GODS OF METAL 2010 – in diretta dal Parco della Certosa Reale!

Pubblicato il 25/06/2010

PROGRAMMA E CREDITI

PROGRAMMA GODS OF METAL 2010

Venerdì 25 giugno

Apertura porte: 10.30

12.00-12.30 – 36 Crazyfists – palco 1
13.00-13.30 – Unearth – palco 1
13.35-13.55 – Death Army – palco 2
14.00-14.45 – Job For A Cowboy – palco 1
14.50-15.10 – Dragonia – palco 2
15.15-16.15 – Atreyu – palco 1
16.20-16.40 – Amphitrium – palco 2
16.45-17.45 – As I Lay Dying – palco 1
18.15-19.15 – Fear Factory – palco 1
19.45-21.00 – Devildriver – palco 1
21.30-23.30 – Killswitch Engage – palco 1

Sabato 26 giugno

Apertura porte: 10.30

12.00-12.30 – Ex Deo – palco 1
13.00-13.30 – Sadist – palco 1
13.35-13.55 – Kaledon – palco 2
14.00-14.45 – Orphaned Land – palco 1
14.50-15.10 – Subhuman – palco 2
15.15-16.15 – Behemoth – palco 1
16.20-16.40 – Nashwuah – palco 2
16.45-17.45 – Exodus – palco 1
18.15-19.15 – Raven – palco 1
19.45-21.00 – Amon Amarth – palco 1
21.30-23.30 – Lordi – palco 1

Domenica 27 giugno

Apertura porte: 10.30

11.00-11.30 – Sabaton – palco 1
12.00-12.30 – Labyrinth – palco 1
13.00-13.45 – Devin Townsend Project – palco 1
14.00-14.30 – Anvil – palco 2
14.45-15.15 – Van Canto – palco 2
15.30-16.15 – Saxon – palco 1
16.45-17.30 – U.D.O. – palco 1
18.00-19.00 – Cannibal Corpse – palco 1
19.15-20.00 – Soulfly – palco 2
20.15-21.30 – Bullet For My Valentine – palco 1
22.00-23.30 – Motorhead – palco 1

CREDITI

Gestione Stand (in rigoroso ordine alfabetico)

Alessandra Sacco
Alessandro Corno
Marco Gallarati
Matteo Cereda
Maurizio ‘Morrizz’ Borghi

con il prezioso supporto di Gennaro ‘Dj Jen’ Dileo

Fotografie

Francesco Castaldo
Giacomo Astorri

Report in diretta

Alessandro Corno (Death Army, Exodus, Amon Amarth, Sabaton, U.D.O.)
Gennaro ‘Dj Jen’ Dileo (Raven, Anvil, Motorhead)
Marco Gallarati (Unearth, Atreyu, As I Lay Dying, Fear Factory, Ex Deo, Orphaned Land, Nashwuah, Devin Townsend Project, Van Canto, Cannibal Corpse)
Matteo Cereda (Kaledon, Lordi, Labyrinth, Saxon)
Maurizio ‘Morrizz’ Borghi (36 Crazyfists, Job For A Cowboy, Devildriver, Killswitch Engage, Sadist, Behemoth, Soulfly, Bullet For My Valentine)

Le nostre scuse a Dragonia, Amphitrium e Subhuman, di cui è presente solo il photoreport.

36 CRAZYFISTS (25/6 – 12.00-12.30)

Provenienza: STATI UNITI

MySpace: 36 Crazyfists

I 36 Crazyfists hanno l’onore di aprire l’edizione 2010 del Gods Of Metal, quando il Sole già arroventa l’asfalto dell’arena e ustiona le fronti, facendoci sudare persino lo scroto. Il gruppo dell’Alaska non sarà abituato né ad essere buttato giù dal letto a quest’ora, né a simili temperature, ma si conferma un’ottima live band, ben rodata e capace di attirare davanti al palco un discreto numero di persone. “At The End Of August”, vicina al finale del set, è di sicuro il climax dello show, dante la possibilità ai mosher di agitarsi a dovere. Curioso il nuovo ingresso al basso, che sembra scippato agli Amon Amarth (capelli e barba lunghissimi con tanto di bracciali di cuoio), che si è davvero prodigato per fornire una performance esemplare. Un buon sound sin dall’inizio e un gigantesco wall of death per inaugurare al meglio la giornata. Promossi!

Maurizio ‘Morrizz’ Borghi

UNEARTH (25/6 – 13.00-13-30)

Provenienza: STATI UNITI
MySpace: Unearth

Con gli Unearth, se mai ci fossero bisogno di ulteriori conferme, si capisce definitivamente che la giornata odierna sarà all’insegna del massacro totale a 35 gradi all’ombra. L’intro affidata al riff tastieroso di "The Final Countdown" degli Europe è solo una finta, perché così, di primo impatto, i ragazzi di Boston scaraventano sul già corposo pubblico "The Great Dividers", probabilmente il loro brano più famoso e devastante. Chi scrive non ha esitazioni e si butta nel mosh incalzante. Inarrestabili nel loro metal-core d’assalto, gli Unearth non si fermano un secondo e nella loro mezzora di tempo riescono a creare continuamente circle-pits e poghi spontanei. I ragazzi nel pit paiono apprezzare di più i brani più recenti proposti e forse non è un caso che si arrivi alla conclusiva "Black Hearts Now Reign" – allungata anche un po’ ed impreziosita da un salto poderoso di Buzz McGrath dagli ampli – con il pubblico ormai stremato, soprattutto dal caldo bruciante dell’ora di pranzo!

