IDENTIKIT: My Dying Bride – ‘La Sposa Nuda’

Pubblicato il 09/01/2008

BIOGRAFIA E DISCOGRAFIA

A cura di Marco Gallarati
 
Introduzione
 
Quanti di voi alla lettura avranno sentito parlare, almeno per una volta, della famigerata Triade Britannica del doom-gothic metal, vero e proprio punto di partenza cronologico del concepire la musica oscura in termini di malinconia, decadenza, ambiguità religiosa e piacere/dolore amoroso? Paradise Lost, Anathema, My Dying Bride: eccoli qua, i gruppi ‘membri’ della Triade, a cui tuttora moltissime altre band fanno riferimento – pensate solo alla scena finnica avente gli Swallow The Sun quali principali esponenti, oppure la brillante sottocorrente romana del genere – e verso i quali la gratitudine di parecchi (tristi) metallari non dovrebbe mai avere termine. Verissimo, se stiamo a considerare con puntiglio i dettagli, bisognerebbe ricordare almeno la contemporaneità di gruppi ora di grande successo quali Katatonia, Opeth, Type O Negative e Novembre, ma soprattutto l’importanza degli svizzeri Celtic Frost e/o degli svedesi Candlemass nel background storico delle suddette formazioni inglesi, per non parlare poi della dark-wave anni ‘80; quello che è certo, però, è che la sincronia con la quale la Triade è riuscita a imporsi sul mercato metallico della prima metà degli anni Novanta ha fatto sì che questo mini-movimento divenisse, col passare del tempo, una sorta di pietra miliare dell’heavy metal tutto. E se gli Anathema sono ormai lontanissimi dai loro cupi e tenebrosi esordi e i Paradise Lost sembrano essere appena rinati a nuova (metallica) vita, coloro i quali hanno sempre mantenuto alto il vessillo del doom inglese sono i My Dying Bride, teatrali e morbosi predicatori dell’incedere funereo per eccellenza, quello della Morte. Riassunta attraverso questa biografia e le recensioni nelle altre pagine web, la storia della Sposa Morente siamo certi saprà risvegliare antichi ricordi in molti di voi…

Natura Morta

I My Dying Bride si formano nell’estate del 1990, ormai ben diciassette anni fa, quando quattro compari decidono di tramutare in musica la loro passione per l’oscurità e la decadenza. Li guida un alto e sofferente figuro, di nome Aaron Stainthorpe, anima tormentata e chiusa, che poco ama mettersi in luce e tanto odia mostrarsi al pubblico (non è falso il mito della sua forte repulsione verso il presentarsi on stage); Andrew Craighan e Calvin Robertshaw sono i due chitarristi, mentre alla batteria va a sedersi Rick Miah. Ancora senza bassista, i quattro registrano, dopo solo sei mesi di prove, il demo “Towards The Sinister”, ora letteralmente introvabile. La prima incarnazione della band si assesta con l’ingresso di Adrian (Ade) Jackson alla quattro-corde e, confermando un’incredibile prolificità, i ragazzi danno alle stampe, attraverso l’allora minuscola label francese Listenable Records, il singolo 7” “God Is Alone”, il quale pone il quintetto british all’attenzione della Peaceville Records, un’etichetta inglese che da allora in avanti diverrà garanzia di qualità e acume, almeno nel genere trattato. I My Dying Bride firmano dunque per la Peaceville, dando il via così ad un sodalizio a dir poco resistente nel tempo, che ancora oggi prosegue all’insegna della continuità e della cieca fiducia reciproca. I primi anni di vita della Sposa Morente si distinguono per la regolare alternanza di pubblicazioni: tre EP seguiti da altrettanti full, tutti di encomiabile valore e rilevante importanza storica. “Symphonaire Infernus Et Spera Empyrium” è il perfetto prologo al debutto “As The Flower Withers”, disco caratterizzato ancora da una forte componente death metal, passaggi molto veloci susseguenti a rallentamenti doom, drammatiche ed innovative sezioni di violino e vocals aspre e/o catacombali, il tutto ammantato da una sudicia atmosfera pregna di tentazione, erotismo e morbosità – attenzione, scordatevi però le tamarrate à la Cradle Of Filth! Dopo aver girato l’Inghilterra per un primo breve tour promozionale, la band torna subito in pista con “The Thrash Of Naked Limbs”, mostrante accenni sperimentali (la traccia “Le Cerf Malade” si rifà chiaramente al neo-folk-ambient, in quegli anni in decisa ‘espansione’) poi sviluppati nel seminale “Turn Loose The Swans”, primo deciso cambio di rotta della band, maturata in fretta e già (quasi) pronta ad abbandonare il cantato growl per una serie di composizioni meno violente ma più disperate e strazianti; di notevole rilievo è l’ingresso ufficiale in formazione di Martin Powell, già musicista session del gruppo per le parti di tastiera e violino, assoluto trade-mark della Sposa ad inizio carriera. Seguente un travagliato ma completo tour europeo, il terzo EP “I Am The Bloody Earth” è poco più che un singolo e serve solo a preludere l’arrivo dell’imponente “The Angel And The Dark River”, il disco che forse meglio di altri riassume tutte le caratteristiche degli inglesi, andandone a rappresentare la più profonda natura (morta). Poggiando come al solito su chiaroscuri sia musicali che lirici e visivi, i My Dying Bride scrivono il loro masterpiece riconosciuto, presentandolo con un opener quale “The Cry Of Mankind”, uno dei brani più deprimenti e tristi mai composti; la lunghezza dei pezzi e la loro lentezza sono a volte proibitive, ma in essi traspare tutta la classe sopraffina di cui il sestetto è dotato. L’Europa si accorge in massa della loro bravura e l’apparizione al Dynamo Open Air del 1995 è un successo! Se ne accorgono anche – udite, udite! – gli Iron Maiden, che assoldano Aaron e compari quale support-act ufficiale del tour promozionale al discusso “The X-Factor”: grande vetrina per i Bride e più di una soddisfazione nel veder rapiti centinaia di sguardi di sostenitori della Vergine di Ferro, notoriamente presenzianti i concerti con paraocchi di ghisa. E’ nata una stella e la natura morta prende vita…

