Identikit: DEEP PURPLE – Twenty Shades Of Purple

Pubblicato il 03/10/2017

Speciale a cura di Carlo Paleari

Dopo cinquant’anni di carriera, venti album in studio e migliaia di concerti suonati in tutto il mondo, anche per i Deep Purple è arrivato (forse) il momento di salutare definitivamente il loro pubblico. Prima un album, intitolato “inFinite”, che sembra voler prendersi gioco del tempo che passa, e poi l’annuncio del loro “The Long Goodbye Tour”, un lungo addio che non sappiamo quanto durerà, ma che ad un certo punto farà calare il sipario sulla vita on the road per questi arzilli vecchietti. Per molti la band di Ian Gillan e soci potrebbe essere solo quella di “Smoke On The Water” e “Black Night”, eppure la loro è una storia dalle mille sfaccettature, che si dipana tra cambi di formazioni, liti, leggende del rock e una carriera tanto luminosa quanto travagliata. Abbiamo deciso, dunque, di ripercorrere la loro lunga carriera, cercando di raccontare mezzo secolo di musica in questo speciale a loro dedicato.

MARK I (1968-1969)

In quella fucina di idee artistiche, a volte eccellenti, a volte un po’ bislacche, che è l’Inghilterra del 1967, il cantante Chris Curtis decide di proporre una nuova idea di band: si tratta di un progetto musicale chiamato ‘Roundabout’, ovvero giostra, in cui ad un nucleo di musicisti fissi dotati di grande talento e capacità, si sarebbero affiancati degli ospiti estemporanei, artisti sempre diversi che avrebbero reso ogni performance unica ed irripetibile, salendo e scendendo dalla giostra, giro dopo giro. Ad accompagnare il cantante in questa impresa c’è un talentuoso tastierista dall’importante bagaglio classico che si chiama Jon Lord, il bassista Nick Simper ed un ombroso chitarrista che si è fatto le ossa suonando assieme a Screaming Lord Sutch, suona divinamente e risponde al nome di Ritchie Blackmore. Il progetto di Chris Curtis sarebbe anche interessante, ma non facile da realizzare senza una direzione ben precisa: il cantante non sembra averla e pian piano il suo interesse inizia a rivolgersi su altri lidi, ma i tre musicisti si trovano bene assieme e in poco tempo sono già state abbozzate alcune tracce che meritano di vedere la luce. I tre, così, si mettono alla ricerca di un batterista e di un cantante, per dare vita ad una nuova band, e li trovano in Ian Paice e Rod Evans, entrambi provenienti dai The Maze. I Roundabout, dunque, iniziano a lavorare sulle loro canzoni, soprattutto cover, ma anche qualche pezzo originale e arrivano in poco tempo ad ottenere un contratto discografico con la Tetragrammaton, anche grazie alla mediazione del produttore Derek Lawrence. Contestualmente, i Roundabout iniziano l’attività sul versante live, che diverrà ben presto il punto di forza del gruppo, per via dell’impatto potentissimo, delle lunghe improvvisazioni e della qualità espressa dagli strumentisti. Proprio durante un tour di dodici date in Scandinavia, la band decide di dare un taglio al vecchio nome in favore di uno suggerito da Blackmore: si tratta del titolo di un vecchio brano per pianoforte degli anni ’30, il preferito dalla nonna di Ritchie. Deep Purple. Questa prima formazione dei Deep Purple, comunemente definita Mark I, pubblica tre abum:


E’ il 1968 quando una band di giovani musicisti decide di cambiare il proprio nome, Roundabout, su suggerimento del chitarrista che ha preso spunto dal titolo di una delle canzoni preferite di sua nonna. Il chitarrista si chiama Ritchie Blackmore e il gruppo Deep Purple. (CONTINUA)

 


“Shades Of Deep Purple” non sta riscuotendo grandissimi consensi in Europa, ma la cosa non sembra preoccupare particolarmente la Tetragrammaton, perché i soldi intorno al nome dei Deep Purple iniziano a girare lo stesso. (CONTINUA)


Come da programma, con la pubblicazione di “The Book Of Taliesyn” di avvicina anche l’atteso momento del tour americano: i Deep Purple non hanno alcuna fretta di conquistare la madrepatria, anzi, assumono un atteggiamento quasi snob nei confronti dell’Inghilterra e guardano solo oltreoceano verso il luminoso paradiso a stelle e strisce. (CONTINUA)

