Identikit: LED ZEPPELIN – Make You Sweat, Make You Groove

Pubblicato il 12/10/2019

Speciale a cura di Carlo Paleari

Dopo aver raccontato la lunga storia di formazioni leggendarie per la musica heavy, come Deep Purple e Black Sabbath, ci è sembrato doveroso chiudere il perimetro della Trinità dell’hard rock, ripercorrendo la storia del Led Zeppelin. Nel 2019, infatti, ricorre il cinquantesimo anniversario della pubblicazione del primo disco della band inglese, e sebbene i Led Zeppelin siano formalmente sciolti da quarant’anni, l’interesse del pubblico non è mai scomparso, tanto che, puntualmente, ogni anno rimbalzano voci e false notizie di fantomatiche reunion e ritorni sulle scene. Non ci resta, dunque, che augurarvi una buona lettura e dare inizio al nostro viaggio nel tempo.

Robert Plant and Jimmy Page of Led Zeppelin (Photo by Laurance Ratner/WireImage)

 

C’è una certezza negli ambienti discografici londinesi della metà degli anni Sessanta: se vi serve un turnista affidabile e professionale alla chitarra, chiedete di ‘Little’ Jim. Questo giovane astro della sei corde, non ancora ventenne, in realtà si chiama James Patrick Page, ma in studio si è guadagnato questo nomignolo per distinguerlo da un altro grande professionista, ‘Big’ Jim Sullivan. Assieme ad un altro manipolo di musicisti, lavorano dietro le quinte, prestando la loro abilità quando serve una mano più esperta o un sound più corposo. Quello di Jimmy è un vero e proprio lavoro, finanziato dalle case discografiche, anche contro il parere degli artisti stessi, che non sempre apprezzano l’idea di avere questo sconosciuto a suonare sui loro dischi. E parliamo di nomi del calibro di Who, Kinks o i Them di Van Morrison, non certo degli sprovveduti qualsiasi. Il fatto è che Jimmy Page è bravo, dannatamente bravo, tanto che, quando la band del momento, gli Yardbirds, decidono di dividersi dal loro chitarrista Eric Clapton, per sostituirlo salta fuori proprio il nome di Page che, però, in un primo momento si tira indietro, anche per rispetto nei confronti di Clapton stesso, a cui è legato da un sentimento di sincero rispetto e amicizia. Proprio su suggerimento di Page, viene quindi reclutato Jeff Beck, altro asso nascente, ancora poco noto sulla scena, ma assolutamente in grado di prendersi carico delle partiture di Clapton.
Jimmy, quindi, porta avanti la sua carriera di session man, guadagnando anche molto più di quanto facessero i suoi colleghi più conosciuti ma, si sa, le luci della ribalta sono un canto delle sirene a cui pochi sanno resistere e Page, pur essendo uno dei professionisti più apprezzati tra gli addetti ai lavori, è ancora sconosciuto al grande pubblico.
L’occasione di cambiare le cose arriva nel 1966: il bassista degli Yardbirds, Paul Samwell-Smith molla di colpo il gruppo e Jimmy accetta il ruolo di bassista. Il resto della storia è talmente prevedibile da sembrare quasi scritto in anticipo: alla prima occasione (nello specifico, un attacco di raucedine che colpisce Jeff Beck), Page passa alla chitarra; a fronte di una performance stellare, la band opta quindi per una formazione con doppia chitarra solista; le due primedonne iniziano a pestarsi i piedi a vicenda, ma è Page quello che si gioca le carte migliori, rispetto al più lunatico e meno affidabile Beck, che alla fine se ne va sbattendo la porta.
Gli Yardbirds di Jimmy Page proseguono la loro carriera ancora per un paio d’anni, ma le cose non vanno più come dovrebbero: una parte del gruppo vorrebbe spostarsi su sonorità differenti, più folk, e il fuoco che animava le prime pirotecniche esibizioni del gruppo sembra essersi affievolito. Il pubblico, sempre in cerca di nuove sensazioni, inizia a rivolgere altrove il suo interesse: gli Yardbirds si imbarcano nel 1968 in un ultimo tour, già fissato da tempo, e dopodiché si sciolgono ufficialmente.