La Fine del Mondo

Il 1996 è l’anno di “Like Gods Of The Sun”, un album che vende parecchio e accresce la fama dei My Dying Bride, nel frattempo mutati in una versione leggermente più commerciale di quella precedente: il gothic metal puro dei Paradise Lost, infatti, all’epoca fuori prima con “Icon” e poi con “Draconian Times”, sta prendendo piede velocemente ed è anche per questo, probabilmente, che il sound della Sposa assume contorni meno ostici, abbassando il minutaggio dei brani ed inserendo buone dosi di romanticismo gothic e soluzioni più cadenzate ed accessibili. Il tour da headliner con i connazionali Cathedral e The Blood Divine è un altro buon passo in avanti, confermato da un 1997 sempre in giro, prima con i Sentenced in Europa e poi con Dio, in quello che è il loro primo excursus americano. Purtroppo per i ragazzi, però, nel bel mezzo del tour USA, il drummer Rick Miah contrae una non ben precisata malattia debilitante e, oltre a costringere la band ad interrompere la serie di concerti yankee, si vede obbligato a lasciare vacante il posto dietro le pelli. I Bride entrano così in un periodo piuttosto incerto della loro storia, in quanto, mentre Miah viene prontamente sostituito da Bill Law, proveniente dai bravi labelmate Dominion, il contemporaneo abbandono del tastierista/violinista Martin Powell getta pesanti ombre di dubbio sul futuro della formazione. Futuro che infatti assume le sembianze di “34.788%…Complete”, quinto full-length album e cosiddetta ‘pietra dello scandalo’: il disco si può definire sperimentale, sebbene non totalmente diverso dal passato del gruppo, soprattutto a causa del brano “Heroin Chic”, una poltiglia electro-indie-rock veramente malriuscita e di cattivo gusto; questo lavoro, con il senno di poi, è l’unico che prende più o meno nettamente le distanze dal resto della discografia della band, ed infatti ancor oggi divide sia la critica che i fan. Un’inquietante teoria è alla base del titolo del disco: la percentuale riportata, difatti, starebbe ad indicare la quantità di vita consumata dall’Uomo sulla Terra prima della sua estinzione. All’indomani della pubblicazione di “34.788…Complete”, Bill Law si vede costretto a tornare nel nativo Canada e, per questo, la band decide all’unanimità di non compiere tour promozionali, bensì di concentrarsi sul rinsaldamento della line-up e sulla scelta della direzione da intraprendere. Anche il chitarrista Calvin Robertshaw, uno dei membri fondatori, decide di lasciare il gruppo (che però continuerà a seguire in qualità di aiuto-produttore e tecnico del suono), riducendo a terzetto la già ristrettasi formazione: Aaron, Andrew ed Ade reclutano dapprima solo un nuovo batterista (Shaun Steels, dagli amici Anathema), mentre più tardi accoglieranno Hamish Glencross in vece di seconda chitarra. Nel frattempo, allontanata l’ipotesi di scioglimento, ecco che i Bride tornano a risplendere di fulgore passato, pubblicando il bellissimo “The Light At The End Of The World”, un ‘back to the roots’ totale ed entusiasmante, grazie al rispolvero dell’amato growl di Aaron, di cospicue dosi death metal e di quell’aura mistico-religiosa oscura ed ambigua che tanto aveva contribuito alla nascita del mito della Sposa. Da questo momento in avanti, il gruppo non avrà più tentennamenti, anzi crescerà di nuovo album dopo album, installandosi su livelli qualitativi se non seminali, assolutamente elevati. La fine del mondo è ancor lungi dal venire…

