Identikit: SAVATAGE – From The Gutter To The Stage

Pubblicato il 21/02/2015

BIOGRAFIA E DISCOGRAFIA

A cura di Dario Cattaneo
 
Introduzione
Poche band sono universalmente amate dai propri fans come i Savatage. Mentre la maggior parte dei gruppi di un certo successo finiscono inevitabilmente per dividere (quante volte abbiamo sentito frasi come “Systematic Chaos” fa più schifo di “Octavarium”, i Megadeth di “Thirteen” non sono più quelli di una volta, etc…) sui Savatage spesso ci si trova di fronte a giudizi unanimi, giudizi che riconoscono alla band la paternità di almeno tre o quattro capolavori e che ne riconoscono però anche gli inevitabili passi meno ispirati. Un gruppo che unisce quindi, del quale è più spesso facile parlare trovandosi d’accordo che non litigando. Dietro questa facciata di band di relativo successo ma amata dai fan, da cui provengono uno dei più grandi chitarristi e uno dei più eclettici e geniali compositori nella storia del metal classico, i due fratelli Oliva, abbiamo però anche un lato oscuro. Un aspetto che ci parla di line-up tutto sommato poco stabili, di fantasmi e di drammi personali che vanno oltre la prematura morte di Criss Oliva o i problemi di droga del fratello maggiore Jon. Una storia travagliata quindi, quella dei Savatage, ma anche una estremamente interessante.
Noi di Metalitalia.com vi invitiamo a riviverla attraverso questo identikit. Un articolo sicuramente lungi dall’essere esauriente, ma che ripercorre la carriera di questa fantastica band attraverso i suoi dischi esponendo, tra luci e ombre, i vari successi e i passi falsi di una formazione che di sicuro ha contribuito più di tanti a donare al metal classico una dimensione raffinata e teatrale.
SAVATAGE - Intervista Intervista a Chris Caffery - 2002

 Una foto dell’ultima line-up conosciuta dei Savatage

La Fucina di un Identità (1975-1984)
Le prime tracce di attività della band Savatage, o almeno dei suoi due padri fondatori, le ritroviamo intorno alla metà degli Anni ’70, periodo durante il quale Jon e Criss Oliva, fratelli originari della conurbazione di New York, decidono di dedicare il proprio tempo e interesse alla musica. Rispettivamente terzo e quarto di quattro fratelli, Jon e Criss (vero nome Christopher Michael) erano da sempre cresciuti l’uno accanto all’altro, in un ambiente tranquillo, privo dei problemi che sovente macchiano l’infanzia delle rockstar, condividendo tra loro molte delle rispettive passioni, tra cui quella per le macchine e il moto-cross. Fu Jon per primo ad avvicinarsi al mondo della musica pesante, e fu sempre lui a regalare al fratello minore una chitarra, strumento dal quale il ragazzo non si sarebbe poi più separato. Intorno al 1976 i due fratelli, sempre più attratti dal mondo della musica metallica in quegli anni appannaggio di Deep Purple e Judas Priest, fondarono e suonarono in una serie di band minori, chiamate Metropolis, Tower e Alien, rivestendo i ruoli di chitarrista e bassista/cantante. La prima vera incarnazione dei Savatage ebbe però vita solo due anni dopo, nel 1978, quando i due inseparabili fratelli, oramai trasferitisi nei pressi di Tampa in Florida, fondarono gli Avatar insieme con i nuovi amici Keith Collins e Steve Wacholz, rispettivamente basso e batteria. E’ con questa acerba formazione a quattro che i due ragazzi del New Jersey cominciarono a scrivere il grosso delle canzoni che andarono a costituire la spina dorsale dei primi album dei futuri Savatage. Grazie agli Avatar, i primi riconoscimenti cominciarono ad arrivare e i due musicisti iniziarono con i loro compagni ad acquistare una certa fama. A seguito della partecipazione ad una compilation di cui ormai si è perso il nome, nel 1982 gli Avatar pubblicarono un EP autoprodotto contenente il primo vagito della band: “City Beneath The Surface”, un piccolo spaccato heavy di cinque minuti che mise in luce fin da subito alcuni aspetti che andarono poi a definire il complesso sound della band. Per la prima apparizione in full-length bisognò aspettare l’anno successivo, quando i quattro ragazzi raccolsero le idee sfornate fino al momento in una piccola gemma dal titolo “Sirens”, in occasione della cui pubblicazione furono però costretti a mutare il nome della band in Savatage, a causa di problemi di copyright. Debutto trai più importanti nel genere heavy, “Sirens” mostrava un sound acerbo e perfezionabile, ma possedeva già tutti i prodromi delle caratteristiche che avrebbero poi caratterizzato lo stile unico dei Savatage. Il successo non tardò ad arrivare, e il disco lanciò la band in un inatteso tour americano, durante il quale cominciarono a raccogliere le prime ‘legioni’ di fans. Battendo il ferro finché era caldo e rispettando i contratti precedenti con la Par Records prima di approdare sulla major Atlantic, i Savatage pubblicarono solo l’anno dopo l’EP “Dungeons Are Calling”, sfruttando il materiale rimasto fuori dal disco precedente. Nonostante si trattasse appunto di pezzi idealmente ‘scartati’, anche questo EP fu apprezzato, e la perseveranza dei quattro musicisti aprì le porte ad un’era di primi successi.

