GOJIRA: “L’Enfant Sauvage” traccia per traccia!

Pubblicato il 12/06/2012

A cura di Claudio Giuliani

Da quanto siamo in attesa di nuova musica da parte dei francesi Gojira? La band si è imposta sul mercato con opere qualitativamente ineccepibili (almeno tre dalla sua fondazione), fra cui l’ultimo “The Way Of All Flesh”, che li ha consegnati definitivamente ad un’ampia celebrità. Indubbia è la capacità dei quattro di scrivere buona musica, che rifugge le catalogazioni più banali già a partire dagli ottimi testi, impegnati nella salvaguardia ambientale, e che risulta spesso e volentieri appetibile per ascoltatori dei più diversi schieramenti. “Progressive metal” è come sintetizzano in due parole la loro musica, ma a noi non interessano le etichette. Interessa ascoltare queste nuove undici canzoni – tredici nell’edizione limitata – che compongono “L’Enfant Sauvage”, nuovo album di Duplantier e compagni che sarà disponibile negli scaffali dal 27 giugno grazie a Roadrunner Records. Come suona? Dannatamente Gojira! Ecco come suona. La produzione è la solita, curata, corposa talmente tanto da impadronirsi di ogni millimetro dei vostri padiglioni auricolari. Il mixaggio è perfetto: tutti i suoni sono amalgamati in maniera da fondere nel fiume delle canzoni tutti gli affluenti strumentali. La voce di Duplantier è il solito totem da seguire, con toni ora rabbiosi, ora declamatori, ora drammatici. Le canzoni dei Gojira brillano per il solito dinamismo, quella capacità innata nel non perpetrare per più di cinque secondi uno schema, tradendo la voglia di osare, sperimentare, allargare e ristringere il proprio suono a seconda dei momenti, ora pesante come un elefante, ora snello come una gazzella in fuga, specie grazie all’ottimo lavoro di chitarra ma anche grazie allo sterminato talento di Mario Duplantier dietro le pelli. A turno i musicisti, tutti, compreso il bassista, rubano la scena nel brano, proponendosi come primattori fra i non protagonisti, scambiandosi il turno a più riprese sempre all’interno delle composizioni. “L’Enfant Savage” più di “The Way Of All Flesh” esprime rabbia con toni verso la disperazione, musicata malinconicamente, specie nella seconda parte. Ma di questo parleremo meglio nella prossima recensione. Ora vediamo di svelarvi in anteprima come suonano queste nuove canzoni dei Gojira!

 

GOJIRA
Joe Duplantier − voce e chitarra
Mario Duplantier − batteria
Christian Andreu − chitarra
Jean-Michel Labadie – basso

L’ENFANT SAUVAGE
Data di pubblicazione: 27 giugno 2012
Casa discografica: Roadrunner Records

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01. Explode 6:40
L’apertura è affidata a un riff molto contorto che dopo il “Go!” di Duplantier alla voce dà il via al primo cambio chitarristico: un vorticoso groove, con il basso a pulsare prepotentemente, s’impadronisce del brano. La doppia cassa arriva subito irruente a reclamare attenzione, caratteristica saliente dei Nostri, mentre a metà pezzo la svolta: dalla carica iniziale si passa ad un rallentamento cadenzato dalla sezione ritmica che lascia la scena ad un cantato dai toni più malinconici che arrabbiati. Si prosegue così, spesso senza l’ausilio della voce, fino alla fine degli oltre sei minuti di “Explode”.

02. L’Enfant Sauvage 4:17
Il pezzo in questione è stato reso disponibile dal gruppo con largo anticipo e quindi tutti abbiamo già in mente quel fantastico inizio che investe con tutta la sua possenza il nostro ascolto. E poi è il Duplantier cantante a impadronirsi della scena, urlando di rabbia fino alla fine mentre le chitarre fischiano e il drumming va, al solito, per conto suo prima di tornare energicamente con la doppia cassa a scandire i tempi del travolgente finale. Pura maestria strumentale.

03. The Axe 4:35
Brano dall’adagio incedere, questo “The Axe”, dominato da un riff che ristagna in quanto a monotonia e sul quale il gruppo inserisce le sue classiche soluzioni, ora la sfuriata di batteria, ora un inserto di tastiera dal sapore agrodolce oppure gli stacchi melodici scanditi dalle sei corde cui si abbina una voce più soft. Il finale, complice un’altra sequenza chitarristica ripetuta a oltranza e di imponente levatura, è claustrofobico.