Stirpe di Immortali

Dopo la doppia release celebrativa intitolata “Meisterwerk” (pubblicata dalla Peaceville in due CD separati, usciti a pochi mesi di distanza) e dopo il nuovo tour europeo, i My Dying Bride procedono con entusiasmo rinnovato nella composizione del settimo lavoro in studio, nel quale si vanno ad avvalere della collaborazione di Jonny Maudlin, esperto tastierista dei funambolici Bal Sagoth: “The Dreadful Hours” è forse, per quanto riguarda la parte più recente della discografia dei britannici, il lavoro da consigliare ai neofiti della band, un piccolo capolavoro di fantasia ed inquietudine; l’album esprime miseria e grandeur allo stesso tempo e il ritorno al growl si fa qui di fondamentale importanza, nel tenere sempre intenso il pathos musicale. La Peaceville decide quindi di battere il ferro finché è caldo e pensa bene di pubblicare il DVD “For Darkest Eyes”, contenente oltre due ore e mezzo di materiale, bissato poco dopo dal live album “The Voice Of The Wretched”, riportante la performance eseguita in occasione del Peacefest allo 013 di Tilburg, Olanda. La serie di festival estivi – siamo nel 2002 – vede i My Dying Bride completare di nuovo la formazione con l’innesto alle tastiere della dolce Sarah Stanton, primo membro femminile del combo. Con una line-up ora pressoché stabile e con una continua e regolare attività live, la produttività torna ai livelli degli esordi e l’anno 2003 viene interamente dedicato alla composizione di “Songs Of Darkness, Words Of Light”, platter che rituffa il gruppo in atmosfere tremendamente plumbee ed oscure; una cappa di disperazione e dolore, infatti, avvolge tale disco, considerabile alla stregua di una black version del grande “The Angel And The Dark River”. Sebbene quest’ultimo sforzo non sia del tutto memorabile, altre pubblicazioni di prestigio vengono emesse in serie, fra le quali è da citare il mastodontico boxset enciclopedico “Anti-Diluivian Chronicles”, opera di raccolta ideale per chi volesse unirsi in ritardo ai seguaci della Sposa Morente. La moria di batteristi inaugurata da Rick Miah non risparmia neanche Shaun Steels, il quale lascia la band poco prima di entrare in studio per la registrazione del nono full, “A Line Of Deathless Kings”: come sempre aiutati dal produttore Mags e come sempre accasatisi agli Academy Studios, Aaron e soci reclutano dai The Prophecy il session drummer John Bennett e ancora una volta compongono un signor disco, per una carriera che ormai va ad assumere contorni sempre più leggendari; questa volta si recupera in dinamismo e melodia, dando spazio a composizioni lievemente più aggressive e ariose. Si arriva così alla storia recente, giunta a noi attraverso l’esibizione al Frozen Rock 2007, con la sostituzione di Bennett con Dan Mullins dietro le pelli ed il triste abbandono dello storico bassista Ade Jackson, rimpiazzato dalla ‘cinesina’ Lena Abéson. I My Dying Bride, nonostante gli anni di militanza comincino ad essere davvero tanti, sono ancora in pieno sulla cresta dell’onda e finché un personaggio intelligente, particolare e carismatico quale Aaron resterà al timone della barca, non si dovrebbe proprio temere un ancora prematuro affondamento. Onore alla Sposa, quindi!
 

DISCOGRAFIA

Album regolari

 
1992 – As The Flower Withers
1993 – Turn Loose The Swans
1995 – The Angel And The Dark River
1996 – Like Gods Of The Sun
1998 – 34.788%…Complete
1999 – The Light At The End Of The World
2001 – The Dreadful Hours
2004 – Songs Of Darkness, Words Of Light
2006 – A Line Of Deathless Kings

Altre pubblicazioni

 
1990 – Towards The Sinister – demo
1991 – God Is Alone – 7” single
1991 – Symphonaire Infernus Et Spera Empyrium – EP
1992 – The Thrash Of Naked Limbs – EP
1994 – I Am The Bloody Earth – EP
1995 – Trinity – raccolta EP
2000 – Meisterwerk 1 – compilation
2001 – Meisterwerk 2 – compilation
2002 – For Darkest Eyes – DVD
2002 – The Voice Of The Wretched – live album
2005 – Anti-Diluvian Chronicles – boxset
2005 – Sinamorata – DVD
2006 – Deeper Down – EP
 
 

AS THE FLOWER WITHERS

MY DYING BRIDE - As The Flower Withers
Dopo l’esordio discografico su Peaceville, con l’EP “Symphonaire Infernus Et Spera Empyrium”, il 1992 vede i My Dying Bride debuttare anche su full-length, tramite l’ormai antico “As The Flower Withers”. Album antico, d’accordo, e soprattutto imbastardito da una produzione non all’altezza, ma tuttora più che attuale e foriero di spunti ben riscontrabili in parecchia produzione doom d’oggigiorno. Sarebbe sbagliato, però, classificare questo disco soltanto in ambito doom, in quanto la forte influenza che il death americano – soprattutto Morbid Angel e Death – aveva allora sui Bride è certo rintracciabile nei solchi del disco. Infatti, alternate alle classiche pennellate decadenti e in slow-motion della band di Bradford, troviamo altrettante sezioni veloci ed arrembanti, pregne di malsano putridume ed efferatezza death. Aaron interpreta i brani esclusivamente in growl, con la sola eccezione del finale di “The Return Of The Beautiful”, mentre le originali partiture di violino sono il tocco in più che riesce a dare classe e nobiltà ad un lavoro per il resto molto grezzo e ‘diretto’. L’inquietante strumentale “Silent Dance” apre le danze in modo morboso, simile per certi versi alle intro dei Cradle Of Filth, ma privata della boria grandguignolesca della band di Dani Filth. La lunga “Sear Me” è il primo brano storico del gruppo, tanto che verrà ripreso più volte nel corso della carriera e stravolto in diverse versioni: il pezzo è magnifico ed il testo in latino – sebbene pronunciato all’inglese, quindi un po’ ridicolo da sentire – dona una cupa atmosfera a tutta la traccia. Segue “The Forever People”, episodio che ancora oggi chiude degnamente i concerti del gruppo, una death metal song con innesti doom che certamente va ad occupare uno dei posti in vista fra le composizioni più violente dei My Dying Bride. “The Bitterness And The Bereavement” e “Vast Choirs” si assomigliano abbastanza, due lunghi brani che ondeggiano tra incedere melodici e pesantemente doomy e ferali accelerazioni death, sempre ammorbate dal growl aspro e vomitevole di Aaron; l’atmosfera di dolore e dannazione è alta in questi momenti, liricamente sempre a cavallo tra Bene e Male, senza mai dare all’ascoltatore la possibilità di totale comprensione se la band sia devota al Credo oppure blasfema nel suo renderlo vulnerabile alle forze maligne. La suite di tredici minuti “The Return Of The Beautiful” rappresenta infatti la summa del lirismo di un primitivo Aaron, epica e drammatica narrazione della lotta tra Dio e Satana per la conquista carnale di Madre Natura, ovviamente con finale ambiguo e sinistro. Chiude i giochi l’ottima “Erotic Literature”, anch’essa, come “The Forever People”, condotta prevalentemente su ritmiche death, salvo poi rallentare a centro traccia per uno stacco doom imponente. Un primo album, quindi, assolutamente di valore, forse poco considerato se messo in confronto con la produzione immediatamente posteriore dei Bride, ma che di sicuro è in grado di coinvolgere gli amanti del doom più orientati verso il death. Marcio, proprio come un fiore che appassisce…

