INTRODUZIONE
A cura di Maurizio "MorrizZ" Borghi

Nel mese di giugno, affollatissimo di appuntamenti live e di festival, è oramai difficile differenziare la propria proposta dalle altre per attirare un pubblico al di fuori dei confini nazionali: le vie sono un’impronta stilistica marcata con un cartellone che si distingue dal resto, oppure, come vorrebbe il nostro regista preferito Renè Ferretti, “qualità o morte”. Il Graspop Metal Meeting pare percorrere la seconda strada, attraendo da subito con un bill impressionante, in grado di riunire i nomi del metal mainstream più grossi in circolazione pur rimanendo lontani dal concetto di festival monotematico, e offrendo una scelta imbarazzante (66 bands!) agli spettatori. L’area concerti appare veramente estesa: oltre al Main Stage il festival sfoggiava da due enormi tendoni (Marquee 1 e 2) di eguale grandezza e pavimentati in legno, fiore all’occhiello dell’organizzazione per la mostruosa resa sonora, e una tenda più piccola (Metal Dome), appena fuori l’area principale, dove si sono esibiti i gruppi minori (si parla comunque di nomi interessanti come Wolves In The Throne Room, All That Remains, Samael o The Gathering). Per cibo e bevande l’impostazione è simile ai grandi festival d’oltreoceano: se il cibo è stato gestito da un’infinità di ambulanti che circondavano l’area concerti e offrivano ogni varietà possibile e immaginabile di junk food, il beveraggio era in mano esclusivamente a tre grandi marchi, che si sono spartiti il mercato dei soft drink (Coca Cola), della birra (Jupiler) e degli energy drink (Monster). Questi ultimi si sono rivelati lo sponsor principale del festival, allestendo vicino all’area campeggio una struttura metallica con una torre che ha allietato la notte agli insonni e tolto il riposo alle tende: tra un tir e un cingolato anfibio (!) il dj sulla torretta ha demolito i padiglioni auricolari degli astanti mentre il loro sistema nervoso veniva scosso dal mix gassato di caffeina, ginseng e taurina. Unica moneta di scambio i gettoni targati GMM, una scelta forse antipatica ma che si è dimostrata ampiamente efficiente nel momento in cui, a qualsiasi ora del giorno o della notte, non è stato necessario più di qualche minuto per essere serviti da un personale quasi in esubero. Per i vogliosi di shopping il metal market ha accontentato sia coloro che cercavano di rinnovare il guardaroba, nella piccola fiera gratuita all’aperto, sia i desiderosi di musica, ospitando in un ampio stand (visitabile versando l’obolo di un gettone) con moltissime distro. Venendo al festival vero e proprio nessun appunto da muovere, le esibizioni si sono svolte con una puntualità impressionante e i problemi tecnici hanno rasentato lo zero assoluto, gli accavallamenti sono stati inevitabili ma vicini allo stretto necessario, e anche le signing session accanto al main stage sono state ordinatissime e puntuali, complice il grande senso civico della popolazione. Pure il tempo ha graziato il Graspop Metal Meeting con tre splendide giornate di sole… che volere di più?
PAPA ROACH
Il primo dei gruppi a cui riusciamo ad assistere sono i Papa Roach, protagonisti sul Main Stage nel pomeriggio più rovente (in senso metereologico) della manifestazione. Come racconta il titolo del loro ultimo album (“Metamorphosis”) il gruppo appare incredibilmente trasformato, andando a calzare i panni dei rocker da Sunset Boulevard sia nell’estetica che nei contenuti. La formazione resta sempre materiale da MTV, ma le nuove “Hollywood Whore” e “Lifeline” sono piacevoli anche accostate ai classici come “Broken Home”, e stanno a pennello tra i Buckcherry e gli headliner Motley Crue, in una esibizione di 45 minuti riescono ad intrattenere bene senza superare i propri limiti fisiologici. Reinventati in maniera riuscita.

EXODUS
Le leggende del thrash di Frisco infiammano il Marquee 2 con una performance sopra le aspettative: la resa sonora del tendone è mostruosa per suoni (potenti e cristallini) e volumi (degni di nota), aggiungiamo la prova brillante della formazione e come risultato è servito il primo mosh consistente a cui abbiamo il piacere di assistere. L’esibizione si articola su una setlist molto varia, che va a pescare da tutto il repertorio della ventennale carriera degli Exodus. Si parte da “Iconoclasm” e si prosegue coi col meglio del meglio, ovvero “Funeral Hymn”, “Blacklist”, “A Lesson In Violence”, “War Is My Sheppard” e le altre, con “The Toxic Waltz” in conclusione. Indimenticabili i pantaloncini a stelle e strisce del frontman Rob Dukes, sempre monolitico e incazzato come non mai, un frontman dalla presenza scenica assicurata… gli Exodus ci sono ancora.

