Articolo a cura di Andrea Raffaldini
24-25/07/2010
L’Inghilterra è la patria del rock, la madre delle band più famose e geniali del pianeta. Londra, sede della prima edizione dell’High Voltage Festival, trasuda rock per le sue vie, i suoi quartieri, piccoli pub pieni di fumo, fotografie e ricordi. Victoria Park si rivela da subito una location ottimale per un festival che verrà ricordato tra i migliori del Vecchio Continente. Ad accoglierci un tempo sin troppo generoso, un cielo soleggiato ed un clima ottimale. La security, inflessibile, con una spiazzante gentilezza ci fornisce tutte le indicazioni necessarie per familiarizzare con il posto e non manca di intrattenersi a suon di simpatiche battute. Mentre ci dirigiamo all’ingresso, in mezzo al corposo flusso di persone, non possiamo che notare decine e decine di bandiere dedicate a Ronnie James Dio, in fondo moltissimi fan sono qui oggi per assistere principalmente all’unico tributo che Tony Iommi ed i suoi Heaven And Hell dedicheranno al loro cantante, stroncato pochi mesi fa da un tumore allo stomaco. I rocker inglesi spaziano da teenager ad allegri pensionati che arzilli si portano in spalla la loro sedia pieghevole per gustarsi i concerti comodamente seduti… impossibile, da noi, immaginare una cosa del genere. L’anima dell’High Voltage è costituita da ben tre palchi, con suoni al limite della perfezione, persino il più piccolo degli stage ha mostrato una resa sonora anni luce superiore ai ben più imponenti palchi dei nostri festival. Poi bancarelle, bar dislocati dove mai una volta abbiamo dovuto perdere preziosi minuti in file interminabili, un cinema, giostre e una miriade di bancarelle divise tra oggettistica, merchandise, vestiario e cibarie di ogni tipo e provenienza. Si rimane a bocca aperta di fronte a tanta organizzazione, qui per il rock c’è ancora molto rispetto. L’unico neo del festival va cercato negli orari delle esibizioni, che purtroppo sovrappongono gli show di diverse band costringendoci a spostarci costantemente da un palco all’altro per vedere almeno parte dei concerti. Per questo, i report di alcune band si baseranno sulla visione parziale della performance, ma sarebbe stato un delitto non parlare di alcuni concerti davvero caldi e appassionati.
SABATO 24 LUGLIO
ORANGE GOBLIN
Sono le 14.00 passate quando riusciamo finalmente ad entrare nel parco, e mentre ci avviciniamo al Metal Hammer Stage gli Orange Goblin iniziano il loro show. La band inglese riscuote grandi consensi in casa, il pubblico è compatto ed impegnato in un continuo headbanging. “Ballad Of Solomon Eagle” e “Vagrant Stomp” scaldano i presenti, i Goblin appaiono in forma smagliante e decisi ad offrire un grandissimo spettacolo grazie alla loro musica che mixa metal e stoner a pesanti influenze sabbathiane. Ben Ward al microfono non lesina energie, sempre supportato dal fido Joe Joare alla chitarra. Il concerto prosegue con “Cities of Frost”, “Getting High” e “Cozmo Bozo“, l’intensità della performance è altissima ed al congedo, dopo “Scorpionica”, gli Orange Goblin vengono omaggiati con applausi scroscianti, come segno di devozione ed apprezzamento. Come inizio, davvero niente male!
