Identikit: MORDRED – Una vita per il funk

Pubblicato il 05/05/2020

Speciale a cura di Giovanni Mascherpa

“Prima che gli Anthrax collaborassero con Public Enemy, prima che i Rage Against The Machine apparissero alla convention nazionale dei democratici, e prima che i Limp Bizkit distruggessero Woodstock, c’era una band chiamata Mordred, della Bay Area di San Francisco, California, che aveva posto le basi per tutto questo”. È come si presentano nella loro homepage, in maniera un po’ altisonante e ingigantendo il loro effettivo ruolo, i redivivi Mordred. Che siano stati fra i precursori di certi mix fra metal, alternative, funk e rap, è comunque fuori di dubbio e nei primi anni ’90 hanno introdotto in pianta stabile una figura, quella del DJ, aborrita dai puristi e divenuta centrale, forse più come immaginario che per effettivo peso stilistico, nell’ondata nu metal di qualche anno successiva. Se l’importanza della band nel far germogliare idee di rottura che avrebbero attecchito e scatenato un successo planetario a cavallo fra anni ’90 e 2000 è in fondo limitata, non è una cattiva idea l’andarsi a riprendere la loro discografia e testarla alla prova del tempo. Con un esordio che abbinava il classico Bay Area thrash ai primi singulti sperimentali, un esempio di crossover dissacrante come “In This Life” e l’ancor più sperimentale EP “Vision”, oltre al meno ispirato, ma gradevole thrash-grunge di “The Next Room”, i Mordred hanno vergato belle pagine di heavy metal. A colpi di quel funk che provò a diventare un trend dominante a cavallo fra fine anni ’80 e primi ’90, rimanendo purtroppo ai margini e andandosene mestamente in soffitta passata una moderata euforia iniziale. Ora che questi sei ragazzi di San Francisco, nella formazione che registrò “In This Life” e “Vision”, sta per riaffacciarsi sul mercato con un nuovo album – “The Dark Parade”, previsto per l’estate – è venuto il tempo di raccontare la loro storia.


Il primo nucleo dei Mordred si forma quando il bassista Art Liboon inizia a frequentare alcuni suoi compagni di classe, Josh Juska, Alex Gerould e Stephen Skates, fuori dalle lezioni, in quegli interminabili pomeriggi di discussioni musicali che tante band hanno prodotto nella storia. Josh lascia dopo poco tempo, gli altri tre provano come forsennati nella cucina dei genitori di Alex, elaborando quelle che diventeranno le prime canzoni dei Mordred. Poco dopo arruolano un batterista, Slade Anderson, mentre si aggiunge anche una seconda chitarra, imbracciata da Sven Soderland. Una line-up che farà poca strada, il tempo del primo show nel febbraio 1986 – assieme a Possessed e Legacy – perché Anderson e Soderland di lì a poco escono di scena. I loro sostituti sono Erik Lannon e Jim Sanguinetti, coi quali il gruppo approderà al primo demo, “Arachne Demo”, contenente quattro canzoni (“Sever & Splice, “Mordred”, “The Chains Are Off But The Scars Remain”, “Spellbound”).
I tempi non sono ancora maturi per combinare qualcosa di serio, per alcuni mesi i ragazzi provano costantemente e tengono alcuni concerti, ma la coesione interna è fragile. Molla Gerould, rimpiazzato da Danny White, il colpo più duro arriva però con l’addio del cantante, Skates, che si arruola nell’esercito. Il suo cantato, a detta di Liboon, era qualcosa di particolare e non avevano idea di chi potesse prendere il suo posto e dare un contributo simile. La soluzione si presenta nella persona di Scott Holderby. Fra diversi cantanti che si presentano alle audizioni tenute dai Mordred, pare essere l’unico ad avere un suo stile inconfondibile. Viene preso. Holderby impressiona gli altri musicisti per il suo stile rabbioso ma non privo di una certa estensione, come se fondesse assieme cantato heavy metal e punk. Alla batteria si siede Gannon Hall e nei mesi seguenti le varie influenze musicali dei singoli componenti danno vita a un circolo virtuoso, al cementare una vera identità sonora. Mentre familiarizzano con lo scenario artistico della baia, i Mordred entrano in confidenza con MCM and the Monster, ensemble dove suona tale DJ Vaughn. Liboon e Vaughn hanno un interesse in comune di un certo rilievo, il rap, iniziano a discuterne tutte le volte che si trovano…
Intanto le etichette avanzano qualche interesse per questi strani personaggi, figli del thrash dell’epoca ma per alcuni aspetti poco allineati a quelli che si stavano concretizzando come gli stilemi del genere. Il sintomo palese di questa discordanza con altri esponenti del Bay Area thrash è l’inserimento nei loro set di “Super Freak”, cover di Rick James, cantante r’n’b di successo, che aveva inciso il brano nel 1981. Non c’entra nulla con il resto del materiale, i Mordred non la vanno a stravolgere, ne tengono intatta l’indole disimpegnata e questo attira discrete attenzioni anche da parte dei discografici. Coglie la palla al balzo Kurt Walerbach della Noise, che aveva già ascoltato il secondo demo prodotto nell’’86 dal gruppo. Lo convince, vuole un’altra registrazione con nuove canzoni, compresa “Super Freak”. Liboon per produrne una versione convincente richiama il suo amico DJ Vaughn, nel frattempo i suoi MCM and the Monster si sono sciolti ed è libero da impegni. La firma sul contratto a quel punto non si fa attendere e i Mordred possono entrare in studio per registrare il loro primo-full-length.


