Identikit: KILLING JOKE – This Is Music To March To, Do A War Dance!

Pubblicato il 13/07/2020

Speciale a cura di Simone Vavalà

A partire dagli anni Sessanta circolava un racconto che oggi definiremmo virale, che si è andato poi estinguendo nel tempo. Secondo questa leggenda metropolitana, esisteva una barzelletta che poteva uccidere chi la ascoltava, di cui di solito il narratore del caso era al corrente, ma non poteva ovviamente riportarla. Memori di questo aneddoto, personalmente abbiamo sempre preferito, come traduzione del nome Killing Joke, la versione con ‘barzelletta’, rispetto a ‘scherzo’; apparentemente più banale e triviale, eppure con dietro una storia da brividi e un paradosso evidente: in poche parole, insomma, il perfetto riassunto dell’intera carriera e poetica dei Killing Joke. Poche band hanno raggiunto uno stato mitico e indefinibile come loro. Un gruppo che di nome conoscono quasi tutti, a cui pure il successo commerciale – a parte una breve parentesi – non ha mai arriso particolarmente. Non aiuta certo gli ascoltatori più pigri essere un’entità difficilmente inquadrabile persino come genere, dagli albori post punk, passando per l’apice di notorietà all’ombra comoda della new wave, poi ancora l’industrial e il metal più impalbabile e sperimentale.

Nel 1978, due squatter londinesi decisero di formare una band. Un buon background musicale alle spalle, la comune passione per la magia, due vite assetate di esperienze in giro per i locali e gli studi di registrazione di Ladbroke Grove, un quartiere all’epoca ben lontano dai fasti borghesi di oggi; quei due ragazzi erano Jeremy Coleman e Paul Ferguson, e recluteranno le altre due parti del loro oscuro e perfetto incantesimo… beh, proprio con un incantesimo, stando alla loro versione dei fatti. È il 26 febbraio 1979, giorno del diciannovesimo compleanno di Jeremy, quando la formazione si completa, apparentemente per caso, con l’aggiunta di Kevin Walker, un chitarrista schivo ma geniale proveniente da Newcastle (e non a caso si guadagnerà l’eterno soprannome Geordie) e di un bassista con tante idee, folti dread ma pochissima tecnica, non certo uno che avresti immaginato fare da produttore alle band più famose del mondo nel giro di nemmeno vent’anni, alias Martin ‘Youth’ Glover. Fatto sta che l’evocazione messa in campo dai due schizoidi amici ha funzionato, e possiamo così conoscere la data di inizio ufficiale di una delle band più seminali – e colpevolmente trascurate da pubblico e critica – della storia della musica moderna. Certo i Killing Joke non hanno mai fatto nulla per accattivarsi favori e simpatie, forti di un ego e di una personalità che, oltre a caratterizzarne i singoli membri, ben si riconosce anche nella somma delle parti. Come potrebbe essere altrimenti, del resto, per una formazione messa insieme da un rituale?
È l’ottobre dello stesso anno allorché i Killing Joke danno alle stampe il loro EP di esordio, uscito in due distinte versioni: “Turn To Red” e la versione estesa “Almost Red”, con un brano in più. Tre brani più un remix che parlano di dub e post-punk con una freschezza e una ferocia che gli fanno subito guadagnare il plauso di figure del calibro di John Peel, che non a caso li ospiterà prestissimo nel suo show radiofonico  – per ben quattro volte in due anni, per la precisione: tutte registrazioni che potete facilmente reperire online o in svariate ristampe più o meno ufficiali. Ma l’eco di questa uscita non ha ancora fatto in tempo a spegnersi, che subito avviene la prima, netta svolta nel loro sound; anticipato da ben tre singoli apripista del calibro di “Wardance”, “Change” e “Requiem”, dove persino le b-sides fanno impazzire istantaneamente i frequentatori delle discoteche goth e post punk, arriva il loro album eponimo. Un disco che segnerà un’epoca.

