A cura di Elio Ferrara
Nel 2025 i Dream Theater hanno intrapreso un monumentale tour per celebrare i loro quarant’anni di carriera. Una band che, come tante, è partita dalla passione di alcuni ragazzi per la musica, ma che ha a sua volta influenzato tantissimi musicisti per lo stile che ha saputo coniugare metal e progressive, tecnica virtuosistica e suadenti melodie, imprevedibile genialità unita ad un grande rispetto per la tradizione e il background con cui sono cresciuti.
Una carriera di tutto rispetto, che li ha portati a suonare in tutto il mondo e a consolidare schiere di fan dappertutto.
Questo Identikit è un piccolo omaggio alla loro carriera e a questo loro percorso compiuto fino ad oggi. Non vuole essere un articolo enciclopedico nè esaustivo sulla loro storia: “ci limiteremo a cucire insieme le recensioni già presenti nel nostro archivio concentrandoci solo sui loro studio album (anche se in passato abbiamo parlato volentieri di qualche live come “Chaos In Motion” o “Live At Budokan”, o del box con tutti i loro bootleg), integrandone giusto qualcuna che, per motivi anagrafici, trattandosi di uscite antecedenti alla nascita del sito, non era ancora presente.
Chi scrive non è sempre in linea con tutte le recensioni pubblicate – anzi, probabilmente non escludiamo che gli stessi autori potrebbero pure avere in parte cambiato opinione, perchè alcuni dischi potrebbero essere visti sotto una luce diversa a distanza di tempo dalla loro pubblicazione – ma per scelta editoriale saranno lasciate così per come sono (memoria storica delle varie voci alternatesi in redazione): tuttavia, le recensioni saranno intercalate da brevissimi commenti biografici oppure da commenti in cui verrà espresso il punto di vista di chi scrive, laddove ci sia un’opinione differente.
1985-1991: Le origini
Il nucleo originario della formazione statunitense parte da John Petrucci e John Myung, studenti della prestigiosa Berklee College of Music di Boston, che insieme a Mike Portnoy fondano nel 1985 una band dal nome Majesty. La line-up vede ben presto inserirsi anche il tastierista Kevin Moore, mentre per il cantante il ruolo inizialmente rimane poco stabile con alcuni avvicendamenti, ma tra i primi artisti dietro al microfono possiamo annoverare Chris Collins.
Nel 1988 la band è costretta a cambiare nome per un caso di omonimia e, da un’idea del padre di Portnoy, viene scelto Dream Theater. Poco dopo, entra nel gruppo il cantante Charlie Dominici e si inizia a lavorare al disco d’esordio, “When Day And Dream Unite”, che viene pubblicato nel 1989.
(Si tratta dell’album d’esordio dei Dream Theater: le origini della band risalgono infatti alla metà degli anni ’80, quando alcuni studenti della prestigiosa Berklee School of Music di Boston... CONTINUA )
1992-1994: Arrivano i capolavori “Images and Words” ed “Awake”
Dopo il disco d’esordio, i quattro strumentisti si rendono conto che Dominici non era probabilmente la soluzione ideale a livello vocale per la loro musica. Comincia così una strenua ricerca per trovare un sostituto, che viene individuato in James LaBrie, proveniente dal Canada e nel giro degli amici Fates Warning, i quali a Toronto avevano registrato “Parallels” (al quale lo stesso LaBrie vi partecipava in veste di ospite). La sua voce e le sua attitudini erano (e sono tuttora) perfette per la band, i quali dopo una lunghissima ricerca riuscivano a trovare l’uomo giusto.
Il nuovo album, “Images And Words”, vede ritornare i Dream Theater dopo il loro disco d’esordio più bravi e più maturi di quanto ogni logica aspettativa avrebbe potuto far immaginare.
L’uscita dell’album ha l’effetto di un’autentica bomba ad orologeria: in un periodo in cui il ‘tifone’ grunge aveva spazzato via centinaia di band e la scena metal in America stava letteralmente scomparendo, il successo di portata mondiale dei Dream Theater rappresenta un’autentica boccata d’ossigeno che rivitalizza la scena europea e contribuisce alla sopravvivenza di quella d’oltreoceano.