Quando i Mordred approdano finalmente al primo album, hanno le idee chiare e sanno bene dove vogliono andare a parare. Il thrash è ancora il fondamento di tutto il discorso e “Fool’s Game” ribadisce con orgoglio quale sia l’area di provenienza dell’allora quintetto. (CONTINUA)

“Fool’s Game” riceve una buona accoglienza e i Mordred si imbarcano nei primi tour. Il video di “Every Day’s Holiday” fa da traino, comparendo con regolarità su Headbangers Ball, celebre programma di video hard rock ed heavy di MTV. I Nostri girano gli Stati Uniti in due diverse occasioni, la prima coi Nuclear Assalut, la seconda con gli Overkill, rivelandosi una live band coi fiocchi, capace di tener testa agli headliner. I funk-thrasher californiani riescono pure a sbarcare nel Vecchio Continente, per esibirsi al Dynamo Festival, una delle manifestazioni di punta del tempo. DJ Pause entra come membro effettivo del gruppo, il rientro di Sanguinetti alla chitarra al posto di Taffer completa una line-up finalmente stabile e affiatata. I tempi stavano mutando in fretta e in quel preciso momento, i Mordred erano pronti a cavalcarli e a cogliere l’attimo, per sfornare quello che si sarebbe rivelato essere il loro album più importante.


La visione prende definitivamente forma, tutto quello che stava nella mente di Liboon e compagni si trasferisce nella realtà, per un disco unico, anticipatore di una corposa quantità di soluzioni mandate a memoria nel nu metal, fino a divenirne tratti inconfondibili. (CONTINUA)