TURN LOOSE THE SWANS

MY DYING BRIDE - Turn Loose The Swans
“Turn Loose The Swans”, ad appena un anno di distanza da “As The Flower Withers”, si rivela già essere una notevole maturazione per i suoi autori: l’ingresso in pianta stabile di Martin Powell, tastierista e soprattutto violinista, sposta l’accento delle composizioni in un’ottica più pacifica e tranquilla, decadente e dark. I due strumenti citati, infatti, sono nettamente protagonisti di questo platter, con buona pace delle sonorità prettamente death metal auscultabili sul debut-album. Sembra essere giunta subito al capolinea, a dire il vero, la volontà dei nostri di riprendere influenze floridiane nel loro songwriting, orientato fin dalle prime battute di “Turn Loose The Swans” verso direzioni più originali e ricercate, nonché ai limiti del progressive doom metal. Anche Aaron si adegua alle nuove composizioni e fa ottima, prima comparsa il suo caratteristico stile recitato pulito, così espressivo e straziante da rendere tangibili malessere e dolore. “Sear Me MCMXCIII” è il brano d’apertura, una versione per keys, violino e voce della vecchia “Sear Me”, presente sul primo disco e rivisitata con nuovo testo: dolcissima nel suo mesto incedere, la canzone mette subito in chiaro che ci troveremo di fronte ad un lavoro particolare ed ambizioso. La splendida “Your River”, con i suoi tre minuti abbondanti di introduzione strumentale ‘a piacimento’, sfora davvero in ambiti prog e mostra quanto sperimentali vogliano essere i primi Bride. L’alternanza clean-growl di Aaron funziona alla grande e viene ripetuta nelle successive “The Songless Bird”, più aggressiva e violenta, e “The Snow In My Hand”, dove il violino tesse trame incantevoli e i cambi d’atmosfera diventano quasi un obbligo. E’ la volta poi della monumentale “The Crown Of Sympathy”, brano cantato tutto in clean vocals ma assolutamente inquietante ed oscuro, con linee vocali e riff particolarmente minacciosi – nel finale sembra addirittura anticipare di poco il successo di “Christian Woman” dei Type O Negative. La title-track, posizionata così in fondo alla tracklist, perde un po’ di interesse e mordente, ma è anch’essa dotata di una piacevole alternanza di sensazioni, con una leggera prevalenza del lato buio e malvagio della Sposa. Sipario conclusivo affidato alla atmosferica “Black God”, nella quale troviamo una certa Zena duettare con Aaron fra le brevi lyrics del brano. Drammatica chiusura per un album imprescindibile per la formazione britannica, questo “Turn Loose The Swans”, probabilmente il più avanguardistico della sua carriera, già di per sé parecchio ‘avanti’ rispetto alla massa…

THE ANGEL AND THE DARK RIVER

MY DYING BRIDE - The Angel And The Dark River
Rasenta la perfezione “The Angel And The Dark River”, terzo episodio sulla lunga distanza per i My Dying Bride e consacrazione definitiva del combo originario di Bradford. Due anni sono passati da “Turn Loose The Swans”, ma la maturazione della band sembra non avere fine, procedendo spedita anche per quello che viene solitamente riconosciuto come il capolavoro del sestetto. La prima cosa che salta all’orecchio, fin dai primi ascolti, è la totale assenza del growl di Aaron, deciso ad impostare la sua interpretazione sull’esclusivo uso del pulito drammatico e teatrale, uno dei punti di forza più peculiari della Sposa Morente. Rispetto al lavoro precedente, viene persa un po’ la vena progressive e ci si concentra maggiormente sull’aspetto metallico delle composizioni, senza più tornare al death metal degli esordi, bensì tramutandolo in riffoni più groovy e di stampo gotico. Anathema e soprattutto Paradise Lost stanno anch’essi vivendo momenti di gloria e il movimento inglese comincia ad assumere connotati decisivi. “The Angel And The Dark River” va così ad occupare un posto di assoluto prestigio sia all’interno della scena estrema e oscura, sia per quanto riguarda gli estimatori più ‘classici’ del metallo, i quali si accorgono infine del valore di un gruppo così particolare e unico. Grande merito di ciò va dato alla spettacolare “The Cry Of Mankind”, ancora oggi brano-simbolo dei My Dying Bride ed in grado di commovuere anche a distanza di anni: il pezzo poggia la sua struttura su di un riff dal sapore dolciastro e malinconico e su tastiere gotiche dalla melodia suadente; Aaron declama un testo corroso e decomposto dalla morte del Genere Umano, guidandoci attraverso un Inferno di gelo straziante, ben rappresentato dalla lunga seconda metà della composizione, lento e minimale percorso ambient. La grandezza del disco non si ferma però all’opener, bensì prosegue fin da “From Darkest Skies”, introdotta da un basso spettrale e pesantemente cadenzata, e “Black Voyage”, cupo viaggio attraverso i meandri della Terra, dove manca la Luce e regna il putridume. “A Sea To Suffer In” è un altro piccolo capolavoro, ricco di cambi di tempo e atmosfera e linee vocali più accattivanti del solito, mentre “Two Winters Only” recupera l’appeal acustico di “Turn Loose The Swans”, proponendo due lunghe strofe tristissime dal pallido incedere, alternate ad esplosioni doom intense e vibranti. L’album termina con “Your Shameful Heaven”, introdotta da un leggiadro incipit di violino e poi sferzata da potenti accelerazioni gothic e slow-tempo rocciosi, sicuramente il pezzo più violento del disco. Un lavoro che non ha bisogno di ulteriori descrizioni, ma soltanto di ascolti prolungati e attenti. Fra i top album del genere, da avere assolutamente.

