FLESHGOD APOCALYPSE – “King” traccia per traccia!

Pubblicato il 14/01/2016

Speciale a cura di Alessandro Corno

“King” è il titolo del nuovo album di quella che è ormai internazionalmente riconosciuta come una delle realtà più interessanti della musica estrema europea. Sono i Fleshgod Apocalypse, una delle poche formazioni italiane ad aver attratto negli ultimi anni l’attenzione di una fetta di fan trasversale e sempre più numerosa. La Nuclear Blast Records ha creduto in questi ragazzi e ha avuto ragione, quando album dopo album il combo ha dimostrato di sapersi evolvere e creare un sound che con l’album “Labyrinth” del 2013 ha assunto definitivamente una propria distinta e riconoscibile identità. In pochi anni la band è infatti passata dal death metal tecnico con inserti orchestrali degli esordi a quella che oggi con “King” raggiunge il livello di una vera e propria opera sinfonica composta da una moltitudine di elementi. Per le lavorazioni di quello che probabilmente sarà il capitolo discografico della loro affermazione, il gruppo si è affidato al produttore Marco Mastrobuono presso i Kick Recording Studios di Roma e al mixaggio di Jens Bogren, ben noto e molto richiesto nella scena per via dei suoi ottimi lavori svolti con nomi di grande rilievo come Amon Amarth, Opeth o Kreator. Metalitalia.com ha avuto modo di ascoltare in anteprima il disco e, in attesa della recensione con la valutazione finale che arriverà tra una decina di giorni, vi offre questa prima descrizione traccia per traccia.

 

fleshgod apocalypse - king - 2015

FLESHGOD APOCALYPSE – “King”
Etichetta: Nuclear Blast Records
Data di pubblicazione italiana: 05 febbraio 2016
www.fleshgodapocalypse.com
www.nuclearblast.de

 

01. Marche Royale (01:57)
Si parte con una drammatica e austera intro orchestrale che con le sue percussioni dall’incedere marziale e le sinfonie austere a riempire il sound, crea la giusta tensione per il pezzo successivo. E’ sull’ingresso del pesante e basso riffone che accompagna il breve pezzo fino alla fine che già capiamo che questa volta le chitarre sono ben presenti nel mix con un bel suono, massiccio e corposo.

02. In Aeternum (05:25)
Doppia cassa a tutta velocità, cori maestosi, sinfonie e riff pesantissimi aprono uno dei pezzi migliori del disco. Da subito impressiona il muro di suono e la ricchezza di elementi che lo compongono, il tutto valorizzato da una produzione questa volta senza alcuna pecca. Sebbene quindi il tutto sia lontano dal death metal tecnico del disco d’esordio e ci si trovi molto più vicini al più recente “Labyrinth”, ogni sezione è distinguibile e si può apprezzare a pieno il peculiare intreccio tra orchestrazioni campionate, cori e death metal tipico degli attuali Fleshgod Apocalypse. l brano sale di intensità con strofe spezzate da un riffing carico di groove e ritmiche piuttosto articolate, fino a culminare in un bellissimo ritornello con cantato maschile pulito. A livello vocale, ottimo il lavoro sia di Tommaso Riccardi con il growl, che appunto quello di Paolo Rossi sui puliti, questa volta più mascolini e meno estremizzati sulle tonalità alte rispetto ai lavori passati. Convincente anche il solo melodico di chitarra a centro brano che, al pari di altri soli stilisticamente simili presenti sul disco, fa segnare un ulteriore miglioramento rispetto al precedente “Labyrinth”.

03. Healing Through War (04:43)
Si prosegue con un attacco su ritmi veloci dai toni a dir poco epici e magniloquenti. Il pezzo poi vira in un mid tempo dal riffing monolitico e pesante come un maglio, contornato da archi e atmosfere apocalittiche. L’oscura strofa sfocia in un ritornello in growl, senza dunque presenza di cantato pulito, a cui segue poi una parte narrata e un altro bel solo melodico. Il brano, grazie al taglio differente da quello che lo precede, convince in tutto e per tutto e aiuta a rendere l’intero lavoro più vario.

04. The Fool (04:06)
Eccoci al primo singolo già edito, che dunque conoscerete e che riportiamo qui sotto. Ci limitiamo a dire che è una delle tracce più mutevoli e interessanti dell’intero lotto, nonchè una tra quelle che al suo interno contengono le parti più tirate.

