DREAM THEATER: il nuovo album “Distance Over Time” traccia per traccia!

Pubblicato il 22/01/2019

Articolo speciale a cura di Roberto Guerra

Quando è in dirittura d’arrivo un nuovo album della prog metal band statunitense per antonomasia, a prescindere dai gusti e dalle opinioni soggettive, è sempre e comunque un momento di grande tensione per quanto riguarda la nostra musica preferita; anche perché è risaputo che, dal giorno dell’uscita in avanti, sarà probabilmente un continuo susseguirsi di confronti e discussioni in merito, con tanto di schieramenti più o meno definiti in cui riconoscere detrattori e sostenitori del prodotto in questione. Insomma, che lo si voglia ammettere oppure no, i Dream Theater sono ancora una band in grado di fomentare gli animi di una foltissima schiera di ascoltatori, ed è anche per questo che non potevamo assolutamente resistere alla tentazione di proporre, con un discreto anticipo rispetto al giorno fatidico, un’esaustiva analisi traccia per traccia di quello che, nel bene o nel male, sarà inevitabilmente uno dei lavori più rappresentativi di questa prima parte del 2019. Naturalmente, siete tutti invitati a prendere queste parole per quello che sono, ovvero un’anticipazione di ciò che ci aspetta all’interno del nuovo e promettente “Distance Over Time”, la cui recensione definitiva arriverà invece successivamente su queste pagine. Ora, che siano John, James e soci a far cantare gli strumenti! Buona lettura!

DREAM THEATER

James LaBrie – Voce
John Petrucci – Chitarre
John Myung – Basso
Jordan Rudess – Tastiere
Mike Mangini – Batteria

DISTANCE OVER TIME

Data di uscita: 22/02/2019
Etichetta: InsideOut Music
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01. Untethered Angel (06:14)
Partiamo naturalmente con la traccia che molti di voi già conosceranno, essendo stata rilasciata in forma di singolo sul web alcune settimane fa. Citiamo nuovamente il semplice, ma efficacissimo ed evocativo arpeggio che ci introduce non solo alla opener, ma all’intero nuovo lavoro ad opera di John Petrucci e compagni. A questo segue un riff dei più aggressivi partoriti dalla mente dei Dream Theater negli ultimi anni, prima di raffreddare temporaneamente l’atmosfera permettendo a James LaBrie di fare il suo ingresso, facendo come sempre sfoggio della sua iconica e riconoscibile ugola. Il ritornello, in particolare, è quanto di più orecchiabile e facilmente memorizzabile ci si potesse aspettare, il che non è affatto da interpretare come una connotazione negativa, dal momento che noi stessi, già dopo il primo ascolto, non siamo più riusciti a schiodarcelo dalla testa, finendo inevitabilmente col cantarlo ad alta voce a braccia aperte, quasi come se ci trovassimo in procinto di rievocare una famosa scena cinematografica sulla prua del Titanic. Anche il buon Jordan Rudess alle tastiere dice la sua in più di un’occasione durante il corso del brano, nonostante sia il suo famoso socio alla chitarra il vero protagonista al momento dell’assolo, in occasione del quale sceglie volontariamente di non eccedere con i virtuosismi, permettendo così alla canzone di mantenersi sempre su dei livelli tutto sommato relativamente intuitivi. In sostanza, un inizio che lascia trasparire una apparente intenzione di proporre un lavoro più vicino a quello che era il progressive metal di una volta, con un percettibile orientamento verso le sonorità più heavy metal e una complessità di fondo in parte ridotta. Ora però, bisogna valutare il prosieguo del disco.

02. Paralyzed (04:17)
Un riff questa volta molto più oscuro, quasi dal sapore stoner, funge da apripista per il secondo brano della tracklist odierna. Anche in questo caso, al momento dell’ingresso di James, l’atmosfera appare relativamente fredda e riflessiva, con un retrogusto malinconico piuttosto evidente, in grado di far sentire l’ascoltatore quasi paralizzato in una morsa gelida in una fredda giornata d’inverno, fornendo così al titolo stesso una connotazione piuttosto coerente con quanto è possibile percepire. Tuttavia, la situazione cambia in parte verso il finale, con un Petrucci voglioso di accendere un fuoco nella tundra grazie all’ausilio della sua chitarra, quasi a voler rappresentare una sorta di rinascita dopo un momento di abbandono nella neve, regalando in questo modo una ventata di aria tiepida negli attimi finali, in cui volendo è anche possibile muovere il capo, seppur non con troppa enfasi. Forse non sarà un estratto particolarmente memorabile o incisivo, ma anche qui possiamo affermare tranquillamente che la qualità non manca affatto. Andiamo avanti!