SAVATAGE– “Sirens” – Par Records (1983)

Savatage - Sirens - 2013

Gli anni trascorsi dalla pubblicazione di questo primo, acerbo, disco dei Savatage hanno di fatto poi mostrato un riguardo che ai tempi non si pensava per queste brevi nove tracce… CONTINUA

SAVATAGE– “Dungeons Are Calling” – Combat Records (1984)

Savatage - The Dungeons Are Calling - 1984

Spesso considerato come un EP e non come la vera seconda release dei Savatage, ”Dungeons Are Calling” è l’album più controverso della carriera della band floridiana… CONTINUA

Il sentiero smarrito (1985-1987)
A “Sirens” e “Dungeons Are Calling” dobbiamo riconoscere il pregio di introdurci, in una maniera ancora molto embrionale, quel sound Savatage che conquisterà negli anni a venire così tanti cuori metallici. Ma prima dell’esplosione vera e propria, doveva trascorrere ancora una fase. Si trattava di quel particolare momento in cui una band comincia a lavorare con l’ottica di ottenere un certo tipo di responso, ma per farlo si introduce per la prima volta nel duro ambiente della musica governata delle major. Il risultato del turbolento innesto della realtà Savatage nel mondo della grande distribuzione fu rappresentato da due album in qualche modo incompleti, che subirono troppo la pressione del periodo storico durante il quale uscivano. Il 1985, lo ricordiamo, fu un anno d’oro per il metal. Le compagini in testa alla scena heavy stavano proprio in quel momento mettendo a segno i loro colpi più potenti: gli Iron Maiden portavano oltreoceano il monumentale “World Slavery Tour” a supporto del capolavoro “Powerslave”, e i Judas Priest vivevano ancora di rendita del successo dell’immortale “Defenders of The Faith”. In questo periodo pieno di fermento, la proposta dei Savatage, sui primi due album così personale ed interessante, finì per essere soffocata sotto al peso di un manierismo non scritto, un meccanismo che imponeva alle band annoverabili nei ranghi del metal classico di avere uno specifico tipo di sound e una specifica produzione sonora. Paradossalmente, in seguito, furono proprio le due band britanniche appena citate a mutare le coordinate del sound heavy grazie a lavori quali “Somewhere In Time” e “Turbo”, ma lo fecero forti di un esperienza che ai Savatage ancora mancava. Fu così che nella convulsa metà degli Anni ’80, la creatura dei fratelli Oliva finì per perdere l’onda e arrivare, per ben due volte, in ritardo sugli scossoni di mercato. Passati alla Atlantic solo l’anno prima, il primo passo nella ‘scena grande’ del metal lo compirono con “Power Of The Night”, un disco pregevole ma piuttosto manierista, che sfruttava solo in parte quella forte personalità che i fan tanto avevano apprezzato dei primi due record. Con i propri punti forti seppelliti sotto un approccio e una produzione troppo ortodossi, l’uscita non colpì come doveva, e la parziale sbandata (diciamo parziale perché il disco rimane comunque bello) non restituì alla major il ritorno economico che si sarebbe aspettata dalla band. Fu così che i due fratelli, ora privi del bassista Collins, rimpiazzato dal più esperto Johnny Lee Middleton, furono costretti dalla label stessa ad abbracciare una direzione sonora più melodica, a loro non consona. La scelta diede come frutto solo l’insufficiente “Fight For The Rock”, album invero scialbo anche se acceso da qualche barlume di genialità qua e là. La via del declino sembrava ormai tracciata, ma proprio mentre una delle migliori band metal dei nostri tempi stava per perdersi per strada, l’incontro di Jon Oliva col compositore e produttore Paul O’Neill salvò la baracca, facendo schiudere il bozzolo e nascere la farfalla.

