HAKEN: il nuovo album “Virus” traccia per traccia!

Pubblicato il 11/05/2020

A cura di Carlo Paleari

Dopo l’eccellente “Vector”, il percorso musicale degli Haken continua ad evolversi con un album che prosegue di fatto il concept iniziato nel precedente capitolo, andando a costituire un vero e proprio unicum, una sorta di doppio album da ascoltare ed assorbire nella sua interezza. Il nuovo capitolo della discografia degli inglesi di chiama “Virus”, un titolo spiazzante, terribile, alla luce dei fatti che hanno stravolto l’intero pianeta, ma, è bene ricordarlo, nulla di quello che si ascolta in quest’album ha a che fare che la pandemia che sta ancora oggi mettendo in ginocchio intere nazioni e, in particolar modo, la nostra. La storia di “Virus” parte da lontano, addirittura dal 2013, da quella “Cockroach King” presente nell’album “The Mountain”, che aveva lasciato aperti molti punti interrogativi nella mente e nella fantasia dei fan degli Haken. Noi di Metalitalia.com, dunque, abbiamo avuto la possibilità di ascoltare in anteprima questa nuova intrigante opera musicale e, per ingannare l’attesa prima della pubblicazione ufficiale, abbiamo provato a raccontarvi le nostre impressioni a caldo.

Ross Jennings – voce
Richard Henshall – chitarra, tastiere
Charles Griffiths – chitarra
Conner Green – basso
Ray Hearne – batteria
Diego Tejeida – tastiere

VIRUS
Data di uscita: 5 Giugno 2020
Etichetta: InsideOut Music
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01. PROSTHETIC (05:58)
Il riff di “Prosthetic”, teso e tagliente come una lama, parte da lontano, lo si percepisce all’orizzonte e velocemente si avvicina, lanciato come un treno che corre senza incontrare alcun ostacolo. Quando finalmente raggiunge i nostri padiglioni auricolari li percuote con scariche elettriche che richiamano tanto la precisione chirurgica del progressive, quando la furia controllata del thrash metal. La band stessa ha descritto questa canzone come un’ipotetica e virtuale collaborazione tra Robert Fripp e Jeff Hanneman: descrizione efficace che volentieri facciamo nostra. La cupa violenza metallica di “Vector” rimane qui immutata, con trame ritmiche e dinamiche che si intersecano senza lasciare scampo. Le chitarre distorte si alternano al gioco di incastri tipico dei King Crimson, mentre la voce fa il suo ingresso, filtrata e robotica. Aperture melodiche ed un uso intelligente delle tastiere completano il quadro per il perfetto biglietto da visita degli Haken del 2020 (non a caso, il brano è stato scelto come primo singolo).

02. INVASION (06:42)
Dopo un’apertura perfettamente bilanciata, il secondo brano di “Virus” inizia già a cambiare le carte in tavola. La melodia si fa frammentata, nervosa, lasciando spazio ad armonizzazioni vocali che prendono la scuola del grande progressive rock e lo scaraventano nel Ventunesimo Secolo, rileggendo la tradizione sotto una lente digitale e artificiale, moderna e spietata come una malattia che si diffonde, invisibile e letale. Voce e chitarre procedono all’unisono, perfettamente sincronizzate, come un esercito in marcia, e quando si separano lo fanno seguendo una coreografia curata e maniacale, mentre tutto intorno le tastiere disegnano dettagli con sonorità sintetiche. Una corposa sezione strumentale fatta di ritmiche sghembe e tempi dispari ci conduce ad una malinconica riflessione, accompagnata da un arpeggio di chitarra, prima di riprendere il tema centrale della canzone a chiudere il cerchio.

03. CAROUSEL (10:29)
Si alza ancora l’asticella con “Carousel” e i suoi dieci minuti di durata. Gli Haken questa volta si prendono il tempo necessario per far evolvere il brano: non una partenza in quarta, ma una lenta costruzione, che inizialmente sembra quasi ’normale’, in un album che invece vive di continue sorprese. Dove prima abbiamo parlato di chitarre e voce che procedono all’unisono, qui abbiamo un’alternanza, un dialogo, che procede per i primi due minuti di durata. Quello che varia è l’intensità degli strumenti e le linee melodiche che di volta in volta si separano, prendono strade diverse, poi si incontrano nuovamente, si toccano, si fondono, per poi fuggire nuovamente. Una parentesi malinconica, con il falsetto di Jennings ad accarezzare, e poi nuovamente un vortice prog metal, con assoli incrociati di chitarra e una fuga strumentale dall’elevato tasso tecnico/esecutivo. La canzone riprende il suo incedere e siamo a sette minuti passati, ma a tenere dritta la barra in questa tempesta sonora è ancora una volta la linea vocale che rimane perfettamente a fuoco. Si riaffacciano i King Crimson, momenti fusion, e poi via di corsa verso il finale.

