HYPOCRISY – La classifica dei loro 20 pezzi migliori

Pubblicato il 03/11/2021

A cura di Marco Gallarati

Sembra ieri, il 2013. Invece, ripercorrendo a ritroso gli otto anni che separano “End Of Disclosure” – l’ultimo, apprezzato vagito alieno di casa Hypocrisy – ed il nuovo, imminente “Worship”, ci accorgiamo facilmente di come sia trascorsa un’eternità; un’eternità in cui una simpaticissima pandemia mondiale ha sconvolto in toto le nostre esistenze e, non ultimo, il nostro modo di vivere ed approcciarci alla musica, la nostra in particolare, così bisognosa di contatto fisico, impatto live ed esperienze vissute sul campo, palco o platea che esso sia.
Il ritorno discografico della band principale di Peter Tagtgren, quindi, suona per forza come un ritorno al passato sì, un timido sguardo al tempo glorioso che fu, ma altresì proiettato nel futuro, quello più prossimo e che si interseca inevitabilmente con un amarissimo presente: se le invasioni aliene, difatti, sono da sempre l’argomento principe dei testi degli Hypocrisy, ultimamente il nostro buon Pete, sia con “A Taste Of Extreme Divinity” che con “End Of Disclosure”, fino ad arrivare ai primi due singoli estratti da “Worship”, appare essersi innamorato delle teorie cospirazioniste di vario tipo (e dei loro effetti sociali), oggigiorno quanto mai alla mercé della massa attraverso quelle maledette casse di risonanza chiamate social network. A metà strada tra un ambiguo e rigido Joker ammonitore ed un cacciatore amatoriale di eventi soprannaturali, Mister Tagtgren si diverte a giocare rimescolando le carte ormai ben solide del suo storico progetto. Brani di mestiere e scritti con sapienza – più “Chemical Whore” che il più atipico (nel riffing) “Dead World” – che paiono miracolati e miracolosi causa i tanti anni di assenza. Un assaggio di cosa sono diventati oggi gli Hypocrisy, che per il momento mettiamo da parte per rispolverare invece, con questo speciale, un bel po’ di carriera e discografia dei Nostri, mai troppo usciti dal seminato del loro death metal scandinavo dalle tinte melodiche ma, a loro modo, seminali e fondamentali per la nascita di una scena, sebbene il terzetto non rientri spesso – anzi, quasi mai! – nel novero degli inventori di un certo modo di fare death metal; forse perché a metà strada tra certo death americano, il primordiale metallo svedese della morte e il suo fratellino più sdolcinato melo-death, gli Hypocrisy hanno fatto la Storia del genere senza mai metterci troppo la firma, restando molte volte dimenticati tra i vari Entombed, In Flames, Dismember, Dark Tranquillity, Grave, Unleashed e At The Gates.
Partendo da unriascolto del completo repertorio full-length del gruppo, abbiamo stilato questa personalissima classifica di canzoni, escludendo senza troppi riguardi estratti prelevati da album acclamati – “Virus” (2005) su tutti – oppure da chicche cult del passato, ad esempio il debutto “Penetralia” del 1992. Alcuni di voi si ritroveranno in questa classifica, come al solito, altri molto meno; la lista di brani scelti non vuole essere enciclopedica o rappresentativa di ogni periodo incarnato dagli Hypocrisy, bensì semplicemente un gaudente elenco di pezzi memorabili e indimenticabili. A voi!

 

Artista: Hypocrisy | Fotografo: Matteo Musazzi | Data: 20 novembre 2019 | Venue: Alcatraz | Città: Milano


20. TAMED (FILLED WITH FEAR) (da “A Taste Of Extreme Divinity”, 2009)

M. Hedlund / P. Tagtgren

Ad occupare il ventesimo posto della nostra classifica, tanto per esordire con solide certezze, non un brano noto o storicamente importante per la compagine svedese, bensì un fulgido esempio di canzone standard – ma ottima! – degli Hypocrisy degli ultimi lavori. Tratta da “A Taste Of Extreme Divinity” del 2009, “Tamed (Filled With Fear)” è carica di dinamismo, epica melodia e devastante intensità, episodio thrash-death-black metal melodico di classe cristallina: la partenza è molto aggressiva, con i Nostri che pestano forte, ma è il preludio ad un pezzo che cambia pelle in continuazione, tra groove poderoso, hook melodici e il solito approccio anthemico allo sviluppo di situazioni e armonie. Grandiosi ed improvvisi il paio di bridge atmosferici che precedono l’arrivo del chorus, prima, e lo sfumo del brano, poi, imperniati su di un arpeggio profondo e pregno d’angosciante attesa, davvero un tocco magico. Un primo, chiarissimo esempio di maturità e brillante solidità compositiva da parte della coppia Hedlund/Tagtgren.