Marco Gallarati

DEATH ARMY (25/6 – 13.35-13.55)

Provenienza: ITALIA, Milano

MySpace: Death Army

 

Tocca alla epic folk symphonic metalband milanese Death Army inaugurare il minuscolo Stage 2 del Gods Of Metal 2010. Quello che potrebbe essere dunque un onore (vista la caratura di altre band che si esibiranno sullo stesso palco nei giorni successivi) palesa presto i suoi svantaggi. Il suono difatti non è paragonabile a quello dello Stage 1, non essendo ben definito, soprattutto considerando il sound ricco di elementi del gruppo; gli spazi sono ristretti e anche il pubblico in platea è piuttosto scarso, complice pure il diverso stile delle altre band presenti in questa giornata. Arpa, tastiera, due voci liriche, una voce maschile, due chitarre, un basso e una batteria meriterebbero dunque una cura decisamente superiore da parte di chi sta al mixer, ma la band mette ad ogni modo tutte le sue forze per cercare di coinvolgere il pubblico. Nei venti minuti a disposizione esegue i suoi brani più rappresentativi pescando un po’ da tutta la propria carriera, passando dalla epica e articolata “Arischild”, eseguita in apertura, alla chiusura con la più allegra e coinvolgente “Skoal”, sulla quale il cantante Igor incita il pubblico a più riprese. L’esecuzione, a parte l’imprecisione di alcuni passaggi di chitarra solista, è discreta e ci consente di esprimere un giudizio complessivamente positivo per uno show a dir poco limitato dalle pecche sopra indicate. Da rivedere.

SETLIST:
Arischild
Ragnarok
Beowulf
Skoal

Alessandro Corno

JOB FOR A COWBOY (25/6 – 14.00-14.45)

Provenienza: STATI UNITI
MySpace: Job For A Cowboy

Dimenticatevi la scialba prova all’Alcatraz di Milano, oggi i Job For A Cowboy hanno potuto sfoggiare tutto il loro brutale impatto grazie a un mixaggio degno di tal nome. Di sicuro il brutal death metal delle giovani promesse (i JFAC sono etichettati da molti come il futuro del genere) paga in fatto di numeri il fatto di essere la proposta più estrema della giornata (in molti hanno approfittato per farsi una pausa), ma c’è comunque un certo numero di appassionati che sostiene la band e non si lascia spaventare dal caldo. E’ tuttavia evidente come la pesantezza sonora vada di pari passo con una difficile assimilabilità da parte delle orecchie meno abituate a growl ultra gutturali e pig squeals. Il picco della setlist? Ancora la vecchia “Entombment Of A Machine” sicuramente, che trova i maggiori consensi del pubblico. Per concludere possiamo dire che i JFAC hanno tenuta di palco invidiabile e mantengono le potenzialità per un futuro roseo progredendo un passo alla volta.

Maurizio ‘MorrizZ’ Borghi 

DRAGONIA (25/6 – 14.50-15.10)

Provenienza: ITALIA, Firenze
MySpace: Dragonia

ATREYU (25/6 – 15.15-16.15)

Provenienza: STATI UNITI
MySpace: Atreyu

Dopo aver seguito i Job For A Cowboy e ora gli Atreyu, iniziamo a chiederci se gli Unearth non meritassero una posizione in scaletta più dignitosa. Non che la band di Alex Varkatzas abbia demeritato, ma certo il coinvolgimento del pubblico è stato nettamente inferiore alle attese. Vero anche che il metal-core dolciastro e melodico del gruppo ormai è un po’ in fase calante, ma la band non ha proprio entusiasmato. Solo verso la fine dell’esibizione, i ragazzi hanno esaltato un minimo l’audience, diciamo da “Right Side Of The Bed” in poi. Buoni e ben coordinati i movimenti delle tre asce sul palco, anche se a tratti stucchevoli e troppo ‘da rockstar’. La cover di “You Give Love A Bad Name” dei Bon Jovi non è servita di molto a tirare su l’impatto degli Atreyu quest’oggi, non male in definitiva ma anche un bel po’ anonimi. Ora attendiamo l’entrata in scena dei big della giornata, a cominciare dagli As I Lay Dying…

Marco Gallarati

AMPHITRIUM (25/6 – 16.20-16.40)

Provenienza: SVIZZERA
MySpace: Amphitrium

AS I LAY DYING (25/6 – 16.45-17.45)

Provenienza: STATI UNITI
MySpace: As I Lay Dying

Il New England Hardcore And Metal Fest…ops, scusate…il Gods Of Metal 2010 continua con la calata sul palco dei christian-corer As I Lay Dying, che sicuramente forniscono la miglior prestazione della giornata, almeno finora. La partenza al fulmicotone di “94 Hours” fa subito scattare la Babele di mani, piedi e gambe volanti che anima il moshpit in un microsecondo, ma non è solo l’incipit del concerto a definire la qualità dello show degli AILD. Tim Lambesis, Jordan Mancino e soci sono in formissima e, tra i nuovi pezzi tratti da “The Powerless Rise (non molti per la verità) e i loro travolgenti cavalli di battaglia, davvero diventano autori di una performance notevole. Il finale, poi, dove nell’ordine si susseguono “Meaning In Tragedy”, “Confined”, “Nothing Left” e “Forever”, rasenta la perfezione. Ci attendono i Fear Factory, simpaticamente mai nominati nei ‘saluti fra loro’ delle band della ‘cricca’ metal-core…

Marco Gallarati

FEAR FACTORY (25/6 – 18.15-19.15)

Provenienza: STATI UNITI-MESSICO-CANADA
MySpace: Fear Factory

Leggermente fuori contesto nella ‘fiera del metal-core’, i Fear Factory hanno dimostrato la loro classe sopraffina fornendo una prestazione non impeccabile – come al solito – ma ben corroborante, forti di un repertorio che davvero ha fatto la storia degli anni ’90. Solo il quartetto finale dedicato a “Demanufacture” – title-track, “Self Bias Resistor”, “H-K (Hunter-Killer) e “Replica” – è valso la presenza sotto il palco durante lo show della Fabbrica della Paura. Una setlist non molto differente da quella suonata durante la data di Milano del marzo scorso, ovviamente tranciata di qualche brano per motivi di tempo, ha svolto il suo dovere nel fomentare un’audience ormai devastata dal caldo e dalle tante birre bevute. L’asfalto dell’arena non ha pietà dei tanti inciampati a terra, ma per il Dio Metallo questo e ben altro! Da segnalare, purtroppo, l’ormai cronica instabilità della voce di Burton C. Bell, sopperita per fortuna dalla qualità dei brani a sua disposizione.

