Identikit: ALICE COOPER – Nella tela del ragno

Pubblicato il 22/02/2021

Speciale a cura di Carlo Paleari

È ormai imminente la pubblicazione di “Detroit Stories”, il nuovo album di Alice Cooper che ci porterà idealmente in un viaggio a ritroso nel tempo, nella città natale di Vincent Furnier, per riscoprire quel sound che è stato alla base della consacrazione di un artista capace di reinventarsi e rinascere più e più volte. Nella sua vita Alice ha toccato la vetta del massimo successo così come l’abisso più profondo della sofferenza, arrivando ad un passo dalla morte in più di una occasione. In attesa di ascoltare la sua nuova opera, anche noi abbiamo voluto ripercorrere questa straordinaria carriera, raccontando uno ad uno tutti gli album del cantante, cercando di portare alla luce tutte le sfaccettature di un artista tra i più influenti nell’intero panorama rock e metal. 

Artista: Alice Cooper | Fotografo: Matteo Musazzi | Data: 10 settembre 2019 | Venue: Pala Alpitour | Città: Torino

LA NASCITA DI ALICE

Il generale e politico francese Marie-Joseph Paul Yves Roch Gilbert du Motier, Marchese di La Fayette, contribuì nel XVIII secolo a scrivere parte della Storia, diventando una delle figure di punta della guerra d’indipendenza americana e contribuendo a stendere “La dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” del 1789. Chissà come avrebbe preso, il marchese, la notizia che anche un suo lontano discendente avrebbe contribuito a scrivere la Storia, quella del Rock, prendendo il nome di una strega bruciata sul rogo a Salem, Alice Cooper.
Negli anni Cinquanta, però, Alice Cooper non esiste ancora: al suo posto c’è un ragazzino allampanato, nato il 4 febbraio del 1948, che vive a Detroit con i suoi genitori. Si chiama Vincent Damon Furnier e vive un’infanzia povera ma felice, di quelle passate a giocare a baseball nelle strade di quartiere. Vincent soffre di asma e il clima di Detroit non è esattamente quello ideale per lui, tanto che la famiglia decide di trasferirsi, prima in California e poi in Arizona. Il padre di Vincent è un fervente cristiano protestante, e quando al ragazzo viene diagnosticata una peritonite fulminante, alla famiglia non resta che pregare, nonostante i medici dicano che per il bambino probabilmente è già troppo tardi. Invece il corpo di Vincent resiste anche a questa prova, per quanto i dottori non si spieghino come sia possibile. E’ un miracolo, dicono, e la cosa con il senno di poi non può che farci sorridere. La vita riprende il suo corso, Vincent cresce e si iscrive ad una scuola d’arte; lì conosce un altro ragazzo, Dennis Dunaway, e i due diventano amici: hanno interessi comuni, arte e sport in prima battuta, ma serve ancora tempo prima che i due si interessino davvero di musica. Sono i Beatles a far esplodere questa passione, nel 1964, ma la prima espressione musicale del futuro Alice Cooper nasce quasi per scherzo: Vincent era stato coinvolto nella ricerca di giovani band per uno spettacolo locale e la cosa non stava andando molto bene. Dunaway, allora, propone di improvvisare una sorta di finta cover band dei Beatles: avrebbero indossato parrucche a caschetto, messo su una base con le canzoni dei Beatles e loro avrebbero fatto finta di suonarle. Per rendere più credibile la cosa decidono di assoldare un chitarrista vero: il suo nome è Glen Buxton.
Questa primissima performance nasce così, per scherzo, ma Vincent si accorge di una cosa: lui su quel palco ci sta da dio. E anche il pubblico, pur sapendo di assistere a qualcosa di totalmente improvvisato, sembra averne apprezzato la coraggiosa sfacciataggine. E allora perché limitarsi ad una finta band quando potrebbero metterne in piedi una vera?
Nascono così gli Earwig, la primissima incarnazione della futura band di Alice Cooper, che diventano poco qualche tempo gli Spiders: Glen Buxton alla chitarra viene affiancato da Michael Bruce, Dennis Dunaway imbraccia il basso, e alla batteria arriva Neal Smith. I ragazzi si impegnano e iniziano a fare la gavetta nei locali, suonando anche più set nella stessa giornata, come succedeva abitualmente in quegli anni. Fanno inizialmente cover dei Beatles e qualcosa degli Stones, poi pian piano aggiungono al repertorio Yardbirds, The Who e via dicendo. Il loro nome inizia a circolare e i musicisti riescono anche a guadagnare una discreta paga settimanale, arrivando a fare da opener per nomi importanti come gli Animals, i Byrds o i Them.
Il definitivo salto di qualità, però, non può essere fatto in una città come Phoenix, troppo lontana dal giro che conta davvero. Così la band prende la decisione della vita: trasferirsi a Los Angeles, il vero cuore pulsante del rock’n’roll a stelle e strisce. Schivato per un soffio l’arruolamento nell’esercito, i cinque arrivano in California e su buttano subito in quel percorso di iniziazione nella Città del Peccato per antonomasia: alcool, qualche droga, senza esagerare, ma soprattutto tanto sesso. Soldi, invece, non ce ne sono, perché se a Phoenix gli Spiders erano la band del momento, a L. A. sono l’ennesimo gruppo di scappati di casa che vuole trovare fama e successo. I cinque cercano di sbarcare il lunario come possono, arrivando, nei momenti più difficili, a sfilare qualche banconota dalla borsetta di qualche ragazza che aveva passato la notte con uno di loro.
Alla ricerca della loro identità artistica, gli Spiders cambiano nuovamente nome. Provano The Nazz, ma esiste già una band omonima più famosa; allora a Vincent viene in mente un nome di donna, Alice Cooper. L’idea è quella di creare dei contrasti, un’immagine forte: da un vecchio film con Bette Davis prende l’idea del trucco nero pronunciato e poi inizia ad integrare al proprio vestiario una selezione di capi gentilmente offerto dallo stravagante collettivo femminile delle GTO (Girls Together Outrageously). I cinque musicisti continuano a lavorare per emergere nella scena losangelina e, intanto, vengono in contatto con numerose altre leggende che bazzicavano gli stessi locali: Pink Floyd, The Doors, Jimi Hendrix e Frank Zappa. Proprio grazie ad Hendrix la band viene presentata a Shep Gordon, un ragazzo che all’epoca non aveva alcuna esperienza, ma che si rivela essere un talento naturale come manager, e che aiuterà Alice a strappare un primo contratto proprio a Frank Zappa. Da buon genio sregolato, Zappa si era interessato a questi ragazzi così strambi e difficili da inquadrare: non poteva proprio lasciarseli scappare.