BIGELF
Appena terminato il concerto degli Orange Goblin ci spostiamo verso il Prog Stage, dove una nutrita folla di presenti ha già preso posto per godersi i Bigelf, band americana capitanata da Damon Fox, un personaggio eccentrico dal look a metà via tra Rob Zombie e Willy Wonka. La musica degli statunitensi si può definire come prog/rock misto psichedelica misto doom misto metal: è davvero difficile dare una collocazione ben definita a questi geniali musicisti. Lo show inizia con un cavallo di battaglia, “The Evils Of Rock & Roll”. Damon Fox si erge in mezzo a due Hammond, basta la sua carismatica presenza a focalizzare l’attenzione sulla band. “Neuropsychopathic Eye” e “Frustration” vengono accolte tra gli applausi, i Bigelf suonano talmente bene che ci sembra di ascoltarli su disco, complici i suoni perfetti del prog stage. E’ un vero peccato che la loro esibizione si svolga alla luce del giorno, in questo modo viene a mancare la giusta atmosfera che la musica firmata Bigelf meriterebbe. “Disappear” e la conclusiva “Money, It’s Pure Evil / Money Machine” scrivono la parola fine su quello che, per chi scrive, si è rivelato il miglior concerto della prima giornata. Il nostro augurio è che anche i fan Italiani possano in futuro riconoscere i giusti meriti ad una band che non è riuscita a raccogliere tanto quanto ha seminato.
GARY MOORE
I Bigelf erano ancora on stage quando sul Main Stage Gary Moore ha iniziato a far suonare la sua chitarra. Ci dirigiamo in fretta verso le prime file, ma purtroppo perdiamo i primi due brani d’apertura. Non appena l’axe man di Belfast attacca “Days Of Heroes” ci rendiamo conto di tutta la classe e il gusto del musicista. Nonostante gli anni e qualche chilo di troppo, Moore suona come ai tempi d’oro: le sue melodie, il tocco che lo contraddistingue incanta i migliaia di fan giunti sotto il palco per vederlo. “Old Wild One” e “Out In The fields” vengono accolte con grandi applausi, canzoni che mettono in vetrina tutto il talento del “vecchio” rocker. Moore è la prova vivente dell’universalità del rock, a sostenerlo infatti ci sono metallari vecchi e giovani, amanti della musica estrema e progressive, signori brizzolati ed aspiranti chitarristi che sognano un giorno di possedere la stessa classe dell’irlandese. Con “Walking By Myself”, il buon Gary saluta l’High Voltage Festival ed il pubblico gli tributa tutti i meritatissimi onori. Un’altra grande performance che ci ha lasciati con la pelle d’oca.
CATHEDRAL
Da sognanti melodie si passa con i Cathedral ad un infernale ed heavy doom metal. Lee Dorrian non si perde in presentazioni, la sua voce tuona con “Vampire Sun” ed “Utopian Blaster”. La band inglese non sbaglia una nota, chitarra e batteria diventano strumenti di una forgia che mettono in piedi un muro sonoro devastante, cupo e maligno. Lo show prosegue con “Funeral Of Dreams” e “Cosmic Funeral”, che vedono una partecipazione attiva da parte dei fan, scatenati tra cori ed headbanging. Lee Dorrian è dotato di un carisma assolutamente unico, con pochi movimenti pare in grado di scatenare centinaia di ragazzi, sempre pronti a sostenere l’ex Napalm Death. “Ride” e “Hopkins” (The Witchfinder General) congedano i Cathedral, giusto il tempo di una birra per ricaricarsi prima di tornare su sonorità melodic hard rock con i Foreigner.
FOREIGNER
Attivi dal 1976, dopo trentaquattro anni di carriera i Foreigner sono ancora in grado di infuocare il cuore dei fan. Il loro hard rock melodico non ha età e oggi suona più potente ed incisivo che mai, grazie soprattutto alla carica del boss Mick Jones e dell’esuberanza del nuovo arrivato Kelly Hansen al microfono. La band di New York propone una scaletta di tutto rispetto, canzoni come “Double Vision”, “Cold As Ice” e “Can’t Slow Down” scatenano l’inferno sotto il palco. I suoni del Main Stage sono perfetti, pare di stare comodamente seduti a casa ed ascoltare i Foreigner su disco, con l’aggiunta della tremenda carica live che gli americani riescono a trasmettere. Hansen è un mattatore, un animale da palcoscenico che coinvolge l’audience dall’inizio alla fine dello show. “Urgent” e “Juke Box Hero” chiudono apparentemente lo show, ma prevedibilmente i Foreigner concedono un paio di bis, tra cui la loro hit più famosa “I Want To Know What Love Is”, che nel lontano 1984 li lanciò nel firmamento musicale mondiale. Non vogliamo apparire dei nostalgici a tutti i costi, ma i Foreigner sono l’esempio vivente che i vecchi leoni dettano ancora legge e che di eredi capaci di strappar loro lo scettro del potere non se ne vede nemmeno l’ombra. Non c’è tempo da perdere, i Saxon stanno già suonando da diverso tempo e noi vogliamo almeno vedere la parte finale del loro show.