Marco Gallarati

DEVILDRIVER (25/6 – 19.45-21.00)

Provenienza: STATI UNITI

MySpace: Devildriver

Pensando a Dez Fafara la prima parola che ci viene in mente è carisma: il frontman dei DevilDriver non perde l’occasione, finalmente in una posizione in cartellone degna del loro nome, di dimostrare di cosa è capace la sua creatura, nutrita amorevolmente in un percorso in crescita verticale. La band soffre di suoni leggermente impastati nella prima metà dello show, ma il trademark inconfondibile emerge lo stesso ed esalta il pubblico, completamente in mano al magnetico singer. La svolta è segnata da “Clouds Over California”, dove il mixaggio viene aggiustato e i pezzi vengono vomitati nella loro forma migliore. Nessuna incertezza da parte dei musicisti e un pubblico molto reattivo che si prodiga in un circle-pit mastodontico (“NO fucking kung fu kicks and punches, I HATE that shit” – ammonisce Dez), alzando le corna al cielo in ogni occasione. Una incomprensibile pecca è l’esclusione di moltissimi pezzi dell’ultimo “Pray For Villains”, a parere di chi scrive il disco migliore dei californiani. Poco importa in ogni caso, la missione può dirsi compiuta. Un meritato applauso finale e la palla agli headliner Killswitch Engage!

Maurizio “MorrizZ” Borghi


 

KILLSWITCH ENGAGE (25/6 – 21.30-23.30)

Provenienza: STATI UNITI
MySpace: Killswitch Engage

Il Sole ha cominciato a dare finalmente tregua e al tramonto i Killswitch Engage inaugurano un set mai così lungo per i loro standard: la posizione di headliner li onora, ma li coglie quasi di sorpresa, pur potendo coprire un minutaggio così ampio con la loro discografia. Howard Jones sfoggia una camicia che a stento contiene i suoi bicipiti, Adam D. fa il supereroe col mantello di Superman e tutti hanno già quello che aspettavano: il gruppo del Massachussets, capostipite del movimento metalcore e degno conclusore della giornata, sforna una serie di gioiellini sul trademark del gruppo, composti di chitarre heavy, tanto groove e continui sing-along che tengono impegnati tutti i presenti. Impeccabile la prova di una formazione oramai rodatissima e inesauribile la simpatia della ‘strana coppia’ formata da Howard Jones e dal chitarrista pazzo, il primo pacato e sornione, ma sempre pronto alla zampata vincente, il secondo pronto a tracannare una birra dopo l’altra e ad aizzare la folla con proclami demenziali e divertenti. Tutto fila liscio fino all’obbligatoria “My Last Serenade”, ma il pubblico vuole di più: ecco quindi lo spilungone con le basette lunghe diventare per un attimo serio (pochi secondi ovviamente) e annunciare “Holy Diver” del rimpianto Ronnie James Dio, diventata quasi istantaneamente la maggiore hit del gruppo. E’ un tripudio totale per i presenti, anche quelli che non possono davvero sopportare l’inflazionato movimento metalcore. Anche se il set è più corto rispetto al previsto (ed era prevedibile), tutti escono stremati ma col sorriso sulle labbra!

Maurizio “MorrizZ” Borghi

EX DEO (26/6 – 12.00-12.30)

Provenienza: CANADA
MySpace: Ex Deo

La seconda giornata del Gods Of Metal 2010, nettamente più variegata della prima, si apre con la performance dei canadesi Ex Deo, guidati da Maurizio Iacono, già vocalist e frontman dei Kataklysm, e presentatisi sul palco con vestigia a tema. Il concept del gruppo è interessante e segue un po’ il filone dei film epici e guerreschi che negli ultimi anni hanno avuto buon successo (‘Il Gladiatore’, ‘Troy’, ‘300’) ed è musicato da un death metal a 360° condito da tastiere roboanti e apocalittiche. Peccato per i suoni debolucci delle chitarre e la voce di Maurizio un po’ limitata dall’ora di esibizione, perché altrimenti lo show degli Ex Deo sarebbe stato sicuramente più esaltante. Se comunque siete dentro le sonorità epiche, di certo questo gruppo fa per voi. Bravi e convincenti (a metà).

Marco Gallarati

SADIST (26/6 – 13.00-13.30)

Provenienza: ITALIA, Genova

MySpace: Sadis

 

Nessun dubbio: l’esibizione dei Sadist, frequentemente sui palchi a supporto dei big in questa estate 2010, non sarà forse un pozzo di sorprese, ma resta comunque una garanzia. Trevor & Co. sono autori di una performance trascinante e, nonostante il caldo torrido, riescono ad attirare sotto il palco la quasi totalità dei presenti. I genovesi sanno come intrattenere l’audience e sfruttano il vantaggio di essere il più importante gruppo italiano nel cartellone per movimentare il pit arroventato (“Dai raga!!! Grandi!!!” o “In alto il nostro saluto!” riecheggiano puntualmente nell’arena). “Christmas Beat”, “Season In Silence” e la conclusiva “Sometimes They Come Back” sono tra gli highlights dell’esibizione dei maestri del techno-death, che salutano il Gods subito dopo il loro consueto abbraccio conquistando nuovi fans. 

Maurizio “MorrizZ” Borghi


 

KALEDON (26/6 – 13.35-13.55)

Provenienza: ITALIA, Roma

MySpace: Kaledo

Sul palco B destano buone impressioni i Kaledon, band italiana dedita ad un power dalle tinte epiche che su disco ci è parso un po’ scontato, ma che ha saputo coinvolgere i presenti in sede live. Il seguito non è numerosissimo ma la band capitolina ha sfornato ugualmente una prestazione mirabile per impegno ed esecuzione, dimostrando di avere qualità soprattutto nella prestazione del singer Marco Palazzi, autore di una performance di alto livello sia dal punto di vista tecnico che sotto l’aspetto della partecipazione. Nella mezzora scarsa a disposizione, si fa notare l’ottima “Surprise Impact”, ma ad onor del vero le varie canzoni presentate, al di là della scarsa originalità della proposta, vengono ben interpretate fra riff pungenti, doppia cassa tambureggiante e vocals da urlo.