Dopo una breve pausa per riorganizzare le idee, Jimmy Page si mette quindi alla ricerca di nuovi compagni di viaggio, con l’idea di mettere in piedi una nuova band. Il primo a farsi vivo è John Paul Jones, un altro stimatissimo professionista da studio, che aveva condiviso numerose sessioni di registrazione con Page. Bassista, tastierista, fine arrangiatore, appare fin da subito il perfetto braccio destro per l’ambizioso chitarrista.
Per il ruolo di cantante, invece, gli viene segnalato un giovane assolutamente sconosciuto: si chiama Robert Plant, si esibisce con una band chiamata Hobbstweedle e, così gli dicono, ha una voce stranissima, selvatica, sensuale, una cosa mai sentita. Plant aveva già pubblicato qualche singolo (tra cui una incredibile “Our Song”, versione inglese di “La musica è finita”, brano scritto da Umberto Bindi e Franco Califano, portato in scena a Sanremo nel 1967 da Ornella Vanoni), ma senza grandi fortune. Page decide quindi di andare a sentire in prima persona e si presenta ad un concerto degli Hobbstweedle, rimanendo colpito dalla performance di Plant, in una maniera che non possiamo definire totalmente positiva: Page coglie la carica erotica, selvaggia e liberatoria del canto di Plant e al tempo stesso ne è attratto e infastidito. Quel che è certo è che questo ragazzo, biondo, di bell’aspetto, non passa inosservato e tocca corde profonde. Jimmy non ci pensa troppo e gli offre il posto.

Rimane una posizione vacante, il batterista, ed è proprio Plant a risolvere la questione proponendo un suo ex-compagno di band, John Bonham, detto ‘Bonzo’. I due avevano condiviso una paio di esperienze, tra cui i Band of Joy, la precedente esperienza di Plant prima degli Hobbstweedle. Bonham si stava costruendo una reputazione notevole di novello Keith Moon, picchiando a più non posso fino a sfondare le pelli della sua batteria, precedentemente foderata di carta stagnola per aumentare il riverbero di ogni singolo colpo. Il batterista all’inizio non sembra convinto: la sua carriera sta andando piuttosto bene e questo salto nel buio potrebbe non essere la scelta migliore per lui. Page e Plant però riescono a fargli cambiare idea e finalmente i quattro si trovano in sala prove. Tra di loro scatta subito la proverbiale scintilla. Il manager del gruppo, Peter Grant, inizia a lavorare di buona lena per procurare ai quattro delle date dal vivo e le trova in Scandivania: la band sfrutta questa prima occasione per diventare più coesa e per oliare quella macchina perfetta che saranno i Led Zeppelin dal vivo.
Una volta tornati in patria, Page e compagni iniziano a ragionare sul debutto in studio, ma prima è necessario cambiare nome. Fino a questo momento, infatti, i quattro si sono chiamati The New Yardbirds, ma la cosa non può andare avanti: in primo luogo perché alcuni vecchi membri della band minacciano azioni legali per l’uso improprio del monicker; in più la band non vuole essere un’ombra del passato che ritorna a farsi sentire. A Page allora torna in mente un vecchio aneddoto: una sera stava chiacchierando con Keith Moon e John Entwistle degli Who, scherzando sull’idea di mettere in piedi una band e chiamarla Lead Zeppelin… Perché non rispolverare questo nome nato per gioco? Per evitare confusioni tra le diverse pronunce (americana e inglese), i quattro decidono giusto di togliere la ‘a’, in modo da essere certi che nessuno li chiami ‘Lid’ Zeppelin. Il dirigibile prende ufficialmente il volo e non lo fermerà più nessuno.

 

Siamo nell’ottobre del 1968 e per i Led Zeppelin arriva il momento di entrare agli Olympic Studios di Barnes per dare vita al loro primo album in studio (CONTINUA)

In questa prima fase della loro carriera, i Led Zeppelin colgono l’occasione per apparire in alcuni programmi radiofonici della BBC. Le registrazioni di queste esibizioni vengono pubblicate solo nel 1997 e poi nuovamente nel 2016 con il nome di “The Complete BBC Sessions”.