 Dopo essere riusciti a strappare un contratto per l’etichetta di Frank Zappa, Alice Cooper e la sua band si ritrovano a dover affrontare la prima prova in studio. (CONTINUA)

 

 “Pretties For You”, la prima fatica in studio degli Alice Cooper, era passato completamente inosservato nel mondo della discografia di fine anni Sessanta. (CONTINUA)

ALICE NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE

Una prima ventata di notorietà per gli Alice Cooper era arrivata il 13 settembre 1969, pochi mesi prima della pubblicazione di “Easy Action”, durante un festival, il Toronto Rock ‘n’ Roll Revival, che vedeva la presenza di nomi importanti di richiamo come The Doors e la Plastic Ono Band, affiancate a ‘vecchie’ glorie del rock ‘n’ roll come Jerry Lee Lewis, Gene Vincent e Chuck Berry. Shep Gordon era riuscito a piazzare Alice Cooper in un punto strategico del cartellone, proprio prima della band di John Lennon: i cinque musicisti erano nel pieno del loro set più selvaggio quando qualcuno (forse su indicazioni dello stesso Shep Gordon, ci sono diverse versioni in merito) aveva gettato un pollo vivo sul palco. Vincent aveva raccolto il volatile, buttandolo nuovamente sulla folla, immaginando che il pollo sarebbe ‘volato’ via. L’animale, invece, finisce dritto in mezzo alla folla che, presa dalla frenesia del momento, lo fa letteralmente a pezzi. Inutile dire come la stampa locale fosse andata in visibilio, andando progressivamente ad ingigantire l’episodio, arrivando a ipotizzare che Alice avesse praticamente squartato il pollo a mani nude per berne il sangue ancora caldo. Il cantante, seguendo il consiglio di Gordon e dello stesso Zappa, non conferma né nega le dicerie nate da quell’episodio: come si dice, che se ne parli anche male, purché se ne parli. Ora quello che serve è catalizzare questa attenzione non più su un cruento caso fortuito, quanto piuttosto su un grande album.