La perizia tecnica dei Dream Theater da qui in poi comincia a diventare indiscutibile: Moore si conferma un tastierista innovativo e di carattere e le tastiere acquistano un rango e un’importanza nel sound del gruppo come forse non s’era mai visto in una band metal e i suoi assoli sono una continua esaltazione dello strumento.
Gli altri musicisti non sono certo da meno: Petrucci assurge di diritto al rango di guitar hero; Myung con il suo basso a sei corde si rivela uno dei più virtuosi bassisti al mondo; Portnoy si sbizzarrisce con tempi semplicemente assurdi, proponendosi quale degno allievo di maestri come Neal Peart o Mark Zonder.
In particolare, in “Images And Words” la lezione dei Fates Warning viene rielaborata in un mix esplosivo di tecnica spaventosa, mai vuota e fine a se stessa, applicata a brani che coniugano metal e progressive con un gran gusto per la melodia: heavy metal e rock progressivo s’incontrano così in una nuova dimensione, mai sperimentata in precedenza, diventando un punto di riferimento imprescindibile per tantissime band, nonché un autentico pilastro del genere.
(Il progressive metal nasce ufficialmente nel 1992. Affermazione discutibile, ma non del tutto sbagliata. Già attorno alla metà degli anni Settanta formazioni storiche appartenenti al rock progressivo... CONTINUA )
Il successo di “Images And Words” consente alla band di avere subito una certa fama e notorietà: il loro nome comincia a girare e ben presto vengono pubblicati anche un EP dal vivo, “Live At The Marquee” e la videocassetta “Images And Words: Live in Tokyo”, che alterna esibizioni tratte dai loro concerti in terra nipponica con scene e gag registrate durante il tour.
Nel 1994 è la volta del loro secondo capolavoro, “Awake”.
(“Awake” è il terzo album in studio dei Dream Theater, un po’ la prova del fuoco per la band americana, sia perché il terzo disco, tradizionalmente, è una tappa fondamentale per la carriera di un gruppo, sia perché questa doveva dimostrare di essere in grado di realizzare... CONTINUA )
Un po’ a sorpresa, già nel corso delle registrazioni di “Awake”, Kevin Moore annuncia di voler lasciare la band: non è chiaro se vi siano stati alterchi con altri membri del gruppo, ma quel che è certo è che il tastierista non si sente più interessato alla vita del musicista coinvolto in lunghi tour e desidera non solo esplorare nuovi generi musicali, ma anche cambiare vita, lasciando per qualche tempo gli USA e trasferendosi all’estero.
1994-1999: Il periodo con Derek Sherinian
La separazione con Kevin Moore non è priva di conseguenze, perchè non è facile trovare un tastierista in grado di sostituirlo nè dal punto di vista stilistico nè che fosse in grado di condividere la stessa visione musicale.
Inizialmente viene contattato Jordan Rudess, ma questi rifiuta per unirsi ai Dixie Dregs, cosicchè la scelta ricade su Derek Sherinian, il quale si era messo in luce come turnista in modo particolare con Alice Cooper e con i Kiss.
La prima uscita con questa nuova formazione è un EP, intitolato “A Change Of Seasons”.
(“A Change Of Seasons” è un disco interlocutorio successivo all’uscita di “Awake”, in attesa del successivo full-length: trattasi, infatti, di un EP, sia pure della durata di quasi un’ora... CONTINUA )
L’ottimo “A Change Of Seasons” lasciava ben sperare per il nuovo album, perchè sembrava che la band avrebbe potuto proseguire tranquillamente anche senza Kevin Moore. Il lungo brano che compone per intero il lavoro, però, per quanto riarrangiato, era stato composto nel periodo di pezzi che sarebbero poi finiti su “Images And Words”.
Il nuovo album, “Falling Into Infinity”, invece, rivelò una ben diversa realtà.
(Probabilmente “Falling Into Infinity” è l’album più controverso di tutta la discografia dei Dream Theater e sicuramente non facile da recensire, poiché ci si trova in presenza di un disco suonato da grandi musicisti, con belle canzoni come... CONTINUA )
Dopo il controverso “Falling Into Infinity”, la band pubblica un nuovo live album, “Once In A Livetime”, ma le critiche, pressochè unanimi, che hanno caratterizzato l’uscita di quel disco non possono essere ignorate e urge un immediato cambio di direzione.
