DIO – Alla fine dell’arcobaleno

Pubblicato il 03/04/2020

Speciale a cura di Carlo Paleari

La riedizione in versione deluxe degli ultimi quattro album in studio, grazie al lavoro di BMG e Niji Entertainment Group, ci ha permesso di dare vita a questo speciale per ripercorrere le ultime tappe della carriera di un artista che, oggi più che mai, rappresenta un’icona per tutta la comunità metal del mondo. Certo, forse i veri capolavori e gli album imprescindibili della vita di Ronnie James Dio si trovano più facilmente nei suoi primi lavori solisti, e ancora di più nella sua carriera come cantante di Rainbow e Black Sabbath, tuttavia anche tra le tracce di questi quattro album è possibile trovare parte di quella luce che ha reso indimenticabile la carriera di Ronnie.
Trattandosi di pubblicazioni relativamente recente, abbiamo deciso di evitare la classica formula della recensione: tre quarti dei lavori oggetto di questo speciale, infatti, hanno già una propria recensione all’interno del nostro archivio. Abbiamo quindi optato per una panoramica generale, soffermandoci anche sull’abbondante materiale bonus che arricchisce queste nuove edizioni. Infine, abbiamo avuto l’occasione di farci raccontare dalla viva voce di Wendy Dio alcuni aneddoti relativi alla vita e alla carriera di Ronnie per ciascuno di questi lavori. Buona lettura.

 

L’anno di partenza per questo viaggio è il 1996, che coincide con la pubblicazione di “Angry Machines”. Come per tanti altri alfieri dell’heavy metal tradizionale, anche per Ronnie James Dio gli anni Novanta sono un periodo in salita, dove si deve combattere per conservare il proprio spazio tra quello tsunami che è stato il grunge e l’affacciarsi di sonorità più moderne, lontane dallo spirito degli anni Ottanta. Il pubblico heavy metal sembra non essere più interessato a storie di draghi, magia e guerrieri, e Ronnie James Dio cerca di adeguarsi allo spirito dell’epoca. L’aveva già fatto qualche anno prima nella breve reunion dei Black Sabbath che aveva partorito il cupo “Dehumanizer”, e ci aveva riprovato anche con la sua band solista con il controverso “Strange Highways”.
“Angry Machines” prosegue ed accentua ulteriormente le atmosfere di “Strange Highways”, complice anche una formazione che rimane praticamente invariata: il vecchio compagno Vinny Appice alla batteria, al basso l’ex-Dokken Jeff Pilson e alla chitarra quel giovane Tracy G che era stato il principale artefice delle nuove sonorità di Dio. Sfortunatamente anche “Angry Machines” si rivela essere un lavoro poco ispirato, con il cantante che non appare a suo agio all’interno di sonorità lontane dalla sua sensibilità. Ciò che aveva funzionato in maniera eccellente in “Dehumanizer”, in “Angry Machine” appare sbiadito, complice anche il fatto di avere al proprio fianco un chitarrista ed un compositore di caratura molto più bassa rispetto a quella di Tony Iommi.
Dei quattro lavori, dunque, “Angry Machines” è probabilmente quello meno interessante per un fan della musica di Dio: un tassello utile per completare la collezione, ma di per sé non irrinunciabile. Forse proprio per questo l’album in questione è quello corredato dal maggior volume di materiale bonus: il secondo disco, infatti, contiene un’abbondante selezione di canzoni registrate dal vivo nel tour di supporto al disco. Anche questo materiale, però, non si può considerare propriamente inedito: le tracce sono state estrapolate almeno in parte da un live album (“Dio’s Inferno – The Last In Live”) che testimoniava proprio quella tournée. Resta comunque molto interessante ascoltare l’interpretazione fatta da Tracy G di classici della band come “Rainbow In The Dark”, “We Rock”, “Straight Through The Heart”, “Holy Dover” e via dicendo. Chi vi scrive appartiene, in tutta franchezza, alla folta schiera dei detrattori del povero Grijalva, chitarrista a nostro parere privo di particolari qualità, per quanto indubbiamente preparato da un punto di vista tecnico, ma sicuramente il live permette di avere una perfetta fotografia di come suonasse la band di Dio in uno dei suoi momenti più controversi.