SAVATAGE– “Power Of The Night” – Atlantic Records (1985)

Savatage - Power Of The Night - 1985

“Power Of The Night” rappresenta, nella storia dei Savatage e più ampiamente nella storia dell’heavy ottantiano, il classico album di transizione… CONTINUA

SAVATAGE– “Fight For The Rock” – Atlantic Records (1986)

Savatage - Fight For The Rock - 1986

Il momento più ‘basso’ della carriera dei Savatage viene, in maniera più o meno universale, identificato con questo controverso disco…CONTINUA

L’apice della creatività (1987-1991)
Durante il tour di “Fight For The Rock”, Jon Oliva venne casualmente in contatto con il produttore Paul O’Neill, personaggio che da quel momento in poi sarà sempre legato a doppio filo alla band. Appassionato di teatro, di letteratura e conoscitore di musica esterna al solo ambito rock/metal, fu proprio Paul il perfetto complemento per la compressa ma mai domata personalità dei due fratelli. Come una mano incorporea che sollevi il beccuccio di una pentola a pressione, O’Neill fu l’input che mancava a Jon per capire da che parte doveva muoversi. Abbandonando di botto ogni velleità di attaccarsi al carrozzone glam, musica che non gli apparteneva, e accantonando anche la tentazione di un facile successo mutuando elementi scontati dalla scena metal ottantiana, Jon e Paul riportarono i Savatage alle radici del proprio sound, riuscendo a dare al sound quell’esplosività che in ultima battuta rappresenta ancora oggi la forza della personalità della band. Il risultato fu l’album capolavoro “Hall Of The Mountain King”, uscita discografica targata 1987 che rimetteva ogni elemento al posto in cui doveva stare. Tornò la malvagia follia nella voce di Jon, esplose il coraggio di un Criss mai così protagonista, e tornarono i cupi e minacciosi testi a sfondo epico e mitologico presenti su “Sirens”. Il disco fu un successo immediato e i ragazzi calcarono immediatamente l’onda, partendo subito in un gigantesco tour mondiale con Ronnie James Dio e Megadeth. Come spesso succede però, l’apice di una carriera è anche il momento in cui il successo comincia a chiedere il suo tributo più pesante, e nemmeno i Savatage non scapparono da questa legge non scritta. A causa sopratutto di un Jon sempre più schiavo delle droghe, i Nostri cominciano ad accusare qualche colpo. Sul finire dell’anno, le sostanze chimiche di cui il cantante era ormai schiavo imposero infatti all’intera band (alle cui fila si era unito in tempi recenti l’amico Chris Caffery) l’interruzione della serie di date, al fine di permettere la riabilitazione anche dal punto di vista vocale di quest’ultimo. Occasione fu questa anche per tirare le somme sulla direzione musicale da seguire. Nonostante il periodo turbolento, il gruppo non perse infatti la presa sul momento di grazia e già col successivo “Gutter Ballet” firmò un altro capolavoro, completamento del loro cammino verso lidi più operistici e teatrali. Arricchito da un largo uso di synth ma soprattutto del pianoforte, il sesto album della band può considerarsi uno trai loro lavori più riusciti ed intensi, il primo vero precursore del sound che negli album successivi diventerà caratteristico. Il problemi di droga, la rinnovata ed elegante veste sonora e la creatività fuori dal comune furono poi il background da cui nacque “Streets”, il loro lavoro forse più ambizioso. Un altro capolavoro di metal operistico e drammatico, “Streets” fu una delle prime cosiddette ‘rock opera’, un disco caratterizzato da un’unica storia (in questo caso anche fortemente autobiografica) narrata nello scorrere delle varie canzoni. Con un terzo capolavoro di fila i Savatage chiusero il proprio periodo migliore, imboccando una più difficile e cupa fase della carriera che, vedremo, ci donerà però ancora moltissime soddisfazioni.

