IN FLAMES – La classifica dei loro 20 pezzi migliori

Pubblicato il 29/06/2021

A cura di Riccardo Plata

Dopo lo speciale sul melo-death finnico e la Top 20 sui Dark Tranquillity, torniamo nei dintorni di Gothenburg per ripercorrere la carriera di un’altra delle band più amate/odiate della scena, ovvero gli In Flames. Padri nobili del genere, venduti, innovatori, bolliti: sono tanti gli epiteti affibbiati negli anni alla band, ma da qualunque parte la si veda è innegabile la continua volontà di Friden & co. di evolvere il proprio sound, in una continua mutazione che sembra a volte procedere a strappi ma è legata in realtà da un filo rosso che da “Lunar Strain” arriva fino ad “I, The Mask”. Premesso che chi scrive apprezza per intero la discografia infiammata, nello stilare questa classifica abbiamo dunque cercato di includere ciascun capitolo da “The Jester Race” in poi (escludendo quindi per motivi di spazio l’embrionale “Lunar Strain”), limitando la scelta a massimo due estratti per ogni release. Tra tanti classici e (speriamo) qualche sorpresa, ecco dunque a voi la nostra personalissima classifica, scusa perfetta per rimettere su qualche vecchio disco e accendere la scintilla per la più classica delle risse verbali da bar metal: buona lettura, e via col mantice per le vostre opinioni nei commenti!

20. THROUGH OBLIVION (da “Siren Charms”, 2014)
A. Friden/ B. Gelotte

Se “Sounds Of A Playground Fading” aveva mostrato come la coppia Friden & Gelotte fosse in grado di ballare da sola, il successivo “Siren Charms” apre ufficialmente una delle fasi più criticate nella storia degli In Flames, segnando peraltro l’unica parentesi direttamente sotto major (la Sony). Non certo un brutto album, ma la malinconia del periodo berlinese sembra riportare alla luce reminiscenze dei Passenger, mettendo sempre più al centro della scena le linee vocali e dando ufficialmente vita a quelli che qualcuno battezzerà, non senza una parte di ragione, gli ‘In Friden’. Un ottimo esempio è il secondo singolo estratto: un brano quasi ipnotico, più sussurrato che urlato, dove un tappeto ritmico in stile “My Sweet Shadow” ci accompagna in un viaggio verso l’ignoto, mentre sullo sfondo i confini degli In Flames che furono si fanno sempre più sfocati, appena accennati nel solo a metà brano. Un pezzo atipico, ma ancora oggi ricco di fascino ed efficace dal vivo, come ben testimoniato in “Sounds From The Heart Of Gothenburg”.

Save me from my fears and darkest thought of her / Carry me through times, through oblivion

19. WALLFLOWER (da “Battles”, 2016)
A. Friden/ B. Gelotte

Dal freddo berlinese all’assolata California c’è uno sbalzo termico evidente, ed è più o meno quello che intercorre tra la malinconia di “Siren Charms” e il chewingum di “Battles”. Tra un’americanata e l’altra (“The End” e “The Truth” su tutte) quello che probabilmente è l’album universalmente meno apprezzato degli In Flames contiene però una traccia fuori dal coro, nata sulla  falsariga di “The Chosen Pessimist”. Nei suoi sette minuti chitarre, basso e batteria si riprendono il centro della scena, con un’anticamera strumentale che per il primo terzo del brano ci porta in una dimensione parallela (gemellata con “Soundtrack To Your Escape”), prima di esplodere a metà del pezzo in un refrain sì arioso ma non troppo zuccheroso. Senza mai accelerare troppo, la seconda metà ci accompagna in un climax discendente, con un sapiente uso di pieni/vuoti e voci filtrate prima del ritornello ad unire il tutto. Una voce fuori dal coro nel contesto dell’album, ma in senso positivo.

The older I get, the younger I feel / The younger I feel, the older I seem”

18. I’M THE HIGHWAY (da “A Sense Of Purpose”, 2008)
A. Friden/ B. Gelotte / J. Strömblad

Torniamo indietro nel tempo a quello che di fatto sarà l’ultimo album con la formazione classica, atteso all’epoca con trepidazione da tutti (compreso chi scrive) ma rivelatosi col senno di poi non all’altezza del trittico precedente. Nondimeno non mancano anche qui episodi degni di nota a partire dalla quinta traccia, un classico tupa-tupa in versione 2.0 che viaggia sparato sul rodato binario Gelotte-Stromblad, spinto dalla propulsione ritmica della locomotiva Svensson-Iwers e ben manovrato dal macchinista Friden, qui con ancora in corpo delle scorie di cattiveria vocale come udibile all’altezza del bridge. Non il miglior congedo artistico possibile per Stromblad, ma comunque un pezzo efficace nella sua linearità.