A volte ci si chiede se davvero esiste il male, percepibile, magari, come qualcosa di realmente palpabile. Correva il 1980, e gli allora sconosciuti Killing Joke avevano da poco sfornato la risposta a questa domanda … (CONTINUA)

La barzelletta che uccide non ebbe a ben vedere alcuna pausa per almeno quattro anni, e bastarono così appena otto mesi per veder pubblicato un secondo disco.  Nemmeno il tempo di digerire l’incensamento totale del primo album, ed ecco otto nuove tracce; meno incisive rispetto all’esordio, e quindi, coerentemente con il menefreghismo che li contraddistingue, paradossalmente convincono ancor di più i membri della band, in particolare Youth. Pur da appassionato anche di sonorità più aggressive, infatti, il bassista ritenne che la loro opera prima avesse perso troppo delle influenze dub e di una certa aura fumosa e oscura. Ma del resto, perché porsi problemi o domande, parafrasando direttamente la band?

“What’s this for..!”, un titolo che non richiede quasi traduzione. La dichiarazione nichilistica è quasi onomatopeica, l’atmosfera puzza sempre più di vicoli urbani, ma non quelli pullulanti di vita e rabbia giovanile del loro esordio… (CONTINUA)

Un dirompente esordio, un ritorno nichilista, la sempre difficile prova del terzo disco di fronte: in nemmeno due anni i Killing Joke si trovano a essere guardati a visti da un mondo, quello musicale, pronto a incensarli, ma solo con sospetto, quasi in attesa da ogni fronte di un passo falso. Che non avverrà su disco, come potrete leggere nelle righe seguenti, ma nelle teste dei membri della band.

Dietro una copertina che esprime eleganza, tra lenzuola di seta e fiocchi dorati, arriva “Revelations”, un nome sintomatico, che dimostra per l’ennesima volta come le parole non siano mai scelte a caso, con i Killing Joke… (CONTINUA)

Per i Killing Joke è tempo di nuova linfa, e dopo l’Anarchico tocca al Pirata salire a bordo della nave. Paul Raven è nato nemmeno tre settimane dopo il suo predecessore, e figurarsi se una band le cui tappe ruotano intorno alla data di nascita del suo leader non ha tenuto conto dell’oroscopo; e in effetti le due figure hanno diversi elementi in comune, dall’assenza di regole a una certa predisposizione al consumo di droghe. Prima dei Killing Joke Raven ha avuto esperienze di livello non memorabile con diverse band punk e glam rock, compresa una breve parabola al fianco di Tyla, che andrà poi a formare i mitici Dogs D’Amour. L’occasione è insomma ghiotta, anche la vita fuori dagli schemi dei restanti membri gli si confà, si tratta solo di prendere il posto di quello che pareva, fino a quel momento, l’insostituibile cuore pulsante e lisergico della band: la sfida è accettata, e verrà declinata con uno stile personale, ma decisamente adatto al sound dei Killing Joke. L’esordio, per lui, avviene con il tour immediatamente successivo alla pubblicazione del disco (che potete ascoltare nel breve ma esplosivo live album “Ha”) e ufficialmente con il singolo “Birds Of A Feather”; un brano allegro e colorato che – come svariati altri in futuro – non troverà mai posto su alcun loro full-length, ma reperibile in almeno un paio di raccolte.
E poi, via con un nuovo disco, subito amatissimo dai fan.

“Fire Dances” è il disco con cui Paul Ferguson raggiunge l’apice del suo tribalismo, e allo stesso modo le follie personali dei membri della band toccheranno i loro vertici. E non a caso dopo nulla sarà più lo stesso… (CONTINUA)

Passa un anno e mezzo di intensi concerti, di crescente popolarità, ma anche di progressivo distacco dal mondo musicale; i Killing Joke sono spesso la band con cui, fatti salvi i rapporti di stima e amicizia personale, promoter e altre band hanno a che fare con poco entusiasmo – vuoi per i caratteri difficili, vuoi per le crescenti leggende sulla loro sfera esoterica. E non parliamo della stampa: i giornalisti, negli anni Ottanta, definivano tra loro il ‘turno al cimitero’ il momento in cui toccava intervistare i Killing Joke. Strafottenti, sarcastici, pronti a lanciare temi intricati, rispondendo con un serafico “fuck off!” a chi chiedeva di approfondire, tendevano spesso a litigare o insultarsi tra di loro, perdendo completamente – e forse volutamente – di vista l’interlocutore.
Quindi quale migliore destabilizzazione (o presa in giro) che pubblicare un album di pura new wave da classifica?

