ICED EARTH: il nuovo “Incorruptible” traccia per traccia!

Pubblicato il 26/05/2017

a cura di Giovanni Mascherpa

Nonostante i guai fisici del mastermind Jon Schaffer – l’operazione al collo non è stata una passeggiata – nonostante un altro spinoso cambio di line-up – l’uscita di scena dello storico chitarrista solista Troy Seele, a favore del giovane ex-White Wizzard Jake Dreyer – nonostante il fantasma di Matt Barlow a costituire una presenza occulta ingombrante, generante continui paragoni con gli album che hanno dato vera fama al gruppo, gli Iced Earth sono ancora qua. Duri, seri, convinti, incazzati. Incorruttibili, come recita il titolo del dodicesimo full-length di uno dei simboli dell’heavy metal a stelle e strisce. Non è semplice capire quale sia oggi lo status della formazione, che non ha riscosso negli anni 2000 gli stessi entusiasmi suscitati nella seconda metà del decennio precedente, non ha valorizzato al meglio gli ottimi cantanti succedutisi (Tim ‘Ripper’ Owens, di nuovo Barlow, infine Stu Block), si è ritrovata a stagnare in una stasi artistica preoccupante, con Schaffer standardizzatosi in una scrittura avara di sorprese ed evoluzioni. “Incorruptible” tenta di mettere le cose a posto ricorrendo a un approccio che più metallico non si potrebbe: all’interno degli studi di registrazione Independence Hall, nell’Indiana, vicino a dove vive attualmente il mastermind, i cinque si sono preparati con calma, forgiando un suono massiccio e inconfondibile e un lotto di canzoni abbastanza vario. Assolutamente nulle le concessioni a influenze esterne, come ci tiene a ribadire lo stesso Schaffer, mentre di tutto quello che è passato sotto i ponti dell’heavy metal dagli anni ’80 ad oggi si ode parecchio: fra power, epic, classic metal, thrash, il songwriting incamera e sviluppa diversi spunti, miscelandoli in modi mai uguali da una traccia all’altra. A qualche settimana dall’’uscita ufficiale, “Incorruptible” ci appare per ora un volonteroso, pantagruelico, esercizio di mestiere, con qualche momento veramente brillante, tanti piacevoli, ma lontano dall’equilibrio perfetto degli anni migliori. Di seguito, le nostre impressioni traccia per traccia di un disco che, nel bene e nel male, sarà uno dei principali temi di conversazione estivi per gli appassionati del più puro e incontaminato heavy metal.


ICED EARTH
Jon Schaffer – chitarra ritmica e solista, tastiere, backing vocals
Stu Block – voce
Brent Smedley – batteria
Luke Appleton – basso, backing vocals
Jake Dreyer – chitarra solista

INCORRUPTIBLE
Data di Uscita: 16 giugno 2017
Etichetta: Century Media
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01.GREAT HEATHEN ARMY (05:19)

Un’aria pomposa e cori altisonanti aprono le ostilità, circa un minuto e mezzo di sole sonorità atmosferiche interrotte bruscamente dall’urlo halfordiano di Stu Block e da una prima, secca, scarica di batteria e chitarre thrash. Lo scatto in avanti non dà successivo sfogo a cadenze particolarmente incalzanti, infatti ci si assesta in un primo momento su partiture quadrate e abbastanza educate, che guardano al tipico sound power metal europeo degli anni ’90, nella versione più energica. In linea con le produzioni recenti degli Iced Earth, gli strumenti hanno tutti quanti l’impatto di una cinghia d’acciaio scaraventata in pieno cranio, scelta che sacrifica le sfumature più raffinate a favore della pesantezza a tutti i costi. Per chi scrive, è un’arma a doppio taglio, che toglie un pizzico di autenticità alla musica e dà un taglio eccessivamente uniforme al suono. Il pezzo prende vigore e i toni s’inaspriscono di pari passo alle incursioni nello screaming del singer. Il grado di violenza si alza, così che qualche accelerata viene a interrompere il canovaccio ritmico principale, veramente elementare. Apertura incolore.