La band intraprende due azioni precise e ben mirate: viene licenziato, praticamente in tronco, l’incolpevole Derek Sherinian, individuato come capro espiatorio della situazione, sostituito da Jordan Rudess, che si era riavvicinato a Petrucci e Portnoy dopo i contatti di qualche anno prima, essendo stato coinvolto nel progetto Liquid Tension Experiment, insieme al bassista Tony Levin, dal quale erano scaturiti due ottimi album strumentali. La sintonia era risultata tale che l’ingresso del nuovo tastierista in line-up è apparsa a quel punto praticamente ovvia.
Secondariamente, la band opta per un richiamo immediato al passato, realizzando un concept album che andava ancora una volta a ricollegarsi al brano, diventato un classico, “Metropolis Pt.1”.
1999-2001: Arriva Jordan Rudess, ritorno alle origini
(Dopo un album discusso come “Falling Into Infinity”, i Dream Theater non restano indifferenti di fronte alle molteplici critiche ricevute da ogni parte e decidono di fare un passettino indietro... CONTINUA )
“Metropolis Part II: Scenes From A Memory” è un grande successo di critica e di pubblico e tranquillizza i fan sul fatto che la band non si sia definitivamente smarrita.
Oltre a questo, diventa ormai una consuetudine alternare ad uno studio album un disco live e così viene pubblicato il triplo, bellissimo, “Metropolis 2000: Scenes From New York”.
2002-2008: L’età di mezzo
Questa sorta di ritorno alle origini porta molti a commettere l’errore di pretendere che la band rimanesse fossilizzata entro questi canali, che magari proponesse degli “Images And Words” all’infinito: se davvero avessero fatto questo, siamo certi che la loro carriera sarebbe durata non molto oltre.
Trovare il giusto compromesso tra quello che i musicisti volevano fare e quello che tutti si aspettavano che loro facessero non era facile e così comincia un periodo un po’ altalenante, alla ricerca del giusto equilibrio. Dall’età classica si passa ad un’età di mezzo (ci sia consentita questa metafora), che condurrà la band all’età moderna, ovvero quella attuale.
Il primo disco di questa nuova fase è il doppio “Six Degrees Of Inner Turbulence”.
(Difficile parlare di questo nuovo album in studio dei Dream Theater. Premettendo che non ero rimasto particolarmente soddisfatto delle ultime evoluzioni/non-evoluzioni del five-pieces americano, e che considero esaurito il genio artistico... CONTINUA )
A differenza dei territori più soft ed orecchiabili che si potevano ritrovare su “Falling Into Infinity”, i suoni in questo caso s’induriscono parecchio e anche le linee melodiche sono meno solari e lineari. Non va trascurato come questo lavoro sia stato concepito in un periodo particolare: gli USA erano stati duramente colpiti dall’attentato alle Twin Towers e tale evento non poteva restare certo loro indifferente dato che il nocciolo duro della band è proprio di New York.
Dall’ascolto dei brani che compongono “Six Degrees Of Inner Turbulence” emergono spesso riferimenti a questo tragico evento: essi appaiono intrisi di rabbia, di dolore, di angoscia. Anche i pezzi più melodici, di solito in passato positivi o comunque con delle liriche che lasciavano intravedere un barlume di fiduciosa speranza, qui appaiono fondamentalmente tristi e malinconici, come “Misunderstood” o la penetrante “Disappear”.
Le tracce sono tutte alquanto tendenti al prog, però senza i cambi di tempo folli e repentini che caratterizzavano lavori come “Images And Words”; i brani sono in certi casi inoltre parecchio prolissi, non sempre ricchissimi di invenzioni al loro interno, finendo per essere appesantiti e non facilmente digeribili.
Così, ad esempio, relativamente al primo CD, la già citata “Misunderstood” sarebbe potuta durare tranquillamente la metà o la successiva “The Great Debate” stenta parecchio prima di decollare e poi rallenta nuovamente poco dopo la metà, prima di lasciare spazio ad un alternarsi di assoli di tastiera e chitarra. In quest’ultimo brano vengono anche sperimentate soluzioni vocali nuove per la band, con voci filtrate e distorte ed un uso massiccio di parti parlate.