SOULFLY
Si torna sul Main Stage, dove un pubblico immenso si raccoglie per rendere omaggio all’icona Max Cavalera, pronto ancora una volta a radunare la sua “tribù” nel metal tribale dei Soulfly. L’entrata del santone non è delle migliori: durante la terna iniziale composta da “Blood, Fire, War, Hate”, “Prophecy” e “Back To The Primitive” rimane ingobbito con gli occhi chiusi davanti al microfono, indossando un felpone pure sotto il sole cocente! Cavalera comincerà a svegliarsi, e con esso l’audience, a metà scaletta, durante il classico irrinunciabile dei Sepultura “Refuse/Resist”. Impeccabile come sempre Rizzo, che si dimostra un chitarrista coi fiocchi, calci volanti inclusi. Tolta la felpa Max apre anche gli occhi, e comincia a dare il meglio di sé chiamando un fan sul palco per coinvolgerlo nella ormai classica jam di percussioni, che apre la via alla parte più interessante dell’esibizione, dove vengono eseguite nell’ordine “Warmageddon”, “Desperate Cry”, “Propaganda” e “Fall Of The Sycophants”, e c’è tempo per la solita comparsata del figlio di Max. Dopo il break “Roots” e “Eye For An Eye” suggellano il successo annunciato di uno dei pilastri della scena. Quasi ci dimentichiamo: Max si è messo a posto i denti!

STATIC-X
Chi scrive, pur essendo un grande estimatore del quartetto industrial metal, non aveva l’occasione di vedere gli Static-X dalla loro toccata-e-fuga milanese del 2001, in supporto agli Slipknot. Vederli sul Marquee 2 è un piacere immenso: Wayne Static è del tutto immutato sia nella sua buffa estetica che nelle movenze sceniche, e resta eretto davanti all’asta del microfono con un ventilatore che gli fa muovere i vestiti, quasi come fosse vittima di una continua scossa elettrica (l’unica cosa che giustificherebbe il suo taglio di capelli), e anche Campos e Fokuda non son cambiati di una virgola. Anche se qualcuno non capisce l’estro dei losangelini, e lascerà il tendone dopo qualche pezzo, la maggior parte del pubblico si lancia in danze sfrenate sulle note della “evil disco”, scatenandosi sui brani che hanno segnato il percorso del gruppo come le esilaranti “I’m With Stupid” e “Loser”, le energetiche “Push It” e “This Is Not” o le più cadenzate e melodiche “Cold” e “Black And White”. La trasposizione live incredibilmente fedele agli originali ed estremamente energica, e la ciliegina sulla torta è senza dubbio Tera, la mogliettina di Wayne che, sul retro, si esibisce in coreografie danzerecce a poppe al vento, mostrando le proprie grazie e portando alla band uno shot di Jagermeister tra un pezzo e l’altro. Vorremmo vederli più spesso!

DOWN
Headliner del “Marquee 2”, quando il sole è calato quasi del tutto i Down hanno dovuto spartirsi il pubblico nientemeno con dei colossi chiamati Dream Theater, impegnati nella stessa identica fascia oraria (22.40 – 23.55). Si fa comunque fatica a infilarsi e scorgere i signori del southern, ma si viene lo stesso attratti dal loro feeling amaro e malinconico, che segna con un accento grave la giornata, dedicata a gruppi ben più festaioli (vedi i loro predecessori o gli headliner assoluti, i Motley). L’ora concessa ai redneck di New Orleans è più che sufficiente per ribadire il loro spessore, ben oltre la sfera del progetto parallelo. Gli occhi sono, come sempre, per un Phil ritornato a sorpresa al look di Vulgar, che anche se sembra molto confuso e non risparmia vaneggiamenti tra una song e l’altra riesce a regalare una performance degna, sorretto da comprimari praticamente perfetti. Unica definizione per il pubblico: “in adorazione”. Chiunque è pronto a cantare, a rispondere a ogni richiesta della band, ad applaudire, a sgolarsi. Un successo meritato insomma, anche se sorgono perplessità sull’effettivo stato di salute mentale di Anselmo, sempre in bilico tra il “ci è” e il “ci fa”. Un consiglio? Godeteveli lo stesso.

