IDENTIKIT: Sepultura – ‘Attitude Is Respect!’

Pubblicato il 22/07/2009

NOTE BIOGRAFICHE

Speciale a cura di Marco Gallarati

BIOGRAFIA

Introduzione
Stendere una biografia accurata e completa sui Sepultura, sperando di non tralasciare niente, sarebbe pura utopia, tanti sono gli aneddoti e le storie da raccontare sulla band brasiliana più famosa del mondo, uno dei pochi gruppi metal del pianeta che, partendo da basi ultra-underground e da Terzo Mondo, ha saputo raggiungere vette di successo davvero importanti. In questa sede, quindi, ci limiteremo semplicemente a fornirvi una più o meno dettagliata storia cronologica degli avvenimenti che hanno caratterizzato la carriera della formazione in questione, ricca di colpi di scena, botte di fortuna e drammatici accadimenti. Di seguito, come nostra abitudine in queste monografie, potrete trovare le recensioni di tutta la discografia dei carioca. E dunque, buona lettura!


Dall’Inferno al Manicomio

I Sepultura nascono nel 1984, giusto venticinque anni fa, nel sud-est del Brasile, nella città di Belo Horizonte, capitale dello stato del Minas Gerais. Non si tratta di una metropoli, come possono esserlo Rio de Janeiro o San Paolo, ma quello che più importa è che a Belo Horizonte il 30% della popolazione è composta da oriundi italiani, fra i quali si fanno notare, nella nascostissima scena metal locale, i fratelli Massimiliano Antonio Cavalera e Igor Graziano Cavalera, in quegli anni appena quattordicenni ma già innamorati della musica più estrema fuori in quel periodo, da Metallica a Motorhead, da Slayer a Venom, da Celtic Frost a Discharge. Trovati in Jairo Guedz e Paulo Xisto Pinto Junior dei validi compari, i fratelli Cavalera danno origine così ai Sepultura in un contesto, quello brasiliano degli anni ’80 sommato alla nascita del movimento estremo metallico in pieno atto, che li porta a voler proporre della musica più veloce, malvagia e cattiva possibile, sfociata in breve tempo nei loro primi lavori, gli acerbissimi “Bestial Devastation” e “Morbid Visions”. E’ l’etichetta locale Cogumelo Records a notare per prima la carica veemente e genuina che i Sepultura comunicano all’ascoltatore, facendo uscire nel 1985 uno split-CD che vede proprio i Sepultura duettare con i connazionali Overdose: i brani di “Bestial Devastation” sono primitivi, scarni e spesso ingenui, ma contengono in se una rabbia e una frustrazione fin da allora tangibili. Non è da meno il primo full ufficiale del gruppo, l’ormai storico “Morbid Visions”, pubblicato nel 1986 e ricalcante in toto le caratteristiche iniziali dei Seps, ovvero una tendenza al limite del ridicolo nel volersi mostrare satanici e infernali fino allo stremo, incorniciando composizioni thrash-death-oriented con un immaginario lirico veramente degno del nerd satanista della chiesetta sconsacrata di provincia, un’attitudine che fortunatamente poco dopo i fratelli Cavalera sceglieranno di abbandonare per dedicarsi a qualcosa di più impegnato e profondo. I ragazzi cominciano quindi a girare per il Brasile, dove stanno assommando consensi su consensi, ma un primo, decisivo cambio di line-up è alle porte: Jairo Guedz – conosciuto fino allora come Jairo Tormentor – decide di lasciare i Sepultura ed il posto vacante di chitarrista viene preso direttamente dal roadie di Max, un brasiliano di origini tedesche di nome Andreas Rudolf Kisser. L’entrata nella band di Kisser è subito decisiva, sia in fase di composizione, dove il talento del nuovo arrivato si fa luce attraverso assoli particolari e molto personali, sia in fase di scrittura testi, ora ad opera del frontman Max e dello stesso Kisser. Il frutto della formazione rinnovata, nel 1987, prende il nome di “Schizophrenia”, probabilmente il vero esordio dei veri Sepultura, quelli della line-up storica composta da Max, Andreas, Igor e Paulo e senza più nickname assurdi: l’album esce ancora per la Cogumelo, label che garantisce ai Seps un’ottima promozione nazionale ma che non ha abbastanza budget per arrivare né negli Stati Uniti, né tantomeno in Europa, dove intanto il thrash metal spopola ed il death propone i suoi primevi grugniti. Nonostante la bontà qualitativa di “Schizophrenia”, Max e compagni si sentono bloccati dalle limitazioni che le scarse strutture del loro Paese li costringono a sopportare; ma la grandezza di una band – ed in particolare quella dei Sepultura – si misura anche attraverso il carisma ed il coraggio dei suoi componenti: Max decide infatti di volare personalmente negli States per proporre in giro il loro nuovo lavoro. E’ grazie a questo viaggio allucinante, quest’ultima speranza, che i Sepultura segnano il gol della vittoria nei minuti di recupero: il cantante/chitarrista torna a Belo Horizonte con un contratto di distribuzione mondiale per “Schizophrenia” firmato negli uffici americani della Roadrunner Records, label olandese che in quegli anni detta legge in ambito extreme metal. Attraverso la Roadracer, sub-label della Roadrunner, la band sudamericana sta finalmente per uscire da sotto le macerie


Sotto un pallido Cielo Grigio…

“Beneath The Remains” è il titolo del quarto disco dei Sepultura, finalmente pubblicato con tutti i crismi dovuti ad un’opera professionale, con una cover azzeccata ad opera di Michael R. Whelan e la produzione stratosferica di Scott Burns. L’album è violentissimo e velocissimo, rabbioso, crudele, un missile terra-aria. Igor Cavalera sfodera tutta la sua potenza alle drums, divenendo punto focale delle composizioni del gruppo, grazie ad uno stile che inizia ad incorporare pian piano elementi tribali e percussivi tipici della cultura ritmica sudamericana. Per moltissimi fan, tuttora, “Beneath The Remains” resta il capolavoro assoluto dei carioca, messo in discussione solo dal successivo “Arise”, edito nel 1991 dopo che i ragazzi hanno sperimentato per la prima volta l’ebbrezza di cimentarsi in prolungati tour al di fuori del Brasile, di supporto ai Sodom in Europa e poi su negli USA e in Messico. “Arise” è la naturale evoluzione del precedente lavoro, meno assassino forse, ma più avvincente e bilanciato e leggermente votato alla sperimentazione. Max ormai propone lyrics intelligenti, spesso miscelate ad un credo tutto personale e sempre anticonformista che dona all’aura dei Seps un ventaglio di valori ruspanti e concreti impossibili da criticare. L’essere cresciuti fianco a fianco a realtà da Terzo Mondo, con lo spettro delle favelas, dei meniños de rua, della polizia corrotta e violenta costantemente in agguato pone la band su un gradino un pelo superiore a quello su cui si esibiscono altre formazioni, magari provenienti da zone più agiate e tranquille del mondo. Un primo, tragico evento è però pronto a porre ostacoli sul cammino del gruppo: durante il concerto tenuto a San Paolo appena fuori lo stadio Pacaembu, in occasione del rientro dei ragazzi da una serie di show all’estero, l’entusiasmo della folla degenera in isteria e un ragazzo viene assassinato. Da quel momento in poi, per diversi anni, esibirsi nella loro terra per i Sepultura sarà possibile solo dopo estenuanti trattative per singola data: la credenza che i loro fan fossero violenti facinorosi si instaura talmente bene in Brasile da portare il Paese al ripudio della sua band più famosa. Per il resto, il post-“Arise” si svolge in piena regola, confermando il successo crescente di un gruppo ormai sicuro delle sue capacità e sempre più tendente alla sperimentazione, come confermano in pieno i due successivi lavori, zenit e nadir di un combo che ha fatto la Storia del metal…