SAVATAGE– “Hall Of The Mountain King” – Atlantic Records (1987)

Savatage - Hall of The Mountain King - 1987

“Behind the wheel just went along!!!!” Subito dopo il perentorio riff di Criss, Jon irrompe come una furia con queste esatte parole… CONTINUA

SAVATAGE– “Gutter Ballet” – Atlantic Records (1989)

Savatage - Gutter Ballet - 1989

Anche se “Prelude To Madness”, l’interessante intro alla title-track dell’album precedente, c’e l’aveva già fatto presagire; il passaggio dei Savatage dal sound più heavy degli esordi a quello più progressive e elegante degli ultimi lavori avviene proprio a cavallo di questo seminale album… CONTINUA

SAVATAGE– “Streets: A Rock Opera” – Atlantic Records (1991)

Savatage - Streets - Identikit

I Savatage sono da sempre una band atipica. Capaci di sfornare due album consecutivi, di cui uno considerato universalmente come una ciofeca tremenda ed il successivo invece tra i migliori da loro composti, sono da sempre contraddistinti da una carriera che alterna numerose fasi di chiari e scuri… CONTINUA

Una parentesi difficile: la tragedia di Criss (1991-1994)
Ancor prima che avvenisse la più grande tragedia che potesse colpire la band, si respirava però  in casa Savatage un’aria piuttosto pesante. Nonostante i cinque anni appena trascorsi avessero visto la pubblicazione consecutiva di tre indiscussi capolavori, la situazione personale dei vari membri, soprattutto quella del leader Jon, non si poteva dire idilliaca. Uscito con più che qualche cicatrice dal baratro dell’abuso di stupefacenti nel quale era caduto, Jon dimostrò anche in seguito una certa difficoltà a venire a patti con le conseguenze di quel confusionario e repentino successo. Le sue condizioni di salute generale cominciarono rapidamente a peggiorare (la stazza attuale del frontman la conosciamo tutti) e ulteriori analisi mediche sollevarono diversi dubbi sul fatto se egli avesse potuto o meno continuare a cantare. Chiudere una carriera come quella dei Savatage nel momento di maggior spinta era impensabile, e la soluzione che allora si trovò, e che si rivelò poi anche di un certo successo, fu quella di inserire un nuovo cantante, impiegando Jon solo alle tastiere, senza però rinunciare all’affilatissima vena compositiva. Dietro al microfono fu messo il singer di origine bosniaca Zachary Stevens, un frontman dalla timbrica assai diversa da quella di Jon, ma dotato di una potenza paragonabile e di un’altrettanto spiccata capacità espressiva, assolutamente necessaria per confrontarsi con l’eredità di pezzi dall’elevata teatralità come “Believe”, o “Where The Crowds Are Gone”. Il risultato dell’innesto fu “Edge Of Thorns”, un disco transitorio come lo fu “Power Of The Night”, con la differenza che qui parliamo di un album decisamente più bello, che spesso viene annoverato trai preferiti di tanti fan. La musica dei Savatage era sempre più orientata al prog e al sinfonico, le strutture più crude e dirette di “Hall of The Mountain King” o “Gutter Ballet” virate alla drammaticità e maturità del songwriting di “Streets”. Da questo punto di vista si rivelò vincente l’idea di modificare il sound di batteria (Wacholz usa qui una batteria completamente elettronica) e in parte anche della chitarra per adattarsi alla nuova timbrica vocale, e il disco richiamò infatti un buon successo. Subito dopo la pubblicazione di “Edge Of Thorns”, precisamente il giorno 17 Ottobre 1993, il chitarrista e fondatore Criss Oliva morì, investito da un automobilista ubriaco che invase la corsia sulla quale il musicista viaggiava con la moglie Dawn. Il contraccolpo della morte di Criss fu tremendo per i membri dei Savatage, specialmente per il fratello Jon, che si ripresenterà infatti sui palchi solo dopo un anno, decisamente ingrassato. Facendo fede a un patto stipulato col fratello, patto secondo il quale se uno dei due fosse stato impossibilitato a continuare col progetto Savatage l’altro avrebbe dovuto invece andare avanti, il compositore e cantante rifiutò di mollare il colpo e si chiuse in studio un’altra volta, uscendo solo l’anno successivo con un nuovo disco dal titolo “Handful Of Rain”. Un lavoro cupo e drammatico nel quale la quasi totalità degli strumenti venne suonata da Jon stesso nella solitudine del suo studio. Della partita furono anche il cantante Stevens, presente su tutti i pezzi, e il famoso chitarrista Alex Skolnick, all’epoca ex-Testament, incaricato di coprire il difficile ruolo di solista in questa versione a ranghi ridotti del Savatage. Anche nella versione ‘dal vivo’ la band subì pesanti modifiche, con lo storico batterista Wacholz che abbandonò i tamburi, sostituito in sede live da Jeff Plate.

SAVATAGE– “Edge Of Thorns” – Atlantic Records (1993)

Savatage - Edge of Thorns - 1993

La storia ci ha consegnato “Edge of Thorns” come un album dai molteplici significati… CONTINUA

SAVATAGE– “Handful Of Rain” – Atlantic Records (1994)

Savatage - Handful Of Rain - 1994

Non è facile lavorare in certe condizioni. Quasi impossibile. Ma alle volte qualcosa ti sprona, ti parla dentro, e riesce a farti fare qualcosa che non ti aspettavi, o che magari nemmeno pensavi di poter fare… CONTINUA