 

Facciamo ora un salto in avanti di qualche anno e arriviamo al 2000, anno di pubblicazione di “Magica”. La scena metal, rispetto a quella del 1996, è cambiata positivamente per un artista come Dio. Le sonorità classiche, complice anche l’esplosione del power metal con le sue tematiche fantasy tanto care a Ronnie, sono tornate all’attenzione del grande pubblico e Ronnie ha più di un asso nella manica da giocare. Come prima cosa una formazione completamente rinnovata rispetto a quella di “Angry Machines”: la sezione ritmica è affidata a Simon Wright, batterista che il pubblico aveva già apprezzato su “Lock Up The Wolves”, e Jimmy Bain, lo storico bassista che aveva accompagnato il cantante fin dai tempi dei Rainbow. Alla chitarra, invece, torna Craig Goldy, che aveva contribuito a quel gioiello che risponde al nome di “Dream Evil” e che, a conti fatti, finirà per essere la spalla migliore nell’intera carriera solista di Dio dopo Vivian Campbell.
Con questa solida formazione Dio si mette quindi al lavoro su “Magica”, un concept album tra fantasy e science fiction che rappresenta una vera e propria rinascita per Ronnie. La storia di Eriel e Challis si dipana attraverso canzoni potenti, oscure ed epiche al tempo stesso. Pochi momenti veloci ed una predilezione per i mid tempo, cadenzati e metallici, ottimi per valorizzare la voce di Ronnie. Brani come “Fever Dreams” e “Lord Of The Last Days” diventano dei nuovi classici, ma le gemme non mancano, dalla ballad “As Long As It’s Not About Love”, emozionante e drammatica, oppure la splendida “Losing My Insanity” con le sue splendide melodie á la Rainbow.
Molto interessante anche il materiale bonus, che vede una selezione di brani di “Magica” registrata dal vivo durante il successivo tour di supporto al disco. La resa del set è potente e fedele ai corrispettivi in studio e si nota come Ronnie credesse molto (e a ragione) nel suo nuovo album, tanto da riproporlo quasi nella sua interezza. Se questo non bastasse, ci sono altre due tracce non meno interessanti: la prima è “Magica Story”, in cui la viva voce di Ronnie ci racconta nel dettaglio la storia e l’intreccio del concept album, e la seconda è “Electra”, un brano già edito anche se non universalmente noto, che rappresenta l’unica testimonianza di quello che sarebbe potuto essere il secondo capitolo di “Magica”. Ronnie, infatti, aveva concepito questo lavoro come il primo capitolo di una trilogia che, purtroppo, non abbiamo mai avuto modo di vedere giungere al suo compimento.

 

Forte del buon riscontro ottenuto da “Magica”, Ronnie si mette al lavoro per un nuovo album, confermando in toto la squadra di musicisti che l’avevano affiancato per il precedente capitolo discografico. Durante la stesura dei brani, però, Craig Goldy si trova costretto per un problema famigliare a dare forfait, lasciando il posto all’ex-Lion, Doug Aldrich. Il biondo chitarrista mette il suo talento al servizio di Ronnie ma partecipa in maniera molto marginale al songwriting, che rimane saldamente nelle mani di Dio, Jimmy Bain e lo stesso Goldy, che aveva già avuto modo di firmare diverse canzoni prima di ritirarsi. Il risultato di queste sessioni è “Killing The Dragon”, un disco più semplice e diretto di “Magica”: niente concept album, molti brani veloci, qualche pezzo assolutamente memorabile (la title track, o la splendida “Better In The Dark”, ad esempio) e un’atmosfera in generale meno cupa e più vicina ai primi lavori solisti di Dio. La band regala come sempre una performance solida e su tutti spicca Doug Aldrich, chitarrista dallo stile dirompente, più sfacciato e scoppiettante rispetto a quello più massiccio di Goldy. Ronnie è eccellente come sempre nel suo essere il perfetto interprete heavy metal e la scrittura è credibile in quasi ogni passaggio. Manca quel pizzico di coraggio in più che si percepiva in un’opera ambiziosa come “Magica”, ma indubbiamente anche “Killing The Dragon” finisce nella colonna dei lavori riusciti di Dio.
Anche questa riedizione viene corredata da una selezione di canzoni registrate dal vivo e l’occasione è particolarmente ghiotta perché ci permette di sentire alcune interpretazioni di Doug Aldrich di grandi classici come “Heaven And Hell”, “Stand Up And Shoot” e soprattutto una splendida “I Speed At Night”. Avremmo preferito una rosa un po’ più ampia di canzoni, ma se qualcuno fosse interessato, suggeriamo di recuperare anche il live “Evil Or Divine”, registrato a New York durante il tour di supporto a “Killing The Dragon” e pubblicato nel 2005.