Il secondo CD è costituito da un unico brano suddiviso in otto parti: l’inizio è una vera e propria overture, magniloquente e sinfonica, dove Rudess dà il meglio di sé nel realizzare tutte le orchestrazioni. Il resto viaggia su territori più convenzionali per i Dream Theater, alternando brani più melodici quali “About To Crash”, “Goodnight Kiss”, “Solitary Shell”(con un’intro che rimanda felicemente agli Yes degli anni ‘70) con altri più heavy, come “The Test That Stumped Them All” e “War Inside My Head”. Dall’analisi ora in breve condotta, emergono forse le ragioni che hanno spinto alla pubblicazione di un doppio album: “Six Degrees Of Inner Turbulence” appare infatti come una via di mezzo tra la svolta stilistica che la band avrebbe inteso perseguire (con le tracce contenute nel primo CD) e il desiderio di non scontentare i fan, che di certo avrebbero preferito un album nel loro classico stile. Una sorta di compromesso, insomma, che dà al disco una doppia anima e non gli consente di essere del tutto convincente.
Con il successivo “Train Of Thought” si cambia completamente registro.
(Era già evidente all’indomani della pubblicazione di “Six Degrees Of Inner Turbulence”, e lo è ancor di più oggi dopo l’ascolto di “Train Of Thought”: i Dream Theater stanno cercando di sdoganarsi... CONTINUA )
Diciamo che con “Train Of Thought” i Dream Theater proseguono e sviluppano il percorso intrapreso con il primo disco di “Six Degrees Of Inner Turbulence”: già dall’ascolto dell’opener ”As I Am”, appare evidente come i classici suoni dal sapore progressivo che avevano contraddistinto i loro primi lavori e che erano stati in parte ripresi con “Metropolis Pt. 2” vengano per il momento messi da parte.
Lo stile si fa sempre più pesante ed aggressivo, ben oltre quanto si era visto sul precedente full-length, con dei brani caratterizzati da riff granitici, che sovente sforano nel thrash, ma che nello stesso tempo presentano influenze più moderne, Tool in primis.
Dal punto di vista vocale, LaBrie si sforza di adattarsi al meglio alle nuove sonorità sia nelle parti più riflessive che in quelle più aggressive (senza considerare il fatto che su “Honor Thy Father” arriva quasi a rappare).
Le sette tracce che compongono l’album non mancano, tuttavia, come sempre, di presentare una complessità strutturale a cui la band americana ci ha ormai abituato e che pervade tutti i brani (ad eccezione della breve ma penetrante “Vacant”), con fraseggi che riportano alla mente l’esperienza del Liquid Tension Experiment.
Nel complesso, comunque, in questo Train Of Thought c’è tanta qualità: “This Dying Soul” (seguito di “The Glass Prison”), “Endless Sacrifice”, e “Stream Of Consciousness” costituiscono gli highlight dell’album, insieme alla conclusiva “In The Name Of God”, autentica invettiva contro ogni forma di odio e di violenza che trovi fondamento su pretese motivazioni religiose.
Nel 2004 la band si mette in evidenza per alcuni dischi o momenti dal vivo, come l’esecuzione di “Master Of Puppets” in omaggio ai Metallica e il “Live At Budokan”. L’anno seguente è la volta di “When Dream And Day Reunite”, nel quale compaiono anche gli ex Dominici e Sherinian.
Si torna però presto in studio ed esce il loro ottavo album, intitolato, non a caso, “Octavarium”.
(Tutti voi avrete avuto più di un’occasione per parlare con amici e conoscenti dei Dream Theater. Siamo certi che, ogni qualvolta l’argomento è stato tirato in ballo, sono emersi pareri tra i più discordanti… CONTINUA )
“Octavarium” nasce in un certo senso come ‘reazione’ ad un album duro ed aggressivo quale è “Train Of Thought”, evitando però clamorosi cambi di stile.
Evidenti sono le aperture verso influenze che esulano da quelle classiche per il mondo del metal e del prog, come Coldplay, Muse e U2 (il ritornello di “I Walk Beside You” sembra quasi cantato da Bono).
