HYPOCRISY: “End Of Disclosure” studio report!

Pubblicato il 25/02/2013

A cura di Marco Gallarati

Peter Tagtgren – ormai è chiaro – centellina e programma al millisecondo le carriere separate dei suoi due progetti più famosi e redditizi, Hypocrisy e Pain (citati in rigoroso ordine di anzianità). Per quanto riguarda i primi, perchè è di loro che oggi ci occupiamo, solo due dischi in otto anni (2005-2013) sono quasi preoccupanti se messi a confronto con la verve compositiva e la prolificità che ha contraddistinto il Tagtgren più giovane. Ma, vuoi per i sempre pressanti impegni di rinomato producer e guru del metallo estremo scandinavo, vuoi per una più oculata scelta volta alla qualità del materiale piuttosto che alla quantità, non si può certo rinfacciare al nostro amatissimo Peter di starsene su, nei suoi Abyss Studios, con le mani in mano. L’importante, infatti, è che di quando in quando, con Hypocrisy o con Pain, il musicista svedese si faccia vedere e sentire a pieni polmoni! E dunque, eccoci qui a presentarvi in anteprima il dodicesimo album sulla lunga distanza della creatura death metal del suddetto musicista, lavoro partorito in questo inizio 2013 a titolo “End Of Disclosure”. Dalla prima manciata di ascolti – giusto tre o quattro, prima di scrivere questo articolo – ci si è profilato davanti un disco che definire ‘classico’ – nel senso che ripropone il classico stile degli Hypocrisy – è doveroso e obbligatorio. Come ci ha confidato al telefono lo stesso Peter, nell’intervista che potete leggere qui sotto, la band ‘ha delle regole da rispettare, dei fan da accontentare’, per cui la questione ‘sperimentazione’, se mai ce ne fosse stata in ballo una, è da troncare immediatamente sul nascere. Chiaro, perciò, come “End Of Disclosure”, al pari dei suoi diretti predecessori, “A Taste Of Extreme Divinity” e “Virus”, sarà un bersaglio centrato per gli appassionati più canonici di death metal melodico e anche old-school, oltre che per i tanti malati di Hypocrisy.
Vi lasciamo ora al track-by-track sottostante e alla seguente intervista, consci che, almeno per questa volta, il proseguimento delle fruizioni difficilmente intaccherà il nostro giudizio in sede di recensione. Buona lettura!

 

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HYPOCRISY

Peter Tagtgren – voce, chitarre, tastiere
Mikael Hedlund – basso
Horgh – batteria

END OF DISCLOSURE
Data d’uscita: 22 marzo 2013
Etichetta: Nuclear Blast Records
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01. END OF DISCLOSURE (4.46)
Be’, l’opener e title-track di “End Of Disclosure”, nonchè primo brano reso disponibile on line, è la dichiarazione d’intenti più chiara e limpida possibile e auspicabile: un mid-tempo melodico, dall’afflato epico e ridondante, che solo gli Hypocrisy e la voce devastante di Peter Tagtgren sono in grado di rendere riconoscibile in modo inequivocabile, in quanto trade-mark assoluto e principale del terzetto. Vengono in mente praticamente subito, sebbene questo pezzo sia ancora più orecchiabile e easy-listening, il capolavoro “Fractured Millennium” e, in generale, le atmosfere spaziali e ariose del disco omonimo della band. Si parte quindi alla grande, all’insegna di un episodio tutto incentrato sulla migliore tradizione.

02. TALES OF THY SPINELESS (4.36)
Ad inizio melodico ed apocalittico, segue (quasi) ovviamente una manata a piena mano sulla faccia: “Tales Of Thy Spineless” è fra i pezzi più aggressivi del lotto e le accelerazioni di Horgh giocano un gran ruolo nell’impatto sull’ascoltatore. La struttura strofa/bridge/chorus è comunque rispettata e anche stavolta abbiamo, nonostante la violenza del brano, un ritornello molto catchy e coinvolgente, che però sa molto di già sentito proprio in casa Hypocrisy. Carino lo stacco più thrashy di centro canzone, ad anticipare vocals recitate e un crescendo di intensità che poi riporta la traccia sui binari della forma-canzone, passando per un fulmineo e bruciante assolo. Fra gli highlight!

