DREAM THEATER: Il nuovo album “A View From The Top Of The World” traccia per traccia!

Pubblicato il 03/10/2021

Articolo speciale a cura di Roberto Guerra

Analizzare a fondo un album della progressive metal band per antonomasia è sempre un’impresa impegnativa, dal momento che si tratta probabilmente di una delle formazioni più discusse e controverse in circolazione, con schiere abnormi di fan divise letteralmente in fazioni: da una parte chi li difende sempre e comunque, da un’altra chi non li ha mai sopportati, e ultimi ma non ultimi tutti coloro che, nel momento in cui si approcciano al repertorio dei Dream Theater, non possono fare a meno di accorgersi dell’indice di gradimento altalenante che questi ultimi suscitano nei loro cuori da oltre trent’anni. Questi rappresentano probabilmente la maggioranza, in quanto la discografia dei Dream Theater è a suo modo come una sorta di altalena, perlomeno dalla metà degli anni ’90 ad oggi, con numerose espressioni artistiche differenti, ma non tutte riuscite o apprezzabili all’unanimità. Il recente “Distance Over Time” ha a suo modo vinto sul predecessore “The Astonishing” grazie alla sua capacità di unire complessità e immediatezza, trattandosi di fatto del loro lavoro più vecchia scuola da ormai molti anni; mentre per quel che riguarda il nuovo “A View From The Top Of The World” il discorso si fa a modo suo meno intuitivo, un po’ come la prospettiva del particolare artwork realizzato per l’occasione. Diciamo questo perché, ve lo possiamo anticipare, non è affatto semplice inserire il suddetto album all’interno di una categoria definita, e il motivo si renderà man mano comprensibile leggendo la nostra analisi dei singoli brani che compongono una tracklist non così breve, ma fortunatamente nemmeno particolarmente lunga. Mettetevi comodi, poiché ancora una volta si prospetta un viaggio dalle molteplici tappe. Buona lettura!

DREAM THEATER
James LaBrie – Voci
John Petrucci – Chitarre
John Myung – Basso
Jordan Rudess – Tastiere
Mike Mangini – Batteria

A VIEW FROM THE TOP OF THE WORLD
Data di uscita: 22/10/2021
Etichetta: InsideOut Music
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Preorder: https://dream-theater.lnk.to/AViewFromTheTopOfTheWorld.

 

01. The Alien (09:32)
Dei primi vagiti (più aggressivi del previsto) per la traccia d’apertura, con un riff di chitarra e batteria grintoso, anche se un po’ già sentito, a fare capolino poco prima che le tastiere gettino ulteriore luce su un’atmosfera cosmica destinata presto a tranquillizzarsi, come percepibile dalla seguente fase dalla parvenza dolce e soave, dovuta principalmente al lento fraseggio solista di messer John Petrucci. Giunge finalmente anche James LaBrie, il cui timbro è ormai, nel bene e nel male, inconfondibile per qualunque ascoltatore, così come la sua interpretazione in questo caso leggermente fredda, ma comunque funzionale a ciò che la band vuole trasmettere, soprattutto in concomitanza di un ritornello discretamente immediato. Similmente, anche l’andamento stesso del brano a suo modo si raffredda in fretta, dal momento che, malgrado l’inizio aggressivo, per nove minuti le ritmiche non oltrepassano mai una determinata velocità, e in generale le sterzate stilistiche risultano essere meno evidenti di quanto ci saremmo aspettati, con delle soluzioni che a modo loro ricordano parzialmente quando udito in opere passate, come ad esempio “Awake”. Immancabile la lunga fase strumentale che vede darsi battaglia John Petrucci e Jordan Rudess, la quale farà sicuramente la gioia degli amanti di certe sbrodolate musicali, che gettano un po’ di condimento su una traccia dall’incedere medio e non particolarmente impattante. Anche se, volendo essere pignoli, non avremmo disdegnato un po’ di tastiera in meno.
C’è da dire che la durata consistente pesa poco, poiché il grado di orecchiabilità generale rimane sempre e comunque elevato, ma mentiremmo se non dicessimo che ci saremmo aspettati ben altri picchi e ben altra classe da questi primi dieci minuti di ascolto, che all’atto pratico iniziano e finiscono senza stupire e senza deludere particolarmente. Menzione d’onore però al bassista John Myung, il cui contributo risulta qui udibile anche più che in passato; questo ci fa enormemente piacere, considerando l’immenso talento di cui stiamo parlando.

