DWIGHT FRY: un omaggio ad Alice Cooper dall’autore di “Heavy Metal – La storia mai raccontata”

Pubblicato il 04/02/2020

In occasione del 72° compleanno di ALICE COOPER, pubblichiamo un omaggio inviatoci da Dwight Fry, il misterioso autore dell’interessante collana “Heavy Metal – La storia mai raccontata”, dei cui primi due volumi potete leggere la nostra recensione qui, mentre troverete a breve quella dei successivi due.
Per seguire il blog di Dwight, e ordinare i suoi libri, potete invece collegarvi al sito https://dwightfryblog.wordpress.com.
Buona lettura e auguri ad Alice da tutta la Redazione di Metalitalia.com!

Artista: Alice Cooper | Fotografo: Matteo Musazzi | Data: 10 settembre 2019 | Venue: Pala Alpitour | Città: Torino

72 CANDELINE INSANGUINATE: UN OMAGGIO A ALICE COOPER

Alice Cooper, all’anagrafe Vincent Furnier, l’ho conosciuto poco dopo la pubblicazione di “Hey Stoopid” (1991). Al tempo non lo sapevo mica quanto pesasse il suo nome nella storia del rock, perché diciamolo: qua da noi non è mai stato un granché famoso.
Troppo ironico, troppo kitsch, troppo ambiguo, troppo lugubre, troppo…
Troppo.
Eppure con me la scintilla scoccò subito, m’innamorai al volo della sua voce sgraziata e dei suoi testi macabri a base di serial killer, vedove nere, necrofili, riti voodoo e via dicendo.
E lo sapete cosa succede quando ci si invaghisce, no? Succede che il volto altrui lo vedi dappertutto. Ovunque mi girassi c’era Alice Cooper: in un “Almanacco della Paura” di Dylan Dog, nei video di Guns ‘n Roses e Twisted Sister, in un “Nightmare” (ahimè mediocre), in un film comico con due ragazzi completamente “Fusi di testa”, in una sit-com su RAI2 con Gene Wilder, in un film di Carpenter…
Ovunque.
La cosa peggiore è che talvolta vedevo la sua testa sui corpi di altri: su quello di Frank-N-Furter del “Rocky Horror Picture Show”, per esempio. Oppure su quelli di King Diamond, Rob Zombie, Tobias Forge, Gene Simmons, Lizzy Borden, Steve Sylvester…
Solo anni dopo avrei scoperto che tutti quei simpaticoni si erano ispirati, chi più chi meno, ad Alice Cooper.
E quindi niente, nel giro di poco tempo è diventato il mio mito personale; ho perfino rubato il nome a un suo personaggio (Dwight Fry, da “The ballad of Dwight Fry”) per firmare i miei libri.
Una passione, quella nei riguardi del musicista statunitense, che a lungo non ho potuto condividere con anima viva perché negli anni ’90 Alice ha goduto di scarsa fama e hai voglia a parlare di “Killer” o “School’s out” ai coetanei. La gente voleva altro e lui restò nell’ombra, con appena due-tre album pubblicati in un intero decennio, e concerti tenuti davanti a 500 spettatori. Proprio lui, che a metà anni ’70 aveva battuto ogni record di presenze per l’Australia, trascinando allo stadio di Sidney 50.000 persone!
Ma la storia di certi musicisti è folle come la loro personalità. Permettetemi di sintetizzare quella di Alice in dieci periodi, spalmati in oltre cinquant’anni di carriera:

1968-1970: periodo di avviamento e di assestamento. La Alice Cooper Band riesce a strappare un contratto all’etichetta di Frank Zappa. Pubblica due album (“Pretties for you” e “Easy action”) sperimentali e psichedelici, in parte progressivi, non male ma privi dell’aura macabra che il gruppo acquisirà successivamente.
1971-1974: il periodo d’oro della Alice Cooper Band. Cinque album tra il buono (“Muscle of love”) e il capolavoro (tutti gli altri). Lo shock rock al suo apice.
1975-1979: dalle stelle alle stalle. Alice lascia la band e diventa semplicemente “Alice Cooper”. Il primo album da solista, intitolato “Welcome to my nightmare” (1975), è l’ennesimo capolavoro. Poi però c’è il declino a causa dell’alcol. Alice inizia a limitare parecchio l’impatto delle chitarre e infarcisce i suoi album di ballate e testi introspettivi (specie in “From the inside”, 1977). Il vecchio killer è diventato triste e barboso.
1980-1985: gli anni del black-out. Così li chiama Alice perché dice di non ricordare nulla di quel periodo, neppure di aver registrato gli album che vanno da “Flush the fashion” (1980) a “Dada” (1983). Stava male, passava il suo tempo a bere e sniffare, e credo che un ottimo spot contro l’abuso di alcol e droga siano proprio i suoi video e le apparizioni dal vivo di quegli anni (sul Tubo c’è il concerto al Capitol Theater del 1981, se volete verificare). Magrissimo, emaciato, senza voce. Eppure… se “Flush the fashion” e “Special forces” (1981) costituiscono un tentativo stravagante di accodarsi alla roba post-punk e new wave che andava di moda allora, perlomeno “Zipper catches skin” (1982) ridava senso alle chitarre elettriche; meglio il successivo “DaDa”, però, che è il suo lavoro migliore dai tempi di “Welcome to my nightmare” e proprio per questo reclama vendetta.
1986-1988: periodo metal. Alice si circonda di musicisti collocati nella scena hard & heavy e  pubblica il passabile “Constrictor” prima, il più riuscito “Raise your fist and yell” dopo. Due album di transizione, con alcune perle disseminate qua e là.
1989-1992: periodo glam e ritorno al successo. Alice collabora con Desmond Child, che ha già rimesso in piedi la carriera degli Aerosmith, e attraverso “Trash” (1989) ottiene un successo clamoroso. Album perfetto quanto innocuo, trainato dalla famosissima “Poison”. Il seguente “Hey Stoopid” ha più personalità e più chitarre, ma nessuna hit. Vende bene, non benissimo.
1993-1999: gli anni del basso profilo. Alice scompare dai radar. Pubblica l’ottimo “The last temptation” (1994) e un live ma nessuno lo cerca più. Vive di rendita, nel frattempo si sforza di capire in che direzione sta andando il mondo… e in quale direzione il music business.
2000-2002: gli anni alternativi. Il modern metal e i suoni industriali dei nuovi profeti dell’oscurità (in primis Trent Reznor, col quale Alice avrebbe voluto collaborare) lo affascinano e così ecco arrivare due album esaltati dalla critica (specie “Brutal Planet”, 2000). Il suo nome torna a circolare con insistenza.
2003-2007: il ritorno al rock ‘n’ roll. Alice molla l’industrial e si innamora dei gruppi (tipo Hives) che ripropongono il garage rock degli anni ’60. Lui si accoda, imbocca la corsia di sorpasso e pubblica due album che sanno di analogico, disimpegno ed energia valvolare.
2008-2019: la leggenda si consolida per sempre. “Along came a spider” (2008) non è di sicuro un greatest hits e “Welcome 2 my nightmare” (2011) non è all’altezza dell’illustre predecessore, tuttavia la sua ultima fatica, “Paranormal” (2017), sorprende tutti per freschezza e vitalità. Soprattutto, gli ultimi due album salgono nella classifica di Billboard e garantiscono a Alice un’esposizione che gli mancava dai tempi di “Trash”. Collaborazioni prestigiose (anche metal, nel progetto Avantasia) e talvolta appariscenti (le biondissime chitarriste che ha avuto accanto negli ultimi anni non passano inosservate) lo hanno aiutato ulteriormente. È comparso nel cinema mainstream (“Dark Shadows” di Tim Burton), è stato invitato nei festival rock/metal più importanti, ha ricevuto attestati di stima da chiunque, ha trovato perfino il tempo di metter su un progetto parallelo di successo (i superflui Hollywood Vampires) e di recitare a teatro (“Jesus Christ Superstar”).

E adesso? Beh, pare non abbia intenzione di fermarsi. Nel 2019 ha pubblicato un EP (“The Breadcrumbs”) e ora parla di un nuovo album. Staremo a vedere. Di sicuro drizzo le orecchie solo quando parla di musica, quello che ha da dire in materia religiosa o politica (futile motivo di biasimo per alcuni, recentemente) non mi interessa affatto: quella è roba che rientra tra le scelte personali, nonché legittime, di Vincent Furnier. A me invece preme sapere cosa passa nella mente malata di Alice Cooper. Nient’altro.
Oggi qualcuno gli presenterà una torta con 72 candeline, farà scendere il buio nella stanza e gli chiederà di spegnerle. Credo abbia ancora abbastanza energie da riuscirci con un soffio solo: per essere uno che da cinquant’anni viene decapitato o impiccato sul palco, direi che se la passa piuttosto bene.

Tanti auguri, Alice.
Dwight Fry

 

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