Introduzione di Marco Gallarati
Commento ai testi di Maik Weichert
Commento alle musiche di Marco Gallarati
Nei negozi italiani dal 25 maggio 2010, “Invictus (Iconoclast III)” è il sesto full-length album degli Heaven Shall Burn, formazione tedesca originaria della ex-Germania Est – più precisamente delle cittadine di Saalfeld e Weimar – da qualche anno ormai elevatasi a nome di spicco della scena death metal e metal-core europea ed in parte anche mondiale. Veri idoli nella loro madrepatria – indimenticabili i circle-pit mastodontici nei vari Wacken e Summer Breeze festivals a cui la band ha partecipato – gli HSB, dopo aver pubblicato nel 2002 “Whatever It May Take”, l’album che i fan della vecchia guardia ritengono tuttora il migliore, sono progrediti costantemente verso sempre più alte vette di gradimento, prima con “Antigone” e “Deaf To Our Prayers – primo lavoro uscito interamente per Century Media Records – ed infine con l’epico “Iconoclast (Part One: The Final Resistance)”. E’ dell’anno scorso, invece, la pubblicazione del curatissimo DVD “Bildersturm – Iconoclast II (The Visual Resistance)”, in grado di mostrare una formazione impegnata ma capace di prendersi in giro, autrice di show violentissimi ma composta da ragazzi che le vostre mamme vi consiglierebbero come migliori amici; e soprattutto un gruppo che pone sempre in primo piano argomentazioni convincenti, sia liriche che musicali.
Qui di seguito potete leggere il track-by-track realizzato da Metalitalia.com a presentazione di “Invictus (Iconoclast III)”, uno dei dischi più attesi di questo ultimo periodo.
HEAVEN SHALL BURN
Marcus Bischoff – voce
Maik Weichert – chitarra
Alexander Dietz – chitarra
Eric Bischoff – basso
Matthias Voigt – batteria
INVICTUS (ICONOCLAST III) – Data d’uscita: 25 maggio 2010
Registrato, mixato e masterizzato agli Antfarm Studios, Aarhus, Danimarca
Prodotto da Maik Weichert e Alexander Dietz
Mixato e masterizzato da Tue Madsen
1) Intro
Strumentale
“Invictus (Iconoclast III)” prende il via con l’ennesima breve introduzione strumentale composta dal ventitreenne polistrumentista islandese Olafur Arnalds, noto anche per essere stato in tour con i connazionali Sigur Ros. Pianoforte e archi malinconici preludono ad un rapido crescendo che porta all’esplosione del primo brano completo del disco. Sempre toccanti le intro affidate ad Arnalds, ma in futuro gradiremmo qualcosa di diverso, anche perché questa pare troppo simile a quella presente in “Iconoclast (Part One: The Final Resistance)”.
2) The Omen
L’idea che sta alla base di questo pezzo ce l’ha ispirata la moltitudine di domande, fatteci durante le interviste, in cui ci viene chiesto se davvero pensiamo di poter ancora salvare il mondo. Questo tipo di ignoranza ci sconvolge ogni volta. Ci sono così tante persone sulla Terra il cui mondo è morto da tempo…vivono nella guerra, nella miseria, in carestia, sfruttate e abusate. E c’è qualcuno che se ne sta seduto tranquillo nel backstage del nostro bello e pulito Primo Mondo che ha il coraggio di porre tali domande. Tutto ciò mostra quanto drasticamente la gente non si renda conto di quanti popoli stanno soffrendo e morendo lontani da noi.
Anche con “The Omen”, opener del lavoro, si va più che sul sicuro: siamo di fronte ad un pezzo epico, violento e maestoso che, come “The Weapon They Fear”, “Counterweight” ed “Endzeit” in passato, presenta la band in tutta la sua micidiale pesantezza. Al giorno d’oggi poche formazioni sanno unire melodia, brutalità e groove come questi tedeschi. E “The Omen” ce lo dimostra alla grande! La aspettiamo dal vivo.
3) Combat
E’ un brano che parla ‘semplicemente’ dei bambini-soldato.