03. Fall Into The Light (07:04)
Secondo estratto divenuto disponibile al pubblico con un interessante video animato. Musicalmente, la combinazione tra il guitar work e la sezione ritmica non può che far pensare chiunque alle recenti produzioni dei connazionali Metallica, anche se basta attendere l’attimo in cui le tastiere e lo stile vocale iniziano a ritagliarsi un posto più evidente per notare che il brano vuole prendere una deriva nuovamente più introspettiva e malinconica, rispetto a quello che avrebbe lasciato intendere l’inizio roccioso e carico di grinta. Il bridge acustico, cui poi si aggiunge anche la chitarra solista, è quanto di più toccante si potesse prevedere, anche se si tratta quasi di una temporanea illusione prima di un assolo di tastiera fomentante e dai toni di colore decisamente più accesi, cui segue naturalmente una conclusione tutto sommato in linea con quanto sentito nelle fasi iniziali, anche se il fraseggio conclusivo di John permette di dare un’ultima frullata al cervello prima di accendere il telescopio, che con la traccia seguente sarà sicuramente molto utile.

04. Barstool Warrior (06:43)
Come dicevamo, bastano i primi istanti di questo quarto estratto per proiettarci in una dimensione cosmica e, a tratti, quasi psichedelica; questo grazie anche a un lavoro pianistico che ci ha ricordato vagamente alcune produzioni dei Led Zeppelin. Da qui in avanti, il brano assume delle connotazioni relativamente allegre e luminose, che puntualmente mutano in freddo tepore al momento dell’immancabile bridge su cui tastiera e chitarra collaborano per rappresentare quello che sembra quasi un lento viaggio tra le proprie convinzioni, alla ricerca di uno spunto per stabilire quale sia la giusta via per raggiungere un obbiettivo apparentemente distante. Il finale sembra giungere quasi troppo in fretta, considerando l’andamento generale di un brano che avrebbe forse necessitato di qualche minuto in più per lasciare un segno più evidente.

05. Room 137 (04:23)
In questo episodio l’ascoltatore rimane quasi spiazzato all’attacco di un riff iniziale ancora una volta piuttosto oscuro e roccioso, cui presto si aggiunge un James più grintoso del solito ad enfatizzare una sorta di senso di oppressione che sopraggiunge relativamente presto in questo brano così cadenzato e cupo, in cui l’utilizzo di accordi diminuiti e quasi dissonanti appare piuttosto riconoscibile ed azzeccato. In fase di assolo l’atmosfera muta nuovamente, grazie ad alcune scelte compositive ed esecutive dal retrogusto quasi blues, nonostante gli sfoggi di tecnica presenti, ma assolutamente non invasivi. Il cantato stesso, negli ultimi attimi, appare in parte ovattato e modificato, anche grazie a un sapiente utilizzo di effetti e alterazioni varie, in grado di lasciar trasparire quella sorta di deriva a metà tra lo pseudodistopico e il vintage, già in parte intuibile dalla particolare copertina scelta per l’album. La produzione stessa, fino ad ora, ci è parsa piuttosto pulita, ma anche dotata di una distinguibile matrice old school sotto svariati punti di vista, tra cui il sound stesso della chitarra.

06. S2N (06:21)
Un titolo enigmatico per un brano in cui è il basso a entrare in scena per primo, seguito a ruota da batteria e chitarra, nonché da una sorta di voce robotica ad enfatizzare il tutto. La prima strofa trasmette sin da subito un forte senso di esaltazione, trattandosi dell’estratto più movimentato che è stato possibile udire fino ad ora. Una squisita combinazione di riflessività e fomento, tipicamente in linea con quanto fatto dalle migliori prog metal band agli albori del genere, su cui risulta difficile non godere come ricci se si apprezzano determinate soluzioni musicali; anche gli amanti del virtuosismo più estremo hanno finalmente di che gioire allo scoppio del tamarrissimo assolo di mister Petrucci, che si scoprirà in breve tempo essere solo il primo del brano, dal momento che a pochi minuti di distanza ne arriva subito un altro a far letteralmente sbavare dallo sgomento ogni amante dello strumento. Il finale stesso giunge al termine di una deliziosa sfuriata sui tasti alti della chitarra, prontamente equipaggiata di leva e ponte mobile in modo da fornire un particolare e suggestivo effetto al momento della conclusione effettiva.