TRINITY

MY DYING BRIDE - Trinity
La release in questione, giustamente intitolata “Trinity” e con una cover più che mai azzeccata, è la raccolta-riassunto dei tre EP di inizio carriera prodotti dai My Dying Bride. Una mossa vagamente commerciale della Peaceville, che però permette ai non cultori dell’underground e delle pubblicazioni minori di avere a disposizione anche i lavori più oscuri e sconosciuti del gruppo. Andiamo ad analizzarne il contenuto singolarmente:

Symphonaire Infernus Et Spera Empyrium
Il primo EP dei Bride è ovviamente influenzato in pieno dalle derive death metal del gruppo, ancor più evidenziate qui che nel debutto “As The Flower Withers”: la lunghissima title-track rispecchia in pieno lo spirito primitivo della band, essendo composta alternativamente da sinistre partiture brutali e aperture rallentate e romantiche, già supportate dal violino dell’ospite Powell. “God Is Alone” non concede spazio a compromessi ed è a tutti gli effetti un brano 100% death metal, una sorta di antipasto alla futura “The Forever People”. Il terzo brano, “De Sade Soliloquay”, concentra in pochi minuti il già discreto songwriting del gruppo, mantenendo comunque alti i connotati di cattiveria e morbosità.

The Thrash Of Naked Limbs
Si presenta con un produzione decisamente migliore, il secondo EP “The Thrash Of Naked Limbs”, antecedente “Turn Loose The Swans”. Nonostante un disco così complesso verrà a breve composto, i brani di questo tre-pezzi ricalcano in lunga parte quanto già proposto dalla Sposa. Non c’è traccia di clean vocals né nella title-track, né in “Gather Me Up Forever”, sebbene sia evidente in queste composizioni un netto calo di velocità media. Discorso a parte merita “Le Cerf Malade”, traccia strumentale che volge lo sguardo verso alcune sonorità già semi-conosciute all’epoca (neo-folk, new age, ambient minimale), ma ancora lungi dal diffondersi: campane a morto, sintetizzatori a simulare bramiti di cervo (il titolo in francese vuol dire appunto ‘il cervo malato’), voci sussurrate e quant’altro farà poi la fortuna (?) di gruppi quali ad esempio i Raison D’Être.

I Am The Bloody Earth
Sorta di semplice appetizer a “The Angel And The Dark River” è invece “I Am The Bloody Earth”, anch’esso composto da tre brani, sebbene fra di essi vada contato il remix di “The Crown Of Sympathy”, variato negli arrangiamenti e accorciato di un minuto rispetto alla versione originale. La title-track presenta finalmente accenni di clean vocals – poca roba, però – ed è solo leggermente inferiore alle canzoni che poi compariranno sul full-length. Su “Trinity”, poi, troviamo una leggera variazione di tracklist, in quanto non è presente “Transcending (Into The Exquisite)”, accantonata per essere sostituita dall’ottima “The Sexuality Of Bereavement”, fra l’altro poi inserita quale bonus-track del digipack dell’imminente album.

LIKE GODS OF THE SUN

MY DYING BRIDE - Like Gods Of The Sun
Dopo il successo di “The Angel And The Dark River” e l’exploit del tour di supporto agli Iron Maiden, per i My Dying Bride il quarto disco in studio, “Like Gods Of The Sun”, assume connotati di fondamentale importanza: siamo nel momento di massima esposizione del gothic metal e anche in altre nazioni, Olanda e Norvegia soprattutto, cominciano ad affermarsi gruppi (The Gathering, Orphanage, Theatre Of Tragedy, The 3rd And The Mortal fra gli altri) che si rifanno in qualche modo all’operato del triumvirato doom inglese. Pare logica e giustificata, quindi, la leggera apertura di Aaron e compagni verso sonorità vagamente più accessibili e commerciali: nulla di esageratamente clamoroso, ma l’aumento di atmosfere dark e gotico-romantiche, a discapito dell’ormai arrugginita prolissità a volte claustrofobica, è piuttosto evidente. Si sprecano i mid-tempo rocciosi e cadenzati, perfetti per vigorosi headbanging, e rari sono i momenti prettamente doomy e dilatati. La title-track, posta in apertura, e la seguente “The Dark Caress” danno subito ampia dimostrazione di quanto detto, sebbene il violino e le tastiere di Martin Powell continuino a rivestire un ruolo chiave nel songwriting della band. “Grace Unhearing” rivela potenzialità dinamiche e psichedeliche quasi inedite per i Bride e pure un paio di assoli di chitarra, davvero merce rara per i nostri. La scelta di Aaron di non esibirsi più in growl sembra ormai certa e difatti “Like Gods Of The Sun” è al 100% in clean vocals; anche i testi seguono il mood del disco e trattano meno morbosamente il rapporto tra Uomo e Dio/Satana, dedicando più spazio a storie vampiresche e decadenti romanze, proprio come in “A Kiss To Remember”, un ottimo brano dalle cangianti atmosfere. “All Swept Away” riprende in versione accorciata le caratteristiche di “Grace Unhearing”, mentre “For You” è il brano scelto quale singolo apripista dell’album: composizione raffinata e delicata, esplode e si quieta in continuazione, trovando la sua forza in un incedere melodico coinvolgente e commovente. Segue la semplice “It Will Come”, altro mid-tempo melodico sul quale sbattere la testa, che va ad introdurre la potente e rapida “Here In The Throat”, condotta da doppia cassa e riffing arrembanti; ovviamente la traccia varia spesso andatura, ma certo si piazza al primo posto della tracklist per violenza ed intensità. Splendido epilogo, infine, grazie a “For My Fallen Angel”, poesia straziante recitata da Aaron tra keyboards malinconiche e violini struggenti, piccola grande meraviglia. Bellissimo album davvero, quindi, “Like Gods Of The Sun” strizza l’occhio anche alle frange più goticone e finto-depresse del pubblico metallaro, lanciando la Sposa Morente verso una popolarità ancora maggiore.