MOTLEY CRUE
Quando il buio si è impadronito del cielo di Dessel, graziando i corpi maltrattati dal sole, l’intera popolazione del festival (è escluso qualche “troppo entusiasta” che giace esanime in mezzo alla polvere) si raduna davanti al Main Stage per salutare i rockers più arrapati e lussuriosi del pianeta. Sebbene quasi tutti fossero esausti (per il trasferimento o per una giornata decisamente densa e sopra le righe) l’attesa era grande, ma sfortunatamente il disappunto è stato proporzionale. Cosa non è andato liscio? Certo, è sempre un piacere vedere Vince, Nikki, Tommy e Mick insieme sul palco, e i vecchi classici sono quasi imperdibili, ma non è la stanchezza a compromettere tutto. Dopo pochi pezzi si capisce come la band sia completamente slegata e il feeling tra i componenti del gruppo sia totalmente assente, e il risultato è uno show fatto di un protrarsi di partenze e brusche frenate, senza un filo conduttore e incapace di generare trasporto. Le pause tra un pezzo e l’altro sono lunghissime, e i discorsi di Tommy Nikki e Vince come l’assolo di Mick risultano completamente inutili. Anche la parte visiva, dedicata a un ammasso di corpi rigonfi di silicone, scade presto nella ripetitività e nel cattivo gusto. Ma la parte peggiore è la resa del quartetto, affossata da un Vince Neil gonfio e svogliato, che in più di un’occasione ha maltrattato le pietre miliari della band come le nuove hit “Saints Of Los Angeles” e “Motherfucker Of The Year”. Davvero un peccato chiudere in questa maniera.

BLACK STONE CHERRY
Si parte male sabato. Arrivati nell’arena l’annuncio dell’assenza dei Killswitch Engage genera grande risentimento: a molti infatti non sarebbe affatto dispiaciuto assistere al set della formazione, sperando in qualche pezzo nuovo. Il pubblico è consolato, in maniera eccellente bisogna sottolineare, dai giovanissimi Black Stone Cherry, autori di una prova superlativa e inaspettata. Un live set fresco ed energico li pone di diritto al centro dell’attenzione, con la voce di Mike Robertson ad incantare i presenti nel mix riuscito di rock da classifica e influenze southern, e l’headbang del biondo Ben Wells a donare maggiore energia. Impossibile non fermarsi a guardare: anche se molti dei presenti non conoscevano affatto il quartetto del Kentucky l’occasione è stata colta al volo dalla band, ennesimo bersaglio centrato dai talent scout della Roadrunner Records.

MASTODON
Il tempo, contro ogni aspettativa, rimane più che favorevole, e complici gli orari sballati dall’assenza dei KSE riusciamo ad arrivare nelle prime file per assistere alla performance dei Mastodon. Orario indegno per una formazione agli apici del successo e della creatività, ma il quartetto di Atlanta la prende sportivamente, sfoderando un live set coi fiocchi. A parere di chi scrive i Mastodon sono, attualmente, la cosa migliore che vi possa capitare se siete appassionati di metal: la loro mistura di sludge e progressive ha raggiunto vette elevatissime e la performance dal vivo riesce a catapultarvi, come se foste su disco, nel loro turbine di note e sensazioni, riproposte nel loro feeling molto sudista, digrignando i denti e facendo headbang pur se coinvolti tutti e quattro sia nelle parti strumentali che nel cantare, senza necessitare di nessun tipo di effetto scenico. Il set è composto da “Oblivion”, “Crack The Skye”, “The Wolf Is Loose”, “Colony Of Birchman”, “Bladecatcher” e l’immancabile “Blood And Thunder”, e siccome il tempo non sembra mai esser sufficiente per glorificare tanta grandiosità, ci godiamo i volti espressivi dei quattro ogni intensissimo minuto, e non possiamo che esaltarci ancora oggi e attenderli, in maniera impaziente, in un ambiente più intimo e con più tempo a disposizione.