Di “Night Time”, il New Musica Express scrisse che era l’album che faceva sembrare gli Smiths Simon & Garfunkel, e non possiamo dargli torto; una band finora selvaggia e difficilmente incasellabile effettua il tuffo nella new wave più radiofonica e commerciale… (CONTINUA)

Con “Night Time” i Killing Joke toccano l’apice del successo: raggiungono infine il Giappone e l’Australia in tour, e nelle interviste rilasciate in patria tirano merda a palate su tutti i colleghi di classifica. Non è Top Of The Pops e la lunga lista degli integrati, il loro ambiente, e infatti cercano subito di riconquistare il loro sicuro posto tra gli apocalittici.
“Adesso sono diventato Morte, il distruttore dei mondi”. La frase, tratta dal Bhagavadgītā, testo sacro dell’induismo, fu pronunciata da Robert Oppenheimer, quando si rese conto della devastante potenza della bomba atomica, alla cui realizzazione aveva contribuito in maniera fondamentale. Anche il titolo del seguente disco dei Killing Joke ha la medesima origine, ed era non a caso già stato usato quale titolo di un saggio sul Progetto Manhattan stesso. Ma conoscendo l’ironia e il senso del paradosso della band, ci si poteva aspettare un disco esplosivo? Dirompente? O forse, più facilmente, un disco seduto facilmente sul suo predecessore? Ovviamente, la strada scelta è la seconda.

Preceduto da un paio di singoli mediamente apprezzati, “Brighter Than A Thousand Suns” continua senza troppi scossoni la fase new wave della band, sebbene con pezzi decisamente meno incisivi… (CONTINUA)

Arriva quindi il momento della prova del nove. È evidente che la new wave è stato un passaggio pretestuoso, quasi casuale – per quanto ben riuscito – nella storia della band, ma che già alla seconda prova ha mostrato il passo. I quattro squatter londinesi sapranno ritrovare il loro pieno smalto con una direzione musicale più consona?
Purtroppo non è la fine del decennio a offrire riscatto alla band, anzi. Le uscite musicali saranno ai minimi storici quanto a valore e purtroppo affiancate da fughe tutt’altro che amichevoli da parte di metà dei membri dei Killing Joke.

Posticipato per diversi mesi, il nuovo disco a firma Killing Joke esce nell’estate 1988, in quello che si definisce con romantico ossimoro “un silenzio assordante” da parte della stampa… e della band stessa. (CONTINUA)

L’anno dopo il nome Killing Joke ricompare sugli scaffali dei negozi di dischi in sordina; non solo a causa del periodo di magra vissuto, ma anche per l’opinabile scelta commerciale messa in atto. “The Courtauld Talks”, ben lontano da qualunque definizione di album musicale, rappresenta l’apice del loro percorso mistico, e insieme ad “Outside The Gate” il punto più insignificante musicalmente della loro carriera; tanto che ci limitiamo a citarlo qui. Dalla sua, questo disco pressoché sconfessato dalla discografia ufficiale, ha il fatto di essere in realtà uno spoken word, con Walker e una scarna chitarra acustica da una parte, e il neo affiliato Jeff Scantlebury alle percussioni, ad accompagnare una conferenza tenuta da Coleman sul tema della gematria al prestigioso Courtauld Institute di Londra. Merita in fondo rilievo solo quale sintomo evidente di una crisi profonda, se non di un vero e proprio disamore verso la sua creatura musicale da parte di Coleman, sempre più rivolto a se stesso e all’accrescimento del suo ego da moderno uomo rinascimentale, votato a mille, imprevedibili campi di interesse.


Come già visto in precedenza, però, la dimensione esoterica, e all’interno di essa un affidarsi alla ciclicità degli eventi non è mai stata una componente marginale, per i Killing Joke, anzi: è forse la vera chiave di lettura della storia di questa band. Che non a caso, data per morta dopo il doppio flop degli anni precedenti, torna con l’album più violento e inaspettato possibile, abbandonando contemporaneamente, dopo oltre un decennio di proficua collaborazione, la E.G. Records. Appena in tempo, se si pensa all’ideologia della band, per evitare che venisse assorbita prima da Virgin e poi dalla EMI: colossi commerciali a cui sicuramente i Killing Joke avrebbero rinunciato per evitare compromessi, una parola che non conoscevano e contro cui, nel 1990, pronunciano un sonoro vaffanculo in musica.