 

19. DESTROYED (da “Catch 22”, 2002)
L. Szoke / P. Tagtgren

“Destroyed”, al diciannovesimo posto, sarà l’unico brano proveniente dal controverso “Catch 22” ad essere presente nella lista di canzoni qui proposta. Assolutamente non per partito preso però, dato che consideriamo il succitato album un gran bel disco, probabilmente incompreso ed uscito in un periodo in cui il lieve ammodernamento del suono della band venne scambiato per un avvicinamento – davvero improbabile – a sonorità al passo degli allora tempi e quasi ‘orecchiabili’. Allusioni che lasciano il tempo che trovano, e ben lo dimostra proprio questa traccia, la seconda dell’album dopo l’incipit simil-hardcore e abbastanza richiamante, in effetti, alcune cose degli Slipknot di “Don’t Judge Me”: “Destroyed” si barcamena molto degnamente tra ritmiche quadrate e piuttosto semplici (ricordiamo che il batterista era ancora il pur bravo ma tecnicamente limitato Lars Szoke), un riffing a tratti triggerato sopra la media del sound Hypocrisy, una varietà vocale notevole e atta all’uso di diversi filtri ed effetti, ed un ritornello che si stampa ben presto in testa. La gran carica adrenalinica che “Destroyed” emana fa sì che tale posizione sia del tutto meritata.

 

18. END OF DISCLOSURE (da “End Of Disclosure”, 2013)
P. Tagtgren / M. Hedlund / R. Horghagen

Proseguiamo e saliamo di una posizione accogliendo la titletrack e opener di “End Of Disclosure”, che paradossalmente, pur essendo passati ben otto anni dalla sua uscita, pare ancora fresca e giovanile, come se la ascoltassimo in questi giorni per le prime volte. Pienamente affiancabile all’immancabile appuntamento dal vivo “Fractured Millennium”, di cui è sia epigone che successore in piena regola, “End Of Disclosure” ha nel proprio DNA quella marzialità tetragona e possente che ci fa pensare agli inni comunisti, alle marcette sovietiche, a roboanti e catatoniche overture spaziotemporali. L’incipit è emblematico, in tal senso: un tappeto di tastiere subdolo e mai domo, che all’altezza dei chorus si fa pressante e ripetitivo, prende per mano tale pezzo mastodontico dettandone i ritmi e i pochi cambi di registro, puntando tutto sull’ipnosi latente procrastinata da arrangiamenti puntuali e precisi, sebbene celati in un unicum bellicoso e caotico. Peter Tagtgren sugli scudi vocali ed un paio di azzeccati giri melodici completano un episodio piuttosto facile da mandare a memoria, che rappresenta molto bene gli Hypocrisy ponendo in evidenza le caratteristiche salienti dei loro brani più anthemici e meno violenti.

 

17. APOCALYPSE (da “The Fourth Dimension”, 1994)
P. Tagtgren

Sulla stessa lunghezza d’onda di “End Of Disclosure” si assesta la storica “Apocalypse”, che peschiamo orgogliosamente da “The Fourth Dimension”, anno 1994, il disco di transizione che traghettò i Nostri dagli acerbi e satanici primi due album agli innovativi risultati emersi a partire da “Abducted”, due anni dopo. Tagtgren, rimasto da solo con i fedeli Mikael Hedlund e Lars Szoke, con tale canzone, opener del lavoro, reinventa lo stile degli Hypocrisy rallentandone le andature e smussando gli angoli più oltranzisti, piazzando in primo piano delle tastiere sperimentali ma altamente evocative e dandosi con impegno agli azzardi vocali, tramite più di un passaggio o coro clean. Il rintocco di basso ad inizio brano è spettrale e quando, subito dopo, arriva la melodia portante di tastiera, capiamo immediatamente che la solfa è cambiata, in atto vi è una mutazione. Il crescendo della traccia è lento e ci porta in dote riff sinistri e tetramente melodici, fino a giungere al momento in cui Hedlund si prende il palcoscenico per qualche secondo grazie al suo splendido giro di basso. Da qui in avanti veniamo proiettati dagli Hypocrisy, letteralmente, in quella Quarta Dimensione di cui narra il titolo del platter, cullati da nenie lontane in pulito oppure dal growl spaventoso di Peter, in grado di ergersi sopra il pachidermico saliscendi del pezzo. Pezzo che poi ci spara nelle orecchie uno dei migliori assoli dell’intera discografia del gruppo, prima di terminare all’improvviso lasciandoci basiti. Un’indimenticabile Apocalisse.