Nel 1969, man mano che il sound dei Deep Purple inizia a prendere una direzione più definita, Jon Lord e Ritchie Blackmore capiscono che la loro musica si sta avviando sempre di più verso lidi più duri e spigolosi. I due, quindi, d’accordo con Ian Paice, iniziano ad interrogarsi sui restanti due membri del gruppo: Rod Evans è dotato di una voce molto elegante e calda, che però poco si adatta allo stile irruento e selvaggio che ribolle nelle vene della band inglese; lo stesso vale anche per Nick Simper, bassista di innegabile gusto ma poco a suo agio nell’adattarsi al sound della band. I tre Deep Purple, dunque, decidono di mettersi alla ricerca di due validi sostituti, inizialmente tenendo all’oscuro di tutto i due futuri dimissionari e coinvolgendo solo il manager John Coletta, che chiede almeno di non mettere a repentaglio il tour in corso negli Stati Uniti, ma di attendere il rientro in patria. Una volta rimpiazzati, ai due musicisti vengono dati tre mesi di paga, parte della strumentazione e la scelta tra tenersi le royalty dei primi tre dischi o accettare una buonuscita. Rod Evans accetta la prima opzione, mentre Nick Simper tenta la via legale, con poco successo: la battaglia gli frutterà semplicemente un assegno di diecimila sterline e gli farà perdere i diritti sul vecchio catalogo.

MARK IIa (1969-1973)

Alla fine degli anni Sessanta, gli Episode Six non sono esattamente dei perfetti sconosciuti: alle spalle hanno già dei singoli di discreto successo, un nome rispettato nell’ambiente, ma nonostante questo la formazione non può dirsi ancora baciata dal successo. Tra le fila della band ci sono due musicisti di talento: un cantante, Ian Gillan, dalla voce splendida e potentissima, e un bassista, Roger Glover, dotato di raro gusto e di una invidiabile capacità compositiva. I due assieme formano un team già rodato, una coppia capace di regalare tanto ad una band non solo in fase esecutiva ma anche in sede di scrittura. Roger Glover è ancora convinto che gli Episode Six possano raggiungere il successo, mentre Gillan inizia a pensarla diversamente, tant’è che, quando il loro batterista, Mick Underwood, lo informa che i Deep Purple stanno cercando un nuovo cantante, Gillan inizia a pensarci su seriamente. Underwood è una vecchia conoscenza di Blackmore, visto che hanno suonato assieme negli Outlaws, e approfitta di questa amicizia per fare il nome di Ian ai ragazzi dei Deep Purple. Blackmore e Lord, dunque, si fidano del suggerimento del batterista e si recano una sera ad ascoltare dal vivo gli Episode Six, rimanendo piacevolmente colpiti dal cantante che, quella stessa sera, riceve un invito per provare con i Deep Purple. Gillan, saputo che la band sta cercando anche un bassista, propone quindi di includere anche il suo amico Roger. Glover, a dir la verità, è inizialmente restio: ha investito tanto negli Episode Six e non è ancora pronto ad abbandonare la nave, senza contare che, almeno per il momento, non si può dire ancora entusiasta della proposta dei Deep Purple, che considera troppo barocchi rispetto allo stile più asciutto che lo contraddistingue. Alla fine, però, il bassista accetta di partecipare ad una jam assieme agli altri musicisti e finalmente scocca quella scintilla che gli frutta una proposta concreta di ingresso nella band. Il bassista si prende una notte per pensarci e alla fine accetta, pur con qualche incertezza da ambo le parti. Nasce cosÏ la seconda incarnazione dei Deep Purple, quella che firmerà la maggior parte dei classici della band e che rimarrà la più amata nel cuore dei fan.

In questi anni i Deep Purple pubblicano il Concerto realizzato con la Royal Philharmonic Orchestra (incluso in questa panoramica pur essendo un album live in quanto composto da materiale inedito); quattro album in studio e, sebbene non presente in questa sede, anche uno degli album dal vivo più celebrati della storia del rock, “Made In Japan”.