SAXON
La folla accalcata sotto il Metal Hammer Stage è numerosissima, segno che i veterani Saxon, capisaldi della NWOBHM, sono ancora amatissimi anche in patria. La scaletta della band è incentrata sui cavalli di battaglia del passato. Riusciamo ad arrivare proprio mentre Paul Quinn con la sua chitarra attacca il mitico riff di “Princess OF The Night”, scatenando il delirio nelle migliaia di presenti. I Saxon suonano potenti come cannoni, il loro muro sonoro è devastante ed un Nigel Glockler in grande spolvero martella la sua batteria in modo quasi animalesco. Biff Byford, leader incontrastato, domina il palco come solo lui riesce e coinvolge sempre il pubblico domandando (sornione) ai ragazzi se suonare brani vecchi o nuovi. La risposta è ovvia e scontata. Ed ecco “Crusader”, “Wings Of Steel”, “Denim And Leather” e “20000 Feet” susseguirsi in un vortice di energia e metallo tonante fino al termine dell’ennesimo grande show. I Saxon sono una certezza quando si vuole ascoltare heavy metal senza tanti fronzoli.
HEAVEN AND HELL (feat. GLENN HUGHES e JORN LANDE)
Dopo di loro suoneranno gli ZZ TOP, ma l’evento più atteso dell’High Voltage Festival è l’ultimo concerto in assoluto degli Heaven And Hell, qui oggi per il loro personale tribute allo scomparso Ronnie James Dio. Le aspettative sono molto alte ed una folla oceanica si è adunata sotto il palco per vedere Tony Iommi, Geezer Butler e Vinnie Appice insieme ai due ospiti d’onore. Sulle note dell’intro “E5150” il batterista fa il suo ingresso ed i fan esplodono con un grande boato. Arrivano Tony e Geezer, partono le note di “Mob Rules” ed è l’inferno. Nonostante i due padri dei Black Sabbath suonino come solo loro sanno fare, qualcosa pare non funzionare e questo qualcosa è proprio il norvegese Jorn Lande. Il cantante dei Masterplan pare trattenersi, non suona potente e non riesce a riprendere la forza e l’epica drammaticità della voce di Ronnie. Anche con la successiva “I” Lande pare smorzato. Inorridiamo nel vedere Jorn dotarsi di un leggio ed è imperdonabile il fatto che, dopo mesi di preparazione, non sia riuscito a studiare a memoria cinque-sei canzoni che hanno fatto la storia del metal. Cambio al microfono, Glenn Hughes fa il suo ingresso sul palco, visibilmente emozionato nel dover ricordare il suo amico Ronnie. “Country Girl” e “Children Of The Sea”, vengono suonate in modo impeccabile, ma ancora una volta lo stile vocale di Hughes non riesce a tirar fuori la magia da questi pezzi. Glenn è un cavallo di razza, la sua timbrica è sempre stata molto diversa da quella di Ronnie, ma la nostra opinione è che avrebbe potuto osare di più. L’ex Deep Purple si rifà con un’ottima versione di “Bible Black”, il cavallo di battaglia degli Heaven And Hell, intenso, epico e maligno. Geezer sfodera un vistoso basso con le corde blu elettrico, mentre Iommi suona la sua Gibson con la sua solita classe, quasi estraniato in universo parallelo composto solo da lui e la sua musica. Jorn, sempre aiutato dal leggio, spreca un’altra opportunità con l’immortale “Die Young”. Quando mai al norvegese potrebbe ripresentarsi l’opportunità di dividere lo stage insieme a leggende come Iommi e Butler? Nell’ora e mezza di show avrebbe dovuto dare l’anima, sputare sangue e far ricorso a tutte le sue energie per il concerto della vita, invece ha sprecato questa occasione con una performance mediocre. Tra gli applausi scoppia la commozione generale quando Wendy Dio, moglie di Ronnie, appare sul palco per ringraziare i presenti e per ricordare il lavoro della sua fondazione per la lotta al cancro. L’immancabile “Heaven And Hell” chiude lo show, ma gli inglesi tornano sul palco per il bis. Jorn e Glenn sono entrambi sul palco, “Neon Knights” inizia ed improvvisamente Phil Anselmo fa irruzione per dare il suo piccolo omaggio a Ronnie James Dio. Tanti applausi e lacrime sentite, ma questo concerto finale non entrerà certo nella storia, purtroppo i due cantanti non sono riusciti per nulla ad eguagliare la classe dell’elfo del rock. Chissà se da lassù Ronnie li stava guardando con un piccolo ghigno sulle labbra.