In dark moments, I know better / Within destruction, I see clearly

17. I, THE MASK (da “I, The Mask”, 2019)
A. Friden/ B. Gelotte

E a proposito di tupa-tupa, il dodicesimo album in studio sembra voler riprendere le fila là dove li avevamo lasciati una dozzina di anni fa, mostrando una ritrovata solidità pur senza rinnegare gli esperimenti più o meno riusciti del passato recente. Rappresentativa in questo senso è la titletrack, la cui partenza sparata in medias res ci riporta indietro nel tempo salvo poi aprirsi in un ritornello super-melodico che complementa alla perfezione un ritrovato screaming, con tanto di effetti all’altezza del bridge. Un brano collage che volendo essere maligni potrebbe essere stato composto da un AI assemblando pezzi di repertorio, ma comunque una bella botta di energia.

Here I am in the mask / The Jester that wants to be free

16. CRAWL THROUGH KNIVES (da “Come Clarity”, 2006)
A. Friden/ B. Gelotte / J. Strömblad

Riavvolgiamo il nastro di una quindicina d’anni, ad uno degli album forse più sottovalutati della discografia (per chi scrive, l’ultimo vero capolavoro della line-up classica) e per rappresentarlo scegliamo un altro pezzo ‘minore’, almeno a giudicare dal numero di proposizioni live. Le due chitarre, basso e batteria viaggiano davvero all’unisono in quella perfetta macchina modern metal che erano gli In Flames Y2K, con un carico di groove che andrà un po’ scemando nel corso degli anni. Ottima anche la performance di un Friden, qui in perfetto equilibrio tra lo scream degli esordi e la varietà stilistica delle ultime produzioni, come ben evidenziato dal ritornello che parte a 1:20 con il quasi omonimo ‘If Flames…‘ tirato fino allo spasmo.

“It’s in my hands, the sky / So bright its burning it’s for me

15. WHERE THE DEAD SHIPS WELL (da “Sounds Of A Playground Fading”, 2011)
A. Friden/ B. Gelotte

Il decimo album degli In Flames, oltre ad essere l’unico sotto l’egida della Century Media, sarà ricordato come quello di ‘Jesper Stromblad è uscito dal gruppo’, lasciando al solo Gelotte il compito di portare in porto la nave. Un ruolo che, a parte qualche episodio col pilota automatico come “Deliver Us”, viene svolto alla grande, e il pezzo in questione ne è un ottimo esempio. Tra effetti elettronici e ritmiche quadrate il paragone con le hit recenti, da “Only For The Weak” a “Cloud Connected”, viene abbastanza immediato, anche se rispetto a queste il livello di ricercatezza melodica del chorus è decisamente aumentato, risultando come uno dei migliori del disco. Pregevole l’intesa tra Gelotte e il sodale Engelin nel doppio assolo, anche se il protagonista assoluto del pezzo resta un Friden sempre più al centro del palcoscenico anche in studio.

Feel I was running an endless mile / The last candle burns and i’m dying inside

14. STAY WITH ME (da “I, The Mask”, 2019)
A. Friden/ B. Gelotte

Il capitolo ballad non è propriamente una novità in casa In Flames, soprattutto nella seconda metà di carriera, eppure fa comunque specie trovarne una in questo tipo di classifica, a riprova di come Friden e soci abbiano saputo spaziare negli anni. In questo caso il retrogusto è squisitamente pop ma nel senso migliore del termine, con un tappeto di chitarre acustiche che ci accompagna in un universo parallelo illuminato dalle luci degli smartphone, prendendoci per mano verso un climax che esplode a 3:30 avvolgendoci in un abbraccio fatto di chitarre elettriche e di crash. Si sente lo zampino di una vecchia volpe come Howard Benson in cabina di regia, ma nonostante le stelle e strisce il marchio IF resta leggibile sotto traccia, e il livello emozionale tra i più alti mai raggiunti dai cinque.