La possibilità di scrivere un concerto, nel senso classico del termine, con la sua band circondata da una vera orchestra è un sogno che Jon Lord coltiva da parecchio, addirittura da prima dei Deep Purple, quando l’organista militava negli Artwoods. (CONTINUA)

Il concerto alla Royal Albert Hall è appena passato e i Deep Purple hanno potuto godere di una buona esposizione mediatica, eppure non si può dire che la band stia passando una fase particolarmente felice, quantomeno dal punto di vista economico. (CONTINUA)

Il successo di “Black Night” e di “In Rock” apre finalmente le porte del successo ai Deep Purple, che si ritrovano improvvisamente investiti di quella notorietà che fino a quel momento faticava ad arrivare. Il loro nome scala le classifiche, i concerti si fanno sempre più pieni, si registrano scene di isteria da parte dei fan in visibilio… insomma, è nata la ‘purple-mania’. (CONTINUA)

E’ la fine del 1971 e per i Deep Purple si è appena conclusa una fase abbastanza faticosa, tra le tensioni della realizzazione di “Fireball” e più di un problema di salute che ha coinvolto qualche membro del gruppo. Non c’è tempo da perdere, però, perché le leggi del mercato lo impongono ed è tempo di pensare ad un nuovo album… (CONTINUA)

Nel 1973 i Deep Purple ormai sono delle rockstar, una macchina da guerra che vende milioni di copie, viaggia in limousine e può permettersi ogni sorta di capriccio da star. Il mondo discografico, dunque, non concede loro la benché minima tregua… (CONTINUA)

Dopo anni di lotte interne, tensioni, litigi, ma anche album e concerti eccezionali, il 9 dicembre 1973 Ian Gillan annuncia di voler abbandonare i Deep Purple. Non vuole farlo, dice, per i contrasti ormai insanabili con Blackmore; afferma di sentirsi privo di stimoli e di considerare i Deep Purple fermi ad un binario morto. Il resto della band è talmente esausto da prendere la notizia con una scrollata di spalle, nonostante il peso altissimo di Gillan nell’economia del gruppo. Di comune accordo decidono di portare a termine gli impegni presi, ma lo fanno riducendo al minimo indispensabile i contatti umani: Gillan viaggia e dorme lontano dagli altri, arriva, sale sul palco, canta e va via. Anche Blackmore, dal canto suo, sta pensando da tempo ad una carriera lontana dai Deep Purple e sta fantasticando su una nuova band con Paul Rodgers alla voce e Ian Paice alla batteria. La cosa non andrà in porto, perchè Rodgers è ormai vicinissimo a fondare i Bad Company, e alla fine Ritchie decide di restare nei Deep Purple, ma ad una condizione: al termine del tour, oltre a Gillan, anche Glover avrebbe dovuto lasciare la band. Non si capisce bene il perchè di questa scelta, contando che non ci sono gli stessi evidenti screzi che rovinano il rapporto con Gillan e addirittura i due lavoreranno assieme anche fuori dai Deep Purple. Fatto sta che questo è l’ultimatum posto dal chitarrista e il resto della band acconsente. Glover, da vero gentiluomo, accetta la decisione dei compagni e si fa da parte assieme a Ian Gillan il 29 giugno del 1973, terminato l’ultimo concerto ad Osaka in Giappone.

MARK III (1973-1975)

Alla chiusura di questo fondamentale capitolo della storia dei Deep Purple, una cosa è certa: non sarebbe stato facile sostituire una coppia d’oro come Ian Gillan e Roger Glover, dunque la band inizia a scorrere la lista dei possibili candidati. Blackmore inizia nuovamente ad accarezzare l’idea di coinvolgere Paul Rodgers, ma ancora una volta la cosa si conclude in un nulla di fatto; nel contempo la stampa inizia a sbizzarrirsi e a fare ipotesi più o meno azzardate: viene citato Phil Lynott dei Thin Lizzy e qualcuno fa anche il nome di Glenn Hughes, cantante eccezionale in forze nei Trapeze. La band, intanto, si sta muovendo ed effettivamente nel maggio del 1973 propone a Hughes di entrare a far parte dell’organico nel ruolo di bassista; lui accetta ma spinge anche per ottenere il ruolo di cantante. Il gruppo espone qualche perplessità di fronte all’ipotesi di trasformarsi in un quartetto e rilancia con una nuova proposta, che finalmente va in porto: Glenn avrebbe occupato il posto di bassista e di seconda voce, con l’idea di ritagliarsi uno spazio sempre maggiore nel tempo. Rimane quindi da trovare un altro cantante e la lista di nomi famosi non sembra rispondere alle esigenze dei Deep Purple che, a questo punto, decidono di procedere alla vecchia maniera, con dei provini anche a perfetti sconosciuti. Tra le centinaia di nastri, uno riesce a catturare l’attenzione dei musicisti: un ragazzo di nome David Coverdale, ancora inesperto, ma dotato di una voce magnetica. Il cantante aveva già incrociato Jon Lord, che era rimasto colpito dalla sua performance, e questa volta è la persona giusta al momento giusto: viene invitato in studio per una jam e nonostante l’imbarazzo e l’iniziale goffaggine, scocca la scintilla. Certo, il ragazzo avrebbe avuto bisogno di un nuovo guardaroba e un look degno di una star mondiale, ma era fatta. I Deep Purple sono tornati.