 

L’ultimo capitolo discografico per la carriera solista di Dio arriva sul finire del 2004, con “Master Of The Moon”, che vede l’ennesimo riassestamento della formazione, sebbene con volti già noti. Confermato Simon Wright alla batteria, al basso troviamo nuovamente Jeff Pilson, che avevamo citato parlando di “Angry Machines”. Alle tastiere il fedele Scott Warren mentre il ruolo di chitarrista viene nuovamente raccolto da Craig Goldy, tornato in forza dopo lo stop temporaneo a ridosso di “Killing The Dragon”. Ci piacerebbe poter concludere questo speciale con toni trionfali e lodi sperticate all’ultima opera solista di Ronnie, ma al netto del valore sentimentale che rappresenta, è purtroppo evidente come “Master Of The Moon” sia fondamentalmente un album poco ispirato. Nulla da dire sulla voce di Dio, che rimane sempre un piacere assoluto, ma quello che manca in questo disco sono proprio le canzoni. Passati ormai più di quindici anni dalla sua pubblicazione risulta difficile trovare episodi davvero memorabili e, in una nostra ipotetica classifica dei quattro album presentati in questo speciale, finiremmo per inserirlo giusto al di sopra del deludente “Angry Machines”. Lo stile dell’album è perfettamente in linea con la proposta degli ultimi anni del cantante, con brani rocciosi, spesso cadenzati, per dare ampio respiro alla vocalità straordinaria di Ronnie. Se però in “Magica” questo approccio trovava la sua dimensione ideale, “Master Of The Moon” vaga senza meta in quel limbo che non scade mai nel fallimento ma che, al tempo stesso, sembra incapace di brillare davvero. Osservando l’album con il giusto distacco, anche temporale, la cosa tutto sommato non stupisce più di tanto: di lì a poco Ronnie sarebbe tornato ad unire le proprie forze a quelle di Tony Iommi, Geezer Butler e Vinny Appice negli Heaven & Hell, segno di come il cantante stesso fosse alla ricerca di nuovi stimoli.
Pur senza essere un capitolo imperdibile, comunque, anche questa ristampa rappresenta certamente una fonte di interesse per coloro che volessero completare la discografia di una vera e propria leggenda, che ha dato così tanto alla musica che amiamo. Ad aggiungere quel pizzico di sale in più, infine, abbiamo il materiale bonus. La tracklist, infatti, viene arricchita da “Prisoner Of Paradise”, una bonus track davvero valida, all’epoca inspiegabilmente relegata al solo mercato giapponese, e ancora una volta da una piccola selezione di brani dal vivo registrati nel tour successivo. Tra queste citiamo un’imponente “Heaven And Hell”, nella sua versione allungata per lasciare spazio alla chitarra di Goldy e al dialogo con il pubblico, ed un’ottima “Rock And Roll Children”. L’unico appunto: invece dell’ennesima versione di “Rainbow In The Dark”, avremmo volentieri ascoltato “Stargazer” o “Gates Of Babylon”, due pezzi da novanta recuperati da Dio e riproposti proprio durante il tour di “Master Of The Moon”.

A questo punto, terminata la lunga panoramica su questa imponente opera di restauro della seconda metà della carriera di Dio, non ci resta che lasciare la parola proprio a Wendy, colei che ancora oggi si occupa di tenere viva la memoria di Ronnie, compiendo anche scelte controverse che, nella nostra chiacchierata, ha comunque difeso con fervore e passione.

