Identikit: BLACK SABBATH – The Hand Of Doom

Pubblicato il 04/10/2018

Speciale a cura di Carlo Paleari

La storia dei Black Sabbath sembra essersi definitivamente chiusa il 4 febbraio del 2017, esattamente dove tutto è iniziato, a Birmingham, in Inghilterra. Alle spalle della band, cinquant’anni di musica leggendaria, che ha definito molti dei canoni della musica heavy metal quando ancora il termine nemmeno esisteva. Ci è parso giusto, dunque, ripercorrere questa lunga carriera attraverso le mille incarnazioni dei Black Sabbath, dall’ascesa vertiginosa ai momenti più bui, fino alla definitiva rinascita degli ultimi anni. Chi conosce questa storia (e sono tanti!) potrà ripercorrere questa leggendaria carriera, rispolverando magari qualche album meno noto della band; coloro che conoscono solo gli episodi più noti della loro discografia, invece, speriamo possano trovare utile questa guida per conoscere più nel dettaglio la storia dei progenitori dell’heavy metal.

 

WE SOLD OUR SOULS TO ROCK ’N’ ROLL (1968-1979)

Aston, Birmingham, estate del 1968. La storia dei Black Sabbath comincia qui e il quadretto che si presenta ai nostri occhi è quantomeno strambo. C’è un chitarrista, Tony Iommi, che tre anni prima ha avuto un brutto incidente in fabbrica: ha perso la punta delle falangi della mano destra, schiacciate irrimediabilmente in una pressa industriale. È un chitarrista dannatamente bravo, ma sta ancora cercando di trovare il modo di venire a patti con la sua menomazione e sta forgiando il suo sound cercando di convivere con il dolore costante che lo accompagna quando suona la chitarra. C’è un batterista, Bill Ward, che suonava già con Tony in una band che si chiamava The Rest, diventata poi Mythology. Non è un batterista particolarmente raffinato, ma picchia giù pesante e questo per il momento è sufficiente. Poi c’è un bassista, Terry “Geezer” Butler, che, in realtà, non è nemmeno un vero bassista. È un chitarrista ritmico e siccome non può permettersi un basso, ha preso la sua Telecaster, gli ha tolto due corde e ha abbassato l’accordatura per farlo suonare come un basso. Più o meno. Completano l’assetto strumentale un ragazzo, Jimmy Phillips, che suona la chitarra slide, e un sassofonista, Alan Clarke. E poi c’è il più strambo di tutti, John Michael Osbourne, che si fa chiamare Ozzy Zig. Non sembra essere tanto a posto con la testa: se ne va in giro con un cavatappi a mo’ di ciondolo; si diverte a fare il pagliaccio, non canta nemmeno particolarmente bene, ma è dotato di strumentazione propria, cosa poco diffusa per un cantante, e questo gli ha permesso di ottenere un ingaggio nella band di Geezer, i Rare Breed. Questi sei ragazzi hanno deciso di unire le forze per creare una band, The Polka Tulk Blues Band, ma in breve tempo si rendono conto che qualcosa non funziona. La loro idea è di buttarsi un hard blues pesante e viscerale e, quindi, il sax e la slide guitar risultano decisamente fuori luogo: da sei, dunque, si riducono a quattro, cambiando il loro nome in Earth.
I quattro, dunque, avvicinano Jim Simpson, volto noto nell’ambiente discografico, per cercare di fare il salto di qualità grazie al suo apporto manageriale. Le cose iniziano a muoversi e Tony Iommi riceve addirittura una proposta da Ian Anderson per entrare nei Jethro Tull. Il chitarrista accetta e si ritrova a registrare lo show “Rock ’N’ Roll Circus” dei Rolling Stones, assieme a gente del calibro di Who, John Lennon e tanti altri. Iommi avrebbe potuto tranquillamente fare il salto di qualità, ma decide di tornare dai suoi vecchi compagni, perché vuole portare gli Earth al successo. Dalla breve esperienza con i Tull, però, Iommi si porta a casa un modus operandi da professionista: Ian Anderson lavorava duramente, dalla mattina alla sera, e gli Earth avrebbero dovuto fare lo stesso per raggiungere il successo.
Grazie a Jim Simpson, la band inizia ad avere degli ingaggi, in patria così come in altri paesi europei. Suonano senza sosta, facendo più spettacoli al giorno: addirittura si racconta di sette spettacoli da quarantacinque minuti a notte. Il repertorio è composto da pezzi blues semplici ma efficaci, che permettono alla band di affinare la tecnica, giocando sull’improvvisazione tipica del genere. Proprio durante uno show in Germania, il 26 agosto 1969, gli Earth cambiano il loro nome in Black Sabbath, in onore di un film dell’orrore italiano di Mario Bava del 1963, intitolato proprio così nella sua versione inglese.
Ovviamente ancora il gruppo non guadagna granché, i cachet coprono appena le spese, ma il loro nome inizia a circolare e, soprattutto, in questo periodo iniziano a prendere forma le prime composizioni originali dei Black Sabbath. Firmato il primo contratto di management con Jim Simpson, ai quattro ragazzi di Aston non rimane che cercare un vero accordo discografico ed entrare in studio.