Matteo Cereda

ORPHANED LAND (26/6 – 14.00-14.45)

Provenienza: ISRAELE
MySpace: Orphaned Land

Arriva il turno degli israeliani Orphaned Land e la superiorità del loro songwriting si manifesta in pieno. Infatti, siamo in meno del solito a seguirli da vicino, segnale evidente di quanto il progressive-death metal del combo asiatico sia per pochi eletti. In tunica bianca e piedi scalzi, Kobi Farhi si presenta on stage guidando la sua formazione attraverso i loro migliori pezzi, tutti tratti dagli ultimi “Mabool” e “The Never Ending Way Of Orwarrior”: “Birth Of The Three”, “Olat Ha’tamid”, “Codeword: Uprising”, “Ocean Land”, “Sapari” e “Nora El Nora” hanno ben rappresentato gli Orphaned Land, seguiti da un pubblico partecipe ma non troppo numeroso – e diciamo pure che, probabilmente per la disomogeneità di generi nel bill di oggi, l’affluenza è minore rispetto alla giornata di ieri, nonostante sia sabato. Ottimi gli israeliani, ma da rivedere in un contesto extra-festival, magari di supporto agli Amorphis il prossimo autunno!

Marco Gallarati

SUBHUMAN (26/6 – 14.50-15.10)

Provenienza: ITALIA, Pisa
MySpace: Subhuman

BEHEMOTH (26/6 – 15.15-16.15)

Provenienza: POLONIA
MySpace: Behemoth

Alle 15.15 calca il palco la furia iconoclasta dei polacchi Behemoth, ed è letteralmente l’Inferno in terra: la temperatura è insopportabile ed inumana, ma i nostri non si risparmiano dal dare oltre il 110%, nonostante il pesante face painting. L’incipit è affidato all’apocalittica “Ov Fire And The Void”, che alza all’unisono i pugni del pubblico, e nell’ora a disposizione viene riproposto solo il meglio, con estratti dalla discografia recente (il salto più ampio nel passato è l’estratto da “Satanica”). In molti dicono che il blackened death metal della formazione guidata da Nergal sia oggi troppo costruito o addirittura plastificato, ma la verità, sotto gli occhi di tutti i presenti, è che poche band possono vantare la qualità, la tenuta di palco, la presa e il magnetismo dei Behemoth, sfoggiato in uno stage curatissimo (le aste sono sculture avvolte da cobra neri, e anche numerosi piatti della batteria di Inferno sono del tutto neri), in costumi scenici inquietanti e in una presenza scenica quasi coreografata per regalare al pubblico una setlist vicina alla perfezione assoluta.  

Maurizio “MorrizZ” Borghi


 

NASHWUAH (26/6 – 16.20-16.40)

Provenienza: ITALIA, Milano
MySpace: Nashwuah

Sullo stage 2 è la volta dei milanesi Nashwuah, band che definisce il proprio genere hate-core e a ben ragione, considerati la rabbia ed il vigore che il quartetto vomita sulla scarsa platea. La manciata di pezzi è tutta tratta dall’ultimo disco dei ragazzi, “Kali Yuga’s Tales”, ed è una bordata sonora dall’ottimo impatto, se visto con le dovute limitazioni di palco/contesto/audience. Nulla da eccepire, quindi, sulla breve prestazione dei Nashwuah, piacevole intermezzo dopo la devastazione dei Behemoth e il pezzo di Storia salito or ora sullo stage 1, gli Exodus…

Marco Gallarati

EXODUS (26/6 – 16.45-17.45)

Provenienza: STATI UNITI

MySpace: Exodus

 

Alessandro Corno

 

Incomprensibilmente non considerati in quel tanto sbandierato Big Four del thrash americano, gli Exodus salgono sul palco del Gods Of Metal 2010 con l’intento di fare a pezzi le articolazioni dei presenti e dimostrare chi ha dato un contributo fondamentale nel tracciare le coordinate di questo genere. Basta l’apertura con la devastante “The Ballad Of Leonard And Charles”, uno dei brani migliori dell’ultimo “Exhibit B – The Human Condition”, per scaldare un pubblico purtroppo sempre poco numeroso per un Gods Of Metal. L’impatto sonoro è allucinante, con la coppia Holt-Altus a tagliare l’aria con il suo riffing e una sezione ritmica guidata da un Tom Hunting come al solito autore di una prova dal grande tiro. Il pesantissimo Rob Dukes è un grande frontman, abile nel guidare la carica incitando continuamente il pubblico, facendo segno ai ragazzi di pogare e lanciarsi in circle-pit. Le uniche riserve che ci teniamo ancora una volta a sottolineare sono legate alla sua voce: uno scream rabbioso, aggressivo ma piuttosto monocorde. La prima parte dello show prosegue con “Beyond The Pale” e “Iconoclasm”, estratte dalle due nuove produzioni, che l’audience comunque dimostra di conoscere e apprezzare. Il primo salto nel passato arriva con “Lesson In Violence”… di nome e di fatto, visto il marasma che si scatena sotto il palco! Con “Blacklist” e l’acclamatissima “War Is My Shepherd” si passa a “Tempo Of The Damned”, per chi scrive tra i dischi thrash più spettacolari dell’ultimo decennio, mentre sulla successiva “Strike Of The Beast” Dukes separa la folla in due e lancia il solito wall of death, per la gioia dei parecchi giovani presenti nelle prime file. Si chiude con “Toxic Waltz”, sulla quale sale sul palco Maurizio Iacono di Kataklysm/Ex-Deo, e “Good Riddance”. Prestazione assolutamente adrenalinica e coinvolgente, che si piazza tra le migliori della giornata.