Registrato nel novembre del 1973, “Burn” rappresenta una vera e propria ventata d’aria fresca nel mondo del rock duro e nei Deep Purple… (CONTINUA)

La pubblicazione di “Burn” ha sancito una vera e propria rinascita per i Deep Purple. La band che sembrava a un passo dal disfarsi è riuscita a rimettersi in sesto, trovando due sostituti di grandissimo spessore, tanto diversi dei predecessori, quanto capaci di portare una ventata di freschezza che mancava da troppo tempo. (CONTINUA)

Nel novembre del 1974 i Deep Purple intraprendono l’ennesimo tour con gli Elf e Ritchie Blackmore, solitamente piuttosto schivo e solitario, finisce per stringere amicizia con il cantante del gruppo: si chiama Ronnie James Dio ed è un cantante dal potenziale immenso. Il chitarrista sta pensando da un po’ di tempo di dare sfogo alla sua vena creativa con un album solista, per dare spazio a tutto quel materiale che con i Deep Purple non può (o non vuole) concretizzare. Assume dunque Dio e il resto degli Elf e inizia a lavorare a quello che diventerà il debutto dei Rainbow, mentre in parallelo porta avanti gli impegni già fissati con la sua band principale. Quello che è ormai evidente, comunque, è che Blackmore ha perso ogni interesse verso i Deep Purple, sempre più coinvolti nelle derive funky piuttosto che nell’hard rock. Alla fine il chitarrista prende la fatidica decisione e nell’aprile del 1975, a Parigi, sale per l’ultima volta sul palco con i suoi (ormai ex) compagni.

MARK IV (1975-1976)

Tommy Bolin è un nome di rilievo all’interno della scena americana: già in precedenza si era ritrovato a sostituire un nome importante in una band molto nota, rimpiazzando egregiamente Joe Walsh nella James Gang. Inoltre aveva dimostrato tutte le sue incredibili doti come musicista affiancando Billy Cobham nell’album “Spectrum”. Insomma, il chitarrista sembra avere tutte le carte in regola per raccogliere un’eredità importante come quella di Blackmore. Non è l’unico, ovviamente: si vocifera di Mick Ronson, Rory Gallagher e addirittura Jeff Beck, ma veri e propri contatti non vengono concretizzati. E’ David Coverdale a proporre Bolin ai compagni, dopo averlo ascoltato su “Spectrum” e l’idea convince tutti quanti, soprattutto Glenn Hughes, che vede questa opportunità per far fare una svolta stilistica ai Deep Purple, allontanandoli sempre di più dal classico sound hard rock. Bolin, dunque, riceve un’offerta concreta, viene invitato a provare col gruppo e l’impressione è buona da entrambe le parti: la band riconosce immediatamente il potenziale di questo ragazzo americano e lui rimane piacevolmente stupito dalla qualità degli altri musicisti, che non conosceva se non superficialmente per i loro pezzi più famosi.

