A cura di Giovanni Mascherpa
Ne ha fatta di strada Gus G, nome d’arte di Kostas Karamitroudis, un tempo solo chitarrista/tastierista dei Firewind, diventato uno dei punti di riferimento per tutti i chitarristi metal sparsi per il globo con l’entrata in pompa magna nella band solista di Ozzy Osbourne. Gus è una di quelle menti libere e volitive capaci di superare con la forza del talento, della volontà, dell’immaginazione, limiti geografici e sociali che di norma assuefanno lo spirito alla mediocrità e quindi tarpano le ambizioni di molte persone. Dalla Grecia agli Stati Uniti, quindi il ritorno in Europa, e infine un rimpallo continuo tra i cinque continenti, come si conviene agli uomini che vivono velocemente e avidamente l’esistenza, lo hanno portato ad essere un musicista affermato e influente nel panorama musicale odierno. Alla ricerca di nuove sfide per se stesso, Gus l’anno scorso ha dato un seguito all’esordio da solista “Guitar Master”, vecchio di ben tredici anni e interamene strumentale, per dare alla luce un lotto di canzoni dedicate a sonorità hard rock ed heavy metal classico con “I Am The Fire”. Appena dopo la sua pubblicazione, Gus ha intrapreso il suo primo tour solista, durante il quale si è rimesso immediatamente all’opera e, approfittando di un periodo di fertilità compositiva, si è ritrovato in pochi mesi con un altro album completo! Come accaduto per la precedente release, anche “Brand New Revolution” vede la partecipazione di un nutrito contorno di guest alla voce: Jacob Bunton (Adler, Lynam), Jeff Scott Soto (Talisman. Journey), Mats Levén (Candlemass, Yngwie Malmsteen, Therion), Elize Ryd (Amaranthe). Sono della partita anche Marty O Brien (Lita Ford) al basso e Johan Nunez, compagno di Gus nei Firewind, alla batteria. Ad alcune settimane dall’uscita ufficiale nei negozi e in digitale, abbiamo avuto la possibilità di ascoltare quello che Gus e i suoi scudieri sono riusciti a combinare, in quello che appare come un disco di hard rock/heavy metal tradizionale, ma con una forte attenzione per suoni robusti e moderni. Ecco il nostro track-by-track, a cui segue un breve report del concerto acustico tenuto da Gus G. e Mats Levén presso il Ramones Museum di Berlino, a margine dell’incontro con la stampa internazionale (potrete leggere l’intervista rilasciata a Metalitalia.com dai due musicisti prossimamente).
GUS G. – “Brand New Revolution”
Etichetta: Century Media
Data di pubblicazione italiana: 24 luglio 2015
www.gusgofficial.com
01 – THE QUEST (04:28)
L’opener del disco è l’unica traccia in cui Gus G. lascia sfogare liberamente le sue voglie di shredder. Si tratta di un cadenzato piuttosto duro, inframmezzato dai solo neoclassici del chitarrista greco. Poco oltre la metà, le velocità si elevano, consentendo alle melodie di prendere nuovo slancio e dipingere un quadro sonoro fastoso, in linea col power metal professato dai Firewind. Un delicato arpeggio fa quindi digradare il pezzo verso una soffusa chiusura. Una discreta partenza.
02 – BRAND NEW REVOLUTION (03:21)
La title-track cambia quasi completamente registro, indirizzando il disco verso quello che sarà poi il suo mood prevalente. Apprezziamo in questo caso un classico hard rock, lineare e martellante, sorretto da un riff tanto semplice quanto riuscito. Si sente come Gus cerchi di mediare fra le sue influenze principali – hard rock ed heavy metal Anni ’70 e ’80 – e il contesto in cui si è trovato ad operare maggiormente in carriera, ovvero quello di un power metal moderno e dai suoni carichi e cromati. Ottime le linee vocali di Jacob Bunton, il primo dei singer a bordo ad entrare in scena: l’accenno di falsetto nel refrain impreziosisce un brano che sarà uno degli highlight nelle scalette dei prossimi tour.
03 – BURN (02:57)
Un riff stoppato e groovy introduce “Burn” – nulla a che vedere con l’omonimo cavallo di battaglia dei Deep Purple – dove il tentativo di aggiornamento del sound secondo un’ottica “moderna” prende ancora più piede. Il cantato di Bunton si fa saltellante e la voce si incattivisce leggermente: compaiono pure brevi spezzoni di voci filtrate, mentre a livello ritmico non mancano aperture in doppia cassa. L’andamento generale, in definitva, si mantiene su un numero di bpm non molto inferiore a quello di un classico brano power metal. Gus esce di prepotenza dallo spartito con un assolo quasi in chiusura molto tecnico e sviolinante. Traccia breve ed efficace.