WENDY, INIZIAMO QUESTA INTERVISTA PARTENDO PROPRIO DALLA RISTAMPA DEGLI ULTIMI QUATTRO ALBUM DI RONNIE. VUOI RACCONTARCI COME È NATA L’IDEA PER QUESTE NUOVE EDIZIONI?
– Certo, vedi, io possiedo i diritti di questi quattro album ed era ormai passato parecchio tempo dalla loro pubblicazione. Mi sono messa quindi in contatto con la BMG, dove ho trovato persone piene di passione, che credo abbiano svolto un lavoro eccezionale. Assieme abbiamo deciso di ripubblicare gli ultimi quattro album di Ronnie, ma in edizioni speciali, che comprendono ovviamente l’album in studio, ma anche molte tracce registrate dal vivo nei vari tour di quegli anni. Questa cosa secondo me è particolarmente interessante in questi lavori, perché negli album puoi ascoltare tre chitarristi, Doug Aldrich, Craig Goldy e Tracy G, tre chitarristi fantastici ma anche molto diversi tra loro. Infine i quattro album avranno anche un artwork rinnovato, curato da Marc Sasso, che ha fatto un lavoro davvero eccellente.

COME HAI GIÀ ACCENNATO, GLI ALBUM SONO STATI ARRICCHITI DA MATERIALE INEDITO REGISTRATO DAL VIVO. TI SEI OCCUPATA DIRETTAMENTE DELLA SCELTA DELLE CANZONI DA INCLUDERE?
– Sì, con Wyn Davis, che è stato l’ingegnere del suono di Ronnie, abbiamo scavato a fondo negli archivi delle sue registrazioni dal vivo. Ne abbiamo molte, tratte da tanti diversi tour, ma ho voluto cercare con attenzione e volevo che ci fosse anche lui ad aiutarmi, visto che è dotato di ottimo orecchio: mi sono avvicinata a queste registrazioni alla ricerca di qualcosa che Ronnie stesso avrebbe approvato, e chi meglio di Wyn, che è stato uno dei suoi tecnici, poteva aiutarmi? Così abbiamo ascoltato un sacco di materiale e alla fine abbiamo scelto una selezione dei brani migliori, quelli con la maggiore qualità. È stato quindi un lavoro di squadra: mio, di Wyn e della BMG.

SE SEI D’ACCORDO, VORREMMO ADDENTRARCI MAGGIORMENTE IN QUESTI QUATTRO ALBUM, RIPERCORRENDO CON TE LA CARRIERA DI RONNIE IN QUEGLI ANNI. PARTIAMO DA “ANGRY MACHINES”, UN ALBUM CHE HA AVUTO POCA FORTUNA ALL’EPOCA DELLA SUA PUBBLICAZIONE. COSA RICORDI DI QUEL PERIODO?
– Ricordo bene quel periodo, perché era arrivato il grunge e l’heavy metal non era più visto in maniera positiva. Ronnie aveva coinvolto Tracy G, un chitarrista molto più giovane di lui, e avevano deciso di registrare un disco più ‘industrial’. È vero, l’album non venne accolto positivamente dai fan, perché la musica di Ronnie stava andando in una direzione completamente diversa, però riascoltandolo oggi ti rendi conto che ci sono molte belle canzoni. Ad esempio, “This Is Your Life” è una delle mie canzoni preferite in assoluto.

IL SECONDO ALBUM È “MAGICA”, UN BELLISSIMO LAVORO CHE RIESCE A RIVALEGGIARE CON I GRANDI CAPOLAVORI DI DIO.
– Mi fa molto piacere sentire questo commento su “Magica”, perché lui ne era molto orgoglioso. Il suo sogno era di farne una trilogia, anche se purtroppo non ha avuto modo di terminare il suo lavoro: immaginava “Magica” come una sorta di opera rock. Abbiamo ancora qualche frammento inedito che magari prima o poi riusciremo a pubblicare: aveva già iniziato a comporre del materiale, ma non ha avuto il tempo di assemblarlo e, se dovessimo farlo, vogliamo che il risultato sia il più possibile vicino a quello che Ronnie avrebbe voluto. Lui era un vero perfezionista e non voglio darti l’impressione di voler centellinare le cose, semplicemente voglio che ogni opera pubblicata sia quello che Ronnie avrebbe voluto far ascoltare ai suoi fan. Per esempio in “Magica”, come bonus track, abbiamo inserito “Electra”, una canzone che era stata scritta appositamente per il secondo capitolo della trilogia.