 

16. TALES OF THY SPINELESS (da “End Of Disclosure”, 2013)
P. Tagtgren / M. Hedlund / R. Horghagen

Dopo due posizioni occupate da brani ‘tranquilli’, ci riappropriamo della velocità più consona agli Hypocrisy con la sedicesima posizione affidata a “Tales Of Thy Spineless”, il secondo videosingolo estrapolato da “End Of Disclosure”. La partenza è terrificante, con Horgh che con quattro magie lancia l’assalto all’arma bianca, promulgato attraverso un blastbeat assurdo e un grido acutissimo e lunghissimo di Peter Tagtgren, roba da bruciarsi le corde vocali all’istante. E’ poi il growl a prendersi la scena, stile di cui Mastro Pete è padrone assoluto, costruito perfettamente attorno ad una sequela di riff al fulmicotone, una via di mezzo tra thrash e death metal, aggressione pura e sinistra e sagace melodia, aperta verso spazi siderali all’altezza del chorus, accompagnato anche qui da partiture di tastiera tanto ariose quanto fondamentali. Lo special di centro brano è un uptempo sorretto da un riff thrash trascinante e quadrato, che ci prepara ad un recitato orrorifico di Tagtgren e ad un lieve aumento dell’andatura. Altro cambio improvviso di ritmica – si passa ad un classico tupa-tupa – ed ecco spuntare un breve assolo di transizione portante alle ultime ripetizioni del ritornello. Fino alla fine, un’ultima, lancinante, sfibrante sfuriata in blastbeat.

 


15. REQUEST DENIED (da “The Final Chapter”, 1997)

P. Tagtgren

Ed infine eccolo qua, il primo pezzo di questa classifica proveniente da uno dei dischi più quotati della discografia della compagine scandinava. Torniamo al 1997, al momento dell’uscita di “The Final Chapter”, quello che pareva fosse l’album di chiusura della carriera degli Hypocrisy, decisa da un Peter Tagtgren impegnatissimo a pompare a dovere i suoi Pain. “Request Denied”, sesta traccia della tracklist, cerca di riprendere in pieno le rivelazioni progressive apparse nel lavoro precedente – ci riferiamo alle ballate finali di “Abducted”, “Slippin’ Away” e “Drained” – rivestendole di un tono meno malinconico e triste, più epico e ridondante, sebbene l’incedere complessivo della canzone, la natura degli arpeggi, gli arrangiamenti di tastiera e l’uso della voce pulita all’altezza di svariati momenti dell’episodio rendano “Request Denied” un compendio di sensazioni lugubri ed oscure, pur baciate dalle solite melodie azzeccatissime venute fuori magicamente da un Peter tremendamente ispirato. Un gran bell’assolo, un peculiare pizzicato di chitarra acustica, profondi attimi crepuscolari, chitarre d’accompagnamento semplici ma perfette per il mood del brano: una gemma spesso sottovalutata contenuta in un platter epocale.

 