Le tende non si sono ancora chiuse… i nuovi Savatage (1995-2000)
I loro cambiamenti i Savatage non se li sono mai veramente cercati. Colpiti dal destino, numerose volte e in maniera spesso dolorosa, hanno sempre saputo far tesoro delle cose belle che accadevano loro, e hanno saputo anche trasformare in nuovi input tutti i lividi lasciati sulla loro pelle dalle botte della vita. Così come il loro più grosso flop (“Fight For The Rock”) funzionò poi da trampolino per i tre album del periodo d’oro, la tragedia di Criss e il temporaneo abbandono nel 1993 di Jon fornirono nuovi spunti per un rilancio della band; spunti che poi finirono assorbiti nel sound e riforgiati in quella che diventerà la realtà Savatage dell’ultimo periodo. Con uno Zachary Stevens oramai a suo agio nelle fila del gruppo, forti di un nuovo sound lontano da fonti di ispirazione riconoscibili, i Savatage furono perfettamente padroni di definire il proprio futuro artistico come lo volevano. Oliva e O’Neill non fecero passare nemmeno un anno prima di mettersi nuovamente al lavoro per partorire in pochi mesi un altro album straordinario, l’ultimo vero capolavoro della band. “Dead Winter Dead” vide la luce sul finire del 1995, e ci presentò la band nuovamente alle prese con un concept album ancora più ambizioso rispetto a “Streets”, basato su una storia ancora più coinvolgente. Trattando delle drammatiche vicende di tre personaggi di etnie diverse, il disco dipingeva il ritratto della Sarajevo della guerra in Bosnia, e usava come colori i sentimenti forti e contrastanti quali l’amore e l’odio, la solitudine e l’orrore della guerra. Grazie alla ricchezza lirica e compositiva di “Dead Winter Dead”, i Savatage perpetuarono ancora il proprio stile ricco ed elegante, raggiungendo vette di espressività che sicuramente avevano già toccato, ma che fino ad allora erano declinate su un diverso tipo di musica. Due anni dopo il fuoco artificiale di “Dead Winter Dead”, venne poi dato alle stampe il nuovo album “The Wake Of Magellan”, il quale non segnò nuovi passi in avanti ma si concentrò piuttosto sul rafforzamento e l’affinamento dello stile forgiato fino a quel momento. L’album era comunque bellissimo, molto più vicino stilisticamente al disco precedente di quanto fosse mai successo in carriera nei Savatage. L’impressione che se ne ricavò fu quella di una band che ormai aveva raggiunto una situazione di equilibrio che le rendeva possibile portare avanti la propria carriera forte di un sound ormai riconoscibilissimo, costruito su anni di duro lavoro. “The Wake Of Magellan” venne subito seguito da un lungo tour che riportò la band in giro per il mondo nella stessa formazione di “Dead Winter Dead”, altro fatto inedito. In una carriera da sempre caratterizzata da una forte instabilità e dalla ricchezza di eventi, quell’ultimo periodo parve essere uno dei più tranquilli per i ‘nuovi’ Savatage.