I brani sono per lo più melodici e di atmosfera, come “The Answer Lies Within” e “These Walls”, o la stessa, già citata, “I Walk Beside You”; altri sono invece in continuo crescendo come “Never Enough” e “Sacrificed Sons”. Gli episodi più heavy sono individuabili in “Panic Attack” e nell’opener “The Root Of All Evil”, un ideale seguito di “The Glass Prison” e “This Dying Soul”. Un discorso a parte va fatto per la title-track che chiude il disco: un pezzo di ben ventiquattro minuti, che pur non raggiungendo probabilmente la perfezione di “A Change Of Seasons”, rappresenta comunque un’autentica perla di metal prog, con citazioni palesi di grandi band come Pink Floyd, Genesis e ELP.
Per la prima volta nella realizzazione di un album, i Dream Theater si sono peraltro avvalsi di un’autentica piccola orchestra: circostanza questa, che ha dato un contributo notevole a livello di sound e di resa dei brani. Inoltre, appaiono ispirati come non mai Petrucci e Rudess con i loro assoli, che in più frangenti si rivelano a dir poco esaltanti.
Uniche note negative sono probabilmente il fatto che non sempre tutte le diverse influenze sono amalgamate alla perfezione nel classico stile dei Dream Theater e la circostanza che l’album appare troppo meno heavy rispetto al suo predecessore, lasciando, pertanto, l’idea di un equilibrio non ancora raggiunto in maniera ottimale.
Nel 2006 la band è ancora una volta molto attiva dal vivo e vengono pubblicati “Dark Side Of The Moon”, in omaggio ai Pink Floyd e “Score”, un magnifico live album celebrativo dei loro vent’anni di carriera.
Nel 2007 esce il loro nono studio album, intitolato “Systematic Chaos”.
(E’ sempre stato difficile analizzare un album dei Dream Theater. Essendo una band capace di suscitare emozioni così agli antipodi negli ascoltatori, è difficile posizionarsi nel mezzo, dove di solito giace la virtù... CONTINUA )
L’album appare senz’altro più equilibrato rispetto ai precedenti e lascia intendere come la direzione sia diventata sempre più chiara. C’è tanta tecnica, pezzi diretti e altri più magniloquenti, senza trascurare belle melodie e il tutto funziona nell’insieme abbastanza bene.
Dal vivo vengono pubblicati, tra gli altri, “Made In Japan”, in omaggio ai Deep Purple e il video “Chaos In Motion”.
2009-2010: Inizia l’età contemporanea
Nel 2009 è la volta di “Black Clouds & Silver Linings”.
(I Dream Theater stanno lentamente cambiando, ed il nuovo “Black Blouds & Silver Linings” è qui per dimostrarlo. L’oscurità concettual-musicale sembra aver preso il sopravvento su tutto e tutti, lasciandoci un pugno di pezzi... CONTINUA )
Il nuovo lavoro è davvero una perfetta sintesi di quello che può essere lo stile dei Dream Theater contemporanei. All’epoca forse non perfettamente compreso, in realtà a nostro avviso con il tempo si è guadagnato il posto di uno tra gli album più belli della loro discografia e tracce come “The Count Of Tuscany”, o “A Night To Remember” sono diventati ormai dei veri e propri classici nei loro concerti, per non parlare di altri brani di alto spessore come “A Rite Of Passage” o la bellissima ballad “Wither”.
Peccato che quando sembrava essere stata trovata la condizione ottimale, avviene qualcosa che nessuno avrebbe mai immaginato potesse succedere, ovvero la separazione con Mike Portnoy.
2011-2022: Il periodo senza Portnoy
Ufficialmente, l’allontanamento del batterista era dovuto al fatto che Portnoy si era dedicato ad altri progetti, pubblicando album con i Transatlantic e andando in tour con gli Avenged Sevenfold: un periodo molto intenso, tanto che questi avrebbe manifestato la volontà di staccare per un po’, proprio quando la band aveva invece pianificato di registrare un nuovo album. In realtà, come si scoprirà tempo dopo, c’erano stati forti dissapori, soprattutto con Myung e LaBrie, che mal tolleravano ormai la sua presenza e certi suoi comportamenti nei loro confronti.
Per scegliere il suo sostituto, viene attuato un vero e proprio casting, con l’audizione di alcuni batteristi, i più accreditati dei quali risultano essere Mike Mangini, Virgil Donati, Marco Minnemann, Thomas Lang e Aquiles Priester e vengono pubblicati a puntate anche i video delle loro audizioni.