34.788%… COMPLETE

MY DYING BRIDE - 34.788%... Complete
Siamo nel 1998 e, dopo l’abbandono di Rick Miah e soprattutto in seguito alla decisione di Martin Powell di lasciare la band, i My Dying Bride si trovano per la prima volta davanti ad un drastico cambio di line-up: il momento sembra buono per provare a scrivere qualcosa di diverso, osare quanto mai era stato fatto fino allora; il risultato di questo slancio sperimentale si intitola “34.788%…Complete”, un album che riesce nel difficile compito di dividere completamente critica (più clemente) e fan (piuttosto attoniti e delusi). Il disco si presenta subito in modo diverso e atipico dalla solita produzione dei Bride, con una copertina strana e luminosa ed un artwork vario e coloratissimo, al limite della psichedelia. Ed è proprio l’impronta elettronica e psichedelica data al lavoro che fa storcere più il naso agli aficionados dei cinque inglesi. Sparisce del tutto l’ambigua aura religiosa, così come calano drasticamente gli ammiccamenti gothic: si plana così verso un dark metal sperimentale e dagli accenni electro-rock, condito inoltre da testi molto espliciti ed estremi prettamente di natura sessuale. La traccia “Heroin Chic” è la vera ‘chicca’ del lavoro, un lungo brano electro-dark con voci sperimentali, suoni campionati e lyrics che sanno di orgie drogate e snuff movie; inevitabile il rifiuto della parte oltranzista dei fan dei Bride ed inevitabile il ribrezzo del sottoscritto verso tale pezzo. Per fortuna che i restanti episodi di “34.788%…Complete” si barcamenano tra ampia sufficienza e alto gradimento: “The Stance Of Evander Sinque” è un’ottima traccia, cadenzata e sinistra quanto basta, come del resto “Base Level Erotica”, brano che più degli altri si rifà al passato della formazione, decadente e perverso; “Der Überlebende” si trascina un po’ noiosa attraverso melodie troppo ripetitive, mentre “Apocalypse Woman” e la aggressiva “Under Your Wings And Into Your Arms” donano vivacità e velocità ad un album tutto sommato vario e complesso da digerire. Resta l’opener, la solita lunga suite “The Whore, The Cook And The Mother” (gran titolo!), dotata di un ottimo, pesante ma dolce riffing su cui si innestano le vocals filtrate di Aaron, prima di lasciare spazio ad una parte centrale acustica e caratterizzata da voci misteriose. Insomma, questo lavoro è da tutti riconosciuto come il più ardito mai composto dai My Dying Bride, sicuramente in buona parte incompreso, tanto che da lì a breve il gruppo tornerà decisamente – ed alla grande! – sui suoi passi.

THE LIGHT AT THE END OF THE WORLD

MY DYING BRIDE - The Light At The End Of The World
Di vero e proprio ‘ritorno alle radici’ si tratta “The Light At The End Of The World”, sesto album dei My Dying Bride pubblicato ad appena un anno di distanza dal precedente lavoro. L’effetto boomerang di “34.788%…Complete”, il nuovo intoppo per l’assenza di un batterista e la fuoriuscita dal gruppo del chitarrista storico Calvin Robertshaw – probabilmente il più artefice del rischioso esperimento passato – fa decidere Aaron e restanti compagni per un nettissimo dietrofront, proteso direttamente agli esordi del combo, essendo questo disco l’incrocio preciso delle sonorità di “As The Flower Withers” e “Turn Loose The Swans”: ripristino della voce growl, recupero del vecchio logo, artwork infernale e drammatico, ritorno a partiture anche death metal e pochissimo uso di soluzioni acustiche e/o dark; i ragazzi vogliono risultare più metal e oscuri possibile e diciamo tranquillamente che ci riescono in maniera splendida. Le critiche per un evidente rifiuto alla sperimentazione sono probabilmente giustificate, ma “The Light At The End Of The World” non è una mera copia di quanto fatto ad inizio carriera, bensì la semplice ripresa (e conseguente sviluppo) di strade abbandonate forse troppo repentinamente. L’apertura di “She Is The Dark” è fenomenale, traccia completa, decadente ed aggressiva, che si va ad innalzare fra le migliori all-time songs dei Bride, death-doom metal della miglior specie. I pezzi si allungano di nuovo e composizioni quali “Edenbeast”, “Christliar” e la particolare title-track permettono ai britannici di rinverdire la tradizione che li associa a lentezza esecutiva e morbosa atmosfera. Stupisce la violenza con pochi compromessi di “The Fever Sea”, nella quale terremoti death si stringono attorno a riff cadenzati e sinistri, un altro dei brani-clou di questo platter. C’è spazio anche per la melodia dolce e struggente, però, e la terza rivisitazione di “Sear Me” (“Sear Me III”, appunto) è in fondo alla tracklist per dimostrarlo: la canzone ha un ennesimo nuovo testo, praticamente non si riconosce più, eppure il mood antico è quasi palpabile. Altri episodi rileggono in modo più vario tutte le principali caratteristiche della Sposa Morente, mettendo in mostra anche la bravura stilistica del nuovo drummer Shaun Steels, sentito all’opera già su “Alternative 4” degli Anathema: “The Night He Died”, “The Isis Script” e “Into The Lake Of Ghosts” completano un lavoro estremamente piacevole e convincente, soprattutto per chi ha sempre amato la band albionica nella sua versione più estrema e pesante. Non epocale, ma fondamentale per capire passato e presente dei Bride.