 

Una formazione come i Led Zeppelin, per quanto ancora giovane, non si adatta facilmente alle regole dell’industria dell’intrattenimento. (CONTINUA)

Dopo la pubblicazione dell’album di debutto, i Led Zeppelin tornano ‘on the road’, prediligendo nuovamente gli Stati Uniti, dove in breve tempo iniziano a costruire il proprio mito fatto di eccessi e sregolatezze. Plant e Bonham vedono aprirsi davanti a loro un paradiso di vizi e ci si buttano anima e (soprattutto) corpo; ma anche il più scafato Jimmy Page di certo non si tira indietro, pur mantenendo la sua aria nobiliare e distaccata. Solo il buon John Paul Jones sembra riuscire a mantenere un certo contegno, almeno in confronto ai tre compagni, ma una cosa è certa: in tema di perversioni, party allucinanti, orge e devastazioni, pochissimi possono rivaleggiare con il vizioso circo dei Led Zeppelin. La letteratura rock’n’roll è piena di aneddoti sfiziosi, ma lasciamo al lettore il divertimento di recuperarli, mentre torniamo a parlare di musica.

 

Coerenti con i frenetici ritmi della discografia di quegli anni, i boss della Atlantic iniziano a fare pressioni su Page perché i quattro si mettano al lavoro sul secondo disco. (CONTINUA)

 

La vita dei quattro musicisti è in continua ascesa nel periodo immediatamente successivo alla pubblicazione di “Led Zeppelin II”. I tour sono sfiancanti ma i cachet ormai sono equiparati alla loro fama e il pubblico li accoglie in una vera e propria estasi sera dopo sera, nonostante il clima politico e sociale, soprattutto negli Stati Uniti, sia piuttosto teso. L’unico vero contrattempo arriva in seguito ad un brutto incidente d’auto subìto da Robert Plant, che finisce in ospedale, contuso, ma fortunatamente senza gravi danni. Come già successo con il secondo album, Page e Plant iniziano il processo compositivo mentre sono in tour, nei ritagli di tempo, ma questa volta i due vorrebbero lavorare in maniera più tranquilla, consapevoli di non poter reggere ad oltranza i ritmi imposti dal ciclo continuo album-tour. La soluzione ai loro bisogni arriva grazie ad uno sperduto villaggio nelle montagne del Galles.

 

Per la composizione del terzo album, Page e Plant si ritirano nel villaggio di Bron-Yr-Aur, nel Galles, un luogo isolato, immerso nella natura, che Plant aveva conosciuto durante una vacanza. (CONTINUA)

 

Nei mesi immediatamente successivi alla pubblicazione di “Led Zeppelin III” i quattro musicisti soffrono di una sorta di bipolarismo: da una parte, infatti, iniziano a spuntare come funghi dopo un temporale coloro che li danno per spacciati per via del parziale insuccesso di vendita dell’album. Dall’altra, invece, ci sono le platee che non vedono l’ora di andare fuori di testa, investiti dallo tsunami elettrico creato sera dopo sera sui palchi di mezzo mondo. Jimmy Page, però, non è uno che si accontenta di una parziale vittoria: con il prossimo LP i Led Zeppelin avrebbero dimostrato a tutti di che pasta erano fatti. Niente nomi sulla copertina, nessun titolo, fotografie, niente contatti con la stampa. Avrebbero tolto tutto, perfino il nome stesso della band. Avrebbero conquistato il mondo con la musica, solo con la loro musica. Là fuori ancora non lo sapevano, ma i quattro avevano già la canzone che avrebbe permesso tutto questo. Bisognava solo consegnarla al pubblico e prendersi tutto in un colpo solo.