14. PALED EMPTY SPHERE (da “Hypocrisy”, 1999)
M. Hedlund / P. Tagtgren

Una coppia di songwriter che difficilmente ha sbagliato un brano e che, anzi, nel suo palmarès può vantare molte delle migliori canzoni degli Hypocrisy: quando a Mr. Tagtgren si unisce la sensibilità emotiva e compositiva del bassista Mikael Hedlund state pur certi che la canzone creata difficilmente sarà banale. “Paled Empty Sphere”, dal magnifico disco eponimo del 1999, quello che sancì il ‘ritorno sulle scene’ del terzetto dopo il presunto scioglimento, è un fulgido esempio di quanto espresso sopra. In quasi tutti i lavori degli Hypocrisy l’ultima traccia è atmosferica e, in questo caso, i livelli di profondità e smarrimento nei meandri del cosmo sono veramente elevati. Ci immaginiamo tutti, nel momento di perderci in solitario nello spazio, ad osservare il nostro pianeta pian piano allontanarsi, un’Impallidita Sfera Vuota da lasciare al proprio destino. Apre il brano quello che è probabilmente il miglior minuto iniziale mai scritto dal gruppo, da lacrimoni copiosi e di una intensità quasi dolorosa, un piccolo grande omaggio ai Pink Floyd, ampliato in oscurità da due pattern di chitarra memorabili. Arriva la voce pulita, arrivano le solite tastiere, il crescendo mistico, ed infine l’esplosione di un ritornello quasi trascinato e languido, che non modifica l’incedere del brano ma lo enfatizza quanto basta. Viene ripetuto il tutto, per poi proseguire d’inerzia e giungere al mastodontico assolo capace di elevare ancora più in alto lo zenit della canzone, la quale termina con l’arpeggio che guida la strofa; tenebroso sì, ma anche quasi un rappacificante cullarsi verso una morte serena.

 

13. STILLBORN (da “The Arrival”, 2004)
P. Tagtgren / M. Hedlund

Finora, in questa classifica, la prevalenza di brani più atmosferici è leggermente maggiore rispetto al numero di pezzi aggressivi; ebbene, ora cerchiamo di far tornare la bilancia in equilibrio. “Stillborn”, al tredicesimo posto, è tratta dal sottovalutato “The Arrival” e, in qualche modo, riporta in auge qualche modernità presente in “Catch 22”, ad esempio un approccio alla struttura del pezzo molto dinamico e cangiante, l’utilizzo di parecchi filtri vocali e la presenza di un chorus decisamente orecchiabile e rock-oriented, ben preparato da un bridge davvero esaltante. All’arrivo dello special centrale, qui qualcuno potrà storcere il naso, in quanto il groove di transizione e la ripresa iper-ritmata potrebbero far gridare alla bestemmia ‘nu’, si voglia anche per una scelta di suoni compressa e abbastanza diversa dal ‘solito’ sound degli Abyss Studios. Sappiamo bene quanto Peter sia aperto anche a sonorità decisamente mainstream, di base tenute sempre lontane dagli Hypocrisy, e se ogni tanto trasferisce qualche ispirazione ‘altra’ all’interno della sua band-madre davvero non gliene si può imputare colpa. Anche perchè “Stillborn” è un ottimo brano, adatto in particolar modo ad una furente e coinvolgente riproposizione dal vivo!

 

12. ROSWELL 47 (da “Abducted”, 1996)
M. Hedlund / P. Tagtgren

Vi starete chiedendo come diavolo sia possibile che il pezzo (probabilmente) più famoso in assoluto degli Hypocrisy venga posizionato solamente al dodicesimo posto, nevvero? Semplice gusto personale potrebbe bastare, perchè no? “Roswell 47” è a tutti gli effetti la canzone che nel 1996 sdogana al mondo metallico i nuovi Hypocrisy, quelli degli Abyss Studios, quelli delle tematiche chiaramente monopolizzate dal tema ‘invasione e rapimenti extraterrestri’, quelli che miscelano argutamente il death metal svedese a qualche reminiscenza di quello più americano dei primi lavori, condendo il tutto con pennellate black, doom e progressive, per un potpourri estremo di alto valore e sapienza compositiva. Il brano simbolo del gruppo mantiene un incedere quasi latente per tutta la sua breve durata, guidato da uno Szoke scolastico ma efficace quanto basta; si riconoscono le intense plettrate del basso di Hedlund, ma sono decisamente i vocalizzi e le parti di chitarra di Peter Tagtgren a prendere subito il sopravvento, alternando da una parte growl profondo ed un lancinante scream, che sublima nel grido “Roswell forty-seveeeeeeen!” che tutti urliamo sempre dal vivo, e dall’altra melodie angoscianti ed epiche ad un riffing a tratti praticamente melodic black metal. Mancano gli stacchi veloci(ssimi) che un incauto ascoltatore del gruppo si aspetterebbe da un momento all’altro lungo la traccia, ma va benissimo così, “Roswell 47” rimane un capolavoro di potenza e pathos anche senza mai accelerare, paradossalmente imprevedibile nella sua staticità.