 Nel 1970 gli Alice Cooper, dopo aver pubblicato due album per l’etichetta di proprietà di Frank Zappa, si ritrovano per la prima volta di fronte ad un passaggio di etichetta. (CONTINUA)

Gli Alice Cooper, dunque, si ritrovano di punto in bianco ad avere un album eccezionale, un produttore perfetto per loro, una vera hit da classifica e un live show mozzafiato: finalmente la strada del successo per loro sembra essere in discesa. I cinque ragazzi non se lo fanno dire due volte e ci si buttano anima e corpo.
Grazie al buonissimo posizionamento di “I’m Eighteen” e la qualità delle canzoni di “Love It To Death”, il pubblico e i media iniziano ad interessarsi a questa bizzarra creatura musicale, ma quello che lascia letteralmente a bocca aperta l’America è lo spettacolo che gli Alice Cooper riescono a creare ogni sera. In un Paese in cui la violenza ha sempre avuto una presa notevole, Alice e la sua band iniziano a spingere sulla messa in scena del teatro degli orrori: Alice inizia a circondarsi di tutto l’armamentario che lo renderà famoso, tra spade, bambolotti decapitati, camicie di forza e sedie elettriche. Le voci e le leggende metropolitane si moltiplicano, addebitando alla band ogni genere di efferatezza. Come da manuale in ogni scontro generazionale, però, più il mondo adulto stigmatizza questa nuova perversione del rock, più i ragazzi ne risultano attratti, rapiti dalla carica primordiale e selvatica di questo ragazzo con gli occhi cerchiati di nero. La scalata al successo è appena cominciata.

 

 Coerenti con i tempi frenetici della discografia dei primi anni Settanta, gli Alice Cooper non possono concedersi di perdere tempo. (CONTINUA)

 

 Nel 1971 gli Alice Cooper hanno già dimostrato di non essere un fenomeno da baraccone, hanno pubblicato due dischi eccellenti, facendo vedere al mondo come dietro ai costumi di scena, alla violenza sul palco e allo humor nero, ci fosse molto altro. (CONTINUA)

 

 “Billion Dollar Babies” rappresenta tutt’ora lo zenith creativo della carriera già costellata di successi e scandali dell’icona per eccellenza dello shock rock (CONTINUA)

 

La pubblicazione di “Billion Dollar Babies” rappresenta per gli Alice Cooper allo stesso tempo l’apice del successo commerciale e l’inizio di un inesorabile declino che porterà la band alla sua disgregazione.  L’album, pur dovendosi confrontare con veri e propri giganti da classifica come Elton John e Pink Floyd, inizia a macinare posizioni su posizioni, arrivando fino alla vetta della classifica sia negli Stati Uniti che in Inghilterra. Alice, con il fondamentale supporto di una volpe come Shep Gordon, vede il suo patrimonio moltiplicarsi al di là dei suoi sogni più sfrenati, tanto da finire sulla copertina di Forbes, al pari di industriali e colletti bianchi. Per contro, gli equilibri all’interno della formazione iniziano a farsi sempre più sbilanciati. La sovrapposizione tra Alice Cooper e Vincent Fournier è ormai totale, tanto che il cantante ha addirittura cambiato anche legalmente il suo nome. Alice ha l’immagine predominante, scrive i testi delle canzoni, è quello cercato dalla stampa, quello che rilascia tutte le interviste e assieme a Shep Gordon e Bob Ezrin traccia le linee guida sulle decisioni più importanti. Il resto della band, però, si occupa della musica, un particolare non certo da poco, che i ragazzi vorrebbe vedere maggiormente valorizzato. Ad acuire le tensioni, infine, ci si mettono i vari abusi, tra alcool e droghe, che iniziano a reclamare il conto. Non è, però, Alice il primo a dare segni di cedimento: certo, il cantante vive ormai perennemente con una lattina di birra in mano, ma la situazione è ancora relativamente sotto controllo; il componente più fragile e provato è, invece, Glen Buxton, che sta vivendo una crisi profonda, tra problemi di salute ed un equilibrio psicologico sempre più traballante. L’ipotesi che Alice si avvii verso la carriera solista inizia a sembrare sempre più probabile. Prima, però, c’è un ultimo album da registrare insieme.