L’8 novembre 1971 veniva pubblicato “Led Zeppelin IV”, il quarto lavoro in studio della più grande rock’n’roll band di tutti i tempi. (CONTINUA)

 

Dopo il successo del loro quarto lavoro, i Led Zeppelin sono consapevoli di dover continuare a cavalcare la tigre, realizzandone al più presto il seguito. (CONTINUA)

 

Sebbene questa registrazione abbia visto la luce solo nel 2003, “How The West Was Won” rappresenta la fotografia dei Led Zeppelin in uno dei momenti di loro massimo splendore. (CONTINUA)

Trainato dal successo di “Led Zeppelin IV”, “Houses Of The Holy” vende molto bene, con un numero di preordini da capogiro. La band, ormai, è la punta di diamante della Atlantic Record, arrivando a costituire, da sola, il trenta per cento del volume d’affari prodotto dal colosso in quegli anni, superando anche i compagni di scuderia Rolling Stones. Eppure, se Mick Jagger e compagni sono ormai un fenomeno di costume mondiale, i Led Zeppelin ancora non riescono a fare breccia nel cuore della stampa, continuando quella guerra fredda fatta di reciproci boicottaggi. Tra il 1973 e il 1974, gli Zeppelin provano a cambiare le cose, affidandosi finalmente ad un ufficio stampa degno di questo nome e provando a ricucire qualche strappo.
Contemporaneamente la band e Peter Grant si mettono al lavoro per lanciare un’etichetta discografica, la Swan Song Records, cercando di far fruttare le ingenti risorse economiche raccolte negli anni. Tra i primi nomi ad aderire al progetto, c’è anche quello dei Bad Company di Paul Rodgers, oltre al cantautore Roy Harper, personaggio decisamente sopra le righe, che Page aveva preso come protetto fin dai tempi di “Led Zeppelin III”. L’industria discografica degli anni Settanta, però, non può attendere oltre e per i Led Zeppelin arriva nuovamente il momento di rimettersi seriamente al lavoro su un nuovo album.

 

Per il loro sesto album in studio, i Led Zeppelin decidono di fare le cose in grande, scrivendo nuove canzoni ed affiancandole a composizioni provenienti da sessioni precedenti, andando a creare un lavoro monumentale che sembra voler essere la summa della carriera dei Quattro. (CONTINUA)

I successi del Led Zeppelin non sembrano conoscere ostacoli: le vendite di “Physical Graffiti” sono eccezionali, il conseguente tour viene preso d’assalto dai fan in estasi e perfino la loro neonata etichetta discografica, la Swan Song Records, sta conoscendo un immediato successo, grazie all’album di debutto dei Bad Company, finito in testa alle classifiche statunitensi.
Eppure non è tutto oro quel che luccica nella vita delle quattro rockstar: si parla di malumori, momenti di paura immotivata e depressione, perfino gli eccessi della vita on the road diventano una routine stancante, vuota, perpetrata più per combattere la noia che per vero interesse. Il più colpito sembra essere Bonham, sempre più selvaggio e incontrollabile, con scatti di violenza che si palesano soprattutto quando è ubriaco, cosa che, naturalmente, avviene spesso. Gli altri del gruppo lo chiamano ‘la Bestia’, talvolta lasciandolo in disparte, talvolta punzecchiandolo nella speranza di riempire qualche giornata particolarmente tediosa.
A peggiorare la situazione arriva purtroppo un tragico incidente: il 4 agosto del 1975 Robert Plant e sua moglie si mettono in viaggio in macchina, a Rodi, in Grecia, dove stanno trascorrendo alcune giornate di vacanza. La vettura slitta su una delle strette curve dell’isola e si schianta contro un albero: i passeggeri sono vivi ma subiscono delle lesioni gravi, soprattutto Maureen, la moglie di Plant. Solo l’intervento tempestivo di Richard Cole, il tour manager dei Led Zeppelin, salva la donna da morte certa, riuscendo a far arrivare del sangue del giusto gruppo sanguigno e i fondi necessari per un rapido trasferimento su un jet privato in una struttura degna di questo nome in Inghilterra.
La frattura alla caviglia di Plant blocca completamente il tour, facendo andare in fumo un quantitativo stratosferico di soldi, così alla band non rimane che rimettersi al lavoro su due progetti, un nuovo album in studio e una sorta di film-concerto che sembrava essere stato accantonato da due anni.