Il Caos prima della Fine
L’apice della loro carriera i Sepultura lo raggiungono nel 1993, quando, in piena era grunge, esce “Chaos A.D.”, lavoro di thrash-death metal sperimentale, che si mischia all’hardcore-punk, al groove spaccaossa dei Pantera e ai tribalismi che finalmente esplodono in tutta la loro influenza, per dare vita ad un platter fra i più venduti degli anni ’90. Chi non conosce pezzi quali “Territory” e “Refuse/Resist”, due colonne portanti del metal più diffuso anche fra la massa di non strettamente appassionati? Il gruppo ormai si divide tra Brasile e Stati Uniti durante le pause tra un tour e l’altro, ma ciò che dà linfa vitale ai quattro Seps è il mastodontico successo che ottiene “Chaos A.D.”, che li porta a suonare addirittura in Russia e ad essere la prima band latino-americana a suonare al Monsters Of Rock di Donington, Inghilterra. Il pezzo “Kaiowas”, interamente acustico, dà un chiaro segnale di dove stanno andando a parare i Sepultura, sempre più orientati a scavare nel proprio passato e nel proprio background d’origine, verso una riscoperta di radici musicali in parte perse e dimenticate. E quindi, dopo che nel 1994 Max Cavalera dà sfogo al proprio ego unendosi ad Alex Newport dei Fudge Tunnel per dare vita al progetto sperimentale Nailbomb (un full, un concerto, un live-album, la concisa ma pesantissima esistenza dell’industrial-metal band), l’attesa di tre anni che precede l’uscita di “Roots” si polarizza di aspettative mostruose e forse fin troppo cariche. I Sepultura concepiscono l’album in un clima di pressione notevole, vuoi per l’importanza del lavoro in sé, vuoi per la scelta di un produttore, Ross Robinson, molto particolare e dai metodi quasi violenti, appena venuto alla ribalta grazie all’exploit dell’omonimo debutto dei Korn, formazione che ha dato sicuramente molti spunti agli autori di “Roots”. Ma la peculiarità maggiore del disco in questione è di certo la completa fusione tra il metallo groovy e thrashy del gruppo con la musica tribale degli indigeni dell’Amazzonia, presso i quali Max e compari trascorrono diversi giorni di vita comune. Gli Xavante – questo il nome della tribù primitiva – partecipano anche ad un paio di song del lavoro e la traccia “Itsàri” altro non è che un loro brano rituale registrato in presa diretta proprio nella loro stessa riserva. L’effetto che un platter di siffatte caratteristiche ha sulla comunità metallara e sui fan della band è dirompente e, come facilmente prevedibile, “Roots” viene amato, odiato oppure poco capito. La tensione all’interno del gruppo carioca, già piuttosto alta, non accenna a diminuire con l’inizio della stagione di concerti e, anzi, il secondo tragico evento della storia dei Sepultura va ad assumere i connotati di punto di non ritorno: poche ore prima dell’esibizione al Monsters Of Rock del 1996, i ragazzi vengono informati della morte accidentale di Dana ‘D-Low’ Wells, figlio di Gloria Cavalera, manager della band e moglie di Max; i due lasciano Donington per tornare in America e, per la prima, tristissima volta, Andreas, Igor e Paulo sono costretti ad esibirsi come trio, con Kisser ad occuparsi delle voci. Tutto sembra sistemarsi per il meglio nei mesi successivi, ma la ferita, sottopelle, si infetta nel tempo: Gloria non è ben accetta quale manager dal resto del gruppo e il solo Max pare intenzionato a volerla confermare tale; sul finire dell’anno, ecco il colpo di scena che nessuno si sarebbe mai aspettato: Max Cavalera, uno dei personaggi più carismatici ed influenti dell’intero metal-biz, abbandona i Sepultura, lasciando un rumorosissimo silenzio alle sue spalle e troncando di netto i rapporti anche con l’amato fratello minore Igor. E’ uno degli accadimenti dei Nineties che più hanno tenuto banco sulle riviste di settore, senza ombra di dubbio, in quanto con la perdita del loro frontman i restanti Sepultura sono dati praticamente per morti. Pare proprio l’inizio della Fine…

Sepulnation: solo sterili Velleità
Dopo una serie di interviste e dichiarazioni in parte esplicative ed in parte poco chiare, il primo dei due ‘contendenti’ a muoversi è l’auto-esiliatosi Max, che fonda i suoi Soulfly sull’onda della rabbia e della tristezza provocategli da una parte dalla morte del figliastro e dall’altra parte dalla scissione dai suoi compagni più cari. Anche i Sepultura si riattivano e, superato qualche tentennamento, decidono di andare avanti con il monicker storico e di reclutare un nuovo frontman. La Roadrunner Records ha nei suoi ranghi quindi due galline dalle uova d’oro e, con sagacia legittima, attende il 1998 per pubblicare entrambi i dischi nuovi delle due formazioni: il confronto che ne esce dà risultato incredibilmente impari! L’omonimo debutto dei Soulfly è l’ideale prosecuzione di “Roots” dei Sepultura, platter viscerale e totalmente genuino, un capolavoro di sfogo e frustrazione riversati su CD; “Against” dei Sepultura ‘ufficiali’, invece, è un fiasco quasi totale, rovinato da scelte di gestione che la band non risolverà certo a breve, anzi, che ancora si trascina appresso: Derrick Green è il cantante scelto dopo centinaia di audizioni, impostate dai Seps, più che sull’effettiva capacità interpretativa dei candidati, sul saper integrarsi o meno nella ‘familia brasileira’. Ebbene, Green, un americano di colore di dimensioni bibliche, ha una presenza scenica di certo importante, ma una voce che mal si sposa con il nuovo corso del gruppo, ora orientato su un metal-hardcore tribale e dal carattere sperimentale che ha purtroppo il grave difetto di non risultare né feroce, né anthemico, né abbastanza arrabbiato. “Against” vende comunque piuttosto bene, ma è chiaro come per Kisser & Co. il futuro non si prospetti molto roseo. Dopo un’ottima serie di tour, fra i quali è da ricordare quello di supporto agli Slayer, e successi internazionali, i Sepultura si ritrovano in studio per scrivere un nuovo capitolo discografico, che prenderà le sembianze, nel 2001, sottoforma di “Nation”. Tale disco, composto in un clima più compatto, coeso e rilassato rispetto alle ultime sessioni di songwriting, supera agevolmente il valore di “Against”, ma, escludendo il nuovo inno “Sepulnation”, dice ancora molto poco ad un pubblico sempre più sfiduciato e sempre meno die-hard. Significativa in merito la scelta della Roadrunner, che decide di mantenere i Soulfly nel proprio roster e di lasciare andare via i Sepultura, i quali si accasano presso la tedesca SPV Records, una buona etichetta ma non un colosso mondiale come la RR. Dei brasiliani si parla sempre meno e, purtroppo per loro, il costante paragone con la vecchia formazione ed il successo dei Soulfly li relegano in una posizione veramente difficile. A far naufragare definitivamente i quattro Seps – almeno così sembra – arriva la terza ‘ciofeca’ di fila, il debolissimo “Roorback”, edito nel 2003 dalla nuova casa discografica: si tratta senza ombra di dubbio del punto qualitativamente più basso toccato dai Sepultura nella loro storia; Sepultura che da quel momento in poi potranno (e dovranno) solo risalire la china. Il grosso problema è che dopo “Roorback” porre fiducia e speranze in un combo alla deriva risulta del tutto rischioso: i tempi sono cambiati, il metal-core – non l’ibrido senza forma suonato dai carioca – sta prendendo piede e l’attenzione della massa metallara si sposta verso queste coordinate, lasciando in un poco rassicurante limbo Igor e compari. Sarà proprio una nuova discesa all’Inferno, qualche anno più tardi, a far rivedere parzialmente le stelle ai Nostri…