 

 

RAVEN (26/6 – 18.15-19.15)

Provenienza: GRAN BRETAGNA
MySpace: Raven

I “Crazy Lunatics” mancavano in Italia dal 1981, ma tutta questa attesa è stata ripagata da una performance superba. I fratelli Gallagher hanno dimostrato di essere dei musicisti di razza eseguendo una sorta di greatest hits dei loro brani più celebri dei primi tre album, non mancando di aggiungere un paio di chicche. Nell’ora a disposizione sono riusciti a conquistarsi anche il supporto dei fan più giovani grazie all’energia che hanno sprigionato sulle assi del palco, nonostante l’età e qualche chilo di troppo. L’apertura affidata all’accoppiata “Take Control” / “Live At The Inferno” è da incorniciare, pezzi nei quali il buon Mark Gallagher ha macinato con energia una serie di riff al cardiopalma supportato dal fantasioso bass playing del fratello John. Curiosa la pedaliera di quest’ultimo, che gli ha permesso in alcuni frangenti di utilizzare sonorità alquanto bizzarre. “Rock Until You Drop” e “Mind Over Metal” sono altri esempi di athletic rock all’ennesima potenza, corroborata dal potente drumming di Joe Hasselvander. Sorprendentemente, i nostri hanno tirato fuori dal cilindro “On And On” tratta dal flop “Stay Hard”, qui reinterpretata in modo decisamente più poderoso. La chiusura è affidata a “Break The Chains”, canzone tirata per quasi 10 minuti nei quali i nostri hanno inserito un piccolo medley di “Symptom Of The Universe” dei Black Sabbath, che ha concluso un ottimo rientro sulle scene.

Gennaro “Dj Jen” Dileo

AMON AMARTH (26/6 – 19.45-21.00)

Provenienza: SVEZIA
MySpace: Amon Amarth

Alessandro Corno

Forti di una popolarità sempre in crescita, gli Amon Amarth si apprestano a far calare la loro atmosfera epico-nordica sulla platea del Gods Of Metal 2010, ricca di fan entusiasti di assistere ad un altro show della band svedese. Purtroppo assenti giochi pirotecnici e la grande scenografia guerresca con tanto di nave vichinga proposta lo scorso anno a Wacken. Si parte con l’accoppiata “Twilight Of The Thundergod” / “Free Will Sacrifice” dall’ultimo lavoro e subito il quintetto deve fare i conti con dei suoni approssimativi che penalizzano in particolar modo le armonizzazioni delle chitarre. Sebbene la band sia autrice di una prova più che discreta, dalle casse esce infatti un muro di suono uniforme, nel quale le melodie vengono sacrificate e risalta invece in maniera eccessiva la batteria. Il pubblico ad ogni modo non sembra più di tanto infastidito dalla cosa e partecipa a gran voce, trascinato dal mastodontico e simpatico Johan Hegg. Presto è evidente che lo show di poco o nulla differisce rispetto a quelli proposti dal gruppo dopo la pubblicazione dell’ultimo disco, con la setlist totalmente incentrata sulle produzioni più recenti e purtroppo nessun brano estratto dai primi lavori, “Once Sent From The Golden Hall” e “The Avenger” in particolare. Sotto dunque con “Varyags Of Miklagaard”, “Guardians Of Asgaard”, “Valhall Awaits Me” (dedicata a Ronnie James Dio), “Thousand Years Of Oppression” e “Death In Fire”, brani a cui va dato il merito di aver portato gli Amon Amarth negli stereo di migliaia di metalfan e di conseguenza nelle posizioni alte dei festival. Con il passare dei minuti i suoni migliorano e pezzi quali “Runes To My Memory”, “Live For The Kill” o “Cry Of The Blackbird” riescono a spaccare sul serio, facendo agitare non poco i fan nelle prime file. Il finale è come da copione affidato alla hit “The Pursuit Of Vikings”, il cui riffone riecheggia nell’arena con tutta la sua marziale pesantezza. Tanti applausi e giudizio positivo per uno show che ha un tantino deluso solo chi ha visto la band più volte negli ultimi due anni e si aspettava qualcosa di diverso a livello di scaletta.

SETLIST:
Twilight Of The Thundergod
Free Will Sacrifice
Valkyries Ride
Asator
Varyags Of Miklagaard
Guardians Of Asgaard
Valhall Awaits Me
Thousand Years of Oppression
Death in Fire
Runes To my Memory
Live For The Kill
Cry Of The Black Birds
The Pursuit Of Vikings

LORDI (26/6 – 21.30-23.30)

Provenienza: FINLANDIA
MySpace: Lordi

Se qualcuno si era annoiato durante il pomeriggio, di sicuro non potrà dire lo stesso dopo aver assistito all’esibizione dei Lordi. La band finlandese, forte di un sound orecchiabile che si basa su un hard rock dalle forti tinte ’80, riesce in quasi due ore di spettacolo a coinvolgere alla grande la platea del Gods. Avere l’opportunità di suonare da headliner ha giovato non poco al gruppo scandinavo, che ha potuto contare sul buio, con conseguente risalto dell’ottimo impianto luci, su dei suoni puliti e su una serie di effetti speciali in grado di elevare ulteriormente lo spettacolo. La band capitanata da Mr. Lordi dimostra progressi rispetto alle ultime esibizioni, evidenziando un maggior movimento sul palco di tutti i musicisti ed una compattezza ancora più limpida. Canzoni come “Raise Hell In Heaven”, “Who’s Your Daddy” o “Get Heavy” hanno un tiro impressionante ed acquistano in sede live ancora più carisma grazie all’espressione scenica dei musicisti. I Lordi tributano palesemente Alice Cooper e lo dimostrano non solo nel sound hard rock delle loro composizioni ma anche nella voglia di affiancare allo spettacolo sonoro uno show esclusivamente scenico. In tal senso apprezziamo le scenette improvvisate tra le varie canzoni, fra cui citiamo l’infilzamento di una coppia di ballerini zombie da parte della tastierista Awa e la decapitazione di un samurai ad opera del chitarrista Amen. Anche il leader Mr. Lordi non vuole essere da meno ed allora ecco che si improvvisa chirurgo-macellaio nella hit “The Doctor Is In”. Prima del finale, c’è ancora spazio per infiniti fuochi d’artificio, stelle filanti, scenette horror da ridere, ma anche della sostanza musicale che risponde al nome di “Would You Love A Monsterman?”, “Devil Is A Loser” e per chiudere “Rock n’ Roll Hallelujah”; insomma, se qualcuno non l’avesse ancora capito, i Lordi fanno sul serio!