PARKWAY DRIVE
Alle 16:00 il sole comincia a bruciare la terra, si può quindi facilmente immaginare la situazione sotto il tendone “Marquee 2”, dov’è quasi impossibile accedere per assistere all’esibizione dei Parkway Drive. L’affollamento e il caldo asfissiante rendono ancora più brutale il metalcore degli Australiani, che forti del sostegno incredibile del pubblico e del suono cristallino e potente riescono facilmente a centrare il bersaglio: è così che i migliori proiettili di “Killing With A Smile” e “Horizons” vanno a dilaniare un pubblico giovane e compattissimo, che si sgola su “The Siren’s Song”, “Smoke ‘Em If Ya Got ‘Em” o “Romance Is Dead”. Il frontman Winston McCall quasi ha bisogno di pizzicarsi per credere all’eccessiva risposta della folla, mentre il resto della band ce la mette tutta per gettar benzina sul fuoco dannandosi e correndo da una parte all’altra del palco, fino al finale di “Carrion”, che suggella un’esibizione che rimarrà nei cuori della band per lungo tempo.

HATEBREED
Tocca agli hardcorer del Connecticut salire sul main stage, e da subito si capisce che Jasta ha un piano ben preciso: mettere a ferro e fuoco l’intero campo del Graspop. “Doomsayer” apre le danze per un vero e proprio girone infernale, contraddistinto da un mosh estremo, circle pits in ogni dove, anche lontani dal palco, urla degeneri e l’immancabile wall of death. La credibilità non manca agli Hatebreed, ed è facile perdere il controllo con bordate come “A Call For Blood”, “Beholder Of Justice” e “Destroy Everything”. Per non sorpassare i limiti della sicurezza personale è Jasta a prendere in mano la situazione, dirigendo il pubblico in manifestazioni meno cruente, chiedendo di alzare le braccia e muoverle a tempo, o di far sventolare in aria le magliette all’unisono. Gli Hatebreed, manco a dirlo, sono compattissimi e dal vivo hanno pochi rivali quando si parla di efferatezza e di pura potenza. Gli episodi più famosi come “Live For This”, “This Is Now” e “I Will Be Heard” sono oramai degli inni che trasportano tutti e fanno alzare i pugni in alto. Gli occhi di Jasta brillano sotto il suo bandana nero, il campo di battaglia è conquistato, niente prigionieri.

KORN
Cos’è rimasto dei Korn? Persi Head e Silveira nei meccanismi dello showbiz sul palco rimangono un cantante sovrappeso, un bassista in crisi d’identità che prova a salvarsi nella fede e un chitarrista dagli occhi spenti che pare aver perso completamente il controllo, sopraffatto da sostanze poco raccomandabili. Il contorno è fatto di turnisti coi fiocchi, contratti milionari e i brani che li han resi famosi. Non c’è traccia dei brani recenti nella setlist dei Korn (“Coming Undone” è l’unica eccezione), aggrappati con le unghie al loro periodo migliore, dove avevano personalità, stile e una forte alchimia tra i membri del gruppo. Oggi tutto è spento e senz’anima, anche il groove di “Blind”, “Fake” e “Helmet In The Bush” è spompato, anche “Freak On A Leash” è stemperata nella seria impostazione vocale che ha oggi John Davis, e tutto si fa più grottesco negli orrendi episodi di “We Will Rock You”, “One” e nella conclusiva “Another Brick In The Wall”. Continuano per inerzia, senza una vera motivazione, e si percepisce in maniera molto chiara.

LACUNA COIL
Alle 23:30 il “Marquee 1” ospita i Nostri Lacuna Coil, freschi di uno “Shallow Life” che segna il definitivo distacco dalle origini goth per spiccare il volo verso le sonorità più moderne e ficcanti in cui i milanesi sembrano del tutto a loro agio. L’accoglienza del pubblico belga è ottima, e da subito i Lacuna Coil dimostrano di essere una realtà del tutto consolidata a livello internazionale. L’apripista “To The Edge” sotterra anche i Korn nei suoi groove chitarristici e garantisce una partenza bruciante, dove i frontman mostrano tutta la loro grinta. Se Cristina è vocalmente ed esteticamente in forma splendida lo stesso, sfortunatamente, non si può dire del collega Andrea Ferro, autore di una performance imbarazzante e quasi indegna, che va a complicare uno show che aveva tutti i presupposti per essere un successo. “I’m Not Afraid”, “I Wan’t Tell You”, “Not Enough” e il singolo “Spellbound” rappresentano degnamente l’ultima fortunate uscita discografica, il concerto è poi completato da tutti i successi della formazione, compresa l’amatissima cover di “Enjoy The Silence” e la conclusiva “Our Truth”.