PASSIAMO QUINDI A “KILLING THE DRAGON”, CHE VEDE ALLA CHITARRA DOUG ALDRICH. QUELLA DI DOUG È STATA UNA PARENTESI TEMPORANEA, DURATA SOLO PER UN ALBUM, PRIMA DEL SUO INGRESSO NEGLI WHITESNAKE. PENSI CHE, SE NON FOSSE ARRIVATA PER LUI QUESTA OPPORTUNITÀ, LE COSE SAREBBERO ANDATE DIVERSAMENTE?
– No, Doug si era unito alla band perché Craig Goldy aveva bisogno di prendersi una pausa per motivi personali, avrebbe dovuto registrare l’album e sostenere il tour successivo. Al termine di quest’ultimo Doug si è unito agli Whitesnake e Craig è tornato a bordo. Non è mai stata una cosa pensata per durare a tempo indeterminato: lui voleva lavorare con Ronnie e Ronnie con lui e questa necessità di Craig è stata l’occasione per farlo. Oltretutto sono due chitarristi con due stili completamente diversi.

L’ULTIMO LAVORO CHE ABBIAMO ASCOLTATO È “MASTER OF THE MOON”, CHE È DIVENTATO UN PO’ IL TESTAMENTO DELLA CARRIERA SOLISTA DI RONNIE. ALL’EPOCA LA MALATTIA NON SI ERA ANCORA PALESATA E RONNIE SEMBRAVA ANCORA IN OTTIMA SALUTE. VUOI RACCONTARCI QUALCOSA DI QUEL PERIODO?
– “Master Of The Moon” è diventato il suo l’ultimo album solista, dato che dopo la sua pubblicazione c’è stata la reunion con i Black Sabbath, tuttavia Ronnie non ha mai preso in considerazione l’idea di interrompere la sua carriera personale, anzi, aveva già iniziato a lavorare al nuovo materiale e a pensare ad un nuovo tour con i Dio. All’epoca Tony Iommi stava avendo dei problemi ad una mano e Vinny Appice alla schiena, quindi gli Heaven & Hell avevano in programma di fermarsi per un po’, per almeno un anno. Ronnie quindi si era subito messo al lavoro su un nuovo album ma di lì a poco gli venne diagnosticato il cancro e quindi ogni programma è stato subito accantonato per iniziare le cure. Pensa che addirittura era già stato spedito in Inghilterra tutto l’equipaggiamento e il materiale necessario per iniziare un nuovo tour europeo. “Master Of The Moon”, comunque, è stato un altro grande album: Ronnie si è divertito molto a realizzarlo e portarlo in tour con la band. Però sono anche molto contenta che Ronnie sia tornato a cantare nei Black Sabbath, o Heaven & Hell, perché c’erano stati dei problemi in passato, sia la prima volta che la seconda. Questa volta invece le cose stavano andando davvero bene, erano tutti amici, stavano facendo un grande lavoro assieme e lui era davvero soddisfatto.