SAVATAGE– “Dead Winter Dead” – Atlantic Records (1995)

Savatage - Dead Winter Dead - 1995

All’indomani della strana, ma comprensibile, gestazione solitaria di “Handful Of Rain” Jon Oliva, convinto anche dal buon risultato del tour di supporto, decide di dare nuovamente una fisionomia da vera band al progetto Savatage, ritornando così ad una canonica formazione a cinque… CONTINUA

SAVATAGE– “Wake Of Magellan” – Atlantic Records (1997)

Savatage - The Wake Of Magellan - 1997

Forse per la prima volta nella storia, troviamo un disco dei Savatage con la stessa formazione del precedente. Se si escludono i primi due album infatti, ad ogni battito discografico dei Nostri c’è stato almeno un inserimento o un abbandono… CONTINUA

Si chiude il sipario: l’ultimo album (2001)
Dopo un intervallo di tempo di più lungo del solito, ben quattro anni, uscì infine quello che sarà (per sempre?) l’ultimo album dei Savatage: “Poets And Madmen”. Alle volte definito come ‘non ispiratissimo’, alle volte ritenuto come un bellissimo canto del cigno, anche quest’album, come tutti quelli analizzati finora, non lasciò però indifferenti i fan. La cosa che però alla lunga finisce tuttora per saltare all’occhio è il ripetersi della struttura costruttiva dei due album precedenti. Ancora una volta un concept, ancora una volta basato su un intreccio che vede vite e vicende diverse incontrarsi su un drammatico sfondo comune; ancora una volta un album contenente almeno una suite con la classica sezione sinfonica con i controcanti. Un disco insomma perfettamente allineabile con l’ultimo periodo della band, cosa che forse portò la band stessa a smettere di comporre nuova musica. Forse. Forse lo standardizzarsi su coordinate di sicuro successo, ma sempre le stesse, non si adattava alla personalità irrequieta e mutevole di Jon Oliva. Forse, lo stesso Jon vedeva nei Savatage attuali una versione un po’ diversa dell’allora recente progetto Transiberian Orchestra, nel quale egli fu coinvolto fin dagli inizi, piuttosto che i veri Savatage. O, ancora forse, a Jon serviva semplicemente respirare un aria diversa, che pareva aver trovato nei suoi nuovi Jon Oliva’s Pain. Forse. Non lo sapremo mai veramente, nonostante le numerose dichiarazioni del ex mastermind della band facciano propendere decisamente verso una specifica tra le ipotesi sopra riportate, ma quello che rimane un dato di fatto è che dal 2001, anno di pubblicazione del ‘testamento’ “Poets And Madman”, di musica originale da parte dei Savatage intesi come band non ne abbiamo più avuta.