Il definitivo abbandono di Ritchie Blackmore, dopo anni di tentennamenti e ripensamenti, ha lasciato i Deep Purple in uno stato di grande confusione: Ian Gillan e Roger Glover erano stati allontanati proprio per permettere al geniale chitarrista di rimanere nella formazione, eppure questo non era bastato. (CONTINUA)

Dopo la pubblicazione di “Come Taste The Band”, purtroppo, le cose si complicano e il sodalizio con Tommy Bolin inizia a vacillare: il nuovo arrivato, infatti, non riesce ad essere accettato dal pubblico, che spesso e volentieri invoca il nome di Blackmore durante le esibizioni. Il chitarrista ha un carattere focoso e in più di una occasione smette di suonare per iniziare a litigare furiosamente con i contestatori. Oltre a questo, poi, c’è il problema dell’abuso di sostanze stupefacenti che rende le sue performace estremamente volubili: ci sono serate in cui Bolin riesce a brillare di una luce accecante ed altre in cui è semplicemente un’ombra gettata sul palco. Le tensioni aumentano, ogni sera assomiglia ad un lancio di dadi, ad un salto nel buio, senza mai sapere se e come andrà a finire il concerto. Anche Hughes non si fa certo mancare gli eccessi, con la cocaina ad alimentare il suo ego da rockstar, così durante il tour del 1976 la situazione diventa insostenibile e la band annuncia ufficialmente il suo scioglimento. Jon Lord ed Ian Paice si uniscono a Tony Ashton nel trio che porta i loro nomi; Glenn Hughes ritorna temporaneamente nei Trapeze, prima di intraprendere la carriera solista, mentre David Coverdale inizia la sua fortunata avventura negli Whitesnake. Anche Tommy Bolin ritorna alla sua vecchia vita e non sembra avere ripercussioni negative dopo il ‘licenziamento’ da parte dei Deep Purple: purtroppo la sua carriera viene tragicamente interrotta il 4 dicembre del 1976 quando, durante un party a base di cocaina e alcolici, il chitarrista perde i sensi. Il manager e la sua ragazza lo portano a letto, pensando che una notte di sonno l’avrebbe rimesso in piedi dopo l’ennesima bisboccia; invece questa volta Tommy ha passato il limite e, quando la mattina dopo finalmente viene chiamata un’ambulanza, ormai non c’è più niente da fare: la stella di Bolin si spegne a soli venticinque anni.

MARK IIb (1984-1989)

Sono passati quasi dieci anni da quando è calato il sipario sulla storia dei Deep Purple, ma i suoi membri non sono stati con le mani in mano e, anzi, hanno tutti dato vita o partecipato a progetti di grande spessore. Jon Lord e Ian Paice, infatti, dopo la parentesi Ashton/Paice/Lord, si sono uniti agli Whitesnake di David Coverdale, con risultati eccellenti; Roger Glover si è unito ai Rainbow di Ritchie Blackmore; mentre Ian Gillan, dopo una serie di ottimi lavori solisti, si è concesso una improbabile (ma non per questo di poco valore) parentesi come cantante dei Black Sabbath nell’album “Born Again”. Verso la fine del 1983 Blackmore inizia a pensare seriamente ad una reunion con i Deep Purple e per primo coinvolge, ovviamente, Roger Glover; Ian Paice, che da un paio d’anni ha lasciato gli Whitesnake per unirsi alla band di Gary Moore, è il secondo ad accettare e lo stesso fa Lord, anch’egli desideroso di cambiare aria rispetto alla band di David Coverdale. Infine Ian Gillan, convinto dall’adesione entusiasta dei compagni, completa la sospirata reunion. Ovviamente scattano subito i primi contrasti di natura economica quando Blackmore, molto democraticamente, suggerisce che il cinquanta per cento degli incassi della reunion finisca direttamente nelle sue tasche, ma alla fine la torta viene spartita in parti uguali calmando gli animi (ma non i diritti d’autore che, per le nuove composizioni, saranno appannaggio quasi esclusivo di Blackmore, Gillan e Glover). Concluse le formalità burocratiche, finalmente la band si ritrova a suonare e lì, per fortuna, scocca quella scintilla, quell’alchimia magica che vede cinque musicisti completarsi a vicenda in un perfetto incastro, proprio come se il tempo non fosse mai passato. E’ il momento di riportare in vetta il nome dei Deep Purple.