04 – WE ARE ONE (03:59)
Nuova canzone appannaggio di Bunton, impegnato stavolta in atmosfere quasi romantiche e vicine a un feeling settantiano. La produzione molto pompata ci ricorda la decade in cui ci troviamo, Gus tiene sempre abbastanza serrato il riffing anche nelle fasi più rilassate, fino al chorus estremamente catchy. Notiamo con piacere come il mastermind riesca a convogliare le sue smanie virtuose in composizioni tutto sommato essenziali, con le lead vocals lasciate libere di agire e la sei corde a prendersi i suoi spazi senza soffocare il respiro melodico della traccia. Il retrogusto generale è quello dei Masterplan con Lande dietro il microfono, un’impressione che salterà alle orecchie anche in altri punti della release.
05 – WHAT LIES BELOW (03:59)
Gus G. sperimenta leggermente nel quinto episodio di “Brand New Revolution”: “What Lies Below” vede la presenza alla voce di Elize Ryd degli Amaranthe, e non è l’unico elemento di discontinuità col resto del disco. Vengono alternati segmenti groovy, quasi “panterizzati”, ad altri molto soffici, impreziositi da arrangiamenti tastieristici ed elettronici. La Ryd fornisce una prova cangiante, fra tonalità femminee suadenti, algidi filtri vocali, urla frantuma-pentagramma. Si trovano qui alcuni dei riff più pesanti dell’opera, alternati a stacchi molto eterei. Connubio interessante, anche se a nostro parere inferiore ai pezzi tipicamente hard rock altrove proposti.
06 – BEHIND THOSE EYES (03:56)
Semi-ballad ingentilita da arpeggi acustici e trame chitarristiche meno esasperate. Alla voce c’è ancora una volta Jacob Bunton, che fa buon uso della sua estesa vocalità per ammansire a sua volta il registro sonoro e condurci all’interno di una metal song pacata e dal feeling tenuemente malinconico. Lo svolgimento è lineare, con pochi sussulti al di là dell’indovinato, seppur un po’ telefonato, refrain. Gus non dà particolarmente spettacolo, limitandosi anche negli assoli. Intermezzo piacevole, ma non si tratta sicuramente di uno dei punti salienti del full-length.
07 – GONE TO STAY (03:21)
Dopo una doppietta più rilassata, serve un scossone, che prontamente arriva con la comparsata di un altro musicista presente nel precedente “I Am The Fire”. E’ la vocalità sanguigna di Jeff Scott Soto l’elemento cardine di “Gone To Stay”, mid-tempo maschio e diretto dove il celebre singer si muove con misurata cattiveria, proponendo linee più accattivanti nel bridge invece che nel refrain, non così esplosivo come altri di “Brand New Revolution”. Anche la chitarra rimane un po’ sulle sue, fungendo da accompagnamento alla voce senza troppi svolazzi. Brano brillante in apertura, prevedibile nel proseguo.
08 – ONE MORE TRY (03:46)
Siamo al cospetto di una ballata vera e propria, a tutti gli effetti quanto di più soft possiate trovare nel terzo capitolo discografico a firma Gus. G. Bunton ammorbidisce ulteriormente la sua vocalità, muovendosi beatamente fra arrangiamenti di gusto quasi psichedelico e una serena leggerezza. Pochi i sussulti, come per “Behind Those Eyes” sembra di ascoltare un discreto esercizio di stile con poca anima. Anche in questo caso, Gus non dà spettacolo con il suo strumento prediletto, e nonostante non si possa parlare di un pezzo brutto, non viene una voglia matta di riascoltarlo.
09 – COME HELL OR HIGH WATER (03:11)
Un po’ perplessi da alcune tracce assemblate più con mestiere che con classe, Gus rialza la testa perentoriamente con “Come Hell Or High Water”. Mats Levén, alla voce in tre delle ultime quattro canzoni, riveste di una timbrica quasi alla Robert Plant una manciata di minuti all’insegna di un hard rock scoppiettante ed energetico. Se dal punto di vista ritmico si poteva magari osare qualche soluzione meno scontata – basso e batteria si limitano al compitino per l’intera durata del disco, a dire il vero – i botta e risposta del singer con il coro quasi scanzonato che integra il refrain, e gli assoli imbizzarriti di Gus confezionano uno degli spaccati meglio riusciti di “Brand New Revolution”. E’ evidente come su schemi più vivaci l’axeman reclutato da Ozzy nel 2009 abbia la mano sicura e denoti idee brillanti, mentre debba ancora trovare la chiave di volta per rendere interessanti le soluzioni di minore impatto.