“Combat” è invece il primo brano sperimentale del disco. Come già in “Murderers Of All Murderers”, di cui la traccia in analisi può esser considerata un’evoluzione, gli HSB si divertono ad inserire parti elettroniche nelle loro strutture massacranti: solo che in questa occasione lo fanno in maniera ripetuta, ponendo in bell’ascolto dei tunz-tunz danzerecci che, escludendo il parere dei puristi, non dovrebbero far gridare troppo allo scandalo, sebbene ricalcanti in parte quanto fatto dai loro conterranei Deadlock. Da pogo assassino il groove che parte subito dopo l’effetto a colpo di fucile.
4) I Was, I Am, I Shall Be
Tratta degli omicidi di Wilhelm Liebknecht e Rosa Luxemburg.
Partenza violentissima e Carcassiana per “I Was, I Am, I Shall Be”, episodio che nella sua prima parte si sviluppa alternando in classico stile HSB sfuriate death metal ad un riffing più melodico e rallentamenti groovy; la seconda parte della canzone è invece caratterizzata da un breaking riff liquido ed ipnotico che porta poi all’ultima strofa e ad un bello sfumare melodico. Pezzo nella media.
5) Buried In Forgotten Grounds
Il titolo si rifà a ‘The Weapon They Fear’. Racconta di come il dittatore cileno Augusto Pinochet venne protetto da reti segrete durante il suo mandato e di come il ruolo della CIA nei vari golpe avvenuti in Centro e Sudamerica sia tuttora poco chiaro. Ad oggi qualcosa come diecimila famiglie non sanno dove siano stati deportati i loro parenti e i loro cari.
Ed eccoci ad uno dei pezzi migliori di “Invictus (Iconoclast III)”, “Buried In Forgotten Grounds”, che per chi scrive è un po’ la nuova “Voice Of The Voiceless”, nonostante non abbia lo stesso travolgente appeal melodico della song citata. Incipit affidato all’acidume dello screaming di Marcus Bischoff e poi super cavalcata melodic death metal di grande impatto. Ottimo e spiazzante stacco a centro brano con pianoforte e chitarrina sommessa, che poi si rianimano di colpo e guidano verso una strofa sorretta da un solismo di chitarra piuttosto atipico per la band; si riparte alla grande con melodie epiche e groove monolitici, fino ad un’uscita pacata affidata ancora al pianoforte. Gran pezzo!
6) Sevastopol
Siamo in piena Seconda Guerra Mondiale: la battaglia di Sebastopoli, sul Mar Nero, diviene simbolo delle atrocità della guerra, di come i popoli erano pronti a sacrificare se stessi e della terrificante megalomania dei Naz(ional) (Social)isti.
Traccia che supponiamo dal vivo farà la sua (s)porca figura: non troppo veloce e lancinante, ma dall’incedere schiacciasassi e a tratti opprimente. Sempre gran riff melodici che richiamano qua e là anche Dark Tranquillity e Carcass ed un chorus urlato che ci ricorda qualcosa degli Hypocrisy. Gradita occasione per rifiatare leggermente senza perdere l’allenamento.
7) The Lie You Bleed For
Le liriche sono una dichiarazione di guerra all’odierno robotismo lavorativo e allo sfruttamento sul posto di lavoro. Abbiamo diversi amici che hanno sofferto e soffrono di esaurimento nervoso già sui venticinque-trenta anni. E’ giusto sbattersi ed impegnarsi per ottenere qualcosa di più importante ed appagante, ma questo dovrebbe avvenire per il proprio benessere personale, non per il conto in banca. E’ meglio mantenere un minimo di libertà – entro certi limiti – altrimenti le divise da lavoro rischiano di trasformarsi in divise da carcerati. In pratica questo brano mette in mostra tutto il nostro spirito da Spartaco.