I singoli “Esse Quam Videri” e “Falling Away” estendono la fama della formazione, che tocca l’apice della popolarità. Sul palco, i Mordred sono in stato di grazia e allora hanno la bella idea di immortalare la situazione, che purtroppo per loro si rivelerà essere solo transitoria. “In This Live Video”, visionabile su Youtube nella sua interezza, è uno splendido spaccato di cosa rappresentavano i loro concerti e quanta precisa esagitazione potessero scatenare. Bastano pochi minuti per rimanere attoniti di fronte a un atteggiamento e una performance che fonde l’arguzia divertita dei Faith No More, l’adrenalina del crossover e la durezza spietata del thrash. Alla poca compostezza gestuale risponde un amalgama sonoro maiuscolo, con Holderby a esprimersi senza freni inibitori e tutti gli altri ad andargli dietro, secondo un meccanismo oliato alla perfezione. L’occasione è buona anche per ascoltare un’altra cover cara alla band, quella di “Johnny The Fox” dei Thin Lizzy, andata a sostituire una “Super Freak” che a quel punto aveva un po’ stufato i Mordred stessi. Nel frattempo, la macchina del songwrting non si ferma e solo un anno dopo “In This Life” il sestetto pubblica “Vision”, azzardando ulteriori passi avanti nel verso della contaminazione fra i generi.

Di solo un anno successivo a “In This Life”, “Vision” se ne allontana parecchio, costituendo il capitolo nettamente meno metallico nella discografia dei Mordred. Le ritmiche impetuose, lo zampillare frenetico del basso, i rappati furibondi, le esplosioni di energia del secondo album qui non compaiono. (CONTINUA)

L’ascesa si interrompe bruscamente quando Holderby se ne va. Le normali divergenze sulle strade da intraprendere portano alla separazione, senza tanto clamore né tira-e-molla. Serve un nuovo cantante e, come era stato per Holderby, Liboon e compagni vanno a caccia di qualcuno dalla chiara personalità, pazienza che non abbia esattamente uno stile simile a chi l’ha preceduto. L’onore (ed onere) tocca a Paul Kimball, il cui timbro volge verso tonalità meno squillanti e impetuose di quelle cui i Mordred avevano abituato i propri fan. Anche le coordinate stilistiche stanno cambiando e, apparentemente, regnerebbe la concordia in seno al gruppo, che prova a bissare il successo di “In This Life”.


L’ultimo ballo (per il momento) i Mordred se lo concedono con “The Next Room”. L’addio di Holderby è forse il sintomo di una giovinezza al tramonto, di un dover guardare in faccia senza abbassare lo sguardo l’età adulta che avanza. (CONTINUA)

Quando “The Next Room” esce nei negozi, ci si accorge che qualcosa non va: il supporto promozionale è quasi assente, le prevendite per il seguente tour un disastro. La Noise pare essere indifferente alle esigenze della formazione, che si ritrova a non avere più un supporto adeguato. La resistenza e la voglia di cercare altre opportunità fa in quel momento difetto ai californiani, che nel 1995 si sciolgono.
Dal 2001, occasionalmente i Mordred riprendono a suonare assieme, tenendo poche date ogni anno, senza allontanarsi troppo dalla Bay Area. Rientrati pienamente nell’ombra nel 2007, i motori si riaccendono nel 2013, sempre stando abbastanza sottotraccia e senza che l’attività prenda una decisa accelerazione, per un ciclo di live o la scrittura di nuova musica. Fino al 2015, quando viene rilasciato un singolo, “The Baroness”, che vede all’opera la line-up protagonista di “In This Life” e “Vision”. Il pezzo a dire il vero non è che faccia gridare al miracolo: è bello risentire il giradischi di Vaughn e la voce di Holderby, impegnata in un rappato d’altri tempi, però si sentono gli anni sul groppone e non si palesa l’esuberanza di un tempo. Da allora giungono aggiornamenti sporadici sull’attività dei sei, che sul finire del 2019 annunciano finalmente di stare lavorando a un nuovo album.
Ad aprile di quest’anno, ecco il lancio del sito ufficiale e la vendita di un rinnovato merchandise, contemporaneo allo svelarsi del titolo e della copertina del quarto album. Si chiamerà “The Dark Parade” e dovrebbe uscire in estate, in data ancora non definita. Per ora non vi sono anticipazioni di quelli che saranno i suoi contenuti, vedremo se in qualche modo i Mordred riusciranno a rievocare la magia di una volta…

 

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