 

Nel 1973 gli Alice Cooper hanno raggiunto ogni traguardo possibile: hanno piazzato una manciata di singoli di successo nelle classifiche, i loro album sono dischi di platino, addirittura “Billion Dollar Babies” aveva raggiunto il primo posto nei mercati più importanti del mondo, quello statunitense e quello inglese. (CONTINUA)

GLI INCUBI DI ALICE

Concluso ogni obbligo contrattuale con la pubblicazione di un immancabile ‘greatest hits’, è ormai evidente come gli Alice Cooper in quanto band siano arrivati al capolinea. L’abitudine del cantante ad attaccarsi alla bottiglia sta iniziando a diventare problematica, ma non ancora fuori controllo: Alice, assieme ad un altro manipolo di rockstar, tra cui Keith Moon, John Lennon, Ringo Star ed Harry Nilsson, è solito passare le serate a bere al Rainbow Bar & Grill di Los Angeles. Il gruppo si fa chiamare “The Hollywood Vampires” ed ogni sera sembra intenzionato a buttare giù un paio di bottiglie di whiskey, vodka o quant’altro, in più della sera prima. Nonostante tutto, però, l’ispirazione artistica di Alice è ben lontana dall’esaudirsi e, anzi, il cantante inizia a mettere già le idee per il suo progetto più ambizioso.

L’inizio del 1974 non è un momento particolarmente fortunato per la band che risponde al nome di Alice Cooper (CONTINUA)

Con la pubblicazione di “Welcome To My Nightmare”, Alice si imbarca in un mastodontico tour mondiale, che lo porta a riempire le arene di tutto il mondo ed alimentando ulteriormente le teorie che vedrebbero la carriera del cantante capacissima di proseguire senza scossoni nonostante l’assenza del resto della band. Il futuro di Alice Cooper inizia a delinearsi in maniera netta, eppure la situazione risulta essere tutt’altro che chiara agli occhi di molte delle parti in causa. Sia la band che la Warner, ad esempio, sono convinti che “Welcome To My Nightmare” sia stato un episodio isolato, un vezzo solista prima di riprendere le normali attività. Con l’esclusione di Glen Buxton, sempre più assente, tutti gli altri musicisti stanno già componendo della nuova musica che aspetta solo Alice per essere completata. Il frontman, però, ha ormai preso la sua nuova strada, creando non pochi risentimenti tra i compagni di una vita che si sentono messi da parte senza nemmeno avere la possibilità di parlarne. Lo spettacolo, però, deve continuare e non ha senso piangere sul latte versato: Michael Bruce, Dennis Dunaway e Neal Smith, assieme al chitarrista Mike Marconi ed al tastierista Bob Dolin, danno vita ai Billion Dollar Babies. La formazione registrerà un album, “Battle Axe”, ma l’interesse verso questa costola degli Alice Cooper non sembra interessare né alla critica né al pubblico, finendo ben presto nel dimenticatoio. Alice, invece, si rimbocca le maniche e, con la stessa squadra che aveva realizzato “Welcome To My Nightmare” si prepara a dare vita al suo secondo album solista.

 Dopo l’ennesimo successo planetario rappresentato da “Welcome To My Nightmare”, Alice Cooper deve dimostrare al mondo di essere ormai capace di viaggiare solo con le sue gambe (CONTINUA)

 

Nel 1976 l’alcolismo di Alice inizia a prendere una brutta piega: non è più il classico vezzo da star decadente, ma diventa una parte preponderante della sua vita. (CONTINUA)

 