Ha un qualcosa di poetico pensare come una delle prime espressioni di quel sound che verrà chiamato in tutto il mondo ‘heavy metal’ si debba in parte ad un incidente con una grossa pressa metallica industriale. (CONTINUA)

 


Con la pubblicazione del loro primo album e il buonissimo responso del pubblico, inizia un periodo particolarmente intenso per i Black Sabbath. (CONTINUA)

 


È passato appena un anno dal debutto deflagrante dei Sabbath, eppure la band si accinge, nel febbraio del 1971, a rientrare in studio per registrare il terzo disco. (CONTINUA)

 


Se invece che nel 1972 l’imprescindibile “Black Sabbath Volume IV” fosse uscito ai giorni nostri, l’impietoso pubblico attuale non avrebbe esitato a gridare al tradimento ed all’eresia. (CONTINUA)

 


“Volume IV” ha spiazzato il pubblico dei Black Sabbath e diviso la critica tra coloro lo considerano un passo avanti nella crescita artistica di questi ragazzi di Birmingham e chi, invece, lo considera troppo lontano dagli standard che li hanno resi famosi. (CONTINUA)

 


Ci sono aneddoti ricorrenti nella storia delle grandi band degli anni Settanta, e uno di questi è legato all’incapacità di riuscire a gestire il proprio patrimonio economico frutto del successo rapido e immediato. (CONTINUA)

 


Dopo sei album di successo e un’infinità di concerti in lungo e il largo, qualcosa si rompe nella macchina perfetta che erano i Black Sabbath. (CONTINUA)

 


Il 1977 non è esattamente un buon anno per i Black Sabbath: il panorama musicale inizia ad essere squassato dal fenomeno del punk rock e la band di Birmingham rischia di essere sorpassata. (CONTINUA)

Nel 1979 la situazione in casa Black Sabbath è decisamente preoccupante. Gli ultimi due album sono stati un insuccesso rispetto ai fasti del passato e le nuove leve del punk e dell’heavy metal rischiano di far sembrare già sorpassati dei musicisti con appena dieci anni di carriera alle spalle. Inevitabilmente iniziano a comparire i primi malumori negli equilibri del gruppo: il più insofferente è Ozzy Osbourne, che vorrebbe tornare a fare della musica diretta e potente, senza perdere tempo nelle infinite e, a suo parere, tediose accortezze del perfezionista Iommi. Basta sintetizzatori, cori, sovrastrutture: solo dei buoni riff e un ritmo trascinante. Su cosa sia successo in seguito, le versioni differiscono: Ozzy sosterrà di essersi fatto deliberatamente cacciare, per evitare di perdere un sacco di soldi per inadempienza contrattuale; mentre secondo Iommi il cantante viene allontanato perchè totalmente inaffidabile. La realtà probabilmente sta nel mezzo, come sempre: Ozzy è talmente stufo che, semplicemente, si disinteressa di tutto ciò che succede intorno al gruppo. Salta le prove, non si presenta agli impegni e si attacca invece in modo malsano a bottiglia e droghe, vivendo in uno stato di semi incoscienza perenne.
Fatto sta che i Black Sabbath si ritrovano senza il loro frontman, un cantante che ha segnato in maniera profonda il sound del gruppo, un artista dal timbro riconoscibile e unico. Un brutto colpo, insomma, tanto che, inizialmente, anche Geezer Butler decide di abbandonare la nave, pensando che i Sabbath non sarebbero riusciti a riprendersi da una batosta del genere. Fortunatamente, si sbagliava.