03. THE EYE (5.41)
“The Eye” si presenta ancora con caratteristiche accattivanti, ma in poco tempo assume i connotati di traccia orientata maggiormente verso il thrash metal (sentite il riffing sulla strofa), per poi deviare di nuovo verso un altro interessante combo bridge/chorus, fatto apposta per sbattere la testa e urlare disperati al cielo. Pausa psichedelica con voci effettate nello speciale di metà brano, poi un buon hook melodico a collegare un finale in cui vengono riprese le soluzioni di inizio traccia. Terzo episodio: nessuna sorpresa e tante certezze, però si cala leggermente.

04. UNITED WE FALL (4.50)
L’incipit melodico con tastiere a tappeto ed epicità a bomba sembra andare a genio agli Hypocrisy di “End Of Disclosure”, se non che, anche in questa quarta “United We Fall”, si passa all’andatura veloce in poco tempo, mantenendo elevato lo standard qualitativo del lavoro. I riff, le strofe, il ritornello: tutto si conferma sui livelli dei brani precedenti, anche per quanto concerne la somiglianza melodica con il passato stesso della band. Parecchio dinamico e serrato l’evolversi del brano nella sua parte centrale, che sfocia poi nel solito giro melodico magnetico e sognante. Piace la ripresa del chorus sul finale per una chiusura roboante e ossessiva. Seconda mazzata.

05. 44 DOUBLE ZERO (4.27)
Distorsioni e una voce registrata che ci racconta di ‘contatti alieni’ anticipano l’andatura da up-tempo sostenuto, per un altro episodio che si attesta sulla via tracciata dagli Hypocrisy in tutti questi anni: potenza e aggressione al massimo, senza mai dimenticare il vero punto di forza del gruppo, ovvero le melodie. Non solo per via del numero contenuto nel titolo, durante questo brano ci torna in mente “Catch 22”, l’album più discusso della storia degli Hypocrisy per via di alcune sue contaminazioni verso il modern metal. “44 Double Zero” ci presenta anche il primo, breve arpeggio dell’intero disco, che porta poi la traccia a sfumare nel silenzio recitando i versi del chorus ad libitum… Siamo a metà album, dunque, e finora siamo soddisfatti di quanto sentito, nonostante la totale assenza di novità e la ripetizione di schemi noti e stra-noti.

06. HELL IS WHERE I STAY (4.34)
Ad aprire la seconda metà del disco arriva “Hell Is Where I Stay”, un pezzo in cui trova rumorosamente spazio e ‘voce’ il basso di Mikael Hedlund, qui ben più udibile che nelle altre occasioni. L’incedere è cadenzato e lento, marziale e sinistro, al confine con il doom-death e certamente adatto al pezzo meno fruibile di “End Of Disclosure”. Le vocals di Tagtgren sono decisamente espressive, soprattutto in questa occasione, quando la melodia (finalmente) latita e tutto si gioca sul groove e sulla capacità di rendere palpabile una marcia atmosfera di corruzione. Traccia che salirà – e non poco – con gli ascolti, ma che tende a passare inosservata in quanto la più ardua da assimilare. Comunque avanti così!

07. SOLDIER OF FORTUNE (4.51)
Con “Soldier Of Fortune” si torna in zona mid-tempo e riffing melodico a cascata. Il background di tastiere rende il pezzo molto profondo e ipnotico, mentre Tagtgren sfodera una prestazione intensissima al microfono, marchiando nell’acido le proprie indistruttibili corde vocali. Si risente anche un dolce stacco acustico, che precede una sezione che, almeno a chi scrive, ricorda addirittura atmosfere care ai nostri Novembre (!). Non mancano neanche groove e potenza, in questa canzone, ennesimo colpo a botta sicura, ma apprezzata, di un lavoro che davvero è un sunto di tutta la discografia del gruppo!

08. WHEN DEATH CALLS (3.54)
Al pari di “Tales Of Thy Spineless” e leggermente inferiore a “United We Fall”, si staglia luminoso in “End Of Disclosure” il raggio mortale di “When Death Calls”, ennesimo esempio dell’abilità compositiva del produttore svedese e leader degli Hypocrisy. Tra riff che scimmiottano vagamente i Gojira, partenze, frenate e ripartenze guidate da un Horgh-macchina da guerra, l’uso sapiente dell’interazione tra keys e chitarre e, ancora, una voce tuttora in formissima e dotata di una potenza impressionante, la penultima traccia del lavoro lascia a terra pochi prigionieri e ci prepara, appagandoci, alla chiosa più tranquilla del finale di disco…