DA DIECI ANNI A QUESTA PARTE STAI LAVORANDO COSTANTEMENTE AFFINCHÉ LA MEMORIA DI RONNIE CONTINUI A VIVERE. QUESTO TI PORTERÀ SICURAMENTE TANTO AFFETTO DA PARTE DEI FAN, MA AL TEMPO STESSO ANCHE QUALCHE CRITICA PER LE TUE SCELTE. RONNIE ERA ED È MOLTO AMATO E QUESTO RENDE MOLTO DIFFICILE RIUSCIRE AD INTERPRETARE AL MEGLIO QUELLA CHE SAREBBE LA SUA VOLONTÀ SE FOSSE ANCORA TRA NOI.
– Dopo la morte di Ronnie mi sono ripromessa di far sì che la sua memoria, la sua leggenda e la sua musica continuassero a vivere. Cerco di farlo ogni giorno, con la pubblicazione dei suoi album, come in questo caso, oppure con le iniziative di beneficenza per la ricerca sul cancro. Il 17 maggio ci sarà questa manifestazione, “Ride For Ronnie”, dove ci sarà un raduno di circa 3500 motociclisti, nel parco, una specie di ‘family day’, con i bambini e delle band che suoneranno dal vivo (l’intervista risale a metà febbraio, prima dell’esplosione dell’emergenza Covid-19 nel mondo occidentale ndR). In ottobre/novembre ci sarà invece il “Bowl For Ronnie”, un’altra iniziativa i cui proventi andranno tutti i beneficenza. Ci sarà Jack Black, molte altre celebrità e si raccoglieranno fondi… È un modo per tenere viva la memoria di Ronnie, far sì che i ragazzi si ricordino di lui e conoscano la sua musica. Sono passati dieci anni dalla sua morte, eppure la sua pagina Facebook ha ancora due milioni e mezzo di follower, uscirà a breve un film con “Rainbow In The Dark” nella colonna sonora, la produzione della serie TV “Stranger Things” ha chiesto il permesso di utilizzare una t-shirt e un poster dei Dio per la prossima stagione, ci sono tantissime tribute band che suonano la sua musica in tutto il mondo… Io penso che tutto questo sia grandioso, fantastico. Sono convinta che sia la prima volta nella storia che i ragazzi vogliano ascoltare la musica dei propri genitori.

IN EFFETTI FORSE L’UNICO ALTRO ARTISTA CHE È RIUSCITO AD EGUAGLIARE RONNIE IN TERMINI DI AFFETTO E RISPETTO DA PARTE DELL’INTERA COMUNITÀ METAL È STATO LEMMY…
– È vero, ed erano anche grandi amici, hanno fatto tanti tour assieme e il manager di Lemmy è tuttora uno dei miei migliori amici. Ah, ma sai un altro musicista che penso possa essere altrettanto amato? Dave Grohl. È davvero una splendida persona, generoso nella beneficenza e molto attento e gentile verso i fan.

NON POSSO FARE A MENO DI FARTI UNA DOMANDA RELATIVA AD UNA DELLE INIZIATIVE CHE HANNO SUSCITATO MAGGIORI DISCUSSIONI TRA I FAN. MI RIFERISCO OVVIAMENTE AL TOUR CON L’OLOGRAMMA DI DIO. VUOI RACCONTARCI MEGLIO COME È NATA QUESTA IDEA?
– I primi a fare un passo in questo senso sono stati i ragazzi della Eyellusion, l’azienda che ha fornito la tecnologia per realizzare l’ologramma. All’inizio ammetto di essere stata un po’ in tensione, ma più loro mi parlavano e più mi convincevo che Ronnie avrebbe approvato tutto questo, perché lui era molto interessato e curioso verso le nuove tecnologie. Non solo, ma era affascinato in particolare dall’idea di avere a disposizione un ologramma, fin dai tempi del tour di “Sacred Heart”, dove avevamo degli effetti speciali, una sfera di cristallo che calava dall’alto sulla testa di Ronnie. Penso che avremmo avuto la sua benedizione nel fare questa cosa, in caso contrario non l’avrei mai realizzata. Inoltre siamo stati i primi al mondo a portare in giro uno show di questo tipo con una vera live band, la stessa band che ha suonato con Ronnie per diciassette anni. Il primo tour europeo che abbiamo realizzato con l’ologramma non mi aveva soddisfatto, ma la tecnologia ha continuato a migliorare e lo scorso anno abbiamo fatto un tour di diciannove date negli Stati Uniti e questa volta è stato fantastico. Ci sono un sacco di effetti, c’è la band di Ronnie, ci sono ‘Ripper’ Owens ed Oni Logan a cantare, poi arriva l’ologramma di Ronnie e cantano con lui… È un’esperienza da vivere. Ci sono state persone scettiche, che erano partite con le intenzioni più negative possibili: li abbiamo invitati a vedere lo show e queste stesse persone si sono dovute ricredere e hanno ammesso di aver assistito ad un grande spettacolo. Poi certamente ciascuno è libero di avere le proprie opinioni, ma mi piacerebbe che prima di giudicare vedessero lo show. E non pensiate che sia una questione di soldi: questa tecnologia ci è costata due milioni di dollari, non potremo mai rientrare da una spesa del genere. È una cosa che la band voleva fare come tributo a Ronnie, penso che sia una grande occasione per tutti coloro che vorrebbero rivederlo su un palco e anche per tutti quei ragazzi giovani che semplicemente non hanno avuto la possibilità di vedere Ronnie dal vivo. Il mondo si sta evolvendo, sono sempre di più le iniziative come questa e sono convinta che da qui a dieci anni sarà una cosa comune tanto quanto un CD. È l’evoluzione della tecnologia, prima c’erano solo i vinili e poi arrivò il CD. Inoltre molte leggende della musica heavy metal stanno ormai invecchiando o sono addirittura già morte, sarebbe l’unico modo per riuscire a vederle.