04. Liquid Fire 4:18
È al solito l’accoppiata batteria-chitarra a scandire i tempi dei brani nei Gojira e “Liquid Fire” non fa eccezione con il duetto iniziale che apre le danze per una canzone che, esaurita la carica iniziale, maestosamente vira su lidi più tenui, costruiti su riff lunghi e penetranti che cambiano il mood di “Liquid Fire”, mettendo in evidenza la solita rabbia di Joe dietro al microfono. Si alterna a questo mood una sequenza più energica che riporta in auge i tempi veloci e caratterizzata da un duetto vocale che al classico scream contrappone un tono robotico.

05. The Wild Healer 1:48
Intermezzo melodico di breve durata affidato a batteria, chitarra e basso, quest’ultimo in primo piano più del solito. Meno di due minuti di pura ipnosi, tanto è intricata questa canzone a livello di trame.

06. Planned Obsolescence 4:40
Ecco finalmente il blast-beat! Si parte subito a tutta velocità, riff serratissimo e batteria che va giù duro, che muta appena subentra la voce ma rimane sempre martellante. Si cambia ovviamente poco dopo, com’è nel classico stile francese. Si sa, i quattro sono incapaci di scrivere un brano secondo uno schema tradizionale e metrico. E quindi via ad una parte cadenzata, molto ispirata in quanto a pathos e coinvolgimento, con le note tirate per le lunghe e i toni rilassanti di una voce filtrata, narrante. Ma si tratta solo di una pausa: è Duplantier dietro al microfono ad alzare i toni vocali per il debordante finale a tutta velocità sorretto dal fratello dietro le pelli, velocissimo. Questo, è uno degli episodi migliori dell’intero disco.

07. Mouth Of Kala 5:51
Fin dalle prime il suono assume contorni corpulenti. Ci troviamo di fronte ad un altro classico pezzo Gojira dal suono vorticoso e avvolgente, frutto di quel combinato che chitarra ritmica e batteria mettono a disposizione di voce e chitarra solista, loro sì protagonisti della diversità dei brani, ora con la timbrica ora con gli arrangiamenti o con sequenze chitarristiche di pura natura melodica. E così “Mouth Of Kala” si adagia su ritmi mai veloci e mai troppo lenti, prediligendo un andante con l’ausilio di una voce che spesso mette da parte i toni growl per far assumere al brano un sapore più etereo.

08. The Gift Of Guilt 5:57
La qualità non decade neanche su “The Gift Of Guilt”, una traccia dominata dal lavoro di Mario Duplantier dietro le pelli che alternando ritmi che non sono mai rapidissimi, dispensa controtempi, accelerazioni, rullate e stop di pregevole fattura. Mutevole a più riprese, la traccia si caratterizza per un mood oppressivo, aprendo il trittico finale dell’album dove la rabbia iniziale si trasforma nella cupa malinconia che sempre nei classici tratti Gojira dà una sterzata a “L’Enfant Sauvage”.

09. Pain Is A Master 5:08
Non inganni la prima parte del brano, una dolce chitarra e un sussurro femminile che scompare lontano per lasciare subito la scena alle chitarre, graffianti e fischianti come mai lungo la tracklist. È la classica introduzione dei quattro transalpini al corpo del brano, un’alternanza di violenza scandita da riff crudi e roboanti colpi di batteria e di tanta melodia, quando la chitarra diviene acustica e la voce dolce, pulita, narrante con toni declamatori fino alla fine della composizione.

10. Born In Winter 3:51
É la dolcezza di un melodico arpeggio di chitarra ad iniziare “Born In Winter”, con Joe che sussurra parole che sembrano vacue, tale è la loro leggerezza e soavità rispetto al solito cantato Gojira. Fino a metà brano c’è spazio solo per sognare su questo arpeggio acustico accompagnato da percussioni che rimangono in secondo piano, di contorno fino a quando non sopraggiunge l’elettricità, adoperata però mantenendo sempre connotati di canzone lenta e buia, anche quando Mario Duplantier ruba per qualche secondo la scena con la sua tecnica, ora sì in primo piano. Brano fra i più eterei mai scritti dal gruppo.

11. The Fall 5:23
La gemma del disco è posta in chiusura. Un alone malinconico permea “The Fall”, dove il ritmo rallenta, il basso passa in evidenza a dettare l’umore della canzone. Note e riff sono lunghi, a disegnare trame oppressive e decadenti. Vien da sé che la voce  alterna parti rabbiose ad altre lamentate, tradendo un disagio interiore che viene musicalmente espresso in maniera ottimale. “La caduta”, su cui non manca la perizia degli arrangiamenti che donano dinamicità, specie nella parte centrale, torna in seguito sui toni cupi e oppressivi dell’incipit. L’urlo lanciante che scandisce il ritorno alla parte malinconica si staglierà indelebilmente nelle vostre orecchie.

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