E’ il 1983 quando, dopo quasi dieci anni, viene fatto il primo passo verso una reunion dei Deep Purple nella loro formazione più classica e amata. Ritchie Blackmore, reduce da un periodo non proprio scintillante con i suoi Rainbow, inizia ad accarezzarne l’idea e tramite il proprio manager gli ingranaggi iniziano a muoversi. (CONTINUA)

“Perfect Strangers” e il relativo tour di supporto sono stati un successo per i Deep Purple e, così, appare semplicemente naturale far proseguire questo ritorno in grande stile con un nuovo album. I due musicisti più convinti, da questo punto di vista, sono Ian Gillan e Roger Glover, che si mettono di buona lena a lavorare su idee nuove, registrando demo e abbozzando nuove composizioni. (CONTINUA)

Sono passati pochi anni dalla rinascita dei Deep Purple, eppure non c’è pace per questi artisti e, nel 1988, è evidente come la situazione sia ormai totalmente fuori controllo. Blackmore si frattura un dito, costringendo la band ad annullare l’ultima parte del tour, e anche sul versante del nuovo album le cose non vanno molto meglio. I cinque sono bloccati addirittura nella ricerca dello studio di registrazione, figuriamoci all’idea di stare nella stessa stanza per dare vita a nuova musica. Alla fine, dopo l’ennesima lite, Ian Gillan perde ogni controllo e butta fuori tutta la sua frustrazione, prendendo a insulti tutto e tutti. Blackmore ne approfitta e, ancora una volta, riesce ad ottenere quello che vuole: per la seconda volta, Ian Gillan viene allontanato dalla band.

MARK V (1989-1992)

Ai Deep Purple non resta che riprendere la ricerca di un nuovo cantante. Dopo aver valutato una prima rosa di nomi, che comprendeva perfino David Coverdale e Ronnie James Dio, Blackmore propone Joe Lynn Turner, cantante che aveva partecipato a diversi album del chitarrista nella sua carriera con i Rainbow. Inizialmente il resto della band non è molto convinto, ma accettano comunque di fare una prova, che risulta positiva per tutti. Turner ha uno stile molto diverso da quello dei suoi predecessori, più morbido e perfettamente aderente alla versione AOR dei Rainbow degli anni Ottanta, ma ha dalla sua una buona versatilità, che apre ai Deep Purple la possibilità di variare la scaletta dei concerti, includendo brani classici, nuove canzoni e, perché no, anche qualche chicca (nel tour di supporto a “Slaves And Masters”, la band proporrà “Burn” come brano di apertura ed anche “Long Live Rock ’n’ Roll” dei Rainbow).

Ancora una volta nella storia dei Deep Purple i continui attriti tra le personalità più bellicose del gruppo si sono risolti con un rimpasto della formazione. Ian Gillan ha pagato lo scotto di un album spompato e senza verve, nonostante le colpe non fossero certamente ascrivibili al solo cantante, e il posto al microfono questa volta viene preso da Joe Lynn Turner… (CONTINUA)

Sfortunatamente per i Deep Purple, l’idillio con il nuovo arrivato dura poco: Turner ha uno stile troppo lontano dalla vera essenza dei Purple e il risultato finale, che pure è tutt’altro che da buttare, suona troppo come la band solista di Blackmore. Il resto dei componenti della band sente che questo corso andrebbe a snaturarli troppo. Oltre a questo, poi, Lord e compagni non amano molto la scrittura di Joe, che aveva messo espressamente come punto fermo la possibilità di comporre i propri testi: la considerano sdolcinata e zuccherosa, con il tastierista che si esprime senza mezzi termini sul fatto che alcuni brani siano stati letteralmente uccisi dal cantante (ad esempio “Love Conquers All”). Per una volta, Blackmore si ritrova in minoranza e, pur con qualche difficoltà, ammette che forse la scelta di Joe Lynn Turner non sia stata tra le più oculate. Gli altri musicisti, intanto, iniziano a lavorare per far tornare nuovamente Ian Gillan.

MARK IIc (1992-1993)

Serve una spinta notevole per convincere Blackmore a cedere e far tornare il suo antagonista numero uno, Ian Gillan, e questa spinta prende la forma di un sostanzioso assegno che la BMG sgancia al chitarrista solo per fargli ingoiare il rospo e accettare la reunion. Il cantante, intanto, ha portato avanti la sua carriera solista, ma gli esiti non sono stati sempre positivi, nonostante la buona qualità del materiale: anche al frontman, dunque, appare evidente come il suo futuro sia legato ai vecchi compagni e pertanto accetta di tornare nei Deep Purple. Nessuno si fa illusioni, però, consapevoli di trovarsi di fronte ad una decisione puramente professionale: nessuna amicizia rinsaldata, nessuna ascia di guerra sotterrata dopo anni di liti, solo cinque musicisti che fanno il loro lavoro, nella migliore delle ipotesi senza pestarsi i piedi a vicenda. Non soprende, dunque, il fatto che il risultato di questa terza incarnazione della formazione Mark II si chiami ‘The Battle Rages On’.