PERÒ È ANCHE VERO CHE UN CONCERTO È QUALCOSA CHE CAMBIA DI SERA IN SERA, CHE SI ADATTA ALL’ATMOSFERA, ALLE VIBRAZIONI CHE L’ARTISTA PERCEPISCE DAL SUO PUBBLICO, ANCHE DALL’UMORE. PENSI CHE UNA TECNOLOGIA COME QUESTA, PER QUANTO AVVENIRISTICA, POSSA RICREARE LE STESSE SENSAZIONI?
– Assolutamente, perché non si parla solo di un ologramma: quello è solo un elemento dell’intero show, abbiamo un drago che compare sul palco, un tunnel di luce e Ronnie non è sempre lì sul palco, va e viene. Ma quando la sua immagine è sul palco ti sembra davvero che sia lì, la gente canta con lui come se fosse davvero vivo sul palco. C’è un momento in cui assieme a Oni Logan cantano “Stargazer” che è spettacolare. Ho anche fatto registrare l’intero concerto e prima o poi lo pubblicheremo, così la gente potrà farsi un’idea di cos’è questo show. C’è da dire un’altra cosa: le parti vocali di Ronnie sono inedite, nessun può dire da cosa sono tratte, perché sono canzoni prese dal nostro archivio e abbiamo una marea di materiale mai pubblicato. Quindi chi viene al concerto può sentire la vera voce di Ronnie registrata dal vivo che canta accompagnato dalla sua band. I musicisti hanno dovuto lavorare tantissimo perché ci deve essere una sincronia assoluta tra loro che suonano dal vivo e la traccia vocale registrata di Ronnie. È uno spettacolo eccezionale e spero che la gente possa apprezzarlo sempre di più. Ora stiamo lavorando ad una nuova versione, perché come ti dicevo la tecnologia cambia e si evolve ogni giorno e questo ologramma sarà ancora migliore del precedente.

DOPO L’AMERICA, STAI PENSANDO DI PORTARE QUESTO SHOW ANCHE DALLE NOSTRE PARTI?
– Ne stiamo parlando, sicuramente ci sarà un altro tour negli Stati Uniti, ma a me piacerebbe portarlo anche in Europa e in Giappone. Abbiamo ricevuto delle offerte dalla Bulgaria e da molti altri paesi europei e mi piacerebbe cogliere questa opportunità, soprattutto perché, come ti dicevo, non sono affatto soddisfatta di come era andato il primo tour europeo. L’immagine di Ronnie era troppo sullo sfondo, lontana dal pubblico… mi piacerebbe mostrare le potenzialità di questo show con la tecnologia di adesso.

SE DOVESSI FARE IL NOME DI UN CANTANTE CHE, SECONDO TE, POTREBBE ASPIRARE AD ESSERE L’EREDE NATURALE DI RONNIE, CHI NOMINERESTI?
– Io direi ‘Ripper’, ha una voce incredibile e Ronnie diceva che aveva il potenziale per cantare qualunque cosa. Anche Oni Logan è un cantante fantastico. C’è la vecchia scuola, ovviamente, Rob Halford, un grande amico di Ronnie, ma dei cantanti più giovani direi senza dubbio ‘Ripper’ Owens, oppure anche Ronnie Romero, per il lavoro che è riuscito a fare nei Rainbow.