Ben saldi in sella alla guida della band, Jaz e Geordie richiamano sotto la loro ala Paul Raven, anche se, rientrato in extremis e non senza polemiche, mollerà di nuovo i Killing Joke prima del tour, tenendo poi le distanze dai due amici/nemici per ben tredici anni.  (CONTINUA)

La band riceve così un piccolo ritorno di notorietà, e anche di fiducia da parte dei fan. Sull’onda del buon responso del disco, viene pubblicata nel 1992 la prima raccolta dei Killing Joke, “Laugh? I Nearly Bought One!”; la selezione dei brani è opinabile, ma il disco è impreziosito da tre non-album track e da una copertina che al tempo fece parecchio discutere, ossia una foto dell’abate Schachleiter che benedice un manipolo di SA. Purtroppo, come abbiamo già avuto modo di vedere, non esistono mai momenti topici privi del rovescio della medaglia, nella storia dei Killing Joke. E così, proprio mentre Jaz riallaccia i rapporti con Youth e ritorna tra le braccia degli altri amici, è Raven ad andargli di traverso; il nerboruto bassista non si perde d’animo e si unisce a una band di New York parecchio debitrice ai Killing Joke stessi per i loro due album di massimo successo: parliamo ovviamente dei Prong di Tommy Victor, a cui lo legherà un’amicizia eterna e anche una comune esperienza successiva alla corte di Al Jourgensen e dei suoi Ministry, a chiudere un cerchio ideale tra tre band eccezionali. Ma torniamo ai Killing Joke e all’ennesima, nuova fase della loro vita. È tempo di delirio, sperimentazione, di ritrovare lo spirito di ricerca originario. È tempo di creare un pandemonio, insomma.

Come una fenice che risorge dalle proprie ceneri, i Killing Joke hanno avuto numerose fasi di morte e rinascita nella loro carriera; una situazione che, non a caso, hanno reso rappresentativa… (CONTINUA)

Abbiamo lasciato i Killing Joke a officiare riti nel deserto alle porte del Cairo, a leccarsi le ferite dei reciproci rapporti con buon esito e reduci da un album portentoso e complesso. Nel 1995 vengono chiamati a contribuire alla colonna sonora di “Showgirl”, film mediocre ma che conferma la visibilità della band; quindi, come da tradizione, non potevano che stupirci nuovamente, tornando in pista giù nel 1996 con il loro disco più scarno da almeno quattordici anni a questa parte.

“Democracy” è uno dei dischi più bistrattati della discografia della band. Di certo non contribuiscono al suo potenziale successo una formazione nuovamente instabile e una produzione scarna che affossa molti dei brani… (CONTINUA)

Come anticipavamo all’inizio della precedente recensione, la band vive una fase di frizione molto forte già quando sta mettendo il piede fuori dallo studio con i master, e la conseguenza inevitabile è l’ennesimo divorzio. Tocca nuovamente a Youth fare armi e bagagli, sostituito per il tour da Troy Gregory (ex Prong), anche se a questo giro non esce certo in sordina; l’anno successivo è il produttore prescelto da una band inglese che, al traguardo del terzo disco, cerca di fare il botto, e ci riesce: “Urban Hymns” dei Verve raggiunge negli anni la mostruosa quota di 33 dischi di platino, è uno dei dischi iconici della seconda metà degli anni Novanta, e il nome di Youth scala sempre più le classifiche dei produttori dal tocco d’oro.
Nella lunga fase di iato a seguire, per Geordie c’è tempo per riallacciare i rapporti con i vecchi amici Martin Atkins e Chris Connelly, con l’innesto d’eccezione di Jah Wobble; per la prima volta dalla fine degli anni Settanta, quello che viene considerato uno dei chitarristi più geniali della scena incontra il bassista che, assieme a Youth, ha rivoluzionato l’approccio alle quattro corde tra punk, new wave e dub. Parliamo dei The Damage Manual, un progetto interessante ma di breve durata, che in questa incarnazione riesce a pubblicare un solo full-length, dall’esito invero un po’ al di sotto delle aspettative, ma che mostra indubbia capacità di stare al passo coi tempi da parte di questi (quasi) vecchietti.
Coleman, invece, procede con la sua vita da bohemien (si vanta di girare con un solo cambio in una piccola valigia e i contanti per bere e mangiare) e con la carriera da musicista classico, in cui i riconoscimenti non gli mancano. Ormai innamorato della Nuova Zelanda, paese dove risiede per molti mesi all’anno, e ricambiato con cuore dai suoi nuovi connazionali, Jaz produce e dirige l’esibizione dell’inno nazionale degli All Blacks ai mondiali di rugby del 1999… con il risultato di sfiorare lo scontro politico per la scelta, già ostracizzata in partenza, di farlo cantare in maori. Prendere o lasciare, del resto, con un personaggio che riassume il detto genio e follia come pochi altri al mondo.
Arriva così, senza pressoché notizie di sorta a nome collettivo il 2003 e – quasi in sordina, in piena estate – ecco comparire sugli scaffali dei negozi un dischetto giallo, intitolato semplicemente “Killing Joke”.