BENVENUTO ALL’INFERNO

Sul finire del 1977 quello che era iniziato come un sostanzioso ma tutto sommato gestibile attaccamento alla bottiglia, ha ormai raggiunto proporzioni preoccupanti.  In quegli anni il demone dell’alcool non è ancora circondato da quell’aura minacciosa che invece riveste il mondo delle droghe. Le rockstar bevono tanto, punto, e non sarà qualche lattina di birra a rovinare uno come Alice Cooper. Il problema, però, è che di quelle lattine il cantante ormai ne beve quasi una quindicina al giorno, più whiskey e quant’altro. Chi vive vicino ad Alice, come la moglie Sheryl o il manager Shep Gordon, è sempre più consapevole di come sia necessario fare qualcosa di drastico, prima che la vita di Alice si spenga vomitando sangue alla mattina. I due prendono letteralmente di peso il cantante e lo portano in una clinica a disintossicarsi: il metodo applicato in quegli anni non va tanto per il sottile, si prende il ‘paziente’, lo si rinchiude per settantadue ore in una stanza e lo si lascia praticamente in crisi d’astinenza a soffrire come un cane con giusto un po’ di valium per calmare il dolore, e si aspetta che il corpo faccia il suo dovere e inizi a depurarsi. E’ un metodo brutale, ma funziona. Alice in quei primi tre giorni pensa letteralmente di tirare le cuoia, ma superato questo primo shock, si rende conto di stare già leggermente meglio. Decide quindi di dedicarsi davvero ad un processo di guarigione, rimanendo in clinica per quasi un mese, anche oltre il periodo previsto dal percorso di disintossicazione. Ne esce prosciugato, ma finalmente lucido e pronto a riprendere in mano la sua carriere, assieme ad un vecchio amico degli Hollywood Vampires, Bernie Taupin.

 

 Reduce da una difficile ma fruttuosa disintossicazione, Alice Cooper si appresta a registrare il suo nuovo album non senza qualche preoccupazione. (CONTINUA)

 

Se dovessimo sintetizzare con poche parole la situazione della carriera di Alice Cooper agli inizi del nuovo decennio, quello che ci troveremmo davanti è un artista ormai pervaso dal più totale disinteresse. (CONTINUA)

 

Ricaduto pesantemente in un circolo vizioso fatto di alcool e droghe, nel 1981 Alice Cooper si trova in una situazione quasi paradossale. (CONTINUA)

 

Terminato il tour di “Special Forces”, con alle spalle un pesante flop commerciale, Alice Cooper non può concedersi un attimo di riposo. (CONTINUA)

 

Da un punto di vista discografico, nel 1983 Alice Cooper è morto. La Warner, dopo l’ennesimo flop non ci prova nemmeno a cercare di spremere qualcosa di vagamente commerciale dall’artista che un tempo dominava le classifiche. (CONTINUA)

Dopo la pubblicazione di “DaDa”, non solo la carriera, ma anche la vita privata di Alice sembrano andare in pezzi. La moglie Sheryl, che pure gli era sempre stata a fianco anche nei momenti più bui, capisce che è arrivato il momento di fare un passo indietro e chiede ufficialmente il divorzio. I due si amano ancora, ma sono entrambi consapevoli di come il demone delle dipendenze renda impossibile continuare una storia insieme. E’ in questo momento che Alice, o forse dovremmo dire Vincent, finalmente si rende conto di dover dare una svolta alla sua vita. Il cantante si ritira dalle scene e si chiude per la seconda volta in clinica, questa volta per non rientrarci mai più.

IL RITORNO DI ALICE

Superato il mese necessario per la disintossicazione, Vincent si prende cura della sua famiglia, della moglie Sheryl e della piccola Calico. Nei tre anni tra il 1983 ed il 1986 la carriera discografica di Alice rimane ferma, ma il cantante tutto sommato può permetterselo: al contrario di tanti colleghi, Alice può contare su un manager eccellente come Shep Gordon, che continua a curare il suo patrimonio con oculatezza, facendo investimenti e garantendo entrate diverse rispetto a quelle derivanti dalle vendite dei dischi e dai concerti.
Il mondo musicale, intanto, sta cambiando in maniera profonda: il fenomeno dell’heavy metal è ormai esploso e ora le classifiche sono abitate da strani figuri pesantemente truccati come i Twisted Sister; l’America perbenista ha ricominciato a temere gli effetti negativi delle tematiche trattate dai vari Judas Priest e Ozzy Osbourne, dando inizio a quella china che porterà alla creazione del celebre bollino ‘parental advisory’ e addirittura a dei processi pubblici. Anche il mondo del cinema inizia a dare vita ad un florido filone di film dell’orrore spaventosi e al tempo stesso divertenti ed esagerati, da “Nightmare” a “Venerdì 13”, passando per “La Casa” e risalendo fino al seminale “Halloween” di Carpenter. Quale sintesi perfetta di tutto questo si potrebbe trovare se non lo stesso Alice Cooper? Lui, che tutte queste cose le faceva già con quindici anni di anticipo. Gli stessi protagonisti della scena musicale metal di quegli anni non fanno mistero dell’importanza giocata da Alice nella loro formazione, possibile che ci sia finalmente la possibilità di tornare allo splendore di un tempo? Non resta che provarci.