In realtà, la sensazione che abbiamo avuto è che, al di là dell’evento (caratterizzato da uno stile che sembrava una via di mezzo tra un reality e un talent show), già fosse stato tutto deciso, perchè quella di Mike Mangini in fondo era la scelta più ovvia: quest’ultimo, infatti, era più o meno loro coetaneo e vicino di casa, con un background e un curriculum di tutto rispetto ed aveva pure già suonato negli album solisti di LaBrie.
Peraltro, non si spiegherebbe altrimenti la mancata scelta di Minnemann, autore di un provino a dir poco sbalorditivo, come non esitò ad ammettere la stessa band.
La nuova formazione si mette subito al lavoro e viene pubblicato nel 2011 “A Dramatic Turn Of Events”.
(Se “A Dramatic Turn Of Events” rappresenterà per i Dream Theater un nuovo inizio o semplicemente una breve parentesi, lo sapremo tra qualche anno.… CONTINUA )
(Tutti conoscono il peso specifico che ha avuto Mike Portnoy nell’economia dei Dream Theater. Il rivoluzionario drummer staunitense da sempre si è occupato in primissima persona nel bene e nel male di tutti gli aspetti della band... CONTINUA )
Per il momento, la band non sembra accusare il colpo della separazione con Portnoy: il nuovo album è un’autentica valanga di musica, nella quale Petrucci e compagni sembrano far fatica a contenere le idee – basti pensare che il disco comprende ben quattro suite di durata superiore ai dieci minuti: diciamo la verità, pochi gruppi al mondo oserebbero fare una cosa del genere.
La band prosegue il percorso intrapreso con “Systematic Chaos” e ancor di più con il successivo “Black Clouds & Silver Linings”: anzi, probabilmente, al di là dei fan più accaniti, se non fosse stato per il più limitato utilizzo di seconde voci e cori (sempre più frequente da qualche anno a questa parte) i più neanche si sarebbero accorti del cambio di Portnoy con Mangini.
Quest’ultimo, infatti, pur possedendo senz’altro il proprio stile e la propria personalità, ha dimostrato di essere dotato anche di una grande umiltà e rispetto per il suo predecessore, integrandosi nella band senza creare stravolgimenti. Certo, chi è abituato ad ascoltare Portnoy e conosce il suo stile potrebbe aver notato qualche differenza nel tocco e potrebbe aver provato ad immaginare come lui avrebbe eseguito questo o quel passaggio, ma in fondo si tratta di inezie: bisogna essere onesti, per quello che fa ascoltare, Mangini non fa rimpiangere minimamente Portnoy e non poteva essere fatta scelta migliore per sostituirlo.
Nella sostanza, i Dream Theater hanno realizzato un bel disco, che magari non è il loro miglior album di sempre, ma dove c’è senz’altro tanta qualità: la band riesce a giocare al meglio le proprie carte, presentando canzoni ad alto spessore tecnico, dove trovano il loro spazio splendide melodie, passaggi emozionanti di grande efficacia e tantissime idee, proposte con una lucidità di pensiero impressionante.
Se in un primo momento dunque la formazione newyorkese non sembra accusare il colpo della separazione con Portnoy, dopo quest’album seguono alcuni anni dove appare un po’ meno lucida e brillante.
Nel 2013 viene pubblicato un album con la copertina tutta nera e il logo della band, praticamente senza titolo (un po’ come il “Black Album” dei Metallica).
(Come sarà il nuovo Dream Theater? Mangini avrà contribuito alle composizioni? Sarà sulle vecchie sonorità? Sarà un album innovativo?... CONTINUA)
(A volte le risposte più semplici sono proprio quelle che non cerchiamo. Alla domanda sul perché “Dream Theater” ci sembri un bell’album, ci aspetteremmo infatti di raccogliere un sacco di risposte, di cui molte contraddittorie tra loro... CONTINUA )
Avevamo riconosciuto la dirompente forza comunicativa ed espressiva del precedente “A Dramatic Turn Of Events”, che lasciava intendere l’urgenza di tradurre in musica le tante idee, al punto da rompere con Portnoy, ‘reo’ di volerne rimandare una realizzazione ritenuta improcrastinabile.