“La battaglia continua ad infuriare…”: il titolo del quattordicesimo album in studio dei Deep Purple non potrebbe essere una rappresentazione migliore della situazione vissuta dalla band nei primi anni ’90. (CONTINUA)

Nonostante i buoni propositi e i tentativi di far funzionare le cose da entrambe le parti, basta poco tempo perchè i rapporti tornino ad essere tesi. Gillan e Blackmore viaggiano separati, sul palco non si guardano, potrebbero suonare tranquillamente in due stanze separate e sarebbe lo stesso, anzi, forse sarebbe meglio, visto che quando possono cercano anche di mettersi i bastoni tra le ruote a vicenda. Le performance del tour di supporto al nuovo album sono altalenanti: ci sono serate in cui la magia ritorna (e che magia, quando succede!) ed altre terribili in cui tutto va a rotoli. Esemplare in questo senso il concerto alla celebre NEC Arena di Birmingham, pubblicata con il nome di “Come Hell Or High Water”, in cui un Blackmore infuriato all’idea di essere ripreso dalle telecamere si rifiuta inizialmente di salire sul palco, lancia acqua in direzione di un cameraman, suonando poi svogliato e incupito per tutta la durata del concerto. Alla fine, con una decisione sofferta e ponderata, Blackmore capisce che questa volta è arrivato il momento per lui di farsi da parte, suonando il suo ultimo concerto con i Deep Purple a Helsinki, il 17 novembre del 1993.

MARK VI (1993-1994)

La band inglese, dopo l’abbandono del chitarrista, si ritrova subito con una notevole gatta da pelare: i primi di dicembre del 1993 sarebbe partito un tour in Giappone, con ottantamila biglietti già venduti e nessuno vuole che questa date saltino con così poco preavviso. Il gruppo, dunque, chiede aiuto al promoter in Giappone, chiedendo chi potesse essere un sostituto degno del nome di Ritchie Blackmore che fosse particolarmente amato in Giappone. La risposta è: Joe Satriani. Viene contattato il management del virtuoso della sei corde, che a sua volta propone la cosa al chitarrista. Come ha raccontato lo stesso Satriani, inizialmente pensa al classico scherzo messo in piedi alle sue spalle, poi, una volta appurata la realtà dei fatti, accetta. La band gli manda una registrazione di un recente concerto tenuto a Stoccarda per studiarsi la parte e il chitarrista contribuisce alla buona riuscita del tour con il suo enorme talento. Sebbene non esistano registrazioni ufficiali di questo tour, si tratta di un momento importante per i Deep Purple, che vivono con sollievo questa parentesi, grazie alla quale hanno modo di sperimentare l’effettiva possibilità di una carriera senza Blackmore. Gli accordi con Satriani sono chiari fin da subito, il chitarrista non sarebbe entrato nella band in pianta stabile, sebbene agli altri ragazzi la cosa non sarebbe dispiaciuta: il suo stile funambolico necessitava di stimoli continui e una libertà che non avrebbe potuto avere nelle logiche di una band (seppure eccezionale) come i Deep Purple. Così le loro strade si separano e alla formazione inglese non resta che rimboccarsi le maniche e trovare un nuovo chitarrista.

MARK VII (1994-2002)

I Deep Purple si mettono dunque alla ricerca del sostituto di Ritchie Blackmore con un’idea chiara in testa: non avrebbero cercato un clone del ‘man in black’, ma qualcuno che potesse avere le capacità di raccogliere la sua eredità. Singolarmente, i quattro musicisti stilano una lista di candidati e solo un nome figura nell’elenco di tutti quanti: Steve Morse. Il musicista americano si è già fatto un nome, prima con i Dixie Dregs, poi con la Steve Morse Band e si era guadagnato anche un ingaggio alla fine degli anni Ottanta nei Kansas. Il chitarrista viene convocato e ottiene subito il posto: lui, a sua volta, dopo essersi sincerato che avrebbe potuto continuare a suonare in jeans e maglietta, accetta con entusiasmo la proposta. Dopo soli tre giorni di prove, il 23 novembre del 1994, Steve Morse debutta come nuovo chitarrista dei Deep Purple, portando finalmente un po’ di serenità nella turbolenta storia del gruppo.