Dalla Selva Oscura al Korova Milk Bar: piccoli Sepultura crescono!
Servono infatti circa tre anni – siamo ad inizio 2006 – per aver modo di ascoltare nuova musica dei Sepultura. Pochi avvenimenti – quasi nessuno di rilievo – accadono in seguito alla pubblicazione di “Roorback”, stroncato dalla critica e poco apprezzato dai fan. Il silenzio che circonda la band è quasi preoccupante, sebbene di tanto in tanto si rincorrano le solite voci di una possibile reunion della formazione storica, in periodi in cui va particolarmente di moda riformare line-up del tempo che fu. Invece, con un anticipo sinistramente svizzero sulla pubblicazione della nuova opera, ecco arrivare la notizia del temporaneo abbandono del Cavalera minore, Igor, dovuto, almeno secondo le fonti ufficiali, al voler assistere da vicino la moglie, alla seconda gravidanza. L’uscita di “Dante XXI” – il primo concept-album del gruppo, basato su ‘La Divina Commedia’ di Dante – ed il tour europeo senza nessun Cavalera in formazione sono quasi contemporanei e, mentre il disco registra un inaspettato colpo di coda da parte dei Seps, risollevandone vagamente la nomea, bisogna ammettere che i ragazzi dal vivo, con il turnista di lusso Roy Mayorga dietro le pelli, riescono a fare ancora un’ottima figura, come dimostra la performance sopra le righe tenuta l’8 aprile 2006 a Milano, durante il supporting tour agli In Flames – suona male sì, i Sepultura che supportano gli In Flames, ma le gerarchie metalliche sono sempre mutevoli, si sa! Dopo un paio di mesi, però, non appena rientrati a casa dal giro di concerti, ecco l’ufficialità di ciò che un po’ tutti da tempo subodoravano: Igor Cavalera, drummer e fondatore del gruppo assieme al fratello Max, lascia i Sepultura, per l’ennesimo cambio di formazione davvero pesante. Lo split avviene in maniera naturale, ma anche molto fredda e senza rimpianti: Igor, sempre più vicino ad ambienti hip-hop ed electro, ha evidentemente bisogno di chiarirsi le idee e sperimentare nuove soluzioni sonore, assolutamente impossibile in un contesto parecchio chiuso come quello dei Sepultura. Come prevedibile, partono a razzo le dicerie che vogliono i due fratelli Cavalera di nuovo assieme in qualche progetto (gossip che poi diverrà realtà nel 2008, con la nascita dei Cavalera Conspiracy) e i Sepultura sciolti seduta stante: ma non è ancora così, in quanto Kisser, Paulo Junior e Derrick Green continuano stolidamente a voler utilizzare il monicker originale, reclutando per il drumkit tale Jean Dolabella, in seguito alla scelta di Mayorga di accasarsi in maniera stabile presso i più remunerativi Stone Sour. Dopo l’excursus sull’imponente opera del Sommo Poeta ed un altro anno di voci contraddittorie che la band si affretta a smentire, finalmente a fine 2008-inizio 2009 esce l’undicesimo – e per ora ultimo – full-length del combo brasileiro, un altro disco concettuale, stavolta ispirato dal libro ‘A Clockwork Orange’ di Anthony Burgess, ben più conosciuto sotto forma di “Arancia Meccanica”, il capolavoro di Stanley Kubrick tuttora uno dei film più censurati della storia. “A-Lex”, questo il titolo scelto dai carioca per la loro nuova fatica, si rivela un disco assolutamente piacevole, anche superiore a “Dante XXI”, ma ancora molto lontano dallo spessore e dalla potenza dei lavori dei Sepultura di centro carriera. Il platter viene accolto con tiepido entusiasmo dalla stampa e dai fan, ormai sempre più divisi tra quelli votati costantemente al rimpianto dell’epoca Max e altri in grado di accontentarsi della a volte deludente situazione attuale, che continua a proporci una formazione fortemente ridimensionata negli obiettivi e nelle capacità. Pur non amando molto le reunion – operazioni che nascono sempre con la puzza sotto il naso – e nonostante le ultime esibizioni di Max Cavalera in Italia abbiano mostrato qualche tentennamento di troppo, riteniamo ipotesi più conveniente per il futuro del gruppo quella di ritrovare serenità fra i membri storici, provare a metter da parte l’orgoglio e far resuscitare la poderosa entità che dominava i palchi negli anni ’90. I caratteri dei personaggi coinvolti nella faccenda sono talmente forti e testardi che sarà difficile vedere uno o l’altro compiere dei passi indietro. Igor e Max da una parte, Andreas ed il silenzioso Paulo dall’altra: quando quattro fratelli costruiscono muri d’orgoglio fra loro, tali barriere sono difficili da abbattere e si riescono ad incrinare solo col tempo. E a dirla tutta, a quasi tredici anni dalla dolorosa scissione, si potrebbe pure pensare che l’ora di un reale riavvicinamento stia per arrivare. Giunti ai giorni nostri e preso atto anche del recente fallimento della SPV Records, non resta che metterci comodi e restare ad osservare con discrezione le prossime vicissitudini della saga Sepultura, fiction che ha perso interesse con l’evolversi delle puntate ma sempre ricca di fascino e spunti di giudizio. Buon futuro ai ragazzi, quindi!!