THE DREADFUL HOURS

MY DYING BRIDE - The Dreadful Hours
“The Dreadful Hours” è il disco che decreta definitivamente il ritorno in pista dei My Dying Bride, dopo gli anni dubbiosi degli esperimenti e dei ripensamenti. L’ingresso del chitarrista Hamish Glencross, la nuova verve compositiva di Andrew, Ade ed Aaron e la versatilità di Shaun ai tamburi permette al combo di superarsi un’altra volta, dando alla luce un album fantasioso e vigoroso, inquietante e risplendente allo stesso tempo. La terribile immagine di copertina (l’Angelo della Morte che sembra assassinare un bimbo), realizzata dallo stesso Aaron, rappresenta perfettamente il mood del lavoro, inaugurato dall’oscura title-track, pezzo introdotto da cupa pioggia e arpeggi notturni e poi sviluppato su ritmiche possenti ed aggressive, fino al ritorno alla calma del pizzicato: brano dal mood terrificante, il cui testo sembra una ninna-nanna con effetto contrario. “The Dreadful Hours”, fin dalla sua opener, prende forma attraverso brani cangianti e parecchio vari, stavolta accostabili più ad un crocevia tra le sonorità di “Like Gods Of The Sun” e “Turn Loose The Swans”, senza ovviamente tralasciare l’importanza di “The Light At The End Of The World”. “Le Figlie Della Tempesta” – stranamente intitolata in italiano, grazie al suggerimento dell’allora ragazza del vocalist – mostra come i Bride riescano a sperimentare nuove soluzioni senza sforare in obbrobri stilistici (leggi: “Heroin Chic”): la composizione è lunga ed ipnotica, come se accompagnasse Ulisse attraverso le lusinghe del canto malefico delle Sirene, e ci immerge in un antro soffice e vellutato, sinuoso e avvolto da melodie suadenti. L’alternanza growl/clean viene mantenuta anche in questo lavoro, forse meglio che in altri dischi, e prova ne sono le ottime “The Raven And The Rose” e “A Cruel Taste Of Winter”. Quest’opera è però anche ammantata da molta dolcezza e parecchio romanticismo, in un pieno pot-pourri di tutte le tematiche care alla Sposa: “Black Heart Romance”, “The Deepest Of All Hearts” e la più sostenuta “My Hope, The Destroyer” contengono riff di unica poesia e malinconia. I My Dying Bride, come spesso loro abitudine, ci allietano infine con un’autocitazione apprezzatissima, la ripresa della storica “The Return Of The Beautiful”, qui tramutata in “The Return To The Beautiful”, riarrangiata e riregistrata con tecniche moderne e più redditizie. In definitiva, “The Dreadful Hours” è tuttora uno dei lavori più apprezzati dei ragazzi di Bradford, un pelo inferiore agli episodi storici giusto perché è arrivato dopo. Obbligatorio comunque.