 

 

05. Cold as Perfection (06:31)
Uno dei brani più lunghi del disco. L’inizio è su tempi lenti, con riff e sezione ritmica che sostengono la solita impressionante cornice sinfonica. L’ingresso del cantato in growl sulle strofe è accompagnato da un tappeto di doppia cassa e il sound appare ancora una volta austero e drammatico. Dopo il precedente pezzo, la band decide di alternare e opta per un ritornello totalmente in growl rinforzato da grandi orchestrazioni. Bello lo stacco centrale con batteria, basso, pianoforte e tastiere ad accompagnare una voce narrata, prima di una repentina accelerazione in doppia cassa che lancia una bella parte di cantato lirico del soprano Veronica Bordacchini e si chiude con quello che probabilmente è il miglior ingresso solista di tutto il disco. La tiratissima parte finale chiude questa ottima progressione che con il suo susseguirsi di più parti e cambi di atmosfere costituisce il vero punto di forza del pezzo.

06. Mitra (03:49)
“Mitra” è il brano più estremo e tipicamente death metal del lotto. Qui c’è meno spazio per sinfonie e melodie e il tutto è più incentrato sull’assallto frontale di riff a tratti velocissimi e violente incursioni ritmiche di batteria ad opera di un tecnicissimo Francesco Paoli. Un brano che con il suo approccio molto più aggressivo introduce un’altra variazione rispetto ai precedenti pezzi e contribuisce a rendere il disco imprevedibile. Ma, come vedremo a breve, il range di sound differenti presenti su “King” è destinato ad ampliarsi ancora…

07. Paramour (Die Leidenschaft Bringt Leiden) (03:42)    
Dopo un pezzo tirato ed estremo come il precedente, ecco un Lied, ossia una composizione con i soli pianoforte e soprano che nel periodo Romantico ottocentesco tedesco venne riportato in auge da grandi compositori come Schubert. Il testo, non a caso, è la poesia “Die Leidenschaft Bringt Leiden” di Goethe. Un leggero e delicato momento di relax che stacca completamente rispetto a tutto quello che abbiamo ascoltato finora.

08. And the Vulture Beholds (05:12)
E dopo la quiete, ecco la tempesta. Una vera e propria deflagrazione sonora fatta di sinfonie, cori e musica estrema apre quello che per chi scrive è una delle gemme del lavoro. Un crescendo continuo di tensione che porta ad un altro ritornello in voce pulita maschile, questa volta che raggiunge picchi altissimi ma senza risultare forzata o fuori luogo. Ottime le potentissime ed esaltanti parti orchestrali che seguono la chiusura dei chorus, degne dei migliori Rhapsody. Altro azzeccato stacco centrale melodico, questa volta affidato alla chitarra solista, a cui segue un rientro di tutta la sezione strumentale e sinfonica fino alla ripresa finale di strofa e ritornello.

09. Gravity (05:12)
Dopo la velocità del brano precedente, si torna ad un altro mid tempo carico di pathos, dilatato e oscuro soprattutto sulle strofe, con voce principale solo in growl e nel quale risalta molto il pesante riff di chitarra. Si va ad allineare stilisticamente agli altri episodi più ricchi di groove presenti in tracklist, anche se qui non mancano grandi aperture corali sui ritornelli e molte melodie soprattutto nella ariosa parte centrale di chitarra solista.

10. A Million Deaths (05:27)
Vorticoso e imprevedibile brano stra-carico di sinfonie, sebbene permanga un riffing death metal posto in bella evidenza e i ritmi siano ora parecchio sostenuti. Ancora nessuna traccia di cantato pulito ma una bella progressione che in alcuni punti vede addirittura delle parti più lineari e tipicamente power metal lasciare spazio ad assalti death metal a velocità proibitive, il tutto accompagnato da piano e orchestrazioni, per un mix di elementi ancora una volta sorprendente.

11. Syphilis (07:22)
Il pezzo dal più lungo minutaggio dell’intero lavoro si apre con una sinistra parte lenta sostenuta da riff pachidermici. Una narrazione introduce quindi delle strofe death metal cantate in growl, a cui seguono le aperture di ritornelli affidati invece alla cristallina voce del soprano. A centro pezzo un altro stacco ben riuscito, questa volta dai toni malinconici, precede una seconda parte narrata e il rientro del cantato in growl su una epica parte sinfonica e corale. Si arriva così al consueto solo melodico e alla reprise finale del ritornello in cantato lirico. Un brano che impiegherà qualche ascolto per entrarvi in testa ma che con il suo sound a tratti quasi opprimente e a tratti maestoso, costituisce una degna chiusura del lavoro, prima dell’outro finale.

12. King (03:59)
La titletrack è, come di consueto in un album dei Fleshgod Apocalypse, una bella traccia strumentale classica affidata completamente al pianoforte di Francesco Ferrini, che funge da delicata outro ad un lavoro sul quale esprimeremo il nostro giudizio definitivo tra una decina di giorni in sede di recensione ma che ci ha colpito per varietà, completezza e maturità di un songwriting che, immaginiamo, d’ora in poi definirà in tutto e per tutto l’identità e il sound dei Fleshgod Apocalypse.

Fleshgod Apocalypse - live Metalitalia.com Festival 2015

Fleshgod Apocalypse – live Metalitalia.com Festival 2015

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