DISCOGRAFIA E VIDEOGRAFIA

Full-length album

MORBID VISIONS – 1986
SCHIZOPHRENIA – 1987
BENEATH THE REMAINS – 1989
ARISE – 1991
CHAOS A.D. – 1993
ROOTS – 1996
AGAINST – 1998
NATION – 2001
ROORBACK – 2003
DANTE XXI – 2006
A-LEX – 2009

Mini-CD / EP

BESTIAL DEVASTATION – 1985
TRIBUS – 1999
REVOLUSONGS – 2002

Compilation e live

THE ROOTS OF SEPULTURA – 1996
BLOOD-ROOTED – 1997
UNDER A PALE GREY SKY – 2002
LIVE IN SAO PAULO – 2005
THE BEST OF SEPULTURA – 2006

VHS e DVD

UNDER SIEGE (LIVE IN BARCELONA) – 1991
THIRD WORLD CHAOS – 1995
WE ARE WHAT WE ARE – 1996
CHAOS DVD – 2002 (raccolta delle tre precedenti pubblicazioni video)
LIVE IN SAO PAULO – 2005

RISORSE IN RETE

Sito ufficiale
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BESTIAL DEVASTATION

SEPULTURA - Bestial Devastation
Fondata la band nel 1984, già l’anno seguente gli allora quindicenni Sepultura si trovano in studio per registrare il loro esordio discografico, pubblicato dall’etichetta brasiliana Cogumelo Records sottoforma di split-CD condiviso con i connazionali Overdose. In seguito l’EP “Bestial Devastation” verrà rimasterizzato e ripubblicato più volte, sempre in aggiunta al full di debutto “Morbid Visions”. Ovviamente, con lo scarso budget a disposizione all’epoca e con un’esperienza praticamente rasente lo zero, i quattro ragazzini di Belo Horizonte non possono pretendere granché dalla loro prima release, anche perché il suono del gruppo e soprattutto le tematiche trattate nei testi rispecchiano tutta la giovane età dei Sepultura – che, fra le ingenuità di inizio carriera, utilizzano pure dei nomi di battaglia quanto mai scontati e banali. Un’aura di satanismo che deriva più che altro dalle influenze dei primordi (Venom, Celtic Frost, Slayer) è ancora ben lungi dal dare spessore all’attitudine del combo, per il momento limitata al voler suonare il più veloce e malvagio possibile e a dare un’immagine poco rassicurante di sé al primo nucleo di fan che si va creando nella madrepatria. Acerbi per come conosciamo ora i grandi Sepultura, ma in un certo senso già promettenti, i brani di “Bestial Devastation” sono scariche di thrash metal slayeriano lanciate a capicollo e bastardizzate da sinistre derive al limite con il death, genere che peraltro sta mettendo proprio in quegli anni le fondamenta. Il riffing di Tormentor e Max Possessed è notevole ma parecchio derivativo, mentre uno degli aspetti già riconoscibili della band è rappresentato dalle linee vocali dello stesso Max, a tratti inconfondibili sebbene l’inglese sia ancora un duro ostacolo da superare per il frontman. Insomma, un antipasto di carriera che ai giorni nostri forse fa un po’ sorridere, ma che non può essere trascurato, né cancellato dalla storia dei Seps.

MORBID VISIONS

SEPULTURA - Morbid Visions
Nell’anno d’oro del thrash – il 1986 – durante il quale escono almeno quattro pietre miliari del genere (“Master Of Puppets” dei Metallica, “Reign In Blood” degli Slayer, “Peace Sells…But Who’s Buying?” dei Megadeth e “Pleasure To Kill” dei Kreator), i nostri Sepultura esordiscono su full-length con il diabolico “Morbid Visions”, sublimazione e contemporaneo canto del cigno della prima incarnazione della band: il suono drammaticamente rozzo di “Bestial Devastation” viene in questa sede migliorato e perfezionato, sebbene non si possa ancora assolutamente parlare di album epocale, considerato anche l’anno di uscita, particolarmente ricco di capolavori della musica estrema. Si tratta comunque di un disco importante e fra i più violenti del periodo, che avvicina i Seps alle sonorità frenetiche e martellanti per le quali saranno apprezzati maggiormente in seguito. I riff sono parecchio incisivi e più ispirati rispetto alla prima release, Igor picchia come un forsennato e si trascina dietro tutto il resto del gruppo per una discesa all’Inferno senza ritorno, Max urla indemoniato come non mai e la frenesia esecutiva che avvolge tutto il platter è letteralmente palpabile, nella più longeva tradizione dello speed-thrash del tempo che fu. Parlare di thrash puro forse non è propriamente esatto, in quanto “Morbid Visions” contiene anche parecchio death metal e (puerili) tematiche proto-black metal – la band per fortuna ha abbandonato i nickname da rituale satanico – ma ciò che è certo è che da queste note prende forma il primo classico della formazione carioca, quella “Troops Of Doom” tuttora eseguita dal vivo. In verità, pezzi più articolati e lunghi quali “War” e “Crucifixion” sono anche migliori della succitata traccia, ma probabilmente l’aver continuato a riproporla costantemente in concerto, e l’averla poi ri-registrata nel 1990 per la ristampa via Roadrunner di “Schizophrenia”, ha contribuito alla creazione del ‘mito’ e alla sua durata nel tempo… La produzione, nonostante risenta ancora dell’inesperienza del gruppo e della mancanza di valide strutture in Brasile, emana un fascino malvagio e underground che rende il tutto ancora più marcio e sulfureo. “Morbid Visions” pone quindi fine alla carriera del primo nucleo dei Sepultura, quando il chitarrista solista Jairo T. decide di lasciare il gruppo; al suo posto, per il lavoro successivo intitolato proprio “Schizophrenia”, verrà reclutato il guitar roadie di Max, un tale di nome Andreas Kisser…

SCHIZOPHRENIA

SEPULTURA - Schizophrenia
Eccolo qua, l’album della svolta: se fino all’anno prima i Sepultura si erano fatti notare solo nell’underground brasiliano e poco oltre, con “Schizophrenia” la band fa il salto di qualità, sebbene il vero balzo in avanti verso la notorietà lo si vedrà solo successivamente alla pubblicazione del disco, quando i ragazzi – ancora sotto i vent’anni, è bene ricordarlo! – firmeranno il contratto con la crescente label olandese Roadrunner Records. E’ ancora la Cogumelo a pubblicare il secondo full dei Sepultura, infatti, platter ora considerato in Brasile quale primo, serio disco heavy metal mai uscito dai patri confini. L’ingresso in formazione di Andreas Kisser fa maturare il gruppo in modo notevole e lo porta a creare composizioni decisamente più complesse e ardite che in passato: tecnicamente i Seps sono tutti migliorati, lasciando inalterate la rabbia e la frenesia esecutiva dei dischi precedenti. Il thrash in quegli anni é all’apice, sta vivendo il momento di suo massimo splendore e “Schizophrenia” ne è ottimo rappresentante: più cambi di tempo all’interno dei brani, più riff, più stacchi, più fantasia e soprattutto una varietà di soluzioni che in pochi si sarebbero aspettati dai Sepultura, soprattutto alla luce di un lavoro monotematico come “Morbid Visions”: perfetto esempio di questa fresca varietà è la lunga strumentale “Inquisition Symphony” – portata alla ribalta in futuro anche da una riuscitissima cover per soli archi degli Apocalyptica – sette minuti di saliscendi incessanti e vorticosi, una sorta di “The Call Of Ktulu” meno epica e più in-your-face. Kisser ci delizia poi con l’altra strumentale presente sul lavoro, “The Abyss”, un minuto acustico di grande pathos. Ma in realtà è tutto il resto che rende grande “Schizophrenia”: vero che Max deve aggiustare ancora molto il tiro sulla pronuncia inglese e sulla metrica, ma brani quali “Escape To The Void”, “Septic Schizo”, “To The Wall” e l’iniziale “From The Past Comes The Storms” sono in grado di radere al suolo qualsiasi scalmanata platea. Come detto, grazie a questo disco i giovani Seps conquistano del tutto la madre patria e arrivano a far sentire la loro voce negli Stati Uniti ed in Europa: dalla firma del contratto con la Roadrunner in poi, la strada in direzione successo sarà tutta in discesa e sempre più luminosa, nonostante il prossimo disco, il caposaldo “Beneath The Remains”, sia decisamente cupo e opprimente…