10 – IF IT ENDS TODAY (03:01)
Eccola qua, la nuova parentesi “alla Masterplan”: sfruttando prima le tonalità basse di Levén in avvio, poi quelle medio/alte, il pezzo si muove tra schitarrate quasi sleazy rock – con tanto di coretto di supporto – e melodie più sofisticate. In quest’ultimo caso, viene in mente proprio la band di Lande, Kusch e Grapow all’epoca dell’esordio omonimo. Gus G. sfodera un riffing tagliente, e come oramai ci ha abituato in questo full-length non va a cercare soluzioni ritmiche molto complesse. Bada al sodo, in poche parole. Si concede però qualche “sviolinata” ad effetto negli assoli, e possiamo dire che forse è qui che piazza i migliori dell’intero disco. Un altro brano convincente, tra quelli che più facilmente resteranno in testa dopo i primi ascolti.
11 – GENERATION G (03:08)
Titolo curioso, quasi a richiamare un inno generazionale rivolto ai coetanei del musicista originario di Salonicco. Torna Jeff Scott Soto a impossessarsi del microfono, e si lancia in un’interpreazione molto accorata, pienamente all’altezza dei suoi normali standard. Divincolatasi da un’apertura modernista, con un leggero retrogusto digitale memore dei Queensryche di “Rage For Order”, “Generation G” veleggia sui terreni dell’hard rock moderno, con un occhio rivolto agli stilemi tradizionali e un altro a una – tiepida – spinta evolutiva. Tastiere avvolgenti e il tono diremmo “serioso” con cui viene affrontato da Scott Soto l’anthemico refrain possono ricordare gli Ark dell’impareggiabile “Burn The Sun”, ma è una piccola suggestione emozionale, nulla più. Altra canzone convincente.
12 – THE DEMON INSIDE (05:21)
Quel pizzico di coraggio mancato in alcuni frangenti di questa release viene tirato fuori da Gus proprio con la traccia conclusiva, la più lunga tra quelle proposte. Ed è anche una delle migliori, a conti fatti, perché Levén, come il titolo suggerisce, forza il suo inconfondibile timbro ad assumere una forma abbastanza cupa, quella che abbiamo avuto modo di conoscere soprattutto con la sua militanza in Krux, Candlemass e, per i pochi che hanno avuto il piacere di sentirlo, l’unico disco a firma Amaseffer, “Slaves For Life”. Anche la fase solistica rinuncia all’ipercinetismo, si dipana con una certa calma, come se non volesse infrangere un’atmosfera malinconica e amarognola. Gus ha l’intelligenza per mettersi al servizio del suo cantante, concedendogli di interpretare le lyrics in piena libertà, senza rinunciare a possibilità espressive per dare spazio a esplosioni di onanismo tecnico, che qua dentro proprio non troverete.
Gus G.-Mats Levén – Ramones Museum, Berlino, 12/06/2015
Al termine di un lungo pomeriggio di interviste, nel pittoresco museo dedicato ai Ramones nella zona centrale di Berlino, Gus G. e Mats Levén hanno intrattenuto una manciata di avventori, tra metallari e non, in un divertente set acustico di circa un’ora. Non si è trattato di un concerto tradizionale, come potete ben immaginare, e non solo perché i due sono abituati ad esibirsi con la corrente attaccata. Le dimensioni molto raccolte del museo, piccolo ma molto ben allestito e colmo di abiti di scena, flyer, foto d’epoca, dischi, poster, qualsiasi altro oggetto possa venirvi in mente collegato alla storica punk band, hanno creato le condizioni per un clima molto amichevole, quasi domestico, come se questi due blasonati artisti si stessero esibendo in una casa privata. I due non sono apparsi affatto annoiati e irritati dall’aver passato buona parte della giornata a rispondere ai quesiti dei giornalisti invitati, e l’impressione di grande sintonia l’uno con l’altro avuta durante la mezz’ora di chiacchierata di qualche ora prima ci è stata confermata dall’interazione sullo stage improvvisato del Ramones Museum. Appollaiati su due sedie di quelle che si usano al bancone dei bar, entrambi con la chitarra in mano e Levén a occuparsi di tutte le lead vocals, con Gus impegnato solo alla seconda voce, i Nostri hanno ripercorso una parte del repertorio di Firewind e della carriera solista di Gus. Le canzoni, riarrangiate in questa forma più spoglia, hanno sfoggiato qualità inaspettate, e l’energia messa in campo ha sopperito alla mancanza degli altri strumenti di accompagnamento, dando vita a un’esibizione molto piacevole. L’intrattenimento, oltre che dalla musica, è arrivato dalle continue battute di Levén, tra ricordi delle passate tournee con Malmsteen, a prese in giro delle tipiche espressioni utilizzate dai frontman per aizzare la folla, con Gus di fianco a ridacchiare e a fungere da spalla comica. Una serata divertente, un po’ particolare, nell’attesa di riabbracciare i due nel prossimo tour nella versione in cui siamo abituati a conoscerli.