Matteo Cereda

SABATON (27/6 – 11.00-11.30)

Provenienza: SVEZIA
MySpace: Sabaton

 

Pantaloni mimetici, crestone e occhiali a specchio… è lui, il cantante Joakim Broden, a vincere il premio di Tamarro del Gods Of Metal 2010 (anche se non abbiamo ancora visto le altre band). Tocca a lui guidare i Sabaton nella difficile missione di aprire questa ultima giornata di festival. Il Sole è alto e il caldo si fa sentire parecchio, ma sebbene i cancelli siano appena stati aperti, le prime file sono già gremite di fan affezionatissimi alla band e che conoscono nota per nota ogni brano del combo svedese. Il sound minimale degli scandinavi viene ben rappresentato da brani tutti piuttosto recenti quali “Ghost Division”, “The Art Of War” e la titletrack dell’ultimo album “Coat Of Arms”, disco che sta facendo registrare ottimi dati di vendita in tutta Europa. La prestazione della band è sufficiente, considerando dei suoni mal bilanciati e dapprima privi di backing vocals, che vengono sistemati solo verso metà show. Non saranno un esempio di tecnica, ma i pezzi divertono e trascinano i fan. Il singer, autore di una prova decente nei limiti delle possibilità della sua voce cavernicola, si rende conto di poter contare su un seguito anche sopra le attese, e con un sorriso stampato fisso sul suo viso non perde occasione per ringraziare la platea. Il tempo è poco e il gruppo inanella uno dietro l’altro i pezzi, riducendo le pause allo stretto necessario. “Saboteurs”, “Cliffs Of Gallipoli” e “Primo Victoria”, l’episodio più acclamato dal pubblico, precedono la chiusura affidata a “Metal Machine”. Performance dunque non priva di mancanze a livello esecutivo ma apprezzabile, soprattutto per un’attitudine simpatica e scherzosa che dovrebbe essere esempio per molte altre piccole band.

SETLIST
Ghost Division
The Art Of War
Coat Of Arms
Saboteurs
Cliffs Of Gallipoli
Primo Victoria
Metal Machine

Alessandro Corno

LABYRINTH (27/6 – 12.00-12.30)

Provenienza: ITALIA, Milano, Firenze
MySpace: Labyrinth

L’inizio per i Labyrinth non è dei più facili sul palco del Gods Of Metal: la band di origine toscana, complice una pessima resa sonora, parte in sordina con una versione insipida di “Save Me”. Fortunatamente le cose per Olaf Thorsen e soci proseguono in maniera positiva nelle canzoni successive, grazie anche ad un Roberto Tiranti che, dopo aver riscaldato la voce nel primo pezzo, mostra tutta la sua bravura. Nel complesso lo spettacolo è parso leggermente inferiore rispetto all’ottima esibizione regalata dai nostri in occasione dell’Italian Gods Of Metal, anche se l’orario mattutino e una resa sonora mai veramente brillante sono delle giustificazioni corrette. Solo cinque pezzi a disposizione per un minutaggio intorno alla mezzora in cui i Labyrinth eseguono classici come “In The Shade” e “Moonlight” ma anche una nuova track dal recentissimo “Return To Heaven Denied Part 2”, a titolo “A Chance”, pezzo che desta buone impressioni, confermando complessivamente il buono stato di salute della band.

Matteo Cereda

DEVIN TOWNSEND PROJECT (27/6 – 13.00-13.45)

Provenienza: CANADA
MySpace: Devin Townsend Project

Qualcuno forse non lo penserà, ma vedere suonare Devin Townsend ed il suo DTP (Devin Townsend Project) vale sicuramente una bella porzione di biglietto odierno. Nel pieno rispetto di una concezione musicale a 360 gradi, basta che rispecchi la sua visione personale di musica, il geniaccio canadese ha offerto poco meno di una quarantina di minuti di spettacolo, svariando abbastanza tra la sua produzione da solista e lasciando perdere, com’è giusto che sia, gli Strapping Young Lad. Presentatosi completamente rasato – e a quanto pare anche ripulito dall’abuso di sostanze ‘non regolamentari’ del passato – l’istrionico Devin non ha però perso il suo innato sense of humour senza né capo né coda. Inneggiando spesso all’amore e alla bellezza della vita, il cantante-chitarrista si è naturalmente esibito in una serie di smorfie, pose, espressioni ed ondeggiamenti che davvero ci hanno strappato molto più di una risata. Sicuramente un personaggio genuino che, a parte la sezione scenografica dello spettacolo, ha anche dato sfoggio delle sue innegabili qualità vocali e compositive, attraverso lunghe suite cariche di groove e melodie spaziali, tratte sia dall’ultimo “Addicted” che da “Infinity”, per concludere con la strampalata “By Your Command”, presente su “Ziltoid The Omniscient”, fra l’altro quest’ultimo avvistato in maschera proprio sul palco del Gods Of Metal 2010.

Marco Gallarati

ANVIL (27/6 – 14.00-14.30)

Provenienza: CANADA

MySpace: Anvi

 

Sotto il torrido caldo del primo pomeriggio gli Anvil non si risparmiano, sfornando una performance granitica e di assoluto valore. Seppur inspiegabilmente relegati nello Stage 2, i canadesi sono stati assolutamente professionali, supportati inoltre da una buona acustica che ha donato maggior vigore a canzoni che meritano un posto di riguardo nell’Olimpo dell’Heavy Metal. I vecchi classici “666” e “Winged Assassins” hanno lo stesso effetto di un pugno in faccia, e lo stesso batterista Rob Reiner ha dimostrato di essere un’autentica macchina da guerra precisa e instancabile. “Lips” è un ottimo intrattenitore, buon chitarrista ed anche la sua ugola roca si mantiene in un discreto stato di forma. L’immortale “Mothra” scatena un bel pit e l’esecuzione viene prolungata per dar spazio all’immancabile vecchio dildo, utilizzato nel suo delirante guitar solo. La strumentale “White Rhino” è scritta apposta per il solo di batteria – davvero tonitruante – di Rhino e spetta alla storica “Metal On Metal” chiudere uno show micidiale che ci regala un beota sorriso stampato in faccia. Potentissimi!  