 

Per il suo ritorno discografico dopo tre anni di silenzio, Alice Cooper ha in mente un piano ben preciso (CONTINUA)

Il nuovo tour mondiale inizia il 20 Ottobre 1986 ad Atlanta ed Alice ricorda bene quella prima data. Come racconta nella sua autobiografia, infatti, il cantante aveva non poche preoccupazioni alla vigilia del suo ritorno on stage: per tre anni il suo alter ego era rimasto in letargo, concedendogli di riprendere in mano la sua vita, di ripulirsi… E se Alice se ne fosse andato per sempre? Cosa sarebbe successo se quella sera sul palco fosse salito soltanto Vincent?
Per sua (e nostra) fortuna tutti i dubbi vengono spazzati via non appena si accendono le luci del palco. Alice è ancora il migliore e, anzi, la lunga assenza dai palchi e la ritrovata sobrietà sembrano aver alimentato nuove energie nel cantante, che prende per la gola il proprio pubblico e gli riversa addosso tutto il meglio del suo circo degli orrori. Giusto una manciata di brani nuovi e poi via, una carrellata di classici dietro l’altra, perché Alice Cooper è tornato e non ha più nessuna intenzione di sparire.

 

 Grazie a “Constrictor” e, soprattutto, al successivo tour, Alice Cooper riprende una prima boccata d’aria fresca dopo il periodo più buio della sua carriera (CONTINUA)

Riuscito finalmente a tornare in pista, Alice è consapevole di come sia arrivato il momento di fare un ulteriore passo avanti, pubblicando un album che riesca a cogliere lo spirito del tempo e riportando il nome del cantante ai livelli degli anni Settanta. Le premesse sono buone, gli ultimi due album hanno portato dei buoni risultati, ma serve una spinta maggiore, una spinta che la MCA non sembrava in grado di fornire. Ad Alice serve un’etichetta più grossa, specializzata nell’hard rock: per rispondere a questo bisogno si fa avanti la Epic Records, etichetta del gruppo Sony che può contare su risorse faraoniche, capaci di dare al cantante tutto quello che gli serve. Alice non si fa pregare e punta al top sul mercato, facendo un solo nome: Desmond Child.

 

Non si può iniziare a parlare di “Trash” senza partire da Desmond Child, il produttore con il tocco di Mida (CONTINUA)

 

Ancora inebriato dal successo mondiale di “Trash”, Alice Cooper si affaccia agli anni Novanta con la consapevolezza di poter essere ancora un artista di successo (CONTINUA)

MOSTRI E MASCARA: LA LEGGENDA CONTINUA…

Nei tre anni successivi alla pubblicazione di “Hey Stoopid”, Alice si limita ad osservare un mondo musicale in rapida evoluzione. I nomi di quelle band arrivate al successo seguendo le orme di Alice Cooper, come Twisted Sister, W.A.S.P., Motley Crue e via dicendo, sono stati progressivamente soppiantati da una nuova generazione di musicisti, meno appariscenti, ma non per questo meno cupi. Anzi. Il cantante, quindi, si rende conto che formazioni come Soundgarden, Alice In Chains e Nirvana non hanno nulla in comune con l’estetica e la teatralità del suo personaggio, ma da un punto di vista musicale la scena grunge di Seattle ha più punti in comune con il garage rock di Detroit di quanti ne avesse l’hair metal di Sunset Strip. Il mondo del rock duro ha ancora uno spazio per Alice Cooper e il cantante ha tutta l’intenzione di difenderlo al meglio delle sue possibilità. Questa volta non rincorrendo le mode, perché sarebbe impensabile per un artista di quarantasei anni andare ad intercettare quel ‘teen spirit’ che deve essere appannaggio dei giovani, ma piuttosto continuando ad essere se stesso, plasmando il sound del tempo e piegandolo alle sue necessità. Al cantante inizia a frullare in testa un’idea: forse i tempi sono maturi per riprendere in mano la storia di Steven…

E’ già da un po’ di tempo che Alice Cooper ha in mente di dare un seguito al fortunato “Welcome To My Nightmare” (CONTINUA)