BLACK LABEL SOCIETY
Zakk Wylde e compagni hanno suonato praticamente in parallelo agli Heaven And Hell, riusciamo quindi a goderci solo gli ultimi minuti del loro show. Inizialmente la folla sotto il palco, per ovvi motivi, era molto ridotta, ma terminato lo spettacolo di Iommi e Butler, il Metal Hammer Stage si ravviva di persone desiderose di altro metallo. Diamo atto agli americani di aver dato anima e corpo nel loro show, dominato dalla massiccia presenza dell’ex chitarrista di Ozzy Osbourne, un mostro di bravura e di classe che ha fatto ruggire la sua LesPaul. I quattro pezzi finali che riusciamo a vedere, “Godspeed Hell Bound”, “Suicide Messiah”, “Concrete Jungle” e “Stillborn” devastano le nostre orecchie. I Black Label Society non si fanno mancare dei fuochi che esplodono dal palco e nel gran finale una miriade di coriandoli vengono lanciati sul pubblico in adorazione. Un vero peccato la scelta dell’organizzazione di fare suonare il buon Zakk Wylde durante il main event, molti fan hanno dimostrato tutto il loro disappunto per non essere riusciti a vedere il loro concerto dall’inizio alla fine.
ZZ TOP
Dopo una giornata intensa a suon di hard rock e metallo pesante, il blues degli ZZ Top sembra quasi una camomilla per concludere a dovere la prima giornata ed accompagnarci verso le braccia di Morfeo. La scaletta proposta dalla band di Billy Gibbons è praticamente la stessa sentita nel tour italiano. A scaldare l’atmosfera ci pensa il trittico “Got Me Under Pressure”, “Waitin For A Bus” e “Jesus Just Left Chicago”, con il duo Gibbons/Hill sempre pronto ad intrattenere il pubblico con barbe, cappelli e balletti sincronizzati. I texani riescono a tenera alta l’attenzione anche nei fan più stanchi e provati da una giornata calda e soleggiata. Il Main Stage di Victoria Park stavolta è davvero pieno, ma l’atmosfera è molto rilassata. Le cover “Future Blues” (di Willie Brown) e Rock Me Baby (B.B. King) impregnano Londra di un sapore tipicamente americano. La chitarra di Gibbons è un toccasana per le orecchie, nonostante la veneranda età, il barbuto chitarrista è un asso alla sei corde. “My Head’s In Mississipi” viene particolarmente apprezzata e la successiva “Hey Joe” di Jimi Hendrix fa ribollire il cuore britannico dei rocker presenti. I momenti più intensi dello show targato ZZ Top arrivano nella parte finale dello spettacolo, ovvero “Sharp Dressed Man”, “Legs” ed i bis con “La Grange” e “Tush”. Così si conclude la prima giornata da dieci e lode dell’High Voltage Festival. Anche per noi è tempo di riposare, non prima di un paio di birre necessarie per scacciare il caldo accumulato.