Le registrazioni del nuovo album dei Led Zeppelin prendono il via a Monaco, città scelta per venire incontro all’esilio fiscale imposto dalla strettissima politica economica inglese. (CONTINUA)

Sebbene “Presence” non sia paragonabile alle migliori uscite della band, la notorietà sempre crescente dei Led Zeppelin traina le vendite, portando il disco al raggiungimento del milione di copie vendute solo grazie alle prenotazioni. Un risultato grandioso che, però, non riesce a mantenersi nel tempo. L’interesse del pubblico si affievolisce molto più velocemente del solito e le vendite (che pure sono fantasmagoriche rispetto a quelle odierne) si rivelano modeste sulla lunga distanza. Anche “The Song Remains The Same” non riesce a centrare pienamente l’obiettivo, soprattutto per la sua natura indefinita, in bilico tra concerto dal vivo, documentario e film: la pellicola vivacchia per qualche tempo nei cinema, ma sparisce ben presto dalle programmazioni. Ottiene migliori risultati la colonna sonora che, essendo di fatto la prima vera testimonianza live di quella messa pagana che è un concerto dei Led Zeppelin, riesce comunque ad ottenere il disco di platino.

 

E’ da parecchio che nella testa di Jimmy Page e Peter Grant frulla l’idea di realizzare un lungometraggio sui Led Zeppelin. (CONTINUA)

 

Arriviamo al 1977 e per il Led Zeppelin è nuovamente il momento di rimettersi al lavoro: alle porte c’è un nuovo tour negli Stati Uniti, gigantesco e sontuoso come non mai, ma la cattiva sorte che sembra accompagnare la band, e in particolar modo Robert Plant, è in agguato, nascosta nell’ombra. Il 26 luglio Karac, il figlio di Robert, viene colpito da un violenta e fulminante malattia virale: meno di ventiquattro ore dopo il bimbo, di soli cinque anni, si spegne e a niente vale la corsa in ambulanza nel più vicino ospedale. La stampa, spietata come sempre, va a nozze con questa tragedia e la leggenda nera dei Led Zeppelin viene alimentata nuovamente: davvero questi fatti sono un puro e semplice frutto del caso? O forse le pratiche da negromante tanto care a Jimmy Page hanno richiesto un sacrificio di sangue? Non è forse noto che stringere un patto con il Diavolo ha un suo prezzo?
Nonostante la tragedia vissuta da Robert Plant, i Led Zeppelin non mollano e nel dicembre del 1978 si trasferiscono a Stoccolma, pronti a registrare un nuovo album in studio, sperando di riuscire a rimettere sui giusti binari la carriera de gruppo dopo la parziale battuta di arresto di “Presence”.

 

Il mondo della musica è profondamente cambiato alla fine degli anni Settanta: i Led Zeppelin non sono più l’espressione della rabbia e della carica selvaggia degli adolescenti di mezzo mondo. (CONTINUA)

 