04. THE STRAIN (05:23)
In una tracklist che finora ha spinto sempre di più, arriva comprensibilmente anche il momento di poggiare il piede sul freno. E con questo non ci riferiamo ad un cambio di sonorità come poteva essere “Host” in “Vector”: “The Strain” è ancora un brano complesso e stratificato, ma i punti cardinali non sembrano più girare come una bussola impazzita. La canzone procede in maniera più tradizionale, tra accelerazioni, riff corposi e momenti invece più pensierosi, in cui gli strumenti si adagiano intorno alla voce del cantante, che emerge come protagonista. Un brano di raccordo, quindi, efficace nel suo essere parte del quadro generale di “Virus”, forse meno entusiasmante se estrapolato dal suo contesto e preso singolarmente.

05. CANARY YELLOW (04:14)
Tocca a “Canary Yellow” dare una sterzata ulteriore a questo “Virus”: una band come gli Haken sa trovare la sua dimensione usando stili ed atmosfere diverse e questa composizione valorizza ancora una volta il lato più elegante e raffinato della band. Gli strumenti non vengono percossi ma si fanno più languidi: le melodie si insinuano con leggerezza, sottopelle, fino a quando la canzone raggiunge il suo climax, elevandosi in un momento corale in cui tutti gli strumenti prendono vita, prima di adombrarsi nuovamente nella quiete. Particolarmente efficace e curato il lavoro delle tastiere, che donano luce e calore, abbandonando i suoni artificiali e robotici visti in apertura, in favore del pianoforte e dei registri più maestosi e celestiali.

06. MESSIAH COMPLEX I: IVORY TOWER (03:57)
Fulcro dell’intero album è senza dubbio “Messiah Complex”, una suite della durata complessiva di diciassette minuti, che però gli Haken decidono di suddividere in cinque sottocapitoli. Il primo, “Ivory Tower”, si apre con una possente introduzione progressive in pieno stile Haken, che ci introduce velocemente ad una sezione più melodica e maestosa: la voce di Jennings viene supportata dai cori e il ritmo non si fa mai eccessivamente forsennato, dando respiro ad una composizione che velocemente inizia a prendere forma.

07. MESSIAH COMPLEX II: A GLUTTON FOR PUNISHMENT (03:38)
Ci pensa il secondo capitolo a spingere sull’acceleratore: gli strumenti ricominciano ad incastrarsi in continue evoluzioni e giochi di abilità. Saggiamente la linea vocale procede per la sua strada, in modo da non spiazzare eccessivamente l’ascoltatore, mentre sotto tutti gli strumenti si sfogano nella più assoluta libertà. Le chitarre di Henshall e Griffiths in particolare sembrano davvero godersi ogni singolo passaggio, per la gioia di tutti gli appassionati del genere.

08. MESSIAH COMPLEX III: MARIGOLD (02:24)
Arriva nuovamente il bisogno di cambiare e, dunque, la terza sezione abbandona il turbinoso incastro strumentale, per tornare ad omaggiare il progressive rock degli anni Settanta. Non si fa fatica a percepire quell’atmosfera tipica degli ultimi album degli Opeth, che nascono dalla medesima tradizione. Voci sottili, una batteria che danza sulle pelli e che sa accarezzare, mentre tastiere e chitarre cesellano la melodia. Ma è solo un gioco di ombre, un trucco sapiente da prestigiatore, perché dopo appena un minuto ecco che la band torna a picchiare, mantenendo quella melodia appena costruita, reinterpretandola in maniera completamente opposta, senza tregua, come in un ottovolante che non ci lascia nemmeno il tempo per tirare il fiato prima di ributtarci giù a velocità folle per l’ennesimo avvitamento carpiato.

09. MESSIAH COMPLEX IV: THE SECT (02:02)
Stiamo ancora correndo, quando “Messiah Complex” ci regala un’altra sorpresa: protagonista di “The Sect”, infatti, sono le armonizzazioni vocali: tornano alla mente immediatamente i Gentle Giant, ma anche in questi due minuti gli stimoli sono innumerevoli e dopo pochi secondi ci troviamo ad ascoltare le chitarre elettriche che si affiancano ad una ipotetica colonna sonora di un videogioco vintage degli anni Ottanta.

10. MESSIAH COMPLEX V: ECTOBIUS REX (04:57)
La mutazione sembra arrivare alla sua conclusione e quello che emerge nella sezione finale è un mostro titanico che avanza pesante e inarrestabile. Riff monolitici di chitarra, ancora una volta tastiere dai suoni digitali, un assolo di chitarra che attraversa il nostro cervello come una scarica elettrica e una ritmica monolitica, che avanza schiacciando tutto quello che incontra. Progressivamente la melodia ritorna protagonista e la composizione si avvia alla sua conclusione, imponente e solenne, in una coda strumentale finale che suggella definitivamente lo sforzo creativo forse più ambizioso degli Haken.

11. ONLY STARS (02:10)
E così, dopo un viaggio intenso, come dei novelli Dante, ‘uscimmo a riveder le stelle’. “Only Star” è una chiusura sussurrata, con la voce delicata di Jennings accompagnata solo da un accompagnamento di tastiere. Questa volta (ma non è l’unica), il nome che ci viene più facilmente alla mente è quello dei Radiohead, per le atmosfere e per lo stile vocale scelto dal cantante che si avvicina a quello di Thom Yorke. Minimale, sommessa e ipnotica, “Only Stars” ci accompagna nei titoli di coda, perfetta conclusione per un lavoro ancora una volta sorprendente.

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