Gli anni Novanta, pur potendo contare su due album di valore, rimangono il periodo meno attivo nella carriera di Alice, che sembra quasi fare da spettatore, in attesa di poter tornare sulle scene al momento giusto. Il panorama musicale, dopo l’ondata grunge che ha spazzato via tutto, sembra aver riscoperto la componente scenografica, rileggendolo con uno spirito ancora più cupo e spietato. Pensiamo alle metropoli infuocate dei Rammstein, le maschere dei giovani Slipknot sul finire del decennio, ma soprattutto al nuovo Anticristo, il cantante con un nome femminile, accusato di deviare i giovani, di essere il promotore di stragi, di aver compiuto ogni genere di nefandezza dentro e fuori dal palco. Suona familiare?
Alice Cooper e Marilyn Manson, almeno in principio, non sembrano andare d’accordo e non perdono occasione per tirarsi qualche frecciatina a distanza. Alice vede in Manson una sorta di emulatore, una copia estremizzata di se stesso a trent’anni di distanza dall’originale; il Reverendo, invece, ci tiene a sottolineare la propria autenticità, rivendicando il suo non essere una maschera, un personaggio, ma di essere vero, ogni giorno. I due, pur avendo tantissimi punti in comune, seguono ideologie opposte: Manson si professa satanista, mentre Alice è ormai un cristiano rinato. Non solo, ma date le sue origini e la formazione ricevuta dal padre, Alice non ha mai voluto trattare temi occulti o satanici: lui ha guardato negli angoli più bui dell’animo umano, ha giocato con il grottesco, il teatro, ha messo alla berlina i perbenisti, ma ha sempre lasciato stare il Diavolo.
Non stupisce, dunque, la nascita di una certa rivalità tra i due e quando finalmente arriva il momento di registrare un nuovo album, Alice ha le idee piuttosto chiare: avrebbe dimostrato di poter tenere testa alle nuove leve anche sul loro terreno di gioco.

 

Un guanto di sfida lanciato alle nuove generazioni, la voglia di riaffermare il proprio ruolo anche dopo trent’anni di carriera e, soprattutto, la consapevolezza di vivere in un mondo sempre più spietato (CONTINUA)

Dopo la pubblicazione di “Brutal Planet”, Alice Cooper si imbarca in un tour curato nei minimi dettagli, pieno di effetti speciali e trovate sceniche (CONTINUA)

Rinvigorito dal buon riscontro degli ultimi due album, Alice affronta il nuovo millennio con una produzione discografica più consistente e ricca, all’insegna di un nuovo cambio di stile che, in realtà, ha il buon sapore di un ritorno alle origini. Stando alle parole del cantante, lo spunto per andare a riscoprire le proprie radici arriva da una nuova generazione di band rock (White Stripes, Jet, The Strokes e via dicendo), che sembrano voler riprendere in mano quel sound tipico degli anni Settanta, un sound che lo stesso Alice ha contribuito a sviluppare. Inizia da qui, dunque, quel percorso che porta Alice a trovare una sua stabilità stilistica, con un filo conduttore che l’ha accompagnato praticamente fino ai giorni nostri. Tra il 2003 ed il 2011, Alice Cooper pubblica ben quattro album: “The Eyes Of Alice Cooper”, lo splendido “Dirty Diamonds”, “Along Came A Spider” e “Welcome 2 My Nightmare”, una vera e propria dichiarazione d’intenti che vede il cantante riunirsi non solo con il suo storico produttore Bob Ezrin, ma addirittura con quello che rimane della sua band, con la sola esclusione di Glen Buxton che, purtroppo, era venuto a mancare nel 1997. Quella di “Welcome 2 My Nightmare” non sarà una vera e propria reunion a tempo pieno, ma è un segno evidente di come, con il passare del tempo, Alice non sia più interessato ad interpretare le sonorità del tempo attraverso i propri occhi cerchiati di nero, quando piuttosto potersi esprimere in totale libertà, ritornando a quel sound che è rimasto nel suo cuore e che non l’ha mai tradito. 