…se i fan dei Deep Purple hanno potuto godere di altri vent’anni abbondanti di musica, lo si deve proprio al biondo e sorridente chitarrista che risponde al nome di Steve Morse… (CONTINUA)

Fino ad oggi, tutte le volte che ci siamo imbattuti in una crisi o un calo qualitativo nel lavoro dei Deep Purple, è stato sempre possibile circoscriverne le cause: le tensioni interne tra le forti personalità del gruppo, un nuovo innesto che non si amalgama con il resto dei musicisti, oppure semplicemente un album realizzato per dovere… (CONTINUA)

Al termine della fortunata tournée che ha riportato sui palchi il “Concerto For Group And Orchestra”, la band è pronta, nel 2001, a tornare on the road, ma Jon Lord inizia ad accusare dei problemi ad un ginocchio, che lo costringe a rinunciare all’imminente tour. Ai compagni non resta che cercare un sostituto che possa rapidamente e degnamente rimpiazzare l’organista: la scelta cade su Don Airey, gettando le fondamenta per l’ultimo cambio di formazione per Gillan e soci.

MARK VIII (2002-2017)

Jon Lord rientra nella band una volta rimessosi in sesto, ma è sempre più evidente che il musicista ha perso l’entusiasmo di un tempo. Il tour con l’orchestra è stato un progetto molto sentito da Jon ed è stato il coronamento della sua idea di musica: il tastierista vuole proseguire su quella strada, esplorando il suo lato sinfonico e, soprattutto, affrancandosi dall’obbligo di dover vivere continuamente in tour, con dei ritmi troppo sostenuti. Con una decisione sofferta, dunque, decide di lasciare il gruppo e di non partecipare alle registrazioni del nuovo album. I Deep Purple, dunque, ufficializzano Don Airey, musicista dalle capacità eccezionali e dotato di un curriculum eccellente.

È il 2002 quando i Deep Purple iniziano a ragionare concretamente sul loro diciassettesimo album in studio e questa volta Jon Lord, una colonna portante che li aveva guidati e accompagnati fin dagli esordi, non sarebbe stato della partita. (CONTINUA)

…i Deep Purple hanno continuato a sfornare album onesti e dignitosi, se non dei veri capolavori… (CONTINUA)

Se c’è qualcosa con cui è d’uopo iniziare la recensione di “Now What?!”, nuova uscita discografica dei Deep Purple nella ormai stabile formazione del 2002, è sfatare quelle insistenti e un po’ maligne voci che aleggiano sempre intorno alle uscite recenti di band dal grande passato… (CONTINUA)

C’è un interessante contrasto in questo che potrebbe essere l’ultimo capitolo dei Deep Purple: da una parte il titolo dell’album, “inFinite”, e dall’altra quello del prossimo “The Long Goodbye Tour”. (CONTINUA)

Siamo arrivati alla fine del nostro viaggio nella storia dei Deep Purple e ancora non sappiamo cosa succederà a questa band leggendaria. La malattia ci ha privati per sempre del talento di Jon Lord, deceduto il 16 luglio del 2012, ma la band ha continuato ad esistere senza mai fermarsi. Il tempo, però, è spietato e i cinque musicisti si sono resi conto che non potranno andare avanti ancora per molto tempo. Forse la carriera discografica del gruppo si è conclusa, forse invece troveranno ancora le energie per regalarci un ultimo lavoro prima di congedarsi. Intanto questi straordinari artisti ormai settantenni, si godono il loro lungo addio, senza troppe smancerie perché, come hanno dichiarato loro stessi, la porta si sta chiudendo, ma non ancora del tutto.

DISCOGRAFIA IN STUDIO

1968 – Shades Of Deep Purple

1969 – The Book Of Taliesyn

1969 – Deep Purple

1970 – In Rock

1971 – Fireball

1972 – Machine Head

1973 – Who Do We Think We Are

1974 – Burn

1974 – Stormbringer

1975 – Come Taste The Band

1984 – Perfect Strangers

1987 – The House Of Blue Light

1990 – Slaves And Masters

1993 – The Battle Rages On

1996 – Purpendicular

1998 – ABandOn

2003 – Bananas

2005 – Rapture Of The Deep

2013 – Now What?!

2017 – inFinite

 

 

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