SLIPKNOT
Nemmeno il tempo di una birra e gli Slipknot stanno già per calcare il palco, sotto le note della doppia intro “Iowa” e “742617000027”, che li vede immobili sul palco per più di un minuto. E’ con “(sic)” che il concerto comincia realmente, gettando tutti immediatamente nel delirio percussivo dell’incredibile debutto discografico dei mascherati. Artefici di uno show oramai rodato e lontano dalla pazzia sconnessa e degenerata degli esordi, gli Slipknot hanno tutto sotto controllo e riescono a dosare le forze per riproporre fedelmente sia i pezzi più vecchi e contaminati (“Eyeless”, “Wait And Bleed”, “Get This”) che i nuovi inni come “Before I Forget”, “Sulfur” o “Dead Memories”. Se non fosse per Jim Root, che mette un po’ di pepe spaccando una chitarra e un sampler, e per i pezzi nuovi, lo spettacolo sarebbe stato assolutamente identico a quello di novembre al Palasharp. Non che ci dispiaccia, sia chiaro, ma forse li preferivamo completamente fuori controllo. Assistere ad un concerto degli Slipknot rimane tuttavia un piacere, soprattutto grazie al contributo di Corey Taylor, frontman magnetico, di Joey Jordison, incredibile dietro le pelli, e del clown Shawn Crahan, carismatico anche con un ruolo totalmente marginale. Facilmente saranno i migliori headliner di questo Graspop Metal Meeting.

LAMB OF GOD
Il giorno conclusivo del re dei festival belgi offre un piatto tanto ricco da relegare dei big quali UFO e Lamb Of God ad orari indegni: facciamo in tempo ad arrivare nell’arena per l’esibizione del gruppo di Ritchmond Motherfuckin’ Virginia, che accetta la sfida di calcare il palco alle 12.55, con l’umiltà e la professionalità che da sempre li ha contraddistinti. Con l’impianto luci scatenato anche sotto il sole cocente è un lungocrinito Randy a salutare la folla con un “What’s up Belgium!?”, sulle note di “The Passing” e “In Your Words”. Anche se la folla non è oceanica sono in molti a non volersi perdere i LOG, che confermano una forma eccellente sotto tutti i punti di vista, regalando spunti per una sana attività fisica ai metalhead in post sbronza con immancabili circle pit, crowd surfing e mosh incessante. Durante “Black Label” si consuma anche l’irrinunciabile wall of death, quasi a stremare dal principio un audience affezionatissima che si consuma sotto i colpi di “Set To Fail” e “Redneck”, tra le altre. Un gruppo rabbioso, preciso, potente e vizioso, che non ha più nulla da dimostrare. Dopo 45 minuti tutti realizzano come sia davvero un paradosso vederli relegati all’ora di pranzo.

TRIVIUM
Ai Lamb Of God succedono, sul palco principale, i giovani protetti di casa Roadrunner, oramai pronti a camminare con le loro gambe. Perché è ovvio che il termine retro-metal sta stretto a una band come i Trivium, che con l’ultimo “Shogun” ha dimostrato di avere maturato una certa personalità, oltre ad aver conquistato una degna mole di sostenitori. Eccoli dunque esibirsi, come oramai siamo abituati a constatare, in uno show senza sbavature, che ospita i pezzi migliori della breve carriera degli under 25. “Rain”, “Kirisute Gomen”, “Throes Of Perdition”, la stupenda “Down From The Sky” e l’ormai classico “Gunshot To The Head Of Trepidation” si susseguono in uno spettacolo rodatissimo e impeccabile, che vede come unica novità rilevante il taglio corto dei capelli di Paolo Gregoletto (basso), per qualche minuto scatenato protagonista in mezzo al pubblico. L’acerbo debutto su Lifeforce è sempre più un lontano ricordo.

DEVILDRIVER
Ci si sposta nel “Marquee 2”, nonostante il caldo asfissiante, per la performance dei Devildriver. Sotto l’effige del gufo cornuto, artwork di copertina dell’ultimo capolavoro “Pray For Villains”, i re del circle pit sono pronti a mettere a ferro e fuoco il terreno belga, forti della costanza ammirabile e della passione incorruttibile sfoggiata in quattro pubblicazioni, come sempre guidati dal contagioso e carismatico Dez Fafara. Dopo sei anni on the road i californiani sono praticamente impossibili da scalfire, il loro show infatti è quanto di meglio riuscirà ad offrire una giornata pur ricca di pesi massimi. La differenza la fa lo spirito e la devozione, alla musica come al pubblico, che fa scorrere nelle vene della formazione il Sacro Fuoco, e trasforma ogni apparizione del quintetto in uno spettacolo da ricordare. Inutile elencare i brani eseguiti, basti sapere che non c’è stato attimo di tregua, e che solo il caldo impossibile e qualche sfortunato infortunio hanno impedito a pochi, loro malgrado, di abbandonare lo spettacolo. I circle pit, più volte richiesti da Dez, si moltiplicano in un rituale che fonde la band col pubblico in una maniera che molti gruppi, anche dopo carriere decennali, si sognano di poter creare. Ancora una volta siamo costretti ad ammettere che i Devildriver sono riusciti a migliorarsi, in un’ascesa che ha pochi eguali.