BETWEEN HEAVEN AND HELL (1979-1982)

Tony Iommi si mette alla ricerca di un cantante e riesce a trovare un vero e proprio asso, Ronnie James Dio. Il piccolo cantante di origini italiane ha da poco lasciato i Rainbow di Ritchie Blackmore e la sfida dei Black Sabbath gli appare particolarmente interessante. I loro mondi sono diversi: lo stile di Dio è completamente opposto a quello di Ozzy, così come anche l’immaginario lirico in cui si muove la band, che non ha mai toccato le tematiche fantasy così care a Ronnie. E’ una scommessa da ambo le parti, il rischio è alto, ma i risultati saranno semplicemente stellari.
Per il basso, Iommi si rivolge a Geoff Nicholls (la linea di basso martellante in “Heaven And Hell” è sua!), ma dopo pochissimo Geezer Butler si ricrede, soprattutto dopo aver ascoltato i primi nastri delle nuove canzoni. Rientra quindi in formazione e il buon Nicholls viene spostato nel ruolo di tastierista, ruolo che si porterà per decenni, diventando di fatto uno dei collaboratori più preziosi e longevi di Iommi. I giochi sono fatti, la nuova formazione è pronta, è il momento di entrare in studio.


“Heaven And Hell” nasce in un contesto in cui i suoi protagonisti attraversano un periodo piuttosto difficile. (CONTINUA)

 


“Heaven And Hell”, pubblicato nel 1980, aveva avuto un impatto notevole sulla carriera dei Black Sabbath. (CONTINUA)

 

Dopo soli due album in studio, i rapporti tra Ronnie James Dio e la coppia Butler/Iommi iniziano già ad incrinarsi. La proverbiale goccia che fa traboccare il vaso arriva con i lavori sul nuovo live album del gruppo, “Live Evil”, che contiene pezzi sia nuovi che dell’era Ozzy, cantati ovviamente da Ronnie. Il cantante spinge perchè venga dato più spazio al materiale nuovo, mentre il chitarrista e il bassista vogliono dare il giusto onore anche al materiale ‘storico’ della band. Oltre a questo, si racconta di furiose litigate sul lavoro dietro al bancone del mixer. Anche in questo caso le versioni sono molto diverse, a seconda di chi le racconta: Iommi racconta nella sua autobiografia che Ronnie e Vinny Appice arrivassero in studio quando i compagni non c’erano per modificare i settaggi audio e modificare di nascosto il lavoro fatto in precedenza. Naturalmente queste accuse vengono respinte con forza dai due: Appice riferisce, infatti, come semplicemente lui e Ronnie fossero mattinieri e, per non rimanere con le mani in mano, iniziassero semplicemente a lavorare in studio prima dell’arrivo dei compagni, senza alcuna volontà di fare modifiche di nascosto. Il risultato, comunque, è la definitiva rottura della band: Dio decide di mollare e di dedicarsi alla sua carriera solista, fondando una band con il suo nome e portando a bordo anche Vinny Appice.