BENEATH THE REMAINS

SEPULTURA - Beneath The Remains
“Beneath The Remains”, primo lavoro dei Sepultura targato Roadrunner ed avente distribuzione ufficiale in tutto il mondo, fa a pugni con il seguente “Arise” per il titolo di album migliore della band brasiliana. Finalmente dotato di una produzione degna di tal nome, affidata a Scott Burns nonostante il budget a disposizione di Max e soci non sia ancora elevato, il disco riprende le coordinate del precedente “Schizophrenia” e le eleva a potenza, in un crescendo di maturazione che sembra proprio non avere fine. I brani di “Beneath The Remains” entrano di diritto uno per uno nella storia del thrash-death metal, mini-sinfonie di violenza, rabbia e ribellione che infiammano le orecchie di parecchie migliaia di extreme metallers. Il passo in avanti decisivo che rende magistrale questo platter – oltre chiaramente al già citato miglioramento in sede di produzione – è la cura negli arrangiamenti, fino ad allora sempre piuttosto scarni e decisamente trascurati: il riffing si fa più tecnico e certosino, mentre gli strepitosi assoli (sentite quello magnifico di “Mass Hypnosis”!) e alcune significanti sezioni melodiche di Andreas Kisser proiettano il gruppo realmente in un’altra dimensione, di certo fra le sorprese dell’anno 1989 e tra i big del genere. La potenza della tracklist di “Beneath The Remains” mantiene elevata la tensione durante l’ascolto e l’headbanging più nevrotico viene automatico al ritmo assassino dei beat di un ancora giovanissimo Igor Cavalera. Difatti, i Sepultura hanno solo vent’anni quando riescono ad irrompere nel Vecchio Continente come fulmine a ciel sereno e canzoni quali la title-track, “Inner Self”, “Slaves Of Pain”, “Stronger Than Hate” e “Primitive Future” diventano presto dei must assoluti: finalmente Max, aiutato anche da Andreas nella stesura e dopo il rodaggio in “Schizophrenia”, riesce a proporre testi interessanti ed orientati su argomentazioni più serie ed introspettive, vuoi che si tratti di guerra, pazzia, morte o quant’altro. Difficile perciò estrapolare una singola traccia per rappresentare la spettacolare interezza dell’album: di sicuro “Inner Self” risulta essere a tutt’oggi il brano più longevo ed il più eseguito dalla band durante i concerti. Cosa dire ancora su questo disco fondamentale per la carriera dei carioca e per tutto il movimento metal estremo? Da avere assolutamente e da riascoltare ogni qualvolta la nostalgia per questi Sepultura si fa sentire in modo troppo doloroso. Capolavoro.

ARISE

SEPULTURA - Arise
Difficile, se si prende attentamente in esame la parte di carriera dei Sepultura con Max alla leadership, non convenire sul fatto che gli album della band siano parecchio diversi uno dall’altro e sempre volti verso un’evoluzione costante e matura. L’unico passaggio che, forse, deficita leggermente in questa progressione è quello che porta i ragazzi da “Beneath The Remains” ad “Arise”, certo i lavori che permettono ai carioca di farsi un nome anche in Europa e poi stabilizzarlo. “Arise”, tutto sommato, non sposta di molto le coordinate del sound dei Sepultura, che hanno trovato finalmente uno stile riconoscibile e appagante già nel platter precedente. Il thrash-death dinamico e frenetico del combo si permette in questa sede di prendersi pause di riflessione più marcate, spostando l’attenzione su ritmiche non sempre assassine ma spesso e volentieri più cadenzate e groovy: lo stacco centrale di “Dead Embryonic Cells” è perfetto esempio di tale ‘ammorbidimento’, che poi rappresenta un preludio a quello che sarà il motivo portante del seguente, pluri-osannato “Chaos A.D.”. In “Arise” ci sono più arpeggi acustici rispetto al passato, così come introduzioni ai sintetizzatori e sezioni di tribalismi vari, anch’essi in qualche modo antipasto di futuro. La tracklist è in generale meno violenta rispetto a quella di “Beneath The Remains”, ma anche più varia e presentante brani ben riconoscibili e definiti: il trittico d’apertura è di quelli che resteranno nella Storia del Metallo per sempre, con la title-track divenuta oggi un classico immortale, la già citata “Dead Embryonic Cells” a seguirne da vicino le orme, e la strutturatissima “Desperate Cry” ad ergersi a monolite di potenza e marzialità. La fantasia di Kisser e Max Cavalera in fase di composizione sembra essere entrata in un nuovo stadio e come al solito sono gli arrangiamenti ad identificare la crescita del gruppo, oltre alle lyrics ancora una volta migliorate: la profondità della quasi mistica “Under Siege (Regnum Irae)” sta a dimostrare quanto appena detto. Insomma, se da una parte, probabilmente, ai più extreme-oriented fan della band stanno a cuore lavori più rozzi (“Schizophrenia”) e brutali (“Beneath The Remains”), dall’altra è palese come “Arise” spiani del tutto il gibboso terreno davanti al futuro dei Sepultura, preparando da lì a due anni il tanto sperato successo commerciale, in arrivo con il mastodontico ed imperdibile album seguente…

CHAOS A.D.

