea Arcangeli − basso
Emanuele Casali − tastiere
Fabio Costantino − batteria

Momentum
Etichetta: Scarlet Records
Data di pubblicazione: 26 marzo 2013
http://www.dgmsite.com/

 

1. REASON (5:05)
Il ‘piatto d’entrata’ di “Momentum” è “Reason”, brano che potremmo definire in classico stile DGM, ovvero un metal tecnico ma d’impatto, non distante dalla scuola degli ultimi Symphony X, ma senza dimenticarsi mai della lezione del power europeo per quanto riguarda velocità e melodie. Il riffing di Mularoni ci colpisce subito in quanto appare ulteriormente cresciuto anche rispetto all’ottima prova di “Frame”. La ritmica disegnata dal bravo chitarrista è veramente complessa e variegata, dai risvolti quasi thrashy, e rappresenta sicuramente l’aspetto più duro di una canzone già di per sè caratterizzata da ritmi comunque elevati e stemperata solo dalle buone linee vocali. La più eclatante ‘carta ospite’ viene giocata subito, e qui vediamo comparire in duetto con Mark Basile un Russel Allen molto a suo agio su sonorità così simili alla propria band madre. Interessante è il fatto che inizialmente i due cantanti seguano approcci vocali differenti, per poi in qualche modo uniformare le proprie linee nel finale, in modo che risulta quasi difficile scindere le due voci…

2. TRUST (5:34)
La brutta abitudine di accostare quanto si sta ascoltando ad altre band non ci abbandona, ma in questa interessante canzone evitiamo il parallelismo con Symphony X e Dream Theater per citare invece gli italiani Secret Sphere e il loro ultimo ed esaltante lavoro “Portrait Of A Dying Heart”. C’è molto di “The Fall” infatti nell’attacco iniziale che ci mostra di nuovo una chitarra spessa e tecnicissima, apparentemente inesauribile nel macinare riff dall’andamento turbolento. Il pezzo rappresenta un appesantimento generale e un aumento del contenuto tecnico, anche se invece, stranamente, le melodie tendono a seguire la strada opposta, risultando invece ancora più orecchiabili. Alcune aperture al confine con il power accompagnano l’intero pezzo, fino ad una sezione strumentale davvero eccezionale, che si ritaglia più spazio rispetto alla prima canzone.

3. UNIVERSE (4:28)
Le tastiere iniziali, quasi sinfoniche, ci indicherebbero un altro pezzo sulla scia del fortunato ultimo disco dei Secret Sphere, ma l’illusione dura fino a che Mularoni non riporta grazia ad un riffing ancora più vorticoso rispetto alle prime due canzoni in genere più sul progressive che su power. La velocità è in questo pezzo ancora più alta, ma stranamente in questo frangente non sembra essere la voce del comunque ottimo Basile a trainare l’intero pezzo. Grazie ad una produzione potente e precisa, abile nell’ispessire il suono un po’ su tutte le sonorità, la parte strumentale risulta predominante in questo brano, con un basso davvero pulsante posto in evidenza sotto al secco riffing e delle tastiere di grande importanza anche strutturale.

4. NUMB (5:13)
Se ci aspettavamo un ammorbidimento, almeno da parte del superattivo Mularoni finora presente con riffing assolutamente vorticosi e nervosi, dobbiamo ancora aspettare un paio di pezzi. Almeno, di sicuro ciò non avviene in “Numb”, un’altro brano che, pur rallentando un po’ i ritmi sembra prediligere ancora una volta il lato progressive della band. Una sensazione che ci viene veicolata come sempre dallo spesso riff, ma che qui è ulteriormente rafforzata grazie ad un drumming fantasioso e dinamico come se ne sono sentiti pochi quest anno. Grazie alla prestazione maiuscola di Costantino ci troviamo infatti catapultati in una kermesse di tempi spezzati e passaggi nervosi che non danno un attimo di tregua. Interessante l’assolo, che gioca di contrasto sul drumming esasperato, ritagliandosi la sua fetta d’attenzione grazie ad un grande controllo di varie tecniche chitarristiche.

5. PAGES(5:03)
Come prima più di prima… No, non è il verso di una celebre canzone italiana, ma vuole rappresentare il fatto che ancora i ritmi non accennano a calare… anzi, il suono è ancora più ricco e pieno, i tempi sono ancora più veloci, almeno inizialmente, e l’approccio ancora più pesante. In questo brano torna prepotente il suono dei Symphony X, che comunque in parte ha sempre accompagnato il nostro ascolto per la maggior parte dei brani. “Pages” si mostra però sopraffina nella più melodica parte centrale, con un assolo che stempera il massiccio riff appoggiandosi invece su una base più eterea ed evocativa. Un plauso va ancora a Mularoni, che dipinge ottime trame anche in fase solista e non solo quando si tratta di riempire il sound con la presenza delle sue vorticose ritmiche. Interessante il finale su note dissonanti di una chitarra ancora una volta gonfia, accompagnata da un drumming fantasioso e inaspettato.