THE PURPLE SABBATH (1982-1986)

Quando nel 1982 Ian Gillan riceve una proposta di incontro con i Black Sabbath per un possibile collaborazione, inizialmente è scettico. Se già Dio era stato un netto cambio di rotta rispetto allo stile di Ozzy, quello di Ian Gillan era completamente diverso da entrambi. All’ex Purple non sembra interessare molto nè il mondo cupo e oscuro dei primi Sabbath, nè tantomento quello fiabesco tanto caro a Ronnie. Tuttavia l’ipotesi di per sè è intrigante: un incontro tra due delle più grandi formazioni della storia dell’hard rock, come non farci un pensierino? Ian, dunque, accetta di incontrare Iommi e Butler, in un pub, come si conviene ad un manipolo di inglesi. I tre si piacciono e, come e giusto che sia, la serata si conclude con una sbornia epica e Gillan che viene reclutato nella band.


Con l’abbandono di Ronnie James Dio e Vinny Appice, i due Black Sabbath rimasti si sono ritrovati a suggellare, su suggerimento del manager Don Arden, uno strano sodalizio nientemeno che con l’ex-Deep Purple, Ian Gillan. (CONTINUA)

 

Verso la fine del tour di supporto a “Born Again”, sia Ian Gillan che Bev Bevan fanno capire che la loro avventura si sarebbe conclusa a breve. Non ci sono stati litigi macroscopici o separazioni burrascose; semplicemente era chiaro a tutti che il progetto fosse estemporaneo e non una cosa a lungo termine. L’unico motivo di malumore, espresso in seguito da Butler e Iommi, è legato al fatto che Gillan non sembrasse prendere la situazione molto sul serio e che fosse già proiettato verso la reunion dei Deep Purple che, di lì a poco, avrebbe dato vita all’eccezionale “Perfect Strangers”.
Nel 1984, dunque, Iommi e Butler si mettono alla ricerca di un nuovo cantante e lo trovano malauguratamente in David Donato, un ex modello convertito alla musica (!). Quest’ultimo dura appena una manciata di settimane prima di venire accompagnato alla porta per essere sostituito da Ron Keel degli Steeler. Keeler, con un curriculum ben più prestigioso del suo predecessore, sembra essere la scelta giusta e Iommi si mette in contatto con Spence Proffer, produttore dei Quiet Riot, per iniziare a lavorare ad un nuovo disco. Le cose, però, non vanno ancora per il verso giusto: Proffer e Keel litigano, Iommi viene coinvolto nella discussione e la band si sfascia ancora prima di cominciare. Dopo la batosta, Bill Ward (che nel mentre era tornato per l’ennesima volta dietro le pelli, ripulitosi dall’alcool) abbandona la nave e a ruota lo segue anche Geezer, stufo di questi continui cambi di formazione che sembrano non portare da nessuna parte. Rimane solo Tony Iommi che, a questo punto, alza bandiera bianca e decide di dedicarsi ad un progetto solista.


Gli anni immediatamente successivi al tour di supporto a “Born Again” non sono stati particolarmente felici per i Black Sabbath. (CONTINUA)

 

THE IDOL, THE CROSS AND THE NORSE GOD (1987-1991)

Con il licenziamento di Hughes a tour già iniziato, è urgente trovare un sostituto e questa volta viene scelto un nome semisconosciuto. Ray Gillen viene presentato a Iommi da Spitz, il chitarrista approva la scelta e assolda il cantante che, in pochi giorni, viene buttato su un palco per il suo debutto ufficiale. Inutile dire che, avendo raggiunto il poco invidiabile traguardo di nove cantanti in sette anni, i fan dei Black Sabbath iniziano ad essere un po’ disorientati. Per fortuna, di lì a poco, sarebbe arrivato un uomo a portare finalmente un po’ di stabilità nella storia dei Sabbath: Mr. Tony Martin.