07. At Wit’s End (09:20)
Eccoci ora al pezzo più lungo dell’intero lavoro, che tuttavia non supera i nove minuti e mezzo di durata effettiva. Ciò potrebbe quasi sembrare strano a chi, negli ultimi anni, si era abituato unicamente a una scaletta composta in buona parte da brani molto lunghi ed elaborati. Questa “At Wit’s End” è probabilmente la traccia che più si avvicina a quanto fatto dai Dream Theater nei lavori più recenti, come si può ben distinguere dal virtuosismo e da un incedere modulare che non tarda a spezzare il ritmo stesso del brano, con un bridge ancora più massiccio di quanto fatto negli estratti precedenti si protrae a oltranza, fino a culminare in una sorta di dissolvenza duratura e quasi dolce, che a sua volta termina in un lungo silenzio, prima di tornare nuovamente operativi con un ultimo barlume di vita, necessario forse per permettere all’ascoltatore di prepararsi psicologicamente alla vera ed effettiva ballad del pacchetto.

08. Out Of Reach (04:04)
Quattro minuti in cui l’intera band sembra quasi intenzionata a voler cullare l’ascoltatore, accompagnandolo in un viaggio all’interno delle sue stesse emozioni, senza però sfociare mai nel cervellotico o nel caos psicologico. Potremmo dire che questa “Out Of Reach” voglia giocare esattamente la parte che ci si potrebbe aspettare da un album metal rivolto, in un certo senso, anche a un pubblico quasi di massa: un utilizzo ben studiato di melodie toccanti e relativamente semplici da assimilare, abbinate comunque a delle capacità strumentali che rimangono sempre e comunque tra le più impressionanti mai viste all’interno di una band metal. Forse a qualcuno potrà sembrare la classica ballad di mestiere e non abbastanza complessa per portare il nome dei Dream Theater, ma si tratta di un discorso molto soggettivo e assolutamente opinabile; anche perché, come detto in precedenza, le intenzioni dei nostri cinque americani erano evidenti sin dai primi minuti dell’intero album, la cui immediatezza non deve assolutamente essere vista come un difetto o una mancanza di giudizio.

09. Pale Blue Dot (08:25)
Al secondo posto come lunghezza, nonché in veste di ultimo pezzo ‘canonico’ della tracklist di questo nuovo “Distance Over Time”, troviamo un brano inizialmente davvero molto vicino alle proposte metal più moderne e massicce, anche se quella sorta di epicità data anche dal particolare lavoro di tastiere, in questo caso al limite dell’orchestrale in alcuni passaggi, rende il tutto decisamente meno prevedibile. L’utilizzo di una chitarra a sette corde qui si fa più evidente che in tutto il resto dell’album, così come quella onnipresente voglia dei Dream Theater di modulare la struttura stessa dei loro brani: basti notare il contrasto che avviene al momento del lungo stacco strumentale, in cui la dissonanza e i duelli strumentali divengono parte integrante dell’esecuzione, portando il tutto a un livello di complessità che ancora non avevamo avuto modo di gustare nei cinquanta minuti precedenti. Probabilmente, questo sarà uno degli estratti più apprezzati da buona parte degli ascoltatori odierni dei Dream Theater, tanto affezionati ad alcuni determinati tecnicismi strumentali e compositivi, che fino ad ora sembravano quasi esser stati lasciati in secondo piano. Tutto sommato, però, era anche prevedibile che per il finale la band volesse tornare ad esagerare un pochino in senso buono, anche perché un disco dei Dream Theater sembra non poter essere considerato tale se nella sua fase conclusiva non lascia il fruitore con un leggero mal di testa che, tuttavia, non fa poi così male come potreste pensare.

10. Viper King (04:00)
Riservata ai fan che avranno l’accortezza di accaparrarsi una versione in digipak del nuovo disco, questa bonus track, intitolata “Viper King” (non sappiamo se in riferimento alla creatura presente nel videogioco XCOM 2) conclusiva ha tutto quello di cui un brano prog metal col suddetto ruolo dovrebbe fare sfoggio: una struttura e delle scelte compositive piuttosto particolari e danzabili, quasi alla stregua di un brano swing, abbinate a un utilizzo strumentale massiccio e grintoso, in grado di rendere gli attimi finali dell’album maledettamente divertenti ed accattivanti. Al di là degli incredibili ed immancabili sfoggi di tecnica, il brano è davvero orecchiabile e allegro a suo modo, tant’è che ci auguriamo possa essere proposto successivamente in sede live, per la gioia di tutti i presenti dotati di una mente sufficientemente aperta per vedere i Dream Theater anche come una band in grado di proporre del sano intrattenimento, senza dover sempre e comunque sfociare in una sorta di infrangibile alone di serietà.

Così si giunge al termine del quattordicesimo lavoro in studio di una delle formazioni metal più amate, e nel contempo più odiate, che l’intera scena abbia mai avuto modo di poter contare tra le proprie fila. Ci auguriamo di aver stuzzicato a dovere la vostra curiosità e il vostro spirito critico, in attesa della recensione che giungerà su queste pagine tra poco meno di un mese.

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