Gennaro “Dj Jen” Dileo

VAN CANTO (27/6 – 14.45-15.15)

Provenienza: GERMANIA
MySpace: Van Canto

Siamo ancora nei pressi dello stage 2 per la prima esibizione italica dei tedeschi Van Canto, la formazione metal a cappella che sta diventando un piccolo fenomeno del metal-biz. Ecco, nonostante tutta la professionalità e la serietà possibile, non possiamo davvero non definire la performance dei germanici come imbarazzante, ridicola e inutile. E dà parecchio davvero fastidio osservare come magari una band intelligente e superiore quali gli Orphaned Land abbia avuto meno approvazione di questi mestieranti da circo. Gran fiato e gran polmoni per i tre emulatori di chitarre e basso, una batteria (vera) al limite dell’essenziale e due voci – maschile e femminile – che sono tutt’altro che convincenti. Eppure son bastate le cover di “Wishmaster” dei Nightwish e “Kings Of Metal” dei Manowar per ottenere un discreto riscontro di pubblico. Il sottoscritto spera di non rivederli mai più, ma questa è solo un’opinione personale. Deprimenti.

Marco Gallarati

SAXON (27/6 – 15.30-16.15)

Provenienza: GRAN BRETAGNA
MySpace: Saxon

Quando si parla di concerti dei Saxon si rischia sempre di essere banali, ma la verità è che la band anglosassone in sede live fornisce sempre prestazioni di livello piuttosto alto; ed anche questa volta non è da meno. La resa sonora è discreta, a parte qualche fischio sulle chitarre di troppo, e il quintetto britannico dal canto suo suona con la consueta perizia e grinta in grado di trascinare un pubblico finalmente numeroso. Visti i soli tre quarti d’ora a disposizione, Biff Byford e soci si concentrano come prevedibile sui classici della band, anche se non mancano alcune escursioni rilevabili nelle comunque positive “To Hell And Back Again” e “Live To Rock”, tratta dall’ultimo disco in studio della band. L’apertura affidata all’immancabile “Heavy Metal Thunder” indirizza subito lo spettacolo su binari classic metal di alto livello, ma grande successo riscuotono anche le monumentali “Princess Of The Night” e “Crusader”. Prima del congedo c’è spazio per un’ottima versione di “Denim And Leather”, dedicata dallo stesso Biff a Ronnie James Dio tra i sentiti applausi del pubblico, e “20.000 Feet”, che mette definitivamente fine allo show puntando su ritmiche accelerate. Con i Saxon in concerto non si sbaglia…mai!

Setlist
Heavy Metal Thunder
Dogs Of War
Motorcycle Man
To Hell And Back Again
Live To Rock
Princess Of The Night
Crusader
Wheels Of Steel
Denim And Leather
20.000 Feet

Matteo Cereda

U.D.O. (27/6 – 16.45-17.30)

Provenienza: GERMANIA
MySpace: U.D.O.

Alessandro Corno

Dopo i Saxon, la scorpacciata di metal classicissimo prosegue con gli U.D.O.. La band capitanata dall’ex cantante degli Accept, Udo Dirkschneider, sale sul palco del Gods Of Metal quando ancora il sole rende il cemento del parterre simile ad una piastra da barbecue e subito attacca con i suoi mid-temponi di chiara matrice tedesca. “The Bogeyman” e “Dominator” dall’ultimo album sono una bella accoppiata per aprire lo show e fa piacere constatare che molti ragazzi, anche giovani, conoscono i brani. Il piccolo grande Udo, nonostante la carta d’identità riporti 1952 come data di nascita e la voce non sia più quella dei migliori Accept (trenta anni fa…), conserva un carisma tutto suo e un’attitudine da frontman navigato che gli permette di guidare alla grande uno show praticamente perfetto. Suoni da subito nitidi, ritmiche precise e un notevole tiro sono quanto basta per catturare l’attenzione anche dei più distratti death metaller in attesa dei Cannibal Corpse, e difatti sotto al palco la folla va via via aumentando. La prima parte del concerto prosegue con il materiale di marca U.D.O. e nell’ordine la granitica “Vendetta”, l’incalzante “Thunderball”, “Man And Machine” e la classica “Animal House”. In molti però si aspettano e chiedono a gran voce materiale degli Accept che, per chi non lo sapesse, ora sono tornati in attività con un nuovo cantante. La risposta dell’indistruttibile Udo e del suo compagno, nonchè anch’egli ex Accept, Stefan Kaufmann, arriva con la mitica “Metal Heart” e l’immortale “Balls To The Wall” a chiudere un concerto ottimo sotto ogni punto di vista. Acciaio inox 18/10.

SETLIST
The Boogeyman
Dominator
Vendetta
Thunderball
Man And Machine
Animal House
Metal Heart
Balls To The Wall

 

CANNIBAL CORPSE (27/6 – 18.00/19.00)

Provenienza: STATI UNITI
MySpace: Cannibal Corpse

Dopo l’Inferno apocalittico e mistico scatenato ieri dai Behemoth, è finalmente l’ora di scendere in delle bolge decisamente più crude, reali e malsane con i death metal Gods Cannibal Corpse. E dopo aver visto Saxon e U.D.O., seguire il Cadavere Cannibale è come piombare nel peggiore degli incubi. Rispetto alla performance dell’ottobre scorso all’Alcatraz di Milano, la resa live di Corpsegrinder e compari non è mutata di molto, sempre incentrata sull’impatto devastante del proprio repertorio. “Sentenced To Burn”, “The Wretched Spawn”, “Priests Of Sodom”, “Skull Full Of Maggots”, “Devoured By Vermin” ed “Hammer Smashed Face” hanno travolto un’audience ormai davvero numerosa ed occupante ogni postazione del Parco della Certosa Reale; certo, magari non tutta interessata ai Cannibal Corpse, ma che non ha mancato di tributare un doveroso elogio alla formazione più estrema vista in questa 3-giorni. Ora ci si appresta al gran finale, con Soulfly, gli attesi (soprattutto dai ragazzini) Bullet For My Valentine e gli immortali Motorhead…