Si sa, con una carriera pluridecennale è normale che ci siano alti e bassi nella carriera di una band: il passaggio delle mode, le correnti innovative, gruppi più giovani e agguerriti, tutte cose che concorrono a delle normali fasi calanti nelle fortune di un gruppo. (CONTINUA)

 


Gli anni Ottanta sono iniziati sotto i migliori auspici per i Black Sabbath, nonostante la travagliata e chiacchierata dipartita del carismatico frontman Ozzy Osbourne. (CONTINUA)

 


“Headless Cross” ha portato finalmente un po’ di serenità nella carriera travagliata dei Black Sabbath. (CONTINUA)

 

DIO RETURNS (1991-1992)

Durante la parte finale del tour di “Tyr”, Geezer Butler si riunisce alla band e, come sempre accade in questi casi, si ricomincia a vociferare di una possibile reunion. Questa volta, però, non con il buon Ozzy, bensì con Ronnie James Dio. D’altra parte album come “Heaven And Hell” e “Bob Rules” sono diventati dei classici tanto quanto gli storici primi lavori, quindi il pubblico sarebbe ben felice di rivedere assieme questa formazione. L’occasione nasce proprio da Geezer: poco tempo prima, infatti, il bassista era andato ad un concerto del cantante, salendo sul palco come ospite. I due riallacciano i rapporti dopo i litigi dei primi anni Ottanta e tornano a parlare di una collaborazione. Messo alla porta (poco elegantemente, bisogna dire) Tony Martin, la reunion è fatta. Resta solo da capire chi avrebbe occupato il ruolo di batterista.

 


Con il ritorno in squadra di Ronnie James Dio e Geezer Butler, i Black Sabbath si apprestano a rientrare in studio per lavorare al successore di “Tyr”. (CONTINUA)

 

Nel 1992 Ozzy Osbourne, intanto, intraprende quello che sarebbe dovuto essere il suo tour d’addio. Si chiama “No More Tours”, giocando sul titolo del brano “No More Tears”, da lui recentemente pubblicato. Ozzy e Sharon mettono giù i piani per i concerti e definiscono la data conclusiva, a Costa Mesa, in California. Con un’abile mossa, pensano che sarebbe bello concludere il tour avendo sul palco anche i Black Sabbath in formazione originale: Ozzy avrebbe suonato il suo set regolare e, alla fine, Tony, Geezer e Bill sarebbero saliti sul palco per qualche pezzo. Nella stessa serata, inoltre, anche gli attuali Black Sabbath avrebbero avuto un loro set, suonando quindi con Dio prima della reunion finale. L’idea piace a tutti, tranne a Ronnie, ovviamente, che non ha alcuna intenzione di fare il terzo incomodo mentre si celebra il ritorno della formazione storica (e più amata) dei Black Sabbath. Il cantante, dunque, si rifiuta e molla il gruppo prima della serata a Costa Mesa. I Sabbath, dunque, provano a rivolgersi a Tony Martin, che accetterebbe anche, se non fosse che per recarsi negli Stati Uniti avrebbe bisogno di un visto e non ci sono i tempi burocratici per ottenerlo. A salvare la situazione, fortunatamente, arriva Rob Halford. Il cantante dei Judas Priest si offre di cantare e, in pochissimo tempo, la band mette in piedi una scaletta di dieci brani che comprende anche una chicca assoluta come “Symptom Of The Universe”, che non veniva suonata dal 1978. Halford se la cava alla grande, pur essendo costretto a tappezzare il palco di fogli per cercare di leggere i testi delle canzoni, e vale davvero la pena di recuperare i bootleg di questa storica serata. Non meno emozionante, poi, la reunion vera e propria, che vede i quattro Black Sabbath di nuovo assieme per suonare “Black Sabbath”, “Fairies Wear Boots”, “Iron Man” e “Paranoid”.