09. THE RETURN (6.06)
Se non vi siete sorpresi per nulla a leggere fin qua, non vi preoccupate…non succederà neanche ora! “The Return” chiude con prevedibilità e ottimo savoir-faire una tracklist soddisfacente e altamente godibile, assolutamente statica e seduta, però, sugli allori conquistati dagli Hypocrisy nel corso degli anni. L’arpeggio d’apertura è obbligatorio e l’epica decadenza dell’episodio è peculiarità principe della band. Ci si lascia dondolare in pace all’incedere estatico di “The Return”, brano il cui finale sfuma lentamente sulle parole ‘the return of the Gods’.
E non sappiamo, a dire il vero, a quali ‘dei’ gli Hypocrisy stiano facendo riferimento; quello che è certo, invece, è che loro tre sono ritornati fra noi!

Hypocrisy - intervista band - 2013

 

LA FINE DEI GIORNI – intervista a Peter Tagtgren

CIAO PETER, FA DAVVERO MOLTO PIACERE AVERTI PER LA PRIMA VOLTA OSPITE DI METALITALIA.COM! PARTIAMO SUBITO PARLANDO DEL NUOVO DISCO DEGLI HYPOCRISY, “END OF DISCLOSURE”. QUANDO E COME E’ NATO? E’ TUTTO OPERA TUA O ANCHE STAVOLTA HAI USUFRUITO DELL’AIUTO DI MIKAEL?
“Dunque…se non ricordo male, la prima canzone l’ho composta più di un anno orsono, circa tredici mesi fa. Poi siamo andati in tour e quindi mi sono bloccato, per poi scriverne un’altra quando siamo rientrati. Ho preferito comporre così questa volta. Credo che sia meglio lasciare trascorrere del tempo tra uno o due brani e gli altri, per avere sempre le idee chiare e una buona ispirazione. Se si compone a blocchi di sei-sette brani per volta, si rischia di diventare troppo banali e scontati e la qualità si perde. Molto meglio diluire le idee che fluiscono lasciandole maturare. Per quanto riguarda la scrittura, mi sono occupato in toto io della stesura dei pezzi, escludendo due tracce in cui mi hanno dato una mano mio figlio e Lars, il nostro vecchio batterista (Szoke, negli Hypocrisy fino a ‘The Arrival’, ndR)”.

MI PARE ASSOLUTAMENTE UN DISCO HYPOCRISY AL 100%, MOLTO CLASSICO, MOLTO STANDARD. TI PREGO DI CONSIDERARE QUEST’ULTIMO TERMINE IN MODO POSITIVO, IN QUANTO MI SEMBRA ANCHE BENE ISPIRATO E CARICO DI QUALITA’. QUALI INTENZIONI AVEVI IN PARTENZA? TI ERI PREFISSATO QUALCHE SOLUZIONE OPPURE E’ VENUTO SPONTANEO QUESTO TIPO DI APPROCCIO?
“Be’, l’album è stato composto in modo spontaneo, seguendo le ispirazioni dei vari momenti. Però l’intenzione mia era in effetti quella di tornare un po’ indietro, preparando un lavoro basato su belle melodie, con brani accattivanti e – prendi il termine con le pinze – più easy-listening. Ho voluto rispolverare un po’ l’enfasi di ‘Hypocrisy’ e ‘The Final Chapter’, lavorando molto sulla qualità dei riff, del loro arrangiamento e, mi ripeto, sulle melodie”.

DEVO DIRE CHE MI ASPETTAVO UNA MAGGIORE VELOCITA’ COMPLESSIVA DELL’ALBUM, CHE PRESENTA ‘SOLO’ DUE-TRE BRANI AGGRESSIVI, FRA CUI “TALES OF THY SPINELESS” CREDO SIA QUELLO PIU’ RIUSCITO. TI ANDAVA DI RALLENTARE UN PO’, QUESTA VOLTA, OLTRE A GIOCARE MOLTO SULLE MELODIE?
“In realtà no, non c’è stata nessuna mia intenzione di rallentare la velocità. Su nove pezzi in tracklist, tre sono veloci…direi che va bene. Vedi, quando scrivo per gli Hypocrisy ho da tenere conto che sono gli Hypocrisy, non posso comporre completamente in libertà. Con ciò voglio dire che nei loro dischi preferisco ci siano le canzoni violente e i mid-tempo, così come le track atmosferiche…il tutto ammantato da un’aura epica e sinistra. E’ questione di bilanciamento, credo”.