 

 Alice Cooper è un personaggio che indubbiamente ha scritto pagine importanti nella storia del rock. (CONTINUA)

 

Il vecchio Zio Alice… Quest’anno ha spento cinquantasette candeline, eppure eccolo ancora qui a dare lezioni a intere generazioni di rocker imberbi. (CONTINUA)

 

Sguardo torvo e trucco spettrale, ecco tornare sulla scena il sempreverde Alice Cooper con un album nuovo di zecca, l’ennesimo di una carriera che pare infinita. (CONTINUA)

 

Trentacinque anni fa Alice Cooper abbandonava la sua storica band per dar vita al primo vero lavoro solista della sua carriera, “Welcome To My Nightmare” (CONTINUA)

 

Come abbiamo già visto in diverse occasioni, Alice ha sempre amato il cinema, tanto da accettare spesso di comparire sul grande schermo in piccole parti o apparizioni. Nel 2012 è Tim Burton ad invitarlo a recitare un cammeo nel suo nuovo film, “Dark Shadows”, che vede come protagonista il suo attore feticcio per eccellenza, Johnny Depp. Terminate le riprese, Alice e Depp si uniscono per un nuovo progetto musicale, in cui è coinvolto anche Joe Perry degli Aerosmith. I tre decidono di chiamarsi Hollywood Vampires, esattamente come il gruppo di artisti che amava ridursi all’incoscienza in un antro del Rainbow di Los Angeles. Tutti e tre hanno avuto (e forse in alcuni casi hanno ancora) problemi di dipendenza, ma questa volta l’intento è molto meno autodistruttivo: le tre star sanno benissimo quanto possano essere pericolosi alcol e droghe e il loro desiderio è quello di ricordare e celebrare tutte quelle vite di grandi artisti spezzate troppo presto a causa dei propri demoni. L’infaticabile Alice, dunque, si imbarca anche in questo progetto parallelo, mentre la sua carriera solista continua a procedere indisturbata. 

 

 Il primo album dei “nuovi” Hollywood Vampires vede finalmente la luce nel 2015 e si presenta subito come una parata di star, una raccolta di nomi entrati di diritto nella Storia della musica (CONTINUA)

 

La carriera di Alice Cooper nel nuovo millennio può considerarsi come una sorta di viaggio a ritroso nel tempo. (CONTINUA)

 

 L’idea dei ‘nuovi’ Hollywood Vampires nasce senza grandissime pretese: due leggende del rock come Alice Cooper e Joe Perry, una superstar di Hollywood che risponde al nome di Johnny Depp, e una manciata di classici da suonare con il piglio scanzonato di una rimpatriata tra amici. (CONTINUA)

 

 Uno dei vantaggi dell’essere una leggenda del rock, con una carriera cinquantennale e il rispetto incondizionato di colleghi e pubblico, è che puoi permetterti di fare quello che vuoi. (CONTINUA)

E arriviamo così al fatidico 2020, anno in cui, nei piani del cantante, avremmo dovuto vedere la pubblicazione del nuovo album, “Detroit Stories”. Sfortunatamente l’emergenza Covid-19 ha portato ad un ritardo e mentre scriviamo queste ultime righe siamo in attesa di poter finalmente parlarvi della nuova creatura di Alice Cooper, che sembra voler chiudere il cerchio aperto tanti anni fa, ritornando idealmente in quella città da cui tutto è cominciato sul finire degli anni Sessanta. Nel mentre Alice è rimasto vicino ai suoi ‘minions’, regalandoci in piena pandemia un assaggio del nuovo album, “Don’t Give Up”, con un video realizzato con il contributo di centinaia di fan. Non ci resta che aspettare ancora un po’, confortati dal fatto che, pur avendo superato le settanta primavere, Alice non sembra intenzionato a cedere al pensionamento. Gli è stato chiesto più volte, man mano che venivano annunciati i vari tour di addio di tanti altri colleghi, anche più giovani di lui. La risposta di Alice è stata sempre molto chiara: “Mi ritirerò quando verrò nella vostra città e non si presenterà nessuno. Finora non è mai successo”. No, infatti. Non è mai successo e siamo sicuri che non accadrà mai. 

PROSSIMI CONCERTI

0 commenti
I commenti esprimono il punto di vista e le opinioni del proprio autore e non quelle dei membri dello staff di Metalitalia.com e dei moderatori eccetto i commenti inseriti dagli stessi. L'utente concorda di non inviare messaggi abusivi, osceni, diffamatori, di odio, minatori, sessuali o che possano in altro modo violare qualunque legge applicabile. Inserendo messaggi di questo tipo l'utente verrà immediatamente e permanentemente escluso. L'utente concorda che i moderatori di Metalitalia.com hanno il diritto di rimuovere, modificare, o chiudere argomenti qualora si ritenga necessario. La Redazione di Metalitalia.com invita ad un uso costruttivo dei commenti.