IS IT THE END? (1992-1997)

La reunion di Costa Mesa sembra aver aperto i giochi per un possibile ritorno dei Black Sabbath nella loro line-up originale. Per quasi un anno i negoziati vanno avanti ma alla fine è proprio Ozzy a tirarsi indietro, lasciando l’amaro in bocca a tutti, soprattutto a Bill Ward. Bisogna riprendere in mano la situazione e purtroppo l’ultima incarnazione dei Black Sabbath non sembra essere disponibile: Ronnie James Dio, testardamente ancorato al suo orgoglio, molla i Black Sabbath e Vinny Appice lo segue a stretto giro. La cosa più semplice, per Iommi e Butler è rivolgersi nuovamente a Tony Martin, che avrebbe potuto riprendere il suo ruolo con notevole facilità. Più difficile, invece, la scelta di un nuovo batterista che, fortunatamente, viene risolta con un’autocandidatura: Bobby Rondinelli, che aveva militato tra le fila dei Rainbow di Ritchie Blackmore, si propone come nuovo batterista. Dotato di uno stile vicino a quello di Appice, Rondinelli ottiene il posto e la band si mette al lavoro ancora una volta.


Siamo nel pieno degli anni Novanta quando i Black Sabbath si chiudono in studio per registrare il loro nuovo album: la musica metal nel mentre ha passato svariate mutazioni, eppure c’è ancora molto rispetto per una formazione fondamentale come quella dei Black Sabbath. (CONTINUA)

 


L’estate del 1994 aveva portato i Black Sabbath a ricostruire tre quarti della formazione originale: Bill Ward, infatti, si era unito al gruppo al posto di Bobby Rondinelli per alcune date in Sud America, anche se la reunion vera e propria con Ozzy era sfumata per un pelo. (CONTINUA)

 

Nel 1996 Tony Iommi, nonostante la sua tenacia, mette in stand by i Black Sabbath e torna ad accarezzare l’idea di un album solista. Per l’occasione chiama ad accompagnarlo il vecchio amico Glenn Hughes (con il quale ha appianato le vecchie divergenze, figlie sopratutto della dipendenza di Glenn) per le parti di basso e voce; Dave Holland (ex Judas Priest ed ex Trapeze) alla batteria e Don Airey alle tastiere. Molte canzoni vengono registrate, ma alla fine non se ne farà nulla, sebbene questi nastri finiscano per circolare lo stesso come materiale non autorizzato dal titolo “Eighth Star”. Solo nel 2004 Tony Iommi si deciderà a pubblicare queste canzoni in un album ufficiale, intitolato “The 1996 DEP Sessions”, con Jimmy Copley a ri-registrare tutte le parti di batteria che erano di Holland. Il batterista originale, infatti, era stato recentemente accusato di molestie sessuali verso un disabile minore: un crimine tanto terribile da spingere Iommi a voler cancellare ogni traccia della presenza di Holland dal suo disco solista.
I Black Sabbath, intanto, non si sono ufficialmente sciolti, ma certamente non sentono tutta questa urgenza di rimettersi in pista dopo il deludente “Forbidden”. Che sia forse arrivato il momento di calare il sipario sulla storia di una band leggendaria?

THE LAST SUPPER (1996-2005)