02.BLACK FLAG (04:56)

Le velocità s’abbassano e Block a sua volta cerca tonalità profonde, per immergersi in un denso clima epico-guerresco. Sembra di ascoltare i Manowar degli anni ’80, a tratti, tanta è la foga e la pulsione verso momenti di drammatico pathos. Fatto il callo alla produzione, la cui compressione irrigidisce oltremisura le chitarre e sovraccarica la batteria, possiamo ascoltare un piacevole esempio di heavy metal vecchia scuola, sudato, maschio, basato su pochi elementi ripetuti ossessivamente e con sempre maggiore energia al crescere del minutaggio. Riffing e arrangiamenti permangono crudi e restii a grandi variazioni in corso d’opera, il serrare le fila di tutti gli strumenti, a circondare un cantato invasato e mutevole, riesce però a iniettare quell’adrenalina mancata nell’opener. Poco respiro melodico, molta lotta, con un prolungato assolo multicolore unico vero break concesso all’ascoltatore; quel che manca in ispirazione viene compensato da un’animosità che non dispiacerà ai fan più tradizionalisti.

03.RAVEN WING (06:25)

Quelle sfumature poetico-atmosferiche promesse da Jon Schaffer nelle prime dichiarazioni fornite a proposito di “Incorruptible”, che avrebbero dovuto richiamare i mitizzati “The Dark Saga” e “Something Wicked This Way Comes”, iniziano ad affiorare nella terza traccia, resa nota con un lyric video alla fine di aprile. La voce principale si conferma il vero asso nella manica dell’attuale incarnazione degli Iced Earth, l’avvio paventa un addolcimento dal sapore fantasy-fiabesco, in netta contrapposizione alla canzone precedente. Le chitarre acustiche tengono banco per poco più di un minuto, quindi arriva una prima valanga di chitarre scolpite nel granito, rinforzate dal basso, che portano il brano verso un epic metal privo di orpelli e intellettualismi. Più avanti tastiere e seconde voci mitigano il ‘tonnellaggio’ della musica, mentre il ritornello ci martella per un tempo ben più che sufficiente per farcelo assimilare. Canzone discreta, “Raven Wing”, anche se tirata per le lunghe, vizietto del Jon Schaffer di questi anni.

04. THE VEIL (04:47)

Mancava fino a questo punto ariosità al songwriting, arriva fortunatamente “The Veil” ad allargare lo spettro emotivo e a ridare un tocco di candore all’arcigna macchina stritolaossa che risponde al nome di Iced Earth. Il refrain va in crescendo su pennellate ispirate della solista, le tastiere dialogano con gli arpeggi nelle strofe, tese il giusto e depurate di enfasi pacchiana. L’assolo incastonato fra i guizzi delle tastiere e il breve spaccato dark, con un parlato di sottofondo che sembra preso dai Queensrÿche di metà carriera, danno brio a una traccia che denota una varietà melodica superiore alla media della tracklist, seppure soffra, come l’intero disco, di un drumming forzuto ma poco creativo.

05. SEVEN HEADED WHORE (03:00)

‘Judas Priest, Judas Priest, quanto vi vogliamo bene’. Questo sembra dirci “Seven Headed Whore”, che si annuncia con un urlo brutale e in tre minuti – nettamente il pezzo più breve dei dieci contenuti in “Incorruptible” – mette in rassegna stilemi cari al più brutale power/thrash statunitense, accanto alla ferocia instancabile dei Metal Gods per antonomasia messa in mostra in “Painkiller” e, perché no, anche in “Jugulator”. I cambi di tempo servono a ‘tritare’ le chitarre con lena ancora maggiore, Block si riappropria del cantato estremo che così bene sapeva gestire negli Into Eternity e la canzone diventa un’esperienza di prostrazione e annichilimento, piuttosto che mero ascolto. Se volete un’indicazione di quanto siano ‘metal’ oggigiorno gli Iced Earth, non ci può essere testimonianza più chiara di questa.