Anche in “The Lie You Bleed For” gli Heaven Shall Burn si danno alla sperimentazione su larga scala, contaminando abbondantemente di elettronica un loro pezzo. La matrice death metal e le loro tipiche melodie epiche non vengono scalfite, ma effetti, tastiere e qualche loop danno un’atmosfera piuttosto sinistra al brano, che nella seconda parte si permea anche di furioso black metal, prima di terminare squassante come al solito. Probabilmente la traccia più ostica da assimilare, ma non per questo poco intrigante.
8) Return To Sanity
Il pezzo racconta di un avvenimento accaduto durante una delle più violente battaglie della Seconda Guerra Mondiale, nota anche come la Battaglia del Giorno dei Morti. Ernest Hemingway era corrispondente di guerra al tempo e questa battaglia cambiò radicalmente il suo punto di vista riguardo la guerra. Durante i combattimenti, un tenente tedesco tentò di trarre in salvo un soldato americano ferito che stava chiedendo aiuto, ma nel farlo venne ucciso a sua volta. Gli Americani hanno costruito una lapide alla memoria sul campo di battaglia per ricordare il gesto del tenente Lengfeld.
E arriviamo alla song più orecchiabile e ‘leggera’ del lotto, quasi come se il gruppo di Saalfeld abbia voluto comporre un pezzo che vada a fare le vesti di “Black Tears”, la cover degli Edge Of Sanity presente nel precedente lavoro. Il riffing è molto catchy – basti sentire i primi secondi di musica – e la presenza di un chorus quasi cantabile è parecchio rilevante. “Return To Sanity” si avvale comunque di un buon tiro e non ci stupiremmo di veder spuntare un video a lei dedicato fra qualche tempo. Semplice e lineare.
9) Against Bridge Burners
La vita e le opere dell’autore russo Lev Kopelevs.
Dopo la passeggiata di “Return To Sanity”, bisogna per forza riprendere in mano la mazza ferrata e darci dentro: “Against Bridge Burners”, a discapito anche qui di un ritornello piuttosto catchy, è per il resto di una pesantezza immane, ricca di cambi di ritmo, rallentamenti mosh, stacchi, riprese e accelerazioni. La voce di Marcus ruggisce e inasprisce i toni con una profondità impressionante e dopo questo pezzo temiamo che sotto il palco non ci saranno sopravvissuti.
10) Of Forsaken Poets
La canzone è dedicata allo scrittore tedesco Max Herrmann-Neisse, morto nel 1941 esiliato in Inghilterra. Il testo è influenzato dal poema ‘Ein deutscher Dichter bin ich einst gewesen’.
Altro brano che mostra tutte le caratteristiche principali degli HSB, dal gran dinamismo delle loro strutture al gusto sopraffino per le melodie, dal costante mantenimento della brutalità di base alle ritmiche terremotanti; di particolare in questo pezzo c’è una breve parte lenta con voce filtrata e lyrics recitate in tedesco. Una canzone non eccezionale, ma che non fa per niente calare l’attenzione nonostante si sia quasi arrivati al termine dell’album.
11) Given In Death
Parla dell’eutanasia e del pensiero della Chiesa su di essa.
Ultimo pezzo completo della tracklist, “Given In Death” si avvicina ai canoni della semi-ballad grazie all’intervento soave di Sabine Weniger, minuta e graziosa voce femminile dei Deadlock. Il duetto con Marcus Bischoff – non una semplice ospitata in una strofa od in un paio di versi – non raggiunge livelli eccelsi ma si attesta su connotati molto piacevoli e, come al solito, epici. La presenza della Weniger altera un po’ la subitanea riconoscibilità degli HSB, perché a tratti in effetti sembra di sentire i Deadlock, e non solo per la voce di Sabine. Comunque sia, strofe spettacolari, buon chorus, belle melodie, ottima interpretazione. Si rallenta bene verso la fine…
12) Outro
Strumentale
Ed ovviamente, per la chiusura di questo album deflagrante, si torna alla dolcezza, alla tristezza e alla poesia di Olafur Arnalds, capaci di placare in un minuto e mezzo gli animi più surriscaldati. Più archi che pianoforte stavolta, ma l’effetto pacifico della composizione è lo stesso: il riposo della morte.
“Silence and Screams are the End of my Song”