Mentre Iommi riflette sul futuro della band, in casa Osbourne c’è un notevole fermento. A Sharon, a cui di certo non manca il fiuto per gli affari, viene l’idea di un festival itinerante, in stile Lollapalooza: lo chiama Ozzfest e, intelligentemente, costruisce il bill con il meglio della scena metal più moderna di quegli anni. Non un carrozzone nostalgico, dunque, ma un evento che possa traghettare Ozzy nel panorama del nuovo millennio alle porte. Il successo è enorme, tanto da decidere di replicare l’esperienza anche l’anno successivo, questa volta portando in scena non solo lo show di Ozzy, ma anche la sospirata reunion dei Black Sabbath. Curiosamente, il povero Bill Ward rimane escluso da questi primi eventi, un brutto colpo per lui che, forse più di tutti, ci tiene a suonare con i suoi vecchi compagni di gioventù. Al suo posto c’è Mike Bordin dei Faith No More, già batterista per la band solista di Ozzy. Ai fan, però, non piace molto questa soluzione e, finalmente, per le date al NEC di Birmingham, torna a sedersi dietro le pelli Bill Ward, giusto in tempo per le registrazioni del live album “Reunion”, che contiene anche due inediti, i primi con Ozzy Osbourne alla voce dal lontano 1978.
Un successo simile non può che essere replicato e, dunque, nel 1998 i Black Sabbath si mettono al lavoro per un nuovo tour, che avrebbe toccato questa volta anche l’Europa. Sfortunatamente Bill Ward viene colpito da un infarto: nulla di grave, per fortuna, e il batterista riesce a riprendersi rapidamente. I medici, però, gli vietano di prendere un aereo per almeno sei mesi e nelle date europee, tra cui anche la storica esibizione nel nostro Gods Of Metal, alla batteria torna temporaneamente Vinny Appice. Il batterista, poi, continuerà a seguire i Black Sabbath nel ruolo di batterista ‘di riserva’, pronto a salire sul palco qualora Ward, che non affrontava un tour intero da parecchio tempo, avesse avuto difficoltà. I concerti proseguono senza sosta anche nel 1999 e, ancora una volta a casa loro, a Birmingham, viene celebrata una grande serata conclusiva, denominata “The Last Supper”. Con l’arrivo del nuovo millennio, infatti, Ozzy annuncia nuovamente il suo ritiro dalle scene, smentito immediatamente l’anno dopo dall’ennesima edizione dell’Ozzfest: giusto il tempo di permettere a Tony Iommi di dare finalmente alle stampe un suo album solista, intitolato semplicemente “Iommi” e pieno zeppi di ospiti ad avvicendarsi al microfono. Una cosa appare decisamente evidente: dal rientro di Ozzy Osbourne gli equilibri di potere appaiono cambiati. Se per decenni, infatti, è stato Iommi il motore trainante dei Black Sabbath, adesso la loro carriera sembra essere guidata più dai desideri dei coniugi Osbourne. I due, ormai delle superstar conosciute anche dal grande pubblico, grazie al successo de “Gli Osbourne” prima e “X Factor” poi, dettano l’agenda agli altri musicisti, dividendosi tra impegni mainstream, la carriera solista di Ozzy e gli sporadici tour con la vecchia band, che proseguono, sebbene in maniera non continuativa, fino al 2005.

BETWEEN HEAVEN AND HELL… AGAIN! (2006-2010)

Non stupisce più di tanto che uno come Tony Iommi non si accontenti di stare semplicemente ad aspettare una chiamata di Sharon Osbourne per mettersi al lavoro. E se Ozzy è troppo occupato per lavorare con i Black Sabbath, bene, ci sono altre soluzioni. Tony Iommi e Ronnie James Dio, pur essendo due teste calde, sono rimasti in buoni rapporti e i tempi sono maturi per tornare a fare qualcosa assieme. Viene quindi ufficializzata una nuova band composta da Dio, Iommi, Geezer Butler e Vinny Appice, ovvero la formazione che aveva già registrato “Mob Rules” e “Dehumanizer”. Iommi, che per il momento detiene ancora tutti i diritti sul nome Black Sabbath, potrebbe impuntarsi e proseguire con il monicker più noto, ma saggiamente decide di non mettersi contro lo stuolo di legali al soldo di Sharon e opta elegantemente per il nome Heaven & Hell. A noi il nome importa poco, resta il fatto che il tour e soprattutto il disco nati da questa collaborazione, abbiano tutto il diritto di figurare all’interno di questo excursus nella storia dei Black Sabbath.

 


L’ultimo album in studio dei Black Sabbath risale a ben quattordici anni fa. Nel 2001 ci fu un tentativo di riportare in scena il Sabba Nero con un nuovo full-length, ma era il periodo della reunion con Ozzy e forse proprio per questo l’operazione non andò mai in porto. (CONTINUA)

 

Sarebbe stato bello vedere se la storia degli Heaven & Hell sarebbe andata avanti. Magari gli eventi degli ultimi anni sarebbero stati diversi, o forse no. Purtroppo non lo sapremo mai, perché il 16 maggio del 2010 il cancro ci ha privato di una delle più eccezionali voci che l’heavy metal abbia mai partorito. Ronnie James Dio si spegne lasciandoci in eredità la sua musica e la sua voce, che non verranno mai dimenticate.