DOMENICA 25 LUGLIO
MARTIN TURNER’S WISHBONE ASH
Iniziamo la seconda giornata con una grande band storica, la reincarnazione di Wishbone Ash voluta dal bassista/cantante Martin Turner. Nati a Devon nel 1969 i Wishbone Ash sono ricordati per essere stati tra i primissimi ad utilizzare le cosidette “twin guitars” nei loro pezzi, spianando la strada a Judas Priest, Iron Maiden e successivamente a centinaia di altre metal band. Martin Turner appare in grandissima forma e pronto a scaldare i presenti con “Time Was”, “Sometime World” e “The King Will Come”. Ma è solo con la mitica “Warrior” che il Prog Stage si scatena. Per la gioia dei presenti, le ultime tre canzoni “Blowin’ Free”, “Why Don’t We?” e “Jail Bait” hanno visto la partecipazione come ospite speciale del chitarrista Ted Turner, altro membro fondatore della band. In più occasioni pareva di ascoltare dei novelli Dire Straits, gran classe ed un carisma che tutto sommato ha retto discretamente il trascorrere del tempo.
UFO
Gli UFO in terra madre vengono accolti come vere e proprie rock star, tanto che sotto il Main Stage si estende una folla oceanica pronta a cantare le note di “Doctor Doctor”. Purtroppo lo show della band è stato penalizzato da gravi problemi tecnici alla chitarra di Vinnie Moore. Dopo l’opener “Saving Me”, gli UFO hanno dovuto interrompere il loro concerto per una decina di minuti prima che la sei corde di Moore tornasse operativa. Il chitarrista era visibilmente arrabbiato, mentre Phil Mogg con il suo sorriso beffardo intratteneva i presenti a suon di battute. Nonostante anni di mestiere, la voce di Mogg sente il peso degli anni ed in qualche frangente il vecchio rocker ha mostrato fatica nell’interpretare classici come “Lights Out” e “Love To Love”. Il concerto si conclude con i due cavalli di battaglia della band, “Rock Bottom” e la già citata “Doctor Doctor”, due gioielli di hard rock, sempre brillanti, sempre trascinanti, in una sola parola immortali!
MAGNUM
I Magnum del 2010 si rispecchiano nella figura di Bob Catley. Il cantante inglese rimane la colonna portante della band grazie al suo carisma e ad una voce che, come un buon vino, migliora negli anni. L’area del Prog Stage è colma di gente, sono soprattutto i fan di una certa età a piazzarsi tra le prime file. A metà tra hard rock melodico ed AOR, i Magnum incantano grazie a “Cry To Yourself” e “The Moonking”. La formazione inglese tecnicamente non sbaglia una nota, Catley però compie il salto di qualità. La sua voce su “All England’s Eye” e sulla finale “Kingdom Of Madness”, forte di suoni cristallini e potenti, manda in estasi tutti i presenti. Applausi e tanto di cappello ai sempreverdi cantastorie.
URIAH HEEP
C’è molta attesa per il concerto degli Uriah Heep, che per l’occasione suoneranno interamente il loro capolavoro “Demons And Wizards”. Lo spettacolo inizia proprio sulle note della ballad “The Wizard”, la voce Bernie Show catapulta la nostra mente in surreali reami incantanti, mentre la chitarra acustica del “menestrello” Mick Box lo accompagna dolcemente. “Traveller In Time” e “Easy Living” mettono pepe nello show, il sound della band è grandioso, le chitarre elettriche si amalgamano con le sonorità old school di Hammond/tastiere. Gli Uriah Heep sembrano dei giovani ventenni pieni di energia e voglia di stupire, per un attimo di dimentichiamo che da più di quarant’anni sono sulla scena! Ospite d’onore della serata, il chitarrista Micky Moody (ex Whitesnake), che suona tre pezzi (“Circle of Hands”, “All My Life” e “The Spell”) con gli Heep. Per molti si è assistito alla miglior performance di questa seconda giornata, pancetta in evidenza e capelli bianchi non hanno intaccato la resa sonora di una formazione che ha ancora molto da insegnare ai giovani.