 

11. ABDUCTED (da “Abducted”, 1996)
L. Szoke / P. Tagtgren

Restiamo nel 1996, venticinque anni fa, per la titletrack di “Abducted”, episodio massacrante e di una pesantezza inaudita. La nuova produzione made in Abyss, chitarre grassissime e a motosega come non mai, inspessisce assai l’effetto debordante di un brano quale questo, mantenuto su livelli di prestigio da una prestazione monstre di tutta la band, compreso un eccezionale Lars Szoke dietro le pelli, che si lancia anche in diversi fill tra una battuta e l’altra. Tanti stop’n’go, linee vocali nervose e sincopate, un susseguirsi vorticoso di riff diversi fra loro, ma tutti all’insegna della brutalità e della distruzione. Ascoltando il pezzo viene proprio da immaginarsi una banda di alieni, in piena notte, muoversi freneticamente alla caccia di esseri umani solitari e abbandonati da rapire e portare sulla loro navicella, in attesa di compiere i peggiori esperimenti anatomici, un po’ come suggerisce la copertina dell’album. L’impellenza e l’urgenza sono palpabili, anche l’assolo di metà canzone segue le stesse coordinate di rapidità, che letteralmente non fanno respirare. Sul fine traccia ci si risolleva dall’headbanging completamente storditi, con un dolore al collo notevole ma – per fortuna – sani e salvi e con il fondoschiena ben saldo sul divano di casa.

 


10. PLEASURE OF MOLESTATION (da “Osculum Obscenum”, 1993)

P. Tagtgren

Entriamo nelle prime dieci posizioni di questa classifica inserendovi il brano più longevo meritevole di entrarvi, ovvero il mitico “Pleasure Of Molestation”, opener presente sul secondo lavoro del gruppo, “Osculum Obscenum” del 1993. A quell’epoca gli Hypocrisy si sono già separati dal chitarrista ritmico Jonas Osterberg, ma sono ancora un quartetto con alla voce Masse Broberg, colui il quale diventerà famoso nei Dark Funeral con il nickname Emperor Magus Caligula, e con Tagtgren nel ‘solo’ ruolo di compositore, chitarrista, tastierista e seconda voce. Il pezzo in questione, nonostante soffra dei difetti d’acerbità delle prime produzioni targate Hypocrisy, è tuttora una canzone eseguita in sede live, spesso in versione medley mischiata alla stessa “Osculum Obscenum” e a “Penetralia” del primo album. L’introduzione di “Pleasure…” è molto significativa, in quanto prodromo della classica intro à la Hypocrisy a base di tastiere epiche e ariose; un inquietante suono di clavicembalo, poi, termina l’incipit e abbandona le velleità atmosferiche del brano – a differenza, appunto, di quanto succederà in futuro, quando la melodia dell’introduzione sarà parte principale della canzone – facendo decollare un death metal old-school senza alcun compromesso. Broberg non ha lo stesso spettro vocale di Peter ma il suo growl è catarroso e leonino e non sfigura affatto dominando i chitarroni svedesi della canzone. C’è qualche frenata doom-death, diversi rallentamenti e susseguenti accelerazioni, un’ottima dose di imprevedibilità, pur restando in canoni più che scontati, ed in generale un satanico e blasfemo divertissement che, se da un lato denota già una gran capacità di creare riff e strutture avvincenti, dall’altro risulta a tratti immaturo, grezzo e dozzinale. Un ingresso nella Top Ten degli Hypocrisy, comunque, a “Pleasure Of Molestation” non potevamo negarlo!

 

9. WEED OUT THE WEAK (da “A Taste Of Extreme Divinity”, 2009)
M. Hedlund / P. Tagtgren

Altra collaborazione Hedlund/Tagtgren ed ecco l’ennesimo pezzo avvincente: puro death metal melodico da battaglia, “Weed Out The Weak” viene dotato di video quale singolo estratto da “A Taste Of Extreme Divinity”. Maestri totali nel creare questo tipo di composizione, che unisce potenza, epos, brutalità e una grossissima dose di melodia, con “Weed Out The Weak” gli Hypocrisy confezionano praticamente uno dei quattro/cinque loro prototipi di canzone rappresentativa, una sorta di bignamino del loro apporto alla causa del melo-death. Non troviamo un difetto che sia uno a tale traccia, nella quale il buon Peter sfodera tutto il suo amplissimo range vocale senza problemi, confezionando in contemporanea alcuni dei suoi giri melodici più belli e carichi di epica, sia che essi siano sparati a velocità folle (si senta la partenza al fulmicotone), sia che vengano calibrati chirurgicamente per ammaliare l’ascoltatore, come accade nel rallentamento in cui viene ripetuto a gran voce il titolo, oppure nel break più cadenzato di centro brano, quello dedicato al solo di chitarra. “Weed Out The Weak” scorre impetuosa senza un secondo di noia, senza una battuta musicale lasciata a vuoto, in un continuo inseguirsi di attimi memorabili. Un classico dei tempi recenti.