SEPULTURA - Chaos A. D.
“Chaos A.D.”, il disco della definitiva consacrazione dei Sepultura nell’Olimpo del metal che conta! In un periodo in cui il metal tutto è parzialmente alla finestra, sperando in un auspicabile calo di popolarità del fenomeno grunge, allora davvero inarrestabile, Max e compagni arrivano a completare la loro maturazione stilistica componendo un album decisamente più orecchiabile e mass-oriented dei precedenti, inserendo nuovi e freschi elementi nel loro suono, elementi che portano tutti verso l’amore viscerale che la band prova per la sua terra d’origine, il Brasile. “Arise” aveva già al suo interno diversi indizi in merito, ma è proprio con “Chaos A.D.” che i Sepultura decidono di recidere un po’ il legame con il loro caro, vecchio thrash-death, per esplodere letteralmente in groove marziali e potentissimi, scariche hardcore e nichiliste e ritmiche quanto mai tribali e – perché no? – danzerecce. I fan della prima ora certo non apprezzeranno la vigorosa sterzata stilistica, ma il disco in questione è sinceramente poco attaccabile, essendo uno dei più riusciti degli anni ’90 e contenendo in sé brani che tuttora fanno impazzire i metalheads che seguono le imprese di Sepultura, Soulfly e Cavalera Conspiracy. La sperimentazione è un po’ la chiave che inizia a regolare i processi compositivi del gruppo brazileiro, certo amata soprattutto da Max Cavalera, forse più che dagli altri tre partners-in-crime: come non citare immediatamente, infatti, “Kaiowas”, brano totalmente acustico e naturale, che la band registra all’aperto presso il Chepstow Castle, nel South Wales inglese, tra tamburi, bonghi, tom e stridii di gabbiani? Oppure come non notare il drumming di Igor Cavalera, divenuto imperioso e tribaleggiante come non mai, a partire dalla storica opener “Refuse/Resist” e passando per la monumentale “Territory”? Le canzoni magistrali che ci hanno fatto e fanno tanto sbattere la testa in questo lavoro davvero si sprecano: “Slave New World” e “Propaganda”, pezzi che in qualsiasi altro disco del genere sarebbero osannati fra i migliori della tracklist, in “Chaos A.D.” passano quasi in secondo piano al cospetto dei due ‘mostri’ posti in apertura. E che dire ancora di due manate in piena faccia quali “Biotech Is Godzilla” (con pungente testo di Jello Biafra) e “Manifest” (utile a ricordare il massacro del Pavilhao Nove del carcere di San Paolo del Brasile operato dai poliziotti ai danni dei carcerati)? Song che una volta ascoltate difficilmente lasciano indifferenti. Un po’ sottotono la chiusura affidata alla cover di “The Hunt” dei New Model Army e a “Clenched Fist”, mentre “Nomad” e “Amen”, assieme alla semi-strumentale “We Who Are Not As Others”, denotano forse più di altre il desiderio dei Sepultura di rallentare ed appesantire ritmi e strutture, capaci ora di essere altamente demolitori. Non pensiamo che “Chaos A.D.”, nonostante fama e successo planetari, sia il lavoro migliore della band, ormai proiettata verso lidi che si allontanano sempre più dall’essere 100% metal; è comunque difficile non pensare a tale capolavoro quale apice assoluto della carriera dei Seps, forse mai ripetutisi in futuro su livelli così alti ed universalmente appaganti. Quanti di voi, infatti, ancora storcono il naso ad ascoltare un lavoro controverso come “Roots”?

ROOTS

SEPULTURA - Roots
Capire il significato, il perché ed il percome di un disco quale “Roots” equivale un po’ a capire tutta la filosofia di vita e l’attitudine di base che risiedeva dietro e soprattutto dentro i Sepultura; dove per Sepultura si intende ovviamente il nucleo vero e genuino della formazione, con Max alla guida e Igor, Andreas e Paulo a cementare la ferrea unione. Inutile ricordare ulteriormente come, in seguito ad una separazione traumatica quanto poche altre nella Storia della Musica, il gruppo, negli anni a venire, non sia mai più stato lo stesso, se non un freddo guscio orfano d’anima. Ma per capire la genesi di “Roots” e della sua unicità non bisogna correre troppo avanti, anzi…basterebbe in vero considerare l’evoluzione fino allora compiuta dai quattro brazileiros, accoppiandola poi al particolare momento che la scena metal stava vivendo in quegli anni, appena uscita dall’epoca grunge ed in procinto di entrare in quella nu: risale al 1995, infatti, il debutto omonimo di una band americana, tali Korn, che a dir poco sconvolge e contamina l’aspetto più sperimentale, disturbato e groovy dei Sepultura, identificabile più che altro nella volontà del maggiore dei Cavalera di scrivere un disco epocale e fuori dai canoni standard. D’altro canto, le sempre più marcate influenze tribali e percussive dei Sepultura, in lento crescendo fin dai tempi di “Beneath The Remains”, diventano sempre più pressanti e bisognose di sfogo e così, in un impeto di nazionalità e attaccatura alle proprie origini, Max e compagni decidono addirittura di andare a comporre e registrare parte di “Roots” presso la tribù indigena degli Xavante, in pieno Mato Grosso, Brasile. La fusione del ritrovato e viscerale amore per le proprie radici e la propria terra con la fortissima attrazione verso i suoni e le ritmiche di primi Korn e primi Deftones dà vita all’album in questione, sicuramente uno dei punti di rottura della carriera dei Seps. I fan, difatti, sono nettamente divisi dal marcato accento sperimentale che la release va a prendere, progettato da un Ross Robinson – produttore dei Korn, guarda caso – che spreme, insulta, litiga e mena addirittura i musicisti durante le recording session, cavandone fuori un suono straniante, ribassatissimo e disturbato, carico di distorsioni, urla, voci filtrate e groove malato, che non può far altro che generare, nella Sepultribe più ortodossa, un malumore inevitabile. Molte le collaborazioni presenti in “Roots”, così come i brani rimasti scolpiti nella Storia (anche grazie a videoclip davvero ben realizzati): fra le prime, d’obbligo ricordare quella del noto percussionista brasiliano Carlinhos Brown in diverse tracce e chiaramente le guest vocals di Mike Patton dei Faith No More e Jonathan Davis dei Korn in “Lookaway”, pezzo completamente schizoide e fra l’altro co-scritto da DJ Lethal degli allora sconosciuti (e bravi) Limp Bizkit; fra i secondi, invece, c’è solo l’imbarazzo della scelta: “Roots Bloody Roots”, “Ratamahatta”, “Cut-Throat”, “Dusted”, “Born Stubborn”, “Dictatorshit”, “Endangered Species”, “Straighthate”…canzoni che denotano tutte una selvaggia e verace volontà distruttiva, sebbene portata alla ribalta con metodologie diverse rispetto al passato. E che dire, infine, di “Attitude”, brano che forse più di ogni altro rappresenta questi Sepultura? Il lato spirituale della band ed in primis di Max, nonostante questo lavoro sia assolutamente violento e aggressivo, inizia ad affiorare in superficie e “Itsàri”, la song interamente tribale suonata assieme agli Xavante nella loro riserva, ne è chiaro esempio: dopo “Kaiowas” su “Chaos A.D.”, un’altra dimostrazione di spessore e coraggio per una formazione che mai come in “Roots” ha saputo spingersi su sentieri inesplorati ed impervi. In definitiva, certi di non aver parlato abbastanza di un album che nel 1996 fece davvero scalpore, senza poi accennare all’effetto retro-attivo che ebbe su chi ancora non conosceva Korn e Deftones, possiamo concludere questa disamina dicendovi solo che, a prescindere dal tipo di musica che si ascolti o si suoni, quando questa viene direttamente dalle budella e sprigiona dosi di rabbia in tali quantità, se non la si riesce ad apprezzare, la si deve almeno per forza rispettare.

“You better show some respect. Attitude and respect”.