THE END (2011-2017)

Sebbene sia stato rimandato per tantissimo tempo, ai Black Sabbath è sempre piaciuta l’idea di realizzare almeno un ultimo album. Se ne parla già nel 2011, ma ci sono una serie di circostanze che ritardano la sua realizzazione. La prima è legata al ruolo di Bill Ward nella band: il batterista, infatti, abbandona il gruppo a causa di questioni economiche e viene rimpiazzato da Tommy Clufetos, il batterista di Ozzy. La seconda è causata da un linfoma che colpisce Tony Iommi nel 2012: tutto il mondo della musica heavy trattiene il respiro mentre il chitarrista combatte con la malattia, ma per fortuna la battaglia viene vinta. Nel 2012 i Black Sabbath avrebbero dovuto fare un tour mondiale (con tappa anche in Italia, ancora al Gods Of Metal), ma ovviamente Tony non può prendervi parte. Per non deludere i fan, la serie di concerti, quindi, viene intitolata “Ozzy & Friends”, uno show particolare che vede Ozzy cantare una raccolta di brani suoi e dei Black Sabbath, accompagnato da Geezer Butler, la sua band solista, ed altri ospiti come Slash e Zakk Wylde. Nel 2013, però, i tempi sono maturi e il nuovo album dei Black Sabbath vede finalmente la luce.


Nel 1978 usciva “Never Say Die!”, disco che ha decretato la fine di un’era importante per l’heavy metal. (CONTINUA)

 


In questi giorni in cui i media sono pieni si dichiarazioni e smentite da parte dei Black Sabbath sulla loro intenzione di registrare o meno un nuovo disco in studio dopo la fine del tour di addio, la formazione inglese si presenta all’improvviso con questo “The End”. (CONTINUA)

Rimangono ancora poche battute prima di concludere questo lungo excursus e si tratta ormai di storia presente. Dal 2015 al 2017 la band si imbarca in un lungo tour, l’ultimo della loro carriera, che passa anche dalle nostre parti, nella prestigiosa Arena di Verona. Il 4 febbraio del 2017, invece, la loro città natale, Birmingham, saluta per l’ultima volta Ozzy, Tony e Geezer, in uno show che viene giustamente registrato e pubblicato con il nome di “The End: Live In Birmingham”. Con tutte le volte che la band è stata data per finita, per poi essere puntualmente smentiti dalla realtà dei fatti, non sappiamo se davvero la storia dei Black Sabbath possa essere conclusa. Proprio durante la stesura di questo articolo, Tony Iommi ha già dichiarato la sua disponibilità ad una reunion per i Giochi del Commonwealth, che si terranno a Birmingham nel 2022. Noi ce lo auguriamo, naturalmente, ma se anche questa dovesse essere la fine, ci rimane una consapevolezza: chiunque prenda in mano una chitarra, oggi, domani, o fra cent’anni, per suonare della musica pesante e oscura, sappia che ha un debito di riconoscenza immenso verso Tony Iommi e quella creatura immortale e indomabile che rispondeva al nome di Black Sabbath.

 

BIBLIOGRAFIA

“Black Sabbath”, Joel McIver, Tsunami Edizioni

“Iron Man – Il mio viaggio tra inferno e paradiso”, Tony Iommi con J.T. Lammers, Arcana Edizioni

“Io sono Ozzy”, Ozzy Osbourne con Chris Ayers, Arcana Edizioni

“Glenn Hughes – L’autobiografia della voce del rock”, Glenn Hughes con Joel McIver, Tsunami Edizioni

“Ian Gillan – The Autobiography of Deep Purple’s Lead Singer”, Ian Gillan, John Blake Publishing

 

 

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