Marco Gallarati

SOULFLY (27/6 – 19.15-20.00)

Provenienza: BRASILE, STATI UNITI
MySpace: Soulfly

Fa strano vedere i Soulfly in un palco di dimensioni tanto ridotte, a così stretto contatto col pubblico, soprattutto considerando che proprio ieri la formazione era headliner al Graspop Metal Meeting (festival di proporzioni ragguardevoli)… tanto strano che per un attimo abbiamo creduto che la moglie-manager dal pugno di ferro Gloria Cavalera potesse proibire alla band di esibirsi. Ovviamente la band è puntualissima a salire sul palco e attacca, con la complicità del pubblico e un calcio à la Chuck Norris di Rizzo, l’incendiaria “Blood Fire War Hate”. Non possiamo non riportare quanto Max sia ingrassato negli ultimi mesi: lo ritroviamo infatti imbolsito, con gli occhi chiusi e col fiatone dopo i tre salti della successiva “Prophecy”: un inizio che può far pensare al peggio per l’icona di una generazione. La performance del brasiliano però migliora di pezzo in pezzo, accompagnata da un pubblico assolutamente entusiasta. “Seek N’ Strike” dà l’occasione al sottovalutato Marc Rizzo di risplendere in un assolo prolungato, che fa salire l’entusiasmo di un’altra tacca. Il climax è toccato durante le cover (se così si può dire) di “Refuse/Resist” e “Attitude”, che scatenano i vecchi e i nuovi sostenitori, così come l’inedito accenno a “Walk” dei Pantera. La breve jam di percussioni può essere definita superflua, ma non lo è il wall of death su “Unleashed”, né lo sono i cori da stadio sulla conclusiva “Eye For An Eye” (introdotta da una citazione di “Jumpdafuckup”). Un set breve e intenso insomma, per un gruppo che indubbiamente mostra i segni dell’età, riuscendo comunque ad accontentare tutti gli affezionati.
 
Maurizio “MorrizZ” Borghi

 

BULLET FOR MY VALENTINE (27/6 – 20.15-21.30)

Provenienza: GRAN BRETAGNA

MySpace: Bullet For My Valentine

 

Un minimo di tensione era prevedibile durante l’esibizione dei Bullet For My Valentine: gli inglesi, di sicuro il gruppo meno inserito all’interno del contesto odierno, sono il bersaglio più facile, soprattutto per il posto nel cartellone, per i puristi del metallo ed il pubblico più intransigente. Per fortuna la maggior parte dei non interessati reagisce nella maniera migliore, ovvero approfittandone per rifocillarsi; è comunque presente un numero poco nutrito di riottosi che comincia a bersagliare (con pessima mira) la formazione. Solo qualche bottiglia viene tirata verso i musicisti, basta infatti un singolo esempio da parte della security (che prende per il collo e sbatte fuori dall’arena un franco tiratore) che magicamente gli stupidi contestatori smettono di palesare la loro ignoranza, limitandosi a qualche coro prontamente coperto dalle schitarrate del gruppo. Forse la posizione non è del tutto giustificata, i BFMV dimostrano tuttavia di avere il loro pubblico, che riempie le prime file e sostiene la band in maniera positiva ed entusiasta, sostenitori presenti dalle prime ore della giornata e, badate bene, composti anche da numerosi over 20. Nessuna sbavatura nello show, che unisce estetica e spunti ottantiani ad accenni metalcore (molti pezzi vengono leggermente appesantiti dal vivo), e denota una sicurezza inaspettata che permette al bel Matt Tuck e compagni di ignorare del tutto i guastatori, accontentando coloro che tanto hanno aspettato questo momento.

Maurizio “MorrizZ” Borghi

MOTORHEAD (27/6 – 22.00-23.30)

Provenienza: GRAN BRETAGNA
MySpace: Motorhead

 

"Bonciorno… We’re Motorhead and we play rock’n’roll!". Lemmy, con qualche minuto di ritardo e la sua consueta sigaretta accesa, si presenta così davanti ai numerosi metalheads della giornata conclusiva del Gods che aspettavano con ansia la mitica frase che introduce gli show del trio. Partenza subito all’attacco con "Iron Fist" ed è puro delirio: il pubblico, nel quale si mischiano almeno due generazioni di fan, non smette mai di supportare la band, che si dimostra la solita macchina pronta ad incendiare la serata con i classici del repertorio, nonostante non manchino delle pause per permettere al baffuto bassista/cantante, armato del suo Rickenbacker, di riprendere fiato. "Stay Clean", "Metropolis" e "Killed By Death" sono semplicemente degli evergreen che mandano in visibilio tutto il pubblico, e nonostante qualche problema di suoni in "Be My Baby", sulla quale la chitarra "fischia" durante i riff, il trio dà la solita lezione su cosa vuol dire meritarsi il posto da headliner. C’è spazio anche per qualche brano meno noto alla gran parte dei presenti, ad esempio "I Got Mine" o "Cradle To The Grave", e anche per qualche ottimo pezzo più recente, come la tellurica "Rock Out" e il macigno "In The Name Of Tragedy". Le conclusive "Ace Of Spades" e "Overkill" sono l’ennesima dimostrazione che i vecchi dinosauri sono ben lontani dall’estinguersi. Chapeau!

Nota: peccato per il taglio di "Bomber", brano presente nella scaletta ufficiale ma non eseguito.

Tracklist:

Iron Fist
Stay Clean
Be My Baby
Rock Out
Metropolis
Over The Top
One Night Stand (plus guitar solo)
The Thousand Names Of God
I Got Mine
Cradle To The Grave
In The Name Of Tragedy (plus drum solo)
Just Cos’ You Got The Power
Going To Brazil
Killed By Death
Ace Of Spades
Overkill

Gennaro ‘Dj Jen’ Dileo 




  

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