Sette anni di attesa dall’ultimo disco, l’ennesimo epitaffio già scritto, la prospettiva di una band dallo status mitico sparita definitivamente dai radar. Quante volte, i Killing Joke si sono trovati in questa situazione? (CONTINUA)

È evidentemente molto forte l’entusiasmo e la voglia di ripartire, tanto che nel giro di pochi mesi i Killing Joke regalano un’altra chicca ai loro fan: una raccolta che riporta ai loro primi anni di carriera con brani iconici ma non tutti reperibili sui full-length ufficiali. “The Unperverted Pantomime?” può essere un buon punto di partenza per scoprire o riscoprire i primi anni della band, ma consigliamo comunque di cercare, piuttosto, la semi omonima raccolta uscita in cassetta nel 1982 o ancor meglio la sua ristampa del 2008. Il titolo si differenzia per l’assenza del punto di domanda, per la presenza di alcuni brani in più, di un DVD live aggiuntivo – registrato a Philadelphia nel 1981 – e soprattutto, per i completisti e i curiosi, contiene anche quella che ci risulta essere l’unica cover mai registrata ufficialmente dai Killing Joke, vale a dire “Bodies” dei Sex Pistols. Un’evidente prova di autosufficienza, e sufficienza verso il resto del mondo musicale, da parte di una delle band più seminali della storia.
E che sta purtroppo per toccare uno dei suoi punti più bassi, dal punto di vista delle vicende personali.

Praga, nel nuovo millennio, è diventata la città d’adozione di Geordie, nonché l’occasionale tempio e luogo di meditazione di Coleman, ordinato, nel frattempo, reverendo di una congregazione anglicana. Come non scegliere, quindi, questa città fumosa, oscura e simbolo dell’esoterismo per registrare il nuovo disco? (CONTINUA)