JOE ELLIOTT’S DOWN N’OUTZ
I Joe Elliott’s Down n’Outz sono un progetto formato da una collaborazione tra il cantante dei Def Leppard ed i Quireboys, non a caso nella band appaiono i chitarristi Paul Guerin e Guy Griffin. La band propone un rock’n’roll grezzo e sanguigno all’insegna dell’adrenalina. Le canzoni sono cover tratte soprattutto dalla discografia di Ian Hunter, British Lions, Mott e Mott The Hople, mentre l’opener “Funeral For A Friend/Love Lies Bleeding” chiama in causa nientemeno che sir Elton John. I Down n’Outz coinvolgono sin dalle prime note, Elliott è in gran forma vocale e l’energia che i nostri riescono a trasmettere si infila prepotentemente nel cuore dei presenti. Ospite eccezionale dello show è proprio il settantunenne Ian hunter, con cui i nostri suonano “Once Bitten Twice Shy” e “Who Do You Love”.
DOWN
Quando Joe Elliott termina il suo concerto, i Down sono già sul palco. Arriviamo al Metal Hammer Stage mentre Phil Anselmo sta ruggendo le note di “Pillars Of Eternity”. Grezzi, rumorosi, ignoranti, questi sono i Down, metallari sino al midollo e casinisti nel senso buono del termine. Le chitarre sparano ritmiche potentissime, come altrettanto alti sono i volumi del palco. “Temptations Wings” e “Hail The Leaf” scatenano un headbanging furioso nelle prime file, mentre Anselmo cerca di coinvolgere il pubblico in tutti i modi. L’ex Pantera pare soddisfatto della risposta ed altrettanto carico nella sua esibizione. “Stone The Crow” e “Bury Me In Smoke” (con la presenza di Matt Pike degli High On Fire) in un climax di pathos concludono nel migliore dei modi uno dei concerti più rumorosi e devastanti dell’intera giornata, la giusta carica prima di lasciarsi cullare dagli Emerson Lake & Palmer.
EMERSON LAKE & PALMER
Keith Emerson, Greg Lake e Carl Palmer non suonavano tutti insieme da circa quindici anni, il concerto all’ High Voltage per il quarantesimo anniversario pare sia un’apripista per un probabile disco futuro. Emerson e Palmer fisicamente appaiono in buon forma, mentre Lake è visibilmente in sovrappeso, ma la magia della loro musica è rimasta intatta. I maestri del rock progressive non perdono tempo e si lanciano nelle loro prodezze strumentali, Lake ci ipnotizza con la sua voce suadente, Emerson e Palmer assumono il ruolo di virtuosi giocolieri dello strumento. “Karn Evil 9: 1st Impression”, “The Barbarian” e “Bitches Crystal” vengono suonate senza sosta ed il pubblico, nonostante la visibile stanchezza, ascolta calmo e composto, quasi incantato dalla bravura che il trio continua a mostrare. Carl Palmer continua ad essere un picchiatore di prima classe, la sua potenza è pari al mostruoso livello tecnico di cui fa sfoggio. Emerson nel frattempo si diletta a produrre suoni spaziali, cibernetici affiancati a classici virtuosismi di piano, come a voler comporre un cocktail dagli svariati ingredienti. Con “Farewell To Arms” e “Lucky Man” gli ELP giungono al culmine di uno show sulla carta perfetto. Palmer ed Emerson ogni tanto interagiscono fra di loro, mentre Greg Lake se ne sta sulle sue, dalla parte opposta del palco, quasi disinteressato a scambiare occhiate e sorrisi con i suoi compagni. Tutti attendono “Fanfare for the Common Man” e mentre partono le prime note, si fanno sentire gli ultimi caldi applausi della serata. Gli Emerson Lake & Palmer, seppur un tantino freddi, non hanno deluso le aspettative dei presenti che, soddisfatti ed esausti, si apprestano a lasciare per l’ultima volta Victoria Park. Noi li seguiamo, domani ci attende il volo di rientro. Ma la soddisfazione di aver partecipato alla prima edizione di uno dei migliori festival europei rimarrà impagabile per sempre!