AGAINST

SEPULTURA - Against
“Against”, pubblicato nell’autunno del 1998 coraggiosamente (e furbescamente da parte della Roadrunner) a pochi mesi di distanza dall’ottimo debut-album dei Soulfly di Max Cavalera, è senza ombra di dubbio il disco più delicato e difficile che i Sepultura si siano mai trovati a comporre, a causa ovviamente della ancora non cicatrizzata scissione interna avvenuta quasi due anni prima. Appurato fin dal primo istante che le sonorità di “Roots” erano state ereditate e portate avanti dalla band del maggiore dei Cavalera, i tre restanti Seps accolgono fra le proprie fila, dopo selezioni laboriose ed impegnative, l’americano Derrick Green, un vocalist di colore di estrazione hardcore (Outface) che sembra integrarsi alla perfezione con i ragazzi soprattutto dal punto di vista caratteriale, aspetto di prevalente importanza, a quanto pare, per superare le audizioni finali per il nuovo cantante del gruppo. La scelta di un singer hardcore è logica, a ben vedere, in quanto il suono dei Sepultura Senza Max trova sfogo proprio in un metal-hardcore tribaleggiante, groovy e a tratti sperimentale, terreno fertile sul quale ogni vocalist dotato avrebbe potuto esprimersi su registri familiari. Green, invece, delude profondamente: a disco praticamente pronto e sottoposto a forti pressioni, il buon Derrick si dimostra non all’altezza del compito. Lungi da noi, almeno nell’esaminare “Against”, voler riempire di critiche il nuovo arrivato; preferiamo infierire invece su Andreas Kisser e Igor Cavalera, i due compositori principali dell’album, e sul produttore Howard Benson, responsabile primo della cattiva riuscita del lavoro qui recensito: non basta il basso rinvigorito di Paulo Jr. a dotare “Against” di una buona produzione, in quanto soprattutto le chitarre risultano deboli, fredde e di poco spessore. E poi i pezzi: riff per la maggior parte poco ispirati ed incisivi, strutture ingarbugliate e poco immediate, carenza assoluta di brani memorabili e spaccaossa, singoli (“Against”, “Choke”) di serie B, inserti percussivi spesso noiosi e stucchevoli; insomma, della mediocre manciata di tracce presentate, solo “Rumors”, “Boycott” e “Unconscious” paiono avere un appeal discreto. Interessanti alcune collaborazioni che i Sepultura imbastiscono nel mantenersi fedeli alla loro abitudine: Joao Gordo, leader dei Ratos De Porao, alla voce in “Reza”; Jason Newsted, allora ancora nei Metallica, co-singer e co-writer in “Hatred Aside”; i Kodo, ensemble percussivo giapponese, nella piacevole “Kamaitachi”. Nulla di tutto ciò, purtroppo, riesce ancora oggi a rendere “Against” un lavoro degno del nome Sepultura e, sebbene all’epoca vendette parecchio e fu supportato dalla solita trafila di tour internazionali, il sospetto che l’anima dei Seps fosse quasi esclusivamente Max inizia ad aleggiare attorno alla formazione carioca, il cui futuro inizia pericolosamente ad annuvolarsi…

NATION

SEPULTURA - Nation
“Nation” arriva tre anni dopo il discussissimo “Against”, album che ha diviso completamente la fanbase dei Sepultura, una parte fedele al trio che porta avanti lo storico monicker, l’altra ormai reclutata dai Soulfly di Max Cavalera, creatura che è la naturale prosecuzione dello stile inaugurato nel 1996 grazie a “Roots”. E’ evidente, fin dall’ottima opener “Sepulnation”, quanto i Seps abbiano lavorato, per il loro ottavo disco in studio, con maggiore tranquillità e idee chiare rispetto al recente passato: l’ingresso di Derrick Green alla voce, sebbene non abbia esaltato nessuno, pare essere stato assimilato bene e l’integrazione del gigante nero con i leader maximi Andreas Kisser e Igor Cavalera sembra realtà, tanto da permettere al vocalist un’attiva partecipazione al songwriting del lavoro. La produzione viene affidata a Steve Evetts, certamente più funzionale del deludente Howard Benson, visti i suoi miracoli sui dischi degli Snapcase: nonostante la collaborazione con un noto producer hardcore, però, ciò che scaturisce da “Nation” è un suono né carne né pesce, poco potente e mai al limite del collasso come ci si aspetterebbe da un disco dei Sepultura. Assieme alle scarse doti di Green – anch’egli migliorato, comunque – la mediocrità delle produzioni si conferma un aspetto che certo non aiuta i brazileiros a guadagnare nuovi fan, anzi rischia seriamente di far disinnamorare anche i seguaci più die-hard. La tracklist di “Nation”, piuttosto compatta ed omogenea e (quasi) senza inutili riempitivi, recupera un bel po’ di groove andato perduto in “Against”, presentando brani convincenti quali “One Man Army”, “Who Must Die?” e “Tribe To A Nation”, e la già citata “Sepulnation”, probabilmente l’unico vero anthem di valore composto dai Seps post-scissione. La partecipazione dell’icona punk Jello Biafra in “Politricks”, quella di Jamey Jasta degli Hatebreed nella concisa “Human Cause” e l’ospitata dei finnici Apocalyptica nella conclusiva “Valtio” arricchiscono un lavoro che, nel suo complesso, si salva dalla stroncatura con relativa facilità, ma che altresì non risolleva quasi per nulla la sorte – all’apparenza segnata – che vede i Sepultura quale una formazione con ormai poco da dire ed esattamente l’ombra del pugno chiuso e lottante che un tempo fu e che ora fa mostra di sè solo sulla copertina. Di anni non proprio idilliaci in arrivo per la band se ne accorge subito la Roadrunner, che non fa una piega quando il gruppo si lamenta per la scarsa promozione e passa i Sepultura alla tedesca SPV Records, giusto in tempo per non trovarsi sul groppone l’episodio più derelitto della carriera dei quattro di Belo Horizonte, il seguente e fiacchissimo “Roorback”…

ROORBACK

SEPULTURA - Roorback
“Roorback”, il nono full-length album dei Sepultura, è con pochissimi dubbi il punto artistico più basso mai toccato dal combo brazileiro: spiace, spiace davvero dover parlar male di una band importante e storica come questa, un gruppo che, con sincerità, passione, rispetto e ferrea attitudine, ha dato moltissimo all’heavy metal, senza mai chiedere troppo in cambio. I quattro di Belo Horizonte hanno saputo mantenere negli anni una coerenza comportamentale, nonché un attaccamento ai propri valori, invidiabile; fino alla profonda scissione, il litigio, l’inizio della fine: l’abbandono di Max Cavalera. Da quel momento – ed è tristissimo a dirsi – Igor, Andreas e Paulo non sono stati più gli stessi: il meccanismo ingranava grazie alla solida unione di quattro menti in perfetta sintonia tra loro; e mai come durante l’ascolto di “Roorback”, quella sintonia si rivela solo una lontanissima e morta memoria, purtroppo. E dopo due dischi assolutamente non all’altezza quali “Against” e “Nation”, i Seps concedono addirittura il tris, commettendo inoltre gli stessi errori in cui già erano incappati in precedenza, senza riuscire a porvi alcun rimedio: produzione inspiegabilmente scarsa (ma è lo stesso Steve Evetts dei terremotanti dischi degli Snapcase ad occuparsene?) e vocalist imbarazzante. Un suono ovattato, ottuso, cupo ed opprimente limita le canzoni in modo traumatico e Derrick Green, questo gigante nero la cui semplice ombra incute timore, al terzo tentativo non riesce ancora a trovare la giusta tonalità su cui esprimersi, confuso tra un debole screaming ed un cantato aggressivo à la Chuck Billy dei poveri, incapace di regalare un briciolo d’emozione. Alcuni pezzi, in una tracklist non troppo diversa da quanto ascoltato nelle due precedenti release, sono anche sufficienti, c’è qualche idea interessante, “Come Back Alive”, “Apes Of God”, “Mind War” e qualche altro paio di veloci scariche hardcore sono decenti (sia chiaro, nulla che ricordi brani compressi ma devastanti come “Dictatorshit” o “Biotech Is Godzilla”), ma da Andreas Kisser ed Igor Cavalera sarebbe lecito aspettarsi molto, ma molto di più! La band, grazie a questo pessimo lavoro, sembra proprio avvalorare l’ipotesi di chi considera i Soulfly di Max Cavalera – fra l’altro in procinto di pubblicare due ottimi album quali “Prophecy” (2004) e soprattutto “Dark Ages” (2005) – la vera prosecuzione dei veri Sepultura, del resto scesi ad un livello così infimo da far sperare nello scioglimento in tempi brevi. Sappiamo tutti che lo split-up invece non avverrà e, anzi, al risveglio da un così brutto incubo, ciò che verrà dopo potrà solo essere migliore…