06.THE RELIC (PART. 1) (04:59)

Un senso di mistero ci attanaglia, le chitarre si incrociano per dare vita ad arie sinistre, che hanno diretta corrispondenza nelle tonalità medie del singer, impegnato a farsi latore di criptici messaggi. Il fascino dei mondi eroici narrati nelle migliori pubblicazioni dell’era-Barlow ritorna in parte a reclamare il suo gradito spazio, Schaffer bilancia perfettamente il suo rigore di chitarrista ritmico con la relativa libertà espressiva dell’ottimo Jake Dreyer, ragazzo giovane (appena venticinquenne) che non ha remore nel dare un tocco inconfondibile alle sue incursioni soliste. Tenendo fede a una delle caratteristiche migliori di “Incorruptible”, si progredisce senza interruzioni in termini di energia ed enfasi, mentre il finale è preda di un tappeto di basso e tastiere, su cui Block può sbizzarrirsi in linee vocali molto tenui. Niente male veramente!

07.GHOST DANCE (AWAKEN THE ANCESTORS) (06:35)

Traccia strumentale ben architettata, che va a glorificare in prima battuta le influenze dello US metal melodico insite nel patrimonio genetico del chitarrista solista. Con la comparsa di una combinazione di tastiere che si avvicina a quella di un flebile flauto, “Ghost Dance (Awaken The Ancestors)” sale di giri, senza abbandonare una melodiosità che non ci sarebbe dispiaciuto sentire più pronunciata anche in altri punti del disco. Il tambureggiare fuori dagli schemi della batteria in alcuni punti e le inserzioni di tastiera scompaginano il fluire chitarristico, dando vita a un riuscito gioco di contrasti. Sembra mancare una chiusura degna di questo nome, ma nel complesso la band qui non sfigura.

08.BROTHERS (04:54)

Con un titolo del genere, non poteva che saltare fuori un anthem che più anthem non avrebbe potuto essere. Difatti, i livelli di testosterone superano abbondantemente i livelli di guardia, possiamo immaginarci la cassa toracica di Block gonfiarsi come quella di Hulk per ottenere la potenza baritonale infusa nelle liriche. Schaffer schiera le sue truppe, tirate e compatte, pronte per una battaglia titanica nella quale la resa non è ammessa. “Brothers” è un cadenzato di quelli che fanno sgolare facilmente i metalhead durante i concerti, ritorna un per nulla vago sentimento manowariano, non fosse altro per quei richiami a unitarietà e lotta che hanno contribuito alle fortune di Joey DeMaio e compagni. Nulla di ricercato, ma efficace.

09.DEFIANCE (04:08)

Tempo di mischie bibliche. “Defiance” ricorre alla clava, Jon stringe i tempi e dà la carica per gli assalti thrash, Dreyer agisce ai fianchi e propaga brevi solismi taglienti, mentre Block si supera alternando linee sporche e vicine al Tim “Ripper” Owens più cattivo, a un lirismo da pelle d’oca. Con il passare dei minuti si fanno largo echi luciferini, pure Smedley esce dalle modalità scolastiche che l’hanno contraddistinto fino a questo punto e dà un significativo contributo per infondere slancio e dinamismo. Riuscite citazioni del maestro Rob Halford e una metrica che definire frenetica è un eufemismo costituiscono i fiori all’occhiello di quello che è probabilmente il punto focale di “Incorruptible” per qualità di scrittura e performance.

10.CLEAR THE WAY (DECEMBER 13TH, 1862) (09:30)

È arcinoto l’interesse di Schaffer per la storia americana, “The Glorious Burden” in passato è stato un chiaro esempio di quanto Jon ami documentarsi e approfondire le vicende, belliche in particolar modo, che hanno contribuito alla formazione degli Stati Uniti come li conosciamo oggi. La track finale ricorda il contributo dalla cosiddetta ‘brigata irlandese’ in una delle battaglie più sanguinose della guerra civile, quando gli eserciti unionisti e confederati si contrapposero a Fredericksburg, inVirginia. Tastiere e un blando arpeggiato fanno da preambolo al veemente primo assalto, che strizza l’occhio agli Iron Maiden quando impegnati in temi ‘militareschi’. I ricami melodici in corrispondenza del chorus e gli andamenti simil-marcetta tolgono vigore quando ci aspetterebbe un ulteriore avvampare di animi, mentre quando il riffing si scurisce e Block si rimette nei panni dell’aggressore, i risultati sono nettamente più positivi. Luci ed ombre, quelle che si percepiscono in generale in un album che, almeno per gli ascolti avuti finora, non esalta quanto i capolavori degli anni ’90.

 

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