L’addio di Paul Raven sembra a questo giro definitivo: Coleman, che tocca in questo periodo uno dei momenti apicali del suo egotismo paranoico, arriverà a dichiarare pubblicamente che, il giorno in cui si dovessero reincontrare, uno dei due non uscirà vivo dalla stanza. Ma la vita ha altri programmi, o forse quel filo oscuro che ha sempre tenuto insieme le vite dei membri della band ha avuto ancora la meglio.
Mentre Coleman si dedica agli amici (e fan) October File, prestando la sua voce sul disco “Holy Armour from the Jaws of God” e Geordie si guarda bene dal lasciarsi coinvolgere in polemiche, Raven si unirà a uno spettacolare tour dei Ministry. Praticamente un supergruppo, dato che ci sono in formazione lui, Tommy Victor (Prong), Joey Jordison (Slipknot), la vecchia conoscenza John Bechdel, oltre agli ormai inseparabili Al Jourgensen e Mike Scaccia. Una serie di date devastanti per i fan, ma anche per i membri della band, che nonostante fossero ormai nei loro -anta inoltrati, fecero parlare di sé anche per gli eccessi di quei mesi. Come detox, un ormai gonfio ma sempre indomito Raven sceglie di collaborare con un musicista che ha sempre stimato, Marco Neves, al nuovo disco dei suoi Treponem Pal. È l’occasione per riscoprire uno spirito più genuino e insieme sperimentale, spostandosi a vivere nella quieta Svizzera assieme alla band e ritrovando dai tempi dei Prong il vecchio sodale Ted Parsons, che era nel frattempo entrato anche come batterista live negli stessi Killing Joke. Ma il 20 ottobre 2007, Paul non uscirà dalla sua stanza: un infarto ne ha stroncato la carriera e la picaresca vita a soli quarantasei anni.
Il suo funerale è l’occasione per riunirsi senza polemiche, anche con il redivivo Paul Ferguson. I filmati rubati mostrano quattro amici sinceramente commossi, felici di ritrovarsi e di seppellire le (troppe) asce di guerra disseminate in quasi trent’anni. L’alchimia tra i quattro sembra riscoppiare immediatamente. A parte le ottime ristampe, già citate più sopra, che vengono immesse sul mercato coprendo l’intero catalogo precedente, per la band si parte con un rendez-vous a Granada, nello studio di Youth, per togliere un po’ di ruggine suonando assieme vecchi classici (tali sessioni si possono ascoltare su “Duende”); e nel 2008 decidono di portare in giro un particolare tour di due serate in ciascuna tappa toccata: una serata viene dedicata ai primi due dischi e la seconda a brani di “Pandemonium”, classici selezionati e un paio di brani nuovi, che pure troveranno poi posto solo in raccolte di rarità
Un vero e proprio manifesto di intenti e un collante che non può che portare, inevitabilmente, a provare a lavorare di nuovo assieme anche in studio, e infatti nel 2010 arriva il primo disco della formazione originaria dopo ben ventotto anni.

“Absolute Dissent” è un disco a tratti stupefacente, per come non manchi nulla delle variegate influenze dei Killing Joke, né della combattiva rabbia degli inizi… (CONTINUA)

Back for good, quindi? Pare proprio di sì, visto che dopo “Absolute Dissent” i Killing Joke riprendono immediatamente a girare in tour e annunciano anzi di essere già al lavoro su nuove tracce; i timori iniziali dei fan potevano essere due: che si trattasse di uno scherzo, o di potersi aspettare delle b-side del disco appena uscito, raccattate frettolosamente. Beh, non è andato così, e dopo alcune settimane di buon ritiro nell’Oxfordshire, con l’aggiunta di un mixing finale a cura di Reza Udhin nel redivivo Studio Faust di Praga, i Killing Joke hanno pronti ben ventisei nuovi brani. E il primo lotto viene immesso sul mercato a inizio 2012.

Trentatre anni. Un terzo di secolo passato non stop a creare musica più unica che rara e in perenne mutazione. Trentatre anni passati in cattedra. Questi sono i Killing Joke… (CONTINUA)

Dopo le tematiche apocalittiche e profetiche di “MMXII”, per i Killing Joke è tempo di tornare alle invettive politiche, come testimoniano già i due EP che la band pubblica a breve distanza dal disco, con un paio di inediti piuttosto espliciti (Consigliamo in particolare “New Uprising” su “Corporate Elect”). Ed è anche tempo per la band di riprendere il contatto coi suoi Gatherers sotto palco… o almeno lo sarebbe. L’imprevedibile Coleman, infatti, scompare a inizio estate, alla vigilia della seconda parte del tour di promozione del disco, che li avrebbe visti co-headliner assieme a The Cult e The Mission. In pieno stile Coleman, era “semplicemente” a zonzo senza aver avvisato nessuno e senza un cellulare per il Sahara Occidentale, e si dice sia stato riconosciuto da un vecchio hippie fan della band che aveva letto l’appello di Youth sulla loro pagina Facebook. Se non altro, a differenza di quanto avvenuto al tempo dell’affaire islandese, i compagni non si sono persi d’animo, nel frattempo, e hanno curato una raccolta di singoli (e diverse b-sides) che mostrano come una selezione dei loro brani possa tranquillamente sfiorare la perfezione. E che inseriamo doverosamente in questo excursus per la gran quantità di materiale di difficile reperimento presente.