DANTE XXI

SEPULTURA - Dante X X I
Come scritto in precedenza, fare peggio di “Roorback” è praticamente impossibile per i Sepultura, soprattutto quando trascorrono ben tre anni tra quel disco deprecabile ed il tanto agognato decimo album in studio, il qui presente “Dante XXI”, prima fondamentale pietra su cui risollevare una parvenza di ragion di vita quale band di caratura mondiale. La formazione carioca, nonostante le ennesime critiche ricevute dopo la pubblicazione di “Roorback”, non è cambiata e, sebbene i rumors che aleggiano nell’aria da mesi predichino un ritorno all’ovile del figliol prodigo Max Cavalera, in realtà questa release porterà anche il fratellino Igor all’abbandono dei Seps, evento non traumatico come quello del 1996 ma certamente molto significativo. Ma prima di proiettarci nel futuro, restiamo ancorati al 2006, quando “Dante XXI” vede appunto la luce: è la prima volta che i Sepultura preparano un concept-album e, per questo loro esordio, scelgono addirittura ‘La Divina Commedia’ di Dante, immortalando il Sommo Poeta anche in copertina di disco. Le differenze qualitative tra “Roorback” e “Dante XXI” saltano immediatamente all’orecchio: dove il primo risultava completamente anonimo e privo di mordente, il secondo riesce nel tentativo di ridare speranza agli indefessi fan del combo, attraverso un songwriting sufficientemente convincente e a tratti altamente sperimentale. L’introduzione di partiture di archi ed elementi sinfonici nel sound dei Sepultura si sposa in maniera discreta con l’hardcore groovy e tribale che ormai é diventato il loro (in verità pallidino) marchio di fabbrica. La tracklist è come al solito piuttosto corposa e pregna di interludi piuttosto inutili, se non atti a determinare le fasi della vicenda Dantesca, peraltro non proprio resa alla grande da Kisser e compagni, soprattutto a livello atmosferico. Ve l’immaginate ‘La Divina Commedia’ trasposta in chiave hardcore tribale? Proprio no. Il singolo “Ostia” è purtroppo parecchio debole, anche se bisogna considerare che si tratta di una delle tracce più azzardate del lotto; molto meglio brani concisi e diritti al sodo come “Convicted In Life” e “Buried Words”, oppure pezzi grooveggianti quali “False” e “Nuclear Seven”. Interessante la chiusura affidata a “Still Flame”, una canzone finalmente dalla buona atmosfera che mette in luce l’anima più stravagante dei Sepultura. Insomma, “Dante XXI” alla fine riesce a lasciare una discreta impressione e questo, pur nel suo piccolo, è un ottimo segnale per i brazileiros, ormai consci di essere scesi di categoria ma impegnati al massimo per almeno offrire un bel gioco…

A-LEX

SEPULTURA - A-lex
Ed eccoci infine ad “A-Lex”, undicesimo capitolo in studio della saga Sepultura, band che, come avete letto, nel corso della sua venticinquennale carriera ne ha viste e passate di tutti i colori. Con questo – pensate un po’ – si arriva già al quinto lavoro senza Max Cavalera alla guida del gruppo, ma, cosa ancora più importante, ci si trova di fronte al primo album che non vede neanche il fratellino Igor seduto dietro i tamburi! Ci state pensando? I Sepultura senza i fratelli Cavalera: se mai una bestemmia farà scandalo nel metal-biz, ecco che una frase del genere è quasi adatta allo scopo. Giunti a questo punto, bisogna accettare di buon grado la scelta – controversa – di Paulo Jr. e Andreas Kisser di proseguire la loro strada musicale sotto lo storico monicker; e non stiamo neanche troppo a sperare in una forzata reunion, che sembra attualmente molto improbabile.
Latte Più. Korova Milk Bar. Il Ludovico Van. Drughi. Ultraviolenza. Alex. La Cura. Cosa vi riporta alla mente tutto ciò? Ma certo, il libro di Anthony Burgess e, ben più vivido nei vostri ricordi, sebbene censurato oltre ogni limite, il capolavoro cinematografico di Stanley Kubrick, ‘Arancia Meccanica’. E i Sepultura, con coraggio notevole, ci hanno impostato sopra un concept-album; dopo ‘La Divina Commedia’ di “Dante XXI”, evidentemente i ragazzi hanno convenuto fosse un bene ritentare l’approccio concettuale alla composizione. Ebbene, i Sepultura calati in acido, in mescalina, inzuppati nel Latte Più sinceramente non ce li saremmo aspettati così convincenti: il disco è piacevole e si fa ascoltare più e più volte senza causare irrefrenabili conati di vomito. Non volete chiamarlo passo in avanti, questo? Mentre il nuovo arrivato alle drums, tale Jean Dolabella, se la cava alla grande, purtroppo al microfono troviamo ancora una volta Derrick Green: solita vocina debole, sempre filtrata, senza mordente, mai veramente aggressiva. Avete mai provato ad immaginarvi un Jamey Jasta, uno Scott Vogel o anche Candace dei Walls Of Jericho impegnati ad interpretare i pezzi presenti su “A-Lex”? Sì, perché i brani non sono affatto male e i riff stavolta ci sono tutti: dal groove fluido e potente di “We’ve Lost You!” e “Conform” alle mine hardcore “Moloko Mesto” e “Enough Said”, dagli echi slayeriani di “Paradox” e “Forceful Behavior” ai più variopinti “The Treatment” e “What I Do!”. L’ennesima sfilza di tracce brevi e strumentali (le varie “A-Lex”) delimita le fasi della storia, che trova i suoi massimi momenti di enfasi nella lunga “Sadistic Values”, mini-suite di sette minuti praticamente divisa in due sezioni dalla diversa atmosfera, e in “Ludwig Van”, trasposizione metal della passione di Alex per la musica di Beethoven, non propriamente una novità nella scena ma comunque un episodio che calza perfettamente nel concept. Dunque, pur non potendo pretendere assolutamente dei capolavori da questi Sepultura, bisogna ammettere che, lentamente e con testardaggine, la band sta riacquistando punti e ragione di vita. E quindi non resta altro da fare che attendere il Futuro e sperare che questa piccola rivincita non sia solo un fuoco di paglia. Il cielo è da un decennio grigio e pallido: ora bisogna vedere se i Sepultura sapranno risorgere, come sentenziavano un tempo…

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