Nei mesi appena trascorsi la carriera dei Led Zeppelin non stava forse passando il suo periodo più luminoso, ma certamente nessuno si aspettava che la storia della band sarebbe arrivata ad un tragico epilogo.
John Bonham era riuscito ad uscire dal tunnel dell’eroina, ma aveva lentamente sostituito un demone con un altro, quello non meno terribile dell’alcool. Il 25 settembre del 1980, Bonzo ci dà dentro più del solito, ingollando una quantità semplicemente folle di vodka. Chi gli sta intorno e conosce la resistenza del batterista e non sembra darci molto peso; un aiutante di Page, Rick Hobbs, si carica in spalla il musicista semi-incosciente, lo trascina in camera di peso e lo scarica sul letto, lasciandolo a smaltire la sbornia. Il pomeriggio successivo, Benji LeFevre, il nuovo tour manager della band non vedendo Bonham, va a cercarlo nella sua stanza e lì lo trova, immobile e bluastro, soffocato dal suo stesso vomito. La causa della morte ufficializzata dal coroner è overdose da alcool. Nei giorni successivi, naturalmente, iniziano a fiorire teorie complottiste sulla morte del batterista, in qualche modo legate alle pratiche occulte di Jimmy Page; la polizia arriva persino a perquisire la casa del batterista e nel corso degli anni, come sempre accade in questi casi, emergeranno particolari non proprio chiarissimi sulle circostanze della morte di Bonham. Ogni indagine, però, si conclude con un nulla di fatto: la morte di Bonzo viene archiviata come accidentale.
Superato lo shock iniziale, intorno alla band iniziano a circolare voci su possibili sostituti, da Cozy Powell a Carl Palmer, ma il 4 dicembre del 1980, con un breve comunicato stampa, i Led Zeppelin annunciano ufficialmente il loro scioglimento.
I tre musicisti nei due anni successivi intraprendono strade diverse: il primo a rimettersi in moto è Robert Plant, che dà ufficialmente il via alla sua carriera solista; John Paul Jones si ritira per parecchio tempo dal music business e anche Jimmy Page non sembra così ansioso di rimettersi in pista, limitandosi a curare un ultimo album a firma Led Zeppelin intitolato “Coda”.

 

Sebbene “Coda” figuri sempre all’interno della discografia degli album ufficiali in studio dei Led Zeppelin, di fatto rappresenta un lavoro a sè stante. (CONTINUA)

 

Negli anni successivi allo scioglimento, in più di un’occasione i tre superstiti ricevono le più disparate offerte per tornare a suonare insieme, ma Plant, Page e Jones rimangono fermi sulla loro idea, questo almeno fino al 1985, dove il sogno di milioni di fan sembra concretizzarsi, anche se solo per un giorno. L’occasione è quella del Live Aid, il mastodontico concerto benefico organizzato da Bob Geldof per la popolazione etiope flagellata dalla carestia: Robert Plant si offre di partecipare in veste solista, ma, cogliendo l’occasione del tour dei The Firm, la nuova band di Jimmy Page e Paul Rodgers, negli Stati Uniti, la cosa assume i contorni di una vera e propria reunion. I due musicisti accettano e si mettono in contatto con John Paul Jones e a completare la line up vengono coinvolti Paul Martinez al basso (per dare il cambio a Jones, impegnato anche alle tastiere) e ben due batteristi: Tony Thompson e addirittura una star come Phil Collins. Solo tre pezzi in scaletta, “Rock And Roll”, “Whole Lotta Love” e “Stairway To Heaven”: la qualità non è la stessa degli anni d’oro, i musicisti sono un po’ arrugginiti e Phil Collins, che pure è un batterista eccezionale, risulta decisamente fuori contesto, tanto da arrivare a definire disastrosa quell’esperienza. Per una ventina di minuti, però, il fuoco dei Led Zeppelin torna a divampare e i fan sperano che la cosa possa avere un seguito più duraturo. Iniziano a circolare voci incontrollate che vedrebbero Thompson entrare in pianta stabile alla batteria e dietro le quinte in effetti le cose iniziano a muoversi, per arenarsi in un nulla di fatto poco tempo dopo. La causa? Plant velatamente fa riferimento alle condizioni precarie di Jimmy Page, incapace di reggere il ritmo di una vera reunion a tempo pieno.
Le strade dei tre artisti si dividono nuovamente per diversi anni, con qualche sporadico riavvicinamento: il più importante ha luogo il 14 maggio del 1988, quando i membri rimasti della band, accompagnati da Jason Bonham, si esibiscono in una manciata di canzoni al Madison Square Garden, in occasione del quarantesimo anniversario della Atlantic Records. Gli anni successivi proseguono senza grossi scossoni: Robert Plant riprende in mano la sua carriera solista, pubblicando una manciata di lavori di notevole fattura, che culminano nell’eccellente “Fate Of Nation” (1993); mentre Jimmy Page pubblica nello stesso album “Coverdale/Page”, in collaborazione con David Coverdale, un disco sottovalutato ma assolutamente formidabile. L’occasione per il riavvicinamento dei due arriva nell’autunno del 1993 grazie ad MTV ed alla fortunata serie di eventi ‘Unplugged’: Page e Plant uniscono le forze, non per una vena reunion, ma per una collaborazione estemporanea che, per rimanere in tema, viene nominata “Unledded”.