 

8. INQUIRE WITHIN (da “The Final Chapter”, 1997)
P. Tagtgren

Dopo una bella sequela di episodi aggressivi e dall’andatura sostenuta, ritiriamo un pochetto il freno a mano per presentarvi “Inquire Within”, traccia gemella della già discussa sopra “Request Denied”. Entrambe, estrapolate da “The Final Chapter”, ne spezzano il ritmo violento della prima parte innalzando robuste strutture innervate da quell’epica malinconia che spesso spunta fuori tra i solchi delle composizioni degli Hypocrisy, padroni di talmente tante sfumature dell’animo umano da riprodurre in musica che semba si divertano particolarmente a trovare la giusta soluzione per il giusto momento, per una precisa emozione. Tutto sommato neanche troppo lento e compassato, “Inquire Within” cresce con il passare dei minuti, alzando l’asticella di groove, potenza e densità atmosferica man mano che avanza triturando meteoriti davanti a sè. Per l’ennesima volta ci piace citare il lavoro più che ottimo di Peter al microfono, mutevole e a proprio agio con qualsivoglia tipo di voce scelta; e ovviamente abbiamo una predilezione smisurata per il suo growl così profondo e, allo stesso tempo, ben comprensibile. Qualche innovativo controtempo ed un riffing ossessivo e ondeggiante fanno uscire tale brano dai canonici standard degli svedesi, donandogli una singolarità tutta sua, altamente apprezzabile. Chiediamo il bis, anzi il tris!

 

7. FRACTURED MILLENNIUM (da “Hypocrisy”, 1999)
P. Tagtgren

Settimo posto per “Fractured Millennium” e cosa scrivere riguardo a questo amatissimo ed iconico brano degli Hypocrisy? A ridosso di “Roswell 47” in quanto ad importanza storica e conoscenza al di fuori della più stretta cerchia di fan della band, questa traccia è l’opener per eccellenza dei concerti dei Nostri, dotata di impatto più che immediato ed un fortissimo appeal teatrale e visionario, quasi cinematografico. Costruita attorno ad una memorabile sequenza di note alle tastiere, che riprende e sviluppa in modo più ampio e maturo il tema dell’anthem sovietico, già visto in precedenza su “Apocalypse” e chiaramente presente in seguito – cronologicamente scrivendo – in “End Of Disclosure”, l’episodio si trascina testardo e monolitico senza neanche presentare variazioni tecniche chissà di quale spessore, bensì proponendo ritmiche piuttosto semplici e un profondo lavoro alle chitarre, che puntellano e sorreggono il costante rimbombare del tappeto di tastiere attraverso un rifframa sottile e certosino, poche note ma assolutamente centrate e di ottima fattura. Anche qui – ormai ci stiamo stancando di scriverlo – è paurosa la performance di Tagtgren, alla voce così come durante la parte solistica, un vero gioiello. Scritta e pubblicata nel 1999, a ridosso dell’inizio del nuovo millennio, non facciamo fatica ad immaginare, come per altre canzoni già descritte, scene apocalittiche e cosmiche, con alieni pronti a provocare fratture nel continuum spazio-temporale per giungere a colonizzare la Terra. Sci-fi all’ennesima potenza.

 