02. Answering The Call (07:35)
Una durata leggermente inferiore per il secondo brano del pacchetto, dotato in questo caso di una componente melodica più variegata rispetto alla precedente, enfatizzata da un retrogusto musicale di matrice quasi sinfonica e operistica, come anche il suono scelto per le tastiere lascia ben intendere. In generale notiamo con gioia una voglia di osare decisamente più percettibile e calcolata, senza alcun bisogno di strafare, con un guitar work moderno e fomentante, volto a incattivire un gusto teatrale e pregno di pathos, davvero di classe. Anche le fasi soliste si dimostrano di una caratura decisamente più degna di nota, non tanto per il livello tecnico, che è e sarà sempre innegabile, ma perché viene meno quella apparente sensazione di prolisso, in favore di una funzionalità ottimale per un brano di questo tipo. Chiaramente chi cerca dei Dream Theater parecchio aggressivi anche in questo caso non verrà accontentato più di tanto, dal momento che la componente introspettiva e rilassata risulta comunque focale all’interno delle strofe, anche se basta avere pazienza per ricevere qualche gustoso colpo in volto a suon di ritmiche graffianti e sfoggi di rabbia strumentale. Anzi, ci siamo gasati parecchio udendo i virtuosismi di batteria di Mike Mangini, abbinati ad un basso insostituibile e a dei riff di chitarra che non stonerebbero in un lavoro dei Symphony X; il tutto con alle spalle un lavoro di tastiera finalmente azzeccato e, in questo specifico caso, pressoché indispensabile per la valorizzazione dell’atmosfera rappresentata. Permane quel leggero senso di freddezza trasmesso da LaBrie, ma ora come ora siamo certi che sia una questione di gusti ancor più che in precedenza.

03. Invisible Monster (06:31)
Il più recente singolo rilasciato è il brano più cupo e dritto tra quelli che abbiamo avuto modo di udire sino ad ora. La prima parte non spicca particolarmente per trovate stilistiche, rimanendo comunque abbastanza costante nel suo incedere cadenzato e riflessivo e, considerando il tema trattato, possiamo dire che la scelta sia tutto sommato azzeccata, pur non mancando qualche accelerazione, con relativa illuminazione del mood buio predominante. Ciò che però ci duole notare è il fatto che si tratta di un brano anche estremamente essenziale, senza quelle soluzioni particolari volte a stupire l’ascoltatore, che  dai Dream Theater generalmente si aspetta altri livelli, se non di songwriting quantomeno di coinvolgimento. Ci sono chitarroni massicci e bassi vibranti che seguono LaBrie nella tessitura di un testo tormentato, che culmina in un ritornello tutto sommato abbastanza prevedibile, cui segue una fase strumentale dal quantitativo ridotto di virtuosismi. In buona sostanza, un brano gradevole e dalla fruizione abbastanza immediata, ma che lascia forse un po’ di amaro in bocca.

04. Sleeping Giant (10:05)
Il retrogusto oscuro e tetro permane nella fase iniziale di questa “Sleeping Giant”, che dopo un incipit di parvenza quasi gotica accelera leggermente, per poi quietarsi al suono della otto corde maneggiata da John Petrucci. Il cantato di LaBrie in questo caso sfrutta sapientemente un gradevole effetto delay, per poi lasciare nuovamente spazio al comparto strumentale per un intermezzo roccioso di buona fattura. Dopo la ripresa della strofa si avvertono delle gustose variazioni stilistiche, che a loro modo paiono presagire una riduzione della componente più oscura, in favore di una vera e propria accensione musicale, che infatti giunge al momento di passare nuovamente il testimone agli strumentisti. Questi, tra fraseggi imprevedibili e ritmiche variabili, permettono all’intero brano di assumere una connotazione progressive ancora più marcata rispetto a quanto fatto finora. La fase strumentale è infatti piuttosto lunga e arzigogolata, con ogni singolo elemento a svolgere il ruolo di protagonista a fasi alterne, prima di permettere nuovamente a LaBrie di partorire le proprie parole conclusive per un brano che in effetti ci ha stupito, in cui le soluzioni a base di chitarroni massicci si abbinano perfettamente a dei passaggi che trasudano ‘teatro del sogno’ da ogni nota.

05. Transcending Time (06:25)
Il brano più breve del pacchetto è anche quello dalla parvenza più serena e ‘hollywoodiana’, tanto da averci ricordato le colonne sonore di molti film ad opera di celebri registi: l’inizio è infatti relativamente allegro, con dei fraseggi di tastiera fortemente cinematografici e orecchiabili, anche se al sopraggiungere del cantato l’atmosfera si fa parzialmente più triste, ma la musicalità di fondo continua ad attestarsi su toni speranzosi e sorridenti. Ottimo il ritornello, a tratti difficile da prevedere, così come l’immancabile fase strumentale arrabbiatissima, seppur non troppo veloce, e con un Petrucci che si lascia finalmente andare a un po’ di “smitragliamento” solista in concomitanza del suo solo di chitarra. Incredibilmente, anche gli inserti pianistici funzionano e rappresentano una piacevole spruzzata di condimento all’interno della formula, soprattutto nel finale. Sicuramente sarà il pezzo più pop e radiofonico dell’album, ma questo non significa affatto che non possa convincere gli ascoltatori, che dopo tanta oscurità potrebbero gioire al pensiero di tirare un sospiro di sollievo; soprattutto visto quello che sta per giungere.