Stavolta, tale urgenza sinceramente non si riscontra: il nuovo, omonimo disco, non offre grosse novità e finisce per essere piuttosto scontato ed anche piuttosto auto-referenziale. In linea di massima, Petrucci, che si è occupato anche della produzione, ha optato per un sound tendenzialmente più diretto rispetto al precedente album, per quanto comunque non manchino passaggi tecnici o complessi.
Emblematica in tal senso la lunga suite “Illumination Theory”, che però presenta un intermezzo con un lunghissimo stacco dapprima con effetti sonori vari e suoni soffusi, poi orchestrale, realizzato con veri archi: quest’ultima parte è davvero bella, ma ci ha lasciato parecchio perplessi circa la sua collocazione in mezzo al brano.
A conti fatti, forse stavolta non abbondano le idee o non sempre sono sviluppate in maniera ottimale: diciamo che si intravedono pennellate d’autore ma nell’insieme l’opera poteva essere meglio rivista, non essendo nel risultato finale di certo esente da critiche.
Dopo la pubblicazione di quest’album, immancabilmente, segue il live “Live At Luna Park”.
Bisogna attendere invece il 2016 per un nuovo studio album, nuovamente un concept, come ai tempi di “Metropolis Pt.2”, che stavolta è invece un doppio CD di ispirazione fantascientifica, “The Astonishing”.
(L’analisi traccia per traccia della nuova opera (è il caso di dirlo, vista la mole del lavoro) dei Dream Theater rappresenta un po’ il personale Everest di chi scrive... CONTINUA )
(E così i Dream Theater hanno deciso di pulirci il tavolo da gioco in faccia. Via tutte le carte, via il banco, fuori un nuovo mazzo. E, con un ghigno sornione, eccoli metterci davanti solo tre carte, tenendone due ancora coperte… CONTINUA )
L’album è talmente lungo e pieno di tracce da risultare quasi ovvio che non tutto il materiale fosse imprescindibile e finisce per dividere critica e fan.
Si tratta comunque di un autentico esperimento, che lancia la band su territori nuovi, anche dal punto di vista tematico e offre spunto per una certa sperimentazione che permette al gruppo statunitense di esplorare nuove forme espressive.
L’anno seguente inizia un tour celebrativo per i venticinque anni di “Images And Words”, mentre nel 2019 arriva un nuovo studio album intitolato “Distance Over Time”.
(Quando è in dirittura d’arrivo un nuovo album della prog metal band statunitense per antonomasia, a prescindere dai gusti e dalle opinioni soggettive, è sempre e comunque un momento di grande tensione per quanto riguarda... CONTINUA )
(Come già affermato in numerose occasioni, ogni volta che viene annunciato un nuovo album in studio dei Dream Theater è sempre un momento di forte tensione per una buona parte del pubblico metal mondiale… CONTINUA )
Con “Distance Over Time” la band ritorna ad un approccio un po’ più diretto rispetto al mastodontico predecessore: i risultati sono certamente apprezzabili e possiamo considerarlo senz’altro un ottimo disco.
In appendice al tour promozionale dell’album, segue poi un tour celebrativo per il ventennale di “Metropolis Pt.2”, nel corso del quale l’album viene eseguito per intero. La band fa appena in tempo a passare in Italia nel Febbraio del 2020 e poi a Londra qualche giorno dopo, dove il concerto viene ripreso per il video “Distant Memories – Live in London”, ma è costretta ad interrompere il tour per lo scoppio della pandemia da Covid-19.
In pieno periodo di pandemia, viene realizzato un nuovo studio album, “A View From The Top Of The World”, che viene pubblicato nel 2021.
(Analizzare a fondo un album della progressive metal band per antonomasia è sempre un’impresa impegnativa, dal momento che si tratta probabilmente di una delle formazioni più discusse e... CONTINUA )
(Come detto anche in occasione del nostro speciale track-by-track, recensire una produzione ad opera dei Dream Theater è sempre un compito a tratti spigoloso, in quanto si tratta forse di una delle formazioni musicalmente… CONTINUA )
L’album è in generale magari un po’ meno diretto rispetto al suo predecessore, ma è ancora una volta un ottimo disco, che rappresenta alla perfezione lo stile della band e la sua capacità di coniugare progressive, metal e squisite melodie.