SONGS OF DARKNESS, WORDS OF LIGHT

MY DYING BRIDE - Songs Of Darkness, Words Of Light
Oscura, decadente, romantica e perversa, la Sposa Morente torna ad incupire, per l’ottava volta, i nostri viaggi musicali, rabbuiando ogni solare speranza visibile all’orizzonte. Già, in quanto raramente l’oscurità muta in musica meglio di quanto riesca a farlo quando i veicoli di sensazioni sono gli albionici My Dying Bride; e questa volta non si può davvero far altro che spendere parole tenebrose, mortali e soffocanti, scolpite in marmi neri dalle venature rosso-violacee, per descrivere ciò che la storica band ha composto. L’inquietante copertina preannuncia in modo piuttosto netto le peculiarità di questo nuovo dipinto, intitolato “Songs Of Darkness, Words Of Light”: un arazzo terribile, trasudante dolore e drammaticamente tetro, nelle cui scene si riesce a rivivere tutto il panico, la passione, la desolazione e il rimpianto a cui può condurre il binomio Amore/Morte. Anche senza avere a disposizione le lyrics del disco, viene semplice interpretare personalmente, a livello emotivo, le immagini generate dall’ascolto di tale lavoro, probabilmente il più sofferto mai partorito da Aaron e compagni dall’epoca della magnum opus “The Angel And The Dark River”; da scordare, quindi, il precedente “The Dreadful Hours”, le sue cangianti sfumature e le sue mirabili alternanze d’umore: in “Songs Of Darkness, Words Of Light” si trovano soltanto notte, pochissimi barlumi di giorno ed un crepuscolo eterno. A dimostrazione di quanto detto, basti ascoltare l’opener “The Wreckage Of My Flesh”, la quale, com’è presto deducibile dal titolo, rappresenta la Disperazione messa in note, ostica come poche da assimilare e poco coinvolgente; se si pensa ad altre song d’apertura dei Bride, quali la mitica “The Cry Of Mankind”, “She Is The Dark” oppure “The Whore, The Cook And The Mother”, viene da chiedersi con quale dissennatezza il quintetto abbia scelto un brano ‘impossibile’ a mo’ di prima traccia! Di pasta ben più convincente sono le successive “The Scarlet Garden” e “Catherine Blake”, forse gli episodi migliori dell’album, pregne del classico romanticismo decadente da sempre in auge nel sound della band. Mentre “My Wine In Silence” si muove apatica tra riflessioni acustiche ed impennate decise, la più movimentata “The Blue Lotus”, riservante parecchio spazio ad un riffing lentamente cadenzato, risulta maggiormente accattivante e aggressiva; a fasi alterne, invece, scorre la linfa di “The Prize Of Beauty”, che mette in mostra l’inconfondibile e penetrante cantato recitato di Aaron, alternato al suo decente growling-style; con “And My Fury Stands Ready” e “A Doomed Lover”, l’ipnosi è totale e ci guida verso l’uscita del tunnel, alla quale si giunge provati e smarriti, sintomo di quanto l’indigeribilità iniziale del disco in questione sia ardua da sopraffare. Certo, può darsi che “Songs Of Darkness, Words Of Light” diventi una pietra miliare del doom metal con lo scorrere degli eoni, ma per adesso resta palese la sua inferiorità rispetto ad almeno i due lavori precedenti. I fan dei Bride, comunque, dovrebbero riuscire ad apprezzare tranquillamente lo stesso l’album, poco indicato però come apripista verso una conoscenza approfondita del gruppo. Una piccola delusione, da inserire fra i momenti meno salienti di Aaron & Co..

A LINE OF DEATHLESS KINGS

MY DYING BRIDE - A Line Of Deathless Kings
Giunti ormai al nono full-length album, con alle spalle anche svariati EP, una raccolta celebrativa in due volumi e due DVD, i My Dying Bride si ripropongono con “A Line Of Deathless Kings” proprio come i gruppi che, dopo anni di onorata carriera, provano ancora a rinnovarsi, cercando però di non allontanarsi mai troppo dal loro DNA insito. Ecco quindi i nostri albionici intenti a divertirsi a mescolare e rimescolare le carte di album in album, portandoci al cospetto, appunto, della nuova fatica, succedente il poco avvincente ed oscurissimo “Songs Of Darkness, Words Of Light”. Nei lavori della Sposa – ormai è appurato – se si sta bene attenti a seguire ogni riff ed ogni passaggio, si ritroveranno con facilità elementi stilistici provenienti un po’ da tutte le precedenti release; bisogna solo essere in grado, di volta in volta, di identificare a quali di queste il nuovo lavoro si avvicina di più: sia chiaro, non vogliamo sminuire le capacità del gruppo, anzi…ancora una volta la band gioca su umori ed atmosfere, emozioni ed immagini, soave delicatezza e lugubre mestizia; ed ancora una volta riesce a farlo con rinnovata fedeltà ed indefessa onestà. Ma cos’è cambiato, dunque, rispetto all’ultima pubblicazione? Be’, diciamo che “A Line Of Deathless Kings” è più melodico e ‘solare’ del precedente, addirittura quasi catchy; le linee vocali di Aaron sono meno drammatiche e molto più espressive, con davvero pochissimo growl (presente solo nel singolo “Deeper Down” e nell’epilogo death dell’ultima song) e alcune dolcissime intonazioni da brivido; anche le chitarre di Andrew ed Hamish si sono adeguate al cantato e, se da una parte tendono ad essere più dinamiche e groovy, dall’altra recuperano la classica malinconia mista a beata tristezza, vero trade-mark della band. Ascoltate ad esempio il riff d’apertura (e portante) di “L’Amour Detruit”: ci potranno provare migliaia di altri gruppi, ma un riff così straziante e doloroso lo riescono a comporre solo Aaron e compagni! “Like Gods Of The Sun” e “The Dreadful Hours” sembrano reincarnarsi e fondersi in “A Line Of Deathless Kings” più di altri dischi ed un brano come “The Blood, The Wine, The Roses” sembra davvero un residuo bellico riesumato dalle session del primo dei due. I pezzi si equivalgono, dando origine ad una tracklist compatta ed uniforme, ma ponendo su un piccolo piedistallo l’opener “To Remain Tombless” e soprattutto “Thy Raven Wings”, un mini-capolavoro di doom melodico e commovente. Lontani dalle sperimentazioni azzardate, morta e sepolta l’era del violino, i My Dying Bride incastonano un altro grano nel loro consunto rosario insanguinato: non siamo di fronte ad un disco epocale, il gruppo sembra aver dato il meglio di sé nelle prime, mitiche pubblicazioni; ora non resta che stabilire ogni volta se l’operato della band è più o meno valido. E quindi: die-hard fan, esultate un’altra volta! Assonnati denigratori delle lagne di Aaron, silenzio! La Storia non si ripete, ma si evolve. Ed è giusto così.

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