ECCO, HAI CITATO RONNIE ROMERO: HAI AVUTO MODO DI VEDERE QUESTA NUOVA INCARNAZIONE DEI RAINBOW DI RITCHIE BLACKMORE? CHE NE PENSI?
– No, non ho avuto occasione di vederli, anche se mi sarebbe piaciuto molto. Ritchie è un chitarrista incredibile, un vero maestro e sono contenta che abbia deciso di tornare a suonare con i Rainbow. Forse avrei preferito che coinvolgesse qualcuno della vecchia band, Bob Daisley o lo stesso Joe Lynn Turner, ma non si può negare che Ronnie Romero abbia fatto davvero un lavoro spettacolare e sono rimasta molto colpita da lui.

RONNIE AVEVA UN LEGAME DIRETTO CON L’ITALIA, ANZI, SE VOGLIAMO, IL GESTO DELLE CORNA, UNO DEI PIÙ CELEBRI SIMBOLI DELL’HEAVY METAL, LO DOBBIAMO PROPRIO ALLA NONNA ITALIANA…
– Il tuo Paese è meraviglioso, Ronnie amava davvero tanto l’Italia perché, come saprai, aveva origini italiane, aveva amici e parenti in Italia, a Milano. Certo, è esattamente così: si tratta di un segno per scacciare il malocchio, un gesto che ha origini antiche, che si perdono nel Medioevo. Ronnie aveva cinque anni e vedeva sua nonna fare questo gesto continuamente. Lei era italiana, nata e cresciuta in Italia, e probabilmente questo gesto deve essere rimasto impresso nella sua mente. Quando Ronnie entrò a far parte dei Black Sabbath si ritrovò a sostituire Ozzy Osbourne che faceva sempre il segno della pace, lui non voleva imitarlo, voleva fare qualcosa di diverso e gli tornò in mente questo segno, che poi da lì in poi è diventato un suo tratto distintivo.

INSOMMA, POSSIAMO DIRE CHE IN RONNIE VIVEVA UNA PARTE DELLA NOSTRA CULTURA E DELLA NOSTRA STORIA.
– Certo! Lui è cresciuto a Cortland, un quartiere a nord di New York… tutti italiani! Ristoranti italiani, cibo italiano, tutti parlano italiano, gli uomini stanno fuori a giocare a carte bevendo un bicchiere di vino e le donne stanno casa a fare tutto il lavoro (ride, ndR)! Pensa che sua mamma andava in chiesa due volte al giorno e anche Ronnie è cresciuto in un ambiente cattolico, da ragazzo.

TU SEI RIMASTA SEMPRE A FIANCO DI RONNIE, COME MOGLIE, COME MANAGER E ANCORA DOPO IL VOSTRO DIVORZIO (QUI FACCIAMO UN ERRORE, USANDO IL TERMINE ‘DIVORZIO’, INVECE CHE ‘SEPARAZIONE’, NDR)
– No, no, aspetta, io non ho mai divorziato da Ronnie! Non so perché continui a girare questa voce. L’ho letta anche io più di una volta, ma è una cosa falsa. Se qualcuno riesce a portarmi le carte del divorzio, gli regalo un milione di dollari! Non abbiamo mai divorziato, io sono rimasta sua moglie fino al giorno della sua morte.

…TI CHIEDO SCUSA PER L’ERRORE, WENDY. PERÒ TI FACCIO LO STESSO LA DOMANDA: COME HAI FATTO A CONCILIARE QUESTO DOPPIO RUOLO DI MOGLIE E MANAGER?
– Che dire, certo, litigavamo. Litigavamo per un sacco di cose, come penso sia normale tra moglie e marito, ma io ho sempre avuto un obiettivo, quello di preservare la carriera di Ronnie. Io non ho mai interferito con la sua musica e lui allo stesso modo non ha mai interferito con il mio lavoro. Si fidava di me e delle mie decisioni e questo ci ha permesso di continuare nel migliore dei modi.

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