6. REPAY (4:41)
Dopo l’abbuffata di ritmica fatta finora, i tempi sono maturi per farci apprezzare un pezzo un po’ più lento e melodico, qualità queste che comuque non sono mai mancate ai DGM e che sicuramente si sposano ad un approccio vocale melodico ed elegante come quello di Basile. Un dolce pianoforte accompagna infatti delle interessanti linee poste al servizio del bravo cantante e ci permettono di godere di una versione dei DGM di cui ci eravamo quasi dimenticati. Naturalmente la voce in primo piano ci permette di stupirci della ricchezza della timbrica di Basile, simile a quella di Michele Luppi (Secret Sphere), ma sicuramente più ruvida e sporca in stile Russel Allen / Jorn Lande. Come sempre in questo tipo di ballad dal finale elettrico, ci aspettavamo un assolo vibrante di estrazione Petrucciana, e puntuale Mularoni ci accontenta, con una grande esibizione di solismo ispirato e sentito.

7. CHAOS (4:45)
Si riparte a mille con questo splendido esempio di bilanciamento tra progressive e power. Melodie geniali affiancate a ritmiche schiacciasassi con aperture melodiche che seguono senza soluzione di continuità complessi riff ipertecnici. Grazie soprattutto ad un ritornello eccezionale, “Chaos” è un un gioiello di quello che potremmo chiamare semplicemente ‘power-prog italiano’. Ospite su questo pezzo è il chitarrista Jorn Viggo Lofstad dei Pagan’s Mind, che porta molto del suo stile da virtuoso nella ottima sezione strumentale centrale. La produzione qui segue un po’ quella della band norvegese, e il freddo suono spaziale che accompagna da sempre le uscite dei Pagan’s Mind è qui degnamente rappresentato. Un grande pezzo, il migliore forse finora ascoltato.

8. REMEMBRANCE (5:51)
Inizia una serie di brani camaleontici, un po’ più lenti ma dotati di un range più ampio di colori ed influenze. La chitarra qui abbandona la vorticosità dei tecnici fraseggi che saturavano la prima parte del disco in favore di soluzioni più liquide e ad ampio respiro, pur mantenendo comunque alto il contenuto tecnico. “Remembrance” si pone come una strana alchimia di suoni, dalla quale è un po’ difficile districarsi, ma sempre trasudante buon gusto. Interessante, al di là delle strofe facilmente assimilabili, è il dissonante assolo appoggiato su di una distorta base arpeggiata che crea un effetto inaspettato. Un brano difficile da comprendere appieno con pochi ascolti e che sfuma nel successivo con un altro sinistro arpeggio di stampo Dream Theater…

9. OVERLOAD (5:15)
Qui sono i Dream Theater di “Six Degrees Of Inner Turbulence” i primi a venirci in mente quando sentiamo l’intro, così simile negli intenti alla nervosa “Test That Stumped Them All”. Le strofe cambiano il tiro reinserendo le melodie aperte e lineari del miglior power, prima di sfociare in un ritornello se possibile ancora più memorizzabile e di facile fruizione. Come già successo in questa seconda parte di disco, sono le melodie di Basile a farla da padrone, primeggiando sulla pesantezza e concretezza delle ritmiche. Anche questo pezzo si dimostra comunque versatile e camaleontico, sfuggente da facili classificazioni. L’unico nostro appunto va ad un assolo veramente troppo ‘Theateriano’… ma di sicuro di grandissima resa.

10. VOID (6:27)
“Void” si prende il suo tempo per dire quello che serve… è infatti il brano più lungo del lotto anche se, stranamente per un disco sicuramente definibile come progressive, dura ‘solo’ sei minuti. La partenza non viene affidata subito alla ritmica portante, ma si appoggia invece ad un intro progressivo che si protrae per quasi un minuto. La voce di Basile entra piano, cercando di ‘prendere il polso’ al pezzo, per poi seguirlo con facilità nel proseguire della strofa, dove il fraseggio e i tempi si fanno più lineari e il clima generale si fa più accessibile. Un altro pezzo di ricco ed elegante power prog che pone i DGM ai vertici del genere, almeno per quanto riguarda la scena tricolore. La ricca e variegata parte strumentale posta a metà brano è solo l’ennesima ciliegina sulla torta che ci regalano i mostruosi strumentisti dei DGM.

 11. BLAME (5:34)
Qui si pesca a piene mani da generi diversi da quelli citati sino ad ora… alcune soluzioni potrebbero quasi arrivare dalla scena alternative. La canzone è elegante e ben costruita, ricca di dettagli, ma forse manca un po’ quell’impatto e quel respiro epico che la chiusura di un concept come è “Momentum” dovrebbe avere… di solito si tiene l’ultima canzone per ‘sciogliere’ il nodo  narrativo che mantiene alta la tensione su tutto l’album, ma qui questo non sembra accadere. “Blame” è un altro pezzo nella classica matrice di fabbrica di “Momentum”, del tutto sul livello delle altre, ma che non porta, almeno a nostro parere, questo senso di chiusura del disco e della trama. Rimane comunque una grande canzone, inserita in un album che a questi primi ascolti non ci ha mostrato alcun punto debole.

 DGM - Band - 2013

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