DISTURBED
Torniamo sul palco principale, dove sono attesi con impazienza i Disturbed, forti del successo dell’ultimo “Indestructible”. Per chi ha assistito, come chi scrive, alla recente performance del gruppo all’Alcatraz, tutto sembra un lunghissimo dejà vu. Dispiace constatare, infatti, che tutti i difetti elencati nel concerto meneghino sono purtroppo da segnalare in questa esibizione leggermente più corta. Togliendo infatti il medley e l’assolo di batteria la scaletta è del tutto identica, come identiche sono le stecche di Draiman sui ritornelli – sottolineate da un volume esagerato del suo microfono – e gli abusi di parti pre-registrate in più occasioni. Al pubblico, inoltre, è destinato lo stesso trattamento, al confine con la freddezza. Rimane un mistero come il gruppo, anche se forte su disco, possa continuare a crescere negli States sino agli attuali mastodontici livelli con una proposta carente su più di un lato… anche stavolta non ci hanno impressionato per nulla.

NIGHTWISH
Come accaduto nei giorni precedenti con Korn e Heaven And Hell, tocca ai Nightwish raggruppare una folla immensa ed esibirsi davanti ad un pubblico quasi maggiore e sicuramente più energico degli headliner. Annette è ancora colei che attrae l’attenzione di tutti: la pesante eredità di Tarja non ha ancora schiacciato la nuova frontwoman, ora bionda e con qualche kg in più, che sfida i detrattori col sorriso. Si parte con “7 Days To the Wolves”, per iniziare un viaggio nei brani più noti della formazione, che pare attrarre un po’ tutti con i classici di una carriera costellata di successi. La diversa impostazione di Annette non le impedisce di spiccare il volo anche nei passaggi più difficili, dove sostenuta dal gruppo e dalle trovate sceniche (in realtà non più di qualche esplosione e qualche fiammata) mantiene alta l’attenzione. Fanno esplodere il pubblico solo le arcinote “Wishmaster” e “Nemo”, in un concerto abbastanza lungo che gran parte delle persone si gode seduto sull’erba nelle retrovie, fino allo scoppiettante finale con“Dark Chest of Wonders” e “I Wish I Had An Angel”. Un gruppo rinnovato, che riesce agevolmente a spostarsi su nuovi lidi sbarazzandosi di un’ingombrante passato.

MARILYN MANSON
Ultima sera, ultimo headliner. Il pubblico si raduna, alle 23.00, per assistere all’ultima incarnazione del Reverendo, da poco riunitosi con una storica presenza, quel Twiggy Ramirez che ha segnato i suoi successi più scintillanti. Dell’Anticristo Superstar però c’è solo un’immagine sbiadita, quella che si trascina dall’ultimo “The High End Of Low”, tra qualche polvere poco raccomandabile e un bicchiere di Masinthe (il suo assenzio di terz’ordine). Lo show vuole inscenare le riprese di un film, con finte truccatrici tra una canzone e l’altra e addetti alle luci sul palco; la scaletta ovviamente paga tributo all’ultima e poco ispirata uscita discografica. Le idee ci sono insomma, è la sostanza a latitare del tutto: Manson è completamente sfatto, biascica e sputa come non mai, si trascina in una performance imbarazzante, senza un briciolo di quell’energia che brulicava nelle sue passate scandalose esibizioni. Dopo un disco davvero mediocre la sua salute attuale sul palcoscenico trascina l’icona nel crepuscolo più assoluto, e il pubblico, stanchissimo, assiste in silenzio allo spettacolo involontariamente drammatico. Un Ramirez del tutto anonimo e “in ombra” non può far nulla per risollevare quello che sarà, all’unanimità, il concerto peggiore della tre giorni. Trent Reznor non ha mai avuto tanta ragione: “Era il più intelligente della classe. Ora è un clown sballato”.