2023-oggi: Il ritorno di Mike Portnoy
Il batterista non ha mai nascosto il proprio disappunto per essere stato estromesso dalla band di cui era stato uno dei fondatori. Pur non essendo stato nel frattempo con le mani in mano, avendo partecipato a numerosi gruppi e progetti (Flying Colors, Neal Morse Band, The Winery Dogs, Transatlantic, Sons Of Apollo, ecc.), non ha mai celato il proprio desiderio di ritornarvi.
Dei primi segnali di riavvicinamento c’erano stati dapprima con la partecipazione ad un album solista di Petrucci nel 2020 e poi al terzo volume del Liquid Tension Experiment, pubblicato nel 2021.
Dopo un concerto dei Dream Theater a New York, avviene una lunga conversazione chiarificatrice dello stesso Portnoy con LaBrie, che porterà ad una progressiva riappacificazione, fino all’annuncio del definitivo ritorno nel 2023.
Nel 2025 viene pubblicato un nuovo studio album, intitolato “Parasomnia”.
(L’uscita di un nuovo album di una band che calca i palchi da quaranta anni è sempre accompagnata dal fisiologico chiacchiericcio che solo i gruppi di grande successo... CONTINUA )
(Quaranta anni di attività per una band sono sicuramente un traguardo importante, un momento di riflessione e una pietra miliare su cui sedersi e – per quanto possibile... CONTINUA )
Segue un tour celebrativo per i quarant’anni dalla formazione della band, che porta il gruppo statunitense a suonare praticamente in tutto il mondo.
Il “Teatro del Sogno” porta dunque avanti, oggi come allora, la passione di quei ragazzi, che hanno ormai lasciato una traccia indelebile nella storia della musica, influenzando generazioni intere di musicisti.
Come avviene per tutte le grandi band, non mancano i convinti detrattori: noi che li abbiamo seguiti praticamente da sempre, abbiamo assistito a stereotipi che si sono ripetuti per determinati periodi o ciclicamente.
C’è stato il periodo in cui per ogni album il commento era che il loro capolavoro restava sempre e solo ‘Images And Words'”; oppure il leitmotiv del “sono bravi ma sono freddi”; oppure che “Rudess è bravo ma sarà sempre meglio Kevin Moore”, ecc. Oggi va molto di moda criticare LaBrie, perchè non sarebbe quello di una volta, non sa cantare, non ha più voce e cose del genere.
In realtà, ciò che abbiamo riscontrato è che ci sono tanti detrattori, ma il grande successo di vendite e di pubblico testimonia come sia cresciuto nel corso degli anni l’amore per la loro musica: come abbiamo visto in questo excursus, magari non tutto ha sempre funzionato alla perfezione ma, al di là di qualche passo falso, la loro carriera è stata portata avanti con grande coerenza.
Ci ha sempre colpiti la loro volontà, affatto scontata, di proporre sempre valori positivi, ma anche il fatto che, anche quando ci sono stati litigi o incomprensioni tra i vari membri della band, alla lunga i rapporti sono stati sempre ricuciti, dimostrando come tutto possa essere superato se c’è il dialogo e il reciproco rispetto. Forse in fondo è anche questa una delle chiavi del successo di questa band: del resto, pur avendo realizzato tanti capolavori e pur possedendo una tecnica strumentale al di sopra della media, questi musicisti hanno sempre dimostrato grande umiltà, dedicando sinceri omaggi e continui tributi alla musica delle band con cui sono cresciuti. Forse anche per questo hanno finito per essere comunque apprezzati praticamente ovunque e oggi sono una delle poche band metal in grado di riempire palazzetti, teatri e arene praticamente in qualsiasi parte del mondo.
Vedremo quali saranno le prossime mosse di questo straordinario quintetto. Ogni tanto, però, come gli stessi Dream Theater insegnano, è bene dare uno sguardo anche indietro per capire quello che è stato fatto, segnare un punto per tracciare il percorso per il futuro: ed è quello che in fondo abbiamo cercato di fare con questo speciale, in attesa di quelle che saranno le prossime uscite della band.


