06. Awaken The Master (09:47)
Le trovate chitarristiche contemporanee sono state presenti finora, ma in misura tutto sommato lieve e dosata, ma è nei primi secondi di questa “Awaken The Master” che scoppia letteralmente tutto: un riffing terremotante a base di chitarra a otto corde fa capolino nei nostri timpani con fare furibondo, come una bestia stufa di attendere e vogliosa di balzare addosso alla propria preda. L’intero comparto strumentale su cui l’inizio del brano si basa, sta letteralmente alle dipendenze della chitarra in questi primi minuti, che anche in fase solista colpisce e coinvolge come mai prima d’ora su questo disco, e l’idea di essere in presenza del pezzo finora più sperimentale e contemporaneo inizia prontamente a palesarsi nella nostra mente. Fortunatamente si tratta comunque di un brano dei Dream Theater, e di conseguenza nella strofa il tutto si riporta parzialmente all’interno di una sorta di comfort zone, volta probabilmente anche a permettere al buon James di cimentarsi in ciò che gli riesce meglio. Le sorprese tuttavia sono dietro l’angolo, in quanto poco prima della metà Jordan ci stupisce con delle melodie di tastiera arabeggianti e quasi epiche, almeno tanto quanto una fase solista mai furiosa come in questo specifico brano e con un Petrucci che fornisce una prova a dir poco da applausi. Se siete degli amanti della tecnica, apprezzate i Dream Theater e siete di mente abbastanza aperta da accogliere determinate soluzioni contemporanee, allora in questo caso troverete davvero pane per i vostri denti. Al momento, senza alcun dubbio, l’estratto più potente, esaltante e convincente di tutto il disco. Ma state pronti, perché arriva la mega-suite!

07. A View From The Top Of The World (20:24)
Ebbene sì, memori di quanto fatto più volte all’interno di produzioni passate, i Dream Theater scelgono di congedarsi proponendoci una lunga suite di oltre venti minuti, che in questo caso è anche la titletrack dell’album.
L’inizio è puramente atmosferico, anche per gettare la base su cui andrà successivamente a costruirsi il pezzo: quello che sembra un rullo di tamburi, anticipa una commistione sapiente di orchestrazioni, che giungono in questo caso con una forza e un’epicità a tratti inaspettate, con tanto di inserti di strumenti come arpe e trombe. Petrucci si rende protagonista col suo fraseggio per poi tornare a gestire le cavernose ritmiche, mentre LaBrie entra in scena per un ultimo contributo ad un album che, lo diciamo francamente, trova la sua forza molto più nel comparto strumentale, anziché in quello vocale.
Raccontare per filo e per segno quanto udibile in venti minuti di canzone sarebbe superfluo, perciò ci limitiamo a dirvi che qui troverete esattamente ciò che ci si aspetta da una suite marchiata Dream Theater: un susseguirsi di situazioni diverse, ma legate da un filo conduttore ricco di pathos e ispirazione artistica, quasi come per voler riassumere tutto ciò che abbiamo avuto modo di sentire nell’oretta precedente, ma senza lesinare su qualche chicca riservata per l’occasione; come ad esempio, i cromatismi udibili poco prima della metà del brano, con tanto di tastiera al limite del dissonante e persino un piccolo stacco di batteria simile a un blast beat.
Il lungo bridge acustico vede il coinvolgimento di strumenti ad arco e note di pianoforte, volte ad enfatizzare un momento che definiremmo rilassante e a suo modo cullante, con un Petrucci perfettamente in parte nel suo solismo e un James che svolge adeguatamente il suo compito, in attesa del proverbiale scoppio di cannoni conclusivo: i vagiti strumentali si fanno nuovamente adrenalinici e deliziosamente metallici, tanto da portarci a scapocciare in concomitanza dell’ultima battaglia tra strumenti musicali, svolta in questo caso con una grinta e una passione che non tutti darebbero per scontata parlando dei Dream Theater.
Il finale è quasi decadente e ossessivo, trasudante rabbia e risentimento musicale, con un effetto dissolvenza che arriva quasi a sorpresa, chiudendo le danze definitivamente su un album che ancora una volta ha saputo mettere in crisi le nostre valutazioni, che giungeranno ad un punto definitivo in fase di recensione. Naturalmente, siamo curiosi di conoscere le vostre sensazioni, perché tutto si può rimproverare ai Dream Theater tranne il fatto che non generino spunti di riflessione e discussione.

 

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