C’è davvero poco da dire su una raccolta di singoli dei Killing Joke che copre l’intera carriera della band. Dai brani più recenti ai meno recenti con tutto quello che esiste in mezzo… (CONTINUA)

Nell’attesa di registrare un nuovo disco di inediti, nei tre anni successivi a “MMXII” i Killing Joke si dedicano davvero a vezzeggiare il loro pubblico. Innanzitutto, la band inizia a pubblicare le registrazioni dal mixer di diverse date – abitudine che continua tutt’oggi – ribaltando finalmente la tendenza a lasciar uscire registrazioni alle soglie del bootleg, di ben scarsa qualità. Poi Jaz Coleman pubblica il suo atteso zibaldone, “Letters From Cythera”: definito da lui ‘un ludibrio’, è un mix di biografia magica e saggio esoterico corposo e da leggere decisamente con attenzione (e non poche difficoltà), accompagnato in una sontuosa edizione ormai rara a una sinfonia inedita registrata con l’Orchestra Sinfonica di Auckland: “The Island (Symphony No. 2 In Nine Movements)”.
E poi, nello stesso periodo, è Youth a mettersi particolarmente in mostra, realizzando, grazie all’ennesimo finanziamento tramite i fan della band, il suo eterno sogno musicale. Nel febbraio del 2014, a quasi due anni dall’annuncio, esce finalmente “In Dub”, la raccolta che Youth sognava probabilmente di pubblicare da trent’anni, e che tanti spunti interessanti offre anche ai fan, specie i più incalliti, ma anche quelli più aperti. Trattandosi di una raccolta di remix e revisioni di brani editi, ci limitiamo a citarla senza una scheda specifica, ma è un ascolto ricco, psichedelico ed estremamente rappresentativo di una sfaccettatura che, per quanto non sempre esplicita, è sempre stata presente nella musica dei Killing Joke. E che infatti qui si esprime in tutto il suo spettro: dal lato più reggaeggiante a quello goa, passando per i raddoppi di traccia (questo il significato originale del termine, del resto) di matrice industriale. La ricca versione spedita ai fan con tanto di autografi e stencil per graffiti (!) contiene circa trenta versioni alternative di brani più o meno famosi, con il gran finale dedicato a “Youth’s Vortex Dominator DJ Mix”: tre quarti d’ora in una sola traccia che ripercorrono e trasfigurano a spezzoni l’intera storia della band.

I remix e le produzioni curate in carriera da Youth sono pressoché impossibili da enumerare. Abbiamo nella prima categoria band del calibro di Faith No More, Souxsie e U2; The Cult, Ulver e Verve nella seconda, per non dire del fatto che è l’unico musicista ad avere una collaborazione continuativa con Sir Paul McCartney da anni, nel progetto The Fireman. O ancora, dell’eterno e stretto legame con The Orb, il progetto elettronico di Alex Paterson (ex roadie dei Killing Joke, per inciso), o che ha partecipato a “The Endless River” dei Pink Floyd sia in termini di produzione che con tracce di basso e chitarra. Eppure, riunire una serie di rivisitazioni di suo pugno della band che ha creato, fa sicuramente di “In Dub” il suo assoluto lascito musicale. Un lascito tutt’altro che definitivo, vedendo il livello del disco seguente firmato dai quattro eterni punk.

La carriera dei Killing Joke, tribolata e sofferta in tutte le fasi del suo pluri-trentennale scorrimento, ha goduto da sempre di una spinta creativa, un’indole irrequieta impetuosa e beffarda, una naturale predisposizione al cambiamento… (CONTINUA)

C’è una sorta di nostalgia, un senso di bilancio serpeggiante per la band, dopo la reunion? Probabilmente sì. Forse è addirittura la fase di un inedito candore, per la band, tanto che poco più di un anno dopo Youth si racconterà in maniera più esplicita (rispetto al mastodonte di remix di cui abbiamo già parlato) attraverso un DVD-intervista, accompagnato – ça va sans dir – da un CD contenente un lungo trip musicale inedito (“Sketch, Drugs And Rock n’Roll”). Ma soprattutto un vecchio fan e ormai amico dei Killing Joke riesce infine a dare alle stampe il faticoso lavoro di oltre due lustri: una visionaria e accattivante biografia filmata della band.