SAVATAGE– “Poets And Madmen” – SPV(2001)

Savatage - Poets And Madmen - 2001

Difficile affezionarsi a “Poets And Madmen”. Un po’ dobbiamo ammettere che l’album ci mette del suo (non è immune da difetti, come vedremo), ma un po’ della diffidenza che molti fan nutrono verso questo lavoro è anche il prodotto secondario di una serie di condizioni al contorno… CONTINUA

Che fine hanno fatto i Savatage? Nessuno è veramente scomparso, ad esempio il bassista storico Middleton e il batterista Plate si sono uniti diverse volte allo splendido carrozzone della Transiberian Orchestra, qualcun altro, come Chris Caffery si è rivisto in diverse salse tra dischi solisti e partecipazioni, e qualcuno ancora ha costruito negli anni band di un discreto successo, come Zachary Stevens con i suoi “Circle II Circle”.
In qualche modo, però, l’ombra dei Savatage continua ancora adesso a stagliarsi su ciascuno di questi progetti e di queste persone. Solo due anni fa, Jon Oliva stesso suonò al Live Music Club di Trezzo sull’Adda l’intero “Hall Of The Mountain King”, attirando tantissimi fan dei Savatage e suscitando sensazioni vivissime in tutti i presenti. Più o meno nello stesso periodo, Stevens e Caffery portavano in concerto l’intero “Wake Of Magellan”, anche qui accompagnati dagli applausi di un numero rilevante di fan. Ad agosto 2014 arrivò poi lo scossone (positivo) della notizia di una reunion live dei Savatage, in occasione del festival tedesco Wacken Open Air 2015. Pur senza più sperare in una forzatissima reunion della band post-Criss anche su disco, l’impressione che ne ricaviamo è quella che, a poco a poco, ognuno dei coinvolti stia vendendo a patti con la visione che aveva di quell’importantissimo ma turbolento capitolo della propria vita che si chiamava Savatage. Possiamo capirli.
Come si dovrebbe essere evinto dalle parole lette in questo breve trattato, la carriera della band è stata sempre strana, forse apparentemente schiava del mutamento e dell’incertezza, ma con un’unica grande certezza: una musica bellissima, personale, matura. Unica. In tutti i sensi.

DISCOGRAFIA ESSENZIALE

Album regolari

1983 – Sirens
1984 – Dungeons Are Calling
1985 – Power Of The Night
1986 – Fight For The Rock
1987 – Hall Of The Mountain King
1989 – Gutter Ballet
1991 – Streets
1993 – Edge Of Thorns
1994 – Handful Of Rain
1995 – Dead Winter Dead
1997 – Wake Of Magellan
2001 – Poets And Madmen

Compilation

1992 – From The Dungeons To The Streets
1995 – From The Gutter To The Stage
1997 – The Best And The Rest
2010 – Still The Orchestra Plays (Boxed Set)

Live

1994 – Japan Live ’94
1995 – Live Devastation
1995 – Ghost In The Ruins: A Tribute To Criss Oliva

PROSSIMI CONCERTI

29 commenti
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