6. ELASTIC INVERTED VISIONS (da “Hypocrisy”, 1999)
M. Hedlund / L. Szoke / P. Tagtgren

Attingiamo ancora da “Hypocrisy” per la sesta posizione, assegnandola ad “Elastic Inverted Visions”, un brano che si pone a metà strada tra una semi-ballad ed un pezzo epico in puro stile Hypocrisy. La ritmica permane semplice e diretta, vicina alle evoluzioni della sopra descritta “Fractured Millennium”, con ancora delle buone keyboards a fare da capolino durante l’evolversi della canzone. D’altra parte l’incipit arpeggiato e una vaga aura malinconica ce la fa accostare ad altri due episodi dello stesso disco, “Until The End” e “Paled Empty Sphere”, per un compendio di tracce votate all’introspezione e dal forte appeal melodico-riflessivo. “Elastic Inverted Visions”, a dispetto di una partenza anche carica di groove e dinamismo, è una di quelle composizioni targate Hypocrisy che non affonda mai davvero in velocità o aggressione, ma punta maggiormente a colpire il bersaglio avvolgendo l’ascoltatore in dinamiche atmosferiche e dall’alto pathos. Questo tipo di soluzioni è molto caratteristico del gruppo, tanto che siamo di fronte ad un brano che permette di riconoscere immediatamente il proprio autore. Non per nulla, pur non venendo quasi mai additati quali massimi esponenti del genere, gli Hypocrisy e “Hypocrisy” sono un grandioso esempio di death metal melodico originale e personalissimo, composto e suonato quasi alla perfezione. Ma andiamo avanti con il prossimo capolavoro…

 


5. SLIPPIN’ AWAY (da “Abducted”, 1996)

P. Tagtgren

Capolavoro che, nonostante si assesti al quinto posto della nostra classifica e non salga nemmeno sul podio, rappresenta un unicum nella discografia della band, forse pareggiato solo dalla traccia che subito lo segue nella tracklist di “Abducted”, ovvero “Drained”. In “Slippin’ Away”, l’episodio protagonista di questo trafiletto, tutte le sensazioni, fino all’epoca rimaste ovattate e nascoste dall’impatto deflagrante e spaventoso di “Penetralia” ed “Osculum Obscenum” prima e dalla sperimentazione parziale di “The Fourth Dimension” poi, esplodono all’unisono durante i cinque minuti di durata della canzone: dopo “Carved Up”, “Abducted” prende una piega completamente diversa dalle sonorità proposte fino alla decima traccia; “Reflections” è un pezzo transitorio che incute timore attraverso voci, effetti ed orchestrazioni ancestrali, e che ci prepara al viaggio prog/pinkfloydiano che dagli Hypocrisy non ti aspetti: “Slippin’ Away” è dolcissima, melanconica, nostalgica, rilassante, ancora una volta epica, un esempio superlativo di quanto una formazione dedita spesso e volentieri al metallo più estremo sappia anche cimentarsi in, e realizzare superbamente, una ballata semiacustica, sognante e – perchè no? – radiofonica. La si potrebbe definire con nonchalance la “Nothing Else Matters” degli Hypocrisy e di Peter Tagtgren, e diciamo pure che le assonanze con il brano dei Metallica non sono così campate per aria. Un grandioso chorus ed un assolo proiettato direttamente oltre le orbite di Aldebaran sono solo la ciliegina sulla torta di un pezzo indimenticabile, purtroppo solo pochissime volte (o addirittura mai) eseguito dal vivo.

 

4. GLOBAL DOMINATION (da “A Taste Of Extreme Divinity”, 2009)
M. Hedlund / P. Tagtgren

Arriviamo sotto al podio, quarta posizione e medaglia di legno, con la composizione che più ci ricorda, riascoltandola ora, il primo estratto dall’imminente “Worship”, “Chemical Whore”. “Global Domination” è davvero un’ottima canzone del repertorio recente dei Nostri, per chi scrive la cosa migliore scritta dagli svedesi da “Hypocrisy” in avanti. Contiene tutte le caratteristiche che hanno reso grandi Tagtgren e soci e che abbiamo spesso ripetuto durante la stesura dei trafiletti per questo articolo: imbattibile senso della melodia epica ma mai pacchiana o sfacciata; violenza costante anche dove non la si raggiunge con velocità forsennate o stacchi brutali; groove magistrale, potente, massiccio; range vocale assurdo; sezione ritmica quasi mai in evidenza e posta perlopiù al servizio del brano, ma che con semplicità lo marchia a fuoco; capacità di modellare con giustezza una canzone attorno a tre-quattro punti focali, piazzandoli poi nell’ordine perfetto per far risaltare il tutto. Ecco, “Global Domination” non ve la citerà quasi nessuno parlandovi degli Hypocrisy, ma qui siamo di fronte ad un altro masterpiece nascosto e mai rivelatosi. Smentiteci pure, e ne parleremo.