 

La cosa più vicina ad una reunion dei Led Zeppelin arriva a concretizzarsi, verso la metà degli anni Novanta, grazie alla fortunata serie degli “MTV Unplugged” (CONTINUA)

Bisogna aspettare il 12 gennaio del 1995 per vedere ancora i Led Zeppelin riuniti sullo stesso palco, durante la cerimonia di introduzione nella Rock ‘N’ Roll Hall Of Fame: i tre musicisti si esibiscono accompagnati da altre rock star come Joe Perry, Steven Tyler e Neil Young, ma l’atmosfera non è delle migliori. Addirittura John Paul Jones, totalmente snobbato dai due ex compagni per il progetto Unledded, si toglie lo sfizio di ringraziarli pubblicamente per essersi finalmente ricordati il suo numero di telefono. Nel 1998 Page e Plant ci riprovano con un secondo album in coppia, “Walking Into Clarksdale”, ma il sodalizio non è duraturo e le speranze dei fan si fanno via via più esili.
L’impensabile, però, accade dodici anni dopo, nel 2007, quando viene annunciata una data alla O2 Arena di Londra: una sola notte, i Led Zeppelin, con alla batteria Jason Bonham, il figlio di Bonzo, per l’ultima volta insieme. Vengono messi in vendita circa ventimila biglietti ma, stando alle statistiche rese pubbliche, sono circa venti milioni coloro che hanno provato ad accedere al sito per l’acquisto online. Il Guinness dei Primati certifica il record: “Maggior richiesta di biglietti per una singola esibizione dal vivo”.
Da quella serata viene, ovviamente, tratto un live, intitolato “Celebration Day”.

 

L’evento, il concerto, la rock band per eccellenza, il mito. Questo e molto più sono i Led Zeppelin, e non parliamo “soltanto” dei trecento milioni di dischi venduti in tutto il mondo, ma si tratta di una formazione che ha sconvolto un’epoca (CONTINUA)

 

Siamo, quindi, alle ultime battute di questa storia: negli anni successivi il pubblico continua a sperare ed invocare una nuova occasione di vedere all’opera i Led Zeppelin: ogni volta che i media preannunciano novità da parte della band, si riaccendono le speranze, ma i membri rimasti del gruppo sembrano più interessati a curare il loro vecchio catalogo, con riedizioni, album dal vivo, documenti storici e libri fotografici. Una manna dal cielo per i fan e i collezionisti, ma nessun ritorno sulle scene all’orizzonte.
Mentre scriviamo queste ultime battute, ci domandiamo con quale immagine chiudere questo racconto lungo cinquant’anni. Ne scegliamo una, 1 Dicembre 2012, Kennedy Center Opera House, Washington: tutto il teatro è in piedi e applaude, dopo la splendida esibizione di Ann e Nancie Wilson delle Heart, che hanno regalato al pubblico un’emozionante versione di “Stairway To Heaven”, accompagnate alla batteria da Jason Bonham. In tribuna d’onore, a poca distanza dal Presidente Barack Obama, John Paul Jones ascolta attento, ogni tanto annuisce e si volta a guardare i suoi compagni, facendo loro un cenno di approvazione; Jimmy Page sorride, con quel suo sorriso compiaciuto e furbo; mentre Robert Plant non riesce a trattenere l’emozione, cercando di nasconderla con una mano davanti alla bocca e asciugandosi di nascosto una lacrima. Avremmo voluto poter dare uno sguardo ai pensieri dei tre, in quel momento. Chissà, magari in quel momento, mentre ricevevano una delle più importanti onorificenze degli Stati Uniti d’America, stavano ricordando quel 12 agosto del 1968, quando quattro ragazzi si chiusero in una stanzetta di Gerrard Street, attaccarono gli amplificatori e decisero che si sarebbero presi il mondo intero.

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