TUTTI SANNO CHE, OLTRE AD ESSERE UN GRANDE MUSICISTA, SEI ANCHE UNO DEI PRODUTTORI EUROPEI PIU’ APPREZZATI E RINOMATI IN AMBITO ESTREMO (E ULTIMAMENTE ANCHE CLASSICO, CON GLI ULTIMI SABATON E PRIMA ANCHE OVERKILL). PER QUANTO RIGUARDA GLI HYPOCRISY, COME CERCHI DI MIGLIORARE OGNI VOLTA IL SUONO DEI LORO DISCHI? LAVORI SULLE APPARECCHIATURE IN STUDIO OPPURE SPERIMENTI QUALCOSA DIRETTAMENTE SUGLI STRUMENTI?
“E’ molto semplice: si cerca di migliorare sotto tutti i punti di vista tutti gli strumenti, il basso, le chitarre, la batteria, le tastiere, la voce. Farli suonare meglio rispetto all’album precedente, tutto qui! Riallacciandomi al discorso di prima, con gli Hypocrisy mi sento un po’ limitato, in quanto devo interagire principalmente con la classica strumentazione rock-metal. Non sono molto in vena di sperimentazioni, quindi, cerco solo di tirare fuori il suono migliore da quanto ho a disposizione. Con i Pain, invece, posso entrare in territori più ampi, dall’hard-rock alla techno, quindi ho più da sbizzarrirmi provando molteplici soluzioni”.

PETER, QUANTO E’ CAMBIATO IL TUO SONGWRITING PER GLI HYPOCRISY DA QUANDO AVETE DIETRO LE PELLI UN DRUMMER COME HORGH?
“E’ cambiato abbastanza, certamente. Con Horgh posso scrivere brani decisamente più veloci di quanto riuscivo a fare prima con Lars. Gli Hypocrisy per anni sono stati diciamo ‘frenati’ da Lars, dato che oltre una certa velocità non poteva andare, quindi in un certo senso ho sempre dovuto tenere su il piede dall’acceleratore a tavoletta. Se pensi che il primo pezzo che ho scritto per Horgh, l’opener di ‘Virus’, ‘Warpath’, è fra i due-tre brani più elevati di metronomo che ho mai composto, si capiscono molte cose. Lars è e resta uno dei miei migliori amici, ma con Horgh abbiamo aumentato di parecchio il potenziale tecnico”.

QUALE RAPPORTO HAI CON LE TUE DUE CREATURE, PAIN E HYPOCRISY? VOGLIO DIRE, CON QUALE CRITERIO LE GESTISCI? QUANDO RITIENI SIA MEGLIO DARE LA PRECEDENZA A UNA E QUANDO ALL’ALTRA?
“Diciamo che mi muovo per ‘cicli’. L’ultimo disco dei Pain, ‘You Only Live Twice’, risale al 2011 ma la composizione era iniziata nel 2010. Ci sono stati due tour europei, la stagione dei festival, la pubblicazione del DVD ‘We Come In Peace’ e poi ho ripreso a dedicarmi agli Hypocrisy. Come detto, tutto sta nel esaurire il ciclo di vita di un album: composizione, registrazione, promozione attraverso la stampa, raggiungimento dei fan e poi i concerti. Ad esempio non potrei mai andare in giro contemporaneamente con Pain e Hypocrisy, sarebbe complicato sotto tutti i punti di vista: amplificazioni diverse, strumentazione diversa, musicisti diversi, suonare trenta-quaranta pezzi ogni sera…molto impegnativo, davvero molto impegnativo. Così alterno costantemente i Pain agli Hypocrisy, è logico e più semplice”.

TORNANDO ALLA TUA VESTE DI PRODUTTORE DEI TUOI DISCHI, QUALE E’ IL LAVORO DEGLI HYPOCRISY CHE HAI PRODOTTO MEGLIO E QUALE INVECE QUELLO MENO RIUSCITO?
“Domanda facile a cui rispondere, forse banalmente, ma d’altronde non può essere altrimenti: il migliore è il nuovo…il migliore è quasi sempre il nuovo! Dopo aver prodotto ‘Carolus Rex’ dei Sabaton, un lavoro dove il volume gioca un ruolo importante, ho cercato di avere l’approccio contrario tenendolo basso, poco distorto, in modo da rendere più udibile il tutto. Voglio dire, ogni vostro stereo ha la manopola del volume, ognuno può regolarsela come crede, poco importa a che volume produco il disco, no? Per anni c’è stata una corsa a chi avesse l’album col volume più alto, io ho deciso stavolta di muovermi in direzione diversa: in ‘End Of Disclosure’ c’è meno caos e più pulizia, più nitidezza. Il peggiore, non ho dubbi, è ‘The Fourth Dimension'”.