 

3. APOCALYPTIC HYBRID (da “Hypocrisy”, 1999)
P. Tagtgren

Entriamo in zona medaglia e inevitabilmente il metronomo inizia ad oscillare più rapidamente. D’accordo l’atmosfera, d’accordo l’epica malinconia, le apoteosi cosmiche… Ma gli Hypocrisy e Peter Tagtgren, quando vogliono pestare duro, lo sanno fare come pochi. Velocità esecutiva micidiale, tiro forsennato, attitudine quasi hardcore, frenesia impellente: “Apocalyptic Hybrid” non aspetta nemmeno il silenzio totale dopo “Fractured Millennium”, in “Hypocrisy”, per partire a rotta di collo grazie a quattro colpi di tamburo ben assestati da Lars Szoke, che si protende in un tupa-tupa ossessivo per tutta la durata della canzone, interrotto soltanto da qualche stop’n’go adrenalinico che altro non fa che rendere ancora più aggressiva la traccia in questione. Per tanti dettagli e per la stessa struttura compositiva, “Apocalyptic Hybrid” è praticamente la modernizzazione della già sopra descritta “Abducted”, resa più tecnica da un riffing assurdo e da sprazzi solistici ripetuti, mentre le linee vocali nevrotiche sono tipiche del Tagtgren impegnato su pezzi così veloci. Poco altro da dire, un massacro chirurgico, definitivo, totale. E la risata orrorifica che precede lo sfumo del brano non lascia alcun prigioniero.

 

2. KILLING ART (da “Abducted”, 1996)
L. Szoke / M. Hedlund / P. Tagtgren

Il devasto continua salendo sul secondo gradino del podio, con un pezzo tra i più acclamati e famosi della band. “Killing Art” da “Abducted”, proprio come “Apocalyptic Hybrid” in “Hypocrisy”, viene piazzata come seconda traccia a ridosso di un brano d’apertura melodico e più orecchiabile (ci riferiamo, rispettivamente, a “Roswell 47” e “Fractured Millennium”). L’impatto è semplicemente terremotante, soprattutto nel caso dell’album più antico dei due, in quanto ci troviamo davanti, per la prima volta nella carriera degli Hypocrisy, a dei suoni paurosi abbinati ad una brutalità disarmante. In poco meno di tre minuti, per non essere troppo monotematici, il terzetto svedese si sbizzarrisce alternando soluzioni sempre dinamiche e mai ripetitive, corroborate da un riffing magistrale e penetrante, carico di melodia, groove, tecnica e violenza allo stesso tempo. La pausa effettata al minuto 0.58 e la ripartenza dopo il celeberrimo “this is war” sono assolutamente iconici, così come l’apparentemente fuori luogo uso del piccolo coro pulito subito dopo, a cavallo di un breve ma ottimo hook melodico. Un fuoco di paglia usato furbescamente per poter subito colpire durissimo ancora, tra marzialità e discese libere sull’acceleratore. Una composizione semplicemente incredibile.

 

1. ADJUSTING THE SUN (da “The Final Chapter”, 1997)
M. Hedlund / P. Tagtgren

Primo posto, per chi scrive con nessun dubbio residuo, e premio simbolico di Miglior Brano degli Hypocrisy va ad “Adjusting The Sun”, nona traccia del masterpiece “The Final Chapter”. Ancora una volta il dinamico duo Hedlund/Tagtgren si maschera da perfetto trasformista e tira fuori dal magico armadio una composizione tellurica, ottimamente bilanciata tra aggressione tout-court, groove sfracellante ed esplosioni di scintillanti melodie che tutto travolgono e monopolizzano. Una sequenza ben calibrata di piccole, grandi sezioni incastonate una di seguito all’altra, e a volte riprese e riproposte durante la stessa canzone, che mettono in risalto l’impeccabile mix di sonorità e sensazioni che gli Hypocrisy hanno quasi sempre saputo impiattare molto bene nelle loro portate. Un episodio dal forte senso anthemico, anche sotto il profilo dei testi, una poco velata critica alla religione e alla sua vetustà, che riesce soprattutto in ambito live a caricare a pallettoni una probabile audience invasata. Non eseguita spessissimo durante i tour appena successivi alla sua uscita, “Adjusting The Sun” è diventata pian piano un cavallo di battaglia immancabile durante i concerti del gruppo, soprattutto grazie a tutta la lunga parte centrale dove groove poderoso, melodia ariosa, riff sinistro e growl cavernoso creano un unicum di alta classe e perfezione. Sopra ogni possibilità di critica negativa, ci congediamo da questa lunga lista nel modo per noi migliore.

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