Che i Killing Joke meritassero un film sulla loro carriera e, ancor più, sulla loro vita è da sempre la convinzione di qualunque fan della band inglese… (CONTINUA)

Il biennio 2018-2019 vede un rallentamento nell’attività live e collettiva della band. Youth moltiplica i suoi lavori in ambito dub, in particolare con due ottimi dischi a quattro mani: rispettivamente con l’ex Hawkwind Nik Turner e con il ‘nostro’ Gaudi. Arriva poi l’esordio discografico per Big Paul Ferguson, che aveva finora limitato le sue attività extraband a poche comparsate e, soprattutto, alla sua fervida creazione di gioielli e di grafiche. Un punto, l’ultimo, che non avevamo ancora sottolineato, ma che lo vede responsabile di quasi tutta la dimensione immaginifica che ha accompagnato la band, sia per i booklet che per il merchandise (almeno negli anni in cui è stato parte dei Killing Joke). “Remote Viewing” è un EP sperimentale e sanguigno, una sorta di trip hop più tribale, che esprime bene una rinnovata voglia di espressione da parte di Paul; il disco esce modestamente sotto il monicker BPF (dalle sue iniziali complete di nickname, ovviamente), avvalendosi della prestigiosa collaborazione di Mark Gemini Thwaite, storico ex chitarrista dei The Mission. Di Geordie Walker abbiamo sottolineato in vario modo la personalità schiva, verificata anche di persona in sede di intervista, quindi all’appello dei lavori solisti poteva mancare un solo altro membro; e quindi, nello stesso periodo, l’inarrestabile Coleman non resta con le mani in mano. Sono diverse le collaborazioni, dai Leevee Walkers di Duff McKagan ai nostrani Deflore, ma soprattutto è tempo di dare alle stampe anche la sua rilettura dei brani più significativi della band, ovviamente in forma orchestrale.

Se si escludono le collaborazioni con Anne Dudley e qualche sparuto concerto, anche in concorso con altri musicisti, potremmo quasi dire che Jaz Coleman è il direttore d’orchestra con meno pubblicazioni a suo carico… (CONTINUA)

Abbiamo cercato di ricostruire per voi quarant’anni ormai abbondanti della funambolica vicenda dei Killing Joke. Quattro entità (più una ancora aleggiante nei loro pensieri e, si dice, anche in spirito al loro fianco) partite da adolescenti senza titoli di studio e arrivati a tenere lezioni all’università e a dirigere orchestre. Musicisti autodidatti che suonano con Paul McCartney, che annoverano Jimmy Page tra i loro massimi estimatori e che producono dischi da milioni di copie per altri artisti. Ma che restano sempre strafottenti e vestiti da eterni squatter tutt’oggi, vivendo e godendosi la vita un giorno alla volta.
La storia degli ultimi mesi dei Killing Joke parla della fine di un lungo e apprezzato tour di supporto ai Tool e di un prossimo tour estivo annullato, come purtroppo vale per tutte le band in questo periodo storico. Un periodo che, in retrospettiva, saremmo curiosi di vedere narrato dalla visionarietà di Jaz, che non sfugge magari da qualche occasionale deriva complottista, ma con la sua verve e la sua curiosità a 360° ci farebbe sicuramente restare ad ascoltarlo a bocca aperta, annuendo affascinati, per ore. Poi, in una circolarità degna di un uroboro – un simbolo magico, come potrebbe essere altrimenti! – è di poche settimane fa la pubblicazione di una ristampa deluxe del mitico EP “Turn To Red”: un esplicito ritorno alle origini, per un viaggio che è però ancora lontano dal terminare, dato che un nuovo album parrebbe essere già in dirittura di arrivo. Per sapere cosa ci possiamo aspettare, e per avere una conferma delle doti sciamaniche di Coleman, vi lasciamo con un estratto di un’intervista rilasciata a gennaio dal cantante a LouderSound:

“Il prossimo album dei Killing Joke, che stiamo per realizzare, è candidato ad essere la cosa più grande che abbiamo mai fatto. Lo sentiamo nel sangue, ci eccita e ci terrorizza, ed è meraviglioso. Con i Killing Joke, sai solo quando sta arrivando un mostro, e ora sta arrivando. […] devo dirti anche l’anno in arrivo è il peggiore allineamento astrologico a cui potete pensare. È terribile. Dobbiamo solo sopravvivere, come umanità”.

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