PASSIAMO ORA AD UNA DOMANDA CHE, A SECONDA DEI PUNTI DI VISTA, PUO’ ESSERE SERIA O MENO SERIA. MI PIACEREBBE SAPERE LA TUA POSIZIONE SULL’ESISTENZA DEGLI ALIENI, CONSIDERATA L’ORMAI VENTENNALE EPOPEA LIRICA DEGLI HYPOCRISY…
“L’unica risposta che ti posso dare è un’ipotesi, una non-risposta, un lasciare la questione aperta: credo sia perfettamente possibile l’esistenza di colonie di popoli, di esseri, in tutto il Sistema Solare e l’universo. La questione rimarrà misteriosa fino a prova contraria, ma è improbabile che non ci sia vita al di fuori di quella umana. Come noi abbiamo avuto bisogno di migliaia di anni per evolverci fin dove siamo, anche altre civiltà possono fare lo stesso. Magari sono più arretrate culturalmente, magari lo sono di meno: basta pensare all’elettricità, ai telefoni, a internet, a tutte le cose che hanno cambiato la vita dell’uomo in poco più di 100 anni. 100 miseri anni contro i millenni precedenti. Non potrebbe succedere anche altrove?”.

ORA SPAZIO A QUALCHE CURIOSITA’ ASSORTITA! PROBABILMENTE TI AVRANNO GIA’ FATTO QUESTA DOMANDA, MA COME MAI FINO A “CATCH 22” NON STAMPAVATE I TESTI DEI BRANI NEL BOOKLET?
“In realtà non fu una scelta completamente nostra. L’etichetta, una volta viste le lyrics, ci disse che se anche non li mettevamo a disposizione nel libretto forse era meglio. Dicevano che erano cose che non interessavano molto alla gente… A noi andò bene, anche perché così i fan stavano concentrati sulla musica, che è certamente l’aspetto più importante degli Hypocrisy. Poi, nel tempo, ci sono arrivate sempre più domande e richieste sui testi, quindi da ‘The Arrival’ in poi abbiamo cominciato a inserirli. Tutto qui”.

COSA ASCOLTA PETER TAGTGREN NEL 2013? SEI INFORMATO SULLA SCENA ESTREMA UNDERGROUND OPPURE CONTINUI A SENTIRE MATERIALE PIU’ CLASSICO? E’ PIUTTOSTO RISAPUTA LA TUA PASSIONE PER I GRANDI DELL’HARD-ROCK MONDIALE, MAGARI UN TUO GUSTO CHE NON TRASPARE MOLTO DALLA MUSICA CHE COMPONI, SICURAMENTE NON CON GLI HYPOCRISY…
“Domanda difficile. Nonostante la mia vita sia condizionata al 90% dalla musica, tra produzioni, miei progetti e concerti, ho davvero poco tempo per sentire ciò che vorrei sentire. Per cui, di solito, tendo ad ascoltare gli album con cui sono cresciuto, ovvero i grandi classici di Kiss, AC/DC, Black Sabbath… Cerco di tenermi aggiornato sulla scena metal odierna, classica, estrema e underground, ma non è sempre facile. Paradossalmente ho più tempo di aggiornarmi quando sono in tour!”.

BENE, PETER, TI RINGRAZIO MOLTO E CHIUDO CHIEDENDOTI SE, RIPENSANDO A TUTTI I TUOI ANNI DI LAVORO DIETRO UNA CONSOLLE, RIESCI A DIRMI UNA BAND CON CUI TI SEI TROVATO MEGLIO A INTERAGIRE, O CHE IN QUALCHE MODO TI E’ ANDATA PIU’ A GENIO…
“Guarda, non vorrei essere scontato, ma quando passi tanto tempo chiuso in un piccolo spazio con un ristretto gruppo di persone, è quasi inevitabile che si instaurino rapporti molto ‘stretti’. Funziona come succede per le compagnie di amici, in questo caso il discorso si trasferisce sui musicisti. Con alcuni di loro vado d’accordissimo, con altri un po’ meno, a volte ci sono screzi…ma quando lavori è normale, no? Non riesco in effetti a dirti un nome solo, perchè nel 95% dei casi mi sono sempre trovato di fronte personaggi con cui si sta bene assieme. Poi magari è colpa mia, eh… (ride, ndR)”.

 

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