Away from the darkest of nights / Stay With Me (stay with me)

13 . MINUS (da “Reroute To Remain”, 2002)
A. Friden/ B. Gelotte / J. Strömblad

Acceleriamo i BPM ed affrontiamo il capitolo della svolta (termine invero un po’ abusato in casa In Flames), ovvero il controverso e programmatico “Reroute To Remain”. Il primo estratto in classifica è un pezzo dalla struttura abbastanza classica, ma al cui interno convivono insieme vecchio e nuovo, come un serpente che muta pelle. Un riffing serrato e la batteria in primo piano di Daniel Svensson tirano le fila fino al ritornello allo scoccare del primo minuto: pochi secondi di quiete, con un ritornello perfetto per prendere fiato e qualche chitarra acustica sullo sfondo, prima che la tempesta ritmica si abbatta di nuovo sulle nostre orecchie con una ripartenza al cardiopalma. Ultimo minuto godurioso, con le chitarre di Stromblad e Gelotte impegnate in un epico duello ‘Colony style’.

Watch me all in flames / On a butterfly I ride

12. DEAD END (da “Come Clarity”, 2008)
A. Friden/ B. Gelotte / J. Strömblad

Restiamo sulle stesse frequenze con un altro pezzo che gioca la carta del cantato femminile in modo diverso da quanto fatto in passato, da “Everlost, Pt.2” a “Whoracle”. Dopo venti secondi di headbanging, con il basso di un Peter Iwers in versione tamarra, è dunque la voce di Lisa Miskovsky, pop-star svedese co-autrice tra le altre cose di “Shape Of My Heart” dei Backstreet Boys, ad aprire il pezzo, subito doppiata da un Friden ancora in pieno possesso delle sue corde vocali più acide. Il classico schema ‘La Bella & La Bestia’ tipico del gothic viene quindi applicato su una base ritmica modern metal lanciata come un treno in corsa, con i due cantanti che si alternano nelle strofe e si affiancano nel ritornello senza mai alzare il pedale dall’acceleratore. Non sarà l’unico esperimento in questo senso, ma a quindici anni di distanza resta il migliore esempio di ‘pezzo con female vocals’ in casa In Flames.

So say goodbye to the world / We are the dead that walk the earth

11. BULLET RIDE (da “Clayman”, 2000)
A. Friden/ B. Gelotte / J. Strömblad

Dal quinto disco, per molti l’inizio della fina, dopo un lungo ballottaggio rispetto alla titletrack (la cui resa in sede live è molto migliore che su disco) peschiamo l’opener come rappresentante in questa classifica. Introdotta dal tipico fruscio della puntina sul vinile, il primo proiettile sparato dall’uomo di creta si apre con il riff portante, smorzato dopo trenta secondi circa da una versione sincopata dei classici passaggi folk di “Jester Race” ad accompagnare la voce filtrata di Friden. Il ritornello dopo un minuto resta memorabile pur senza particolari facilonerie, aprendo la strada ad un climax semplice ma efficace all’altezza del bridge, per poi sfociare nuovamente nel refrain moderno ma al tempo stesso epico grazie alla produzione scintillante di Fredrik Nordström (decisamente più efficace dell’inutile reboot uscito l’anno scorso per il ventesimo anniversario).

Silent screaming, turning, twisting the alphabet / Frantic eyes, awaiting the answer

10. FEAR IS THE WEAKNESS (da “Sounds Of A Playground Fading”, 2011)
A. Friden/ B. Gelotte

Arrivati al giro di boa, torniamo a “Sound Of A Playground Fading” da cui peschiamo la quinta traccia, per chi scrive miglior esempio degli In Flames D.J. (Dopo Jester). Arpeggi, tastiere spaziali, riff stoppati, hook  incendiari e voci filtrati si amalgamano in un perfetto connubio tra vecchio e nuovo, che non dimentica il passato ma lo rimescola sotto una nuova veste, dove a dominare come prevedibile sono la sei corde di Gelotte e un Friden sempre più istrione. A completare il quadro un testo in chiaroscuro che si potrebbe leggere come legato all’allora fresco abbandono di Stromblad e alla necessità di cambiare di nuovo pelle, capacità che non è mai mancata ai Nostri.

The same road for far too long / As it meant to be we’re losing identity

9. THE HIVE (da “Whoracle”, 1997)
B. Gelotte / J. Strömblad

Entriamo nella top 10 e, come prevedibile, ci spostiamo negli anni ’90, andando a saccheggiare il ‘periodo d’oro’ della band partendo da “Whoracle”. Consapevoli del fatto che non sia la scelta più gettonata, come primo estratto premiamo l’impatto di “The Hive”, forse il pezzo più lineare dell’album ma non per questo meno efficace, anzi. Introdotta da un giro di chitarra che provoca artriti da un quarto di secolo, il brano viaggia spedito con un tupa-tupa ricco di crash e ancora lontano dalle produzioni supertriggerate, per poi esplodere intorno a 2.45 in un solo incrociato per un minuto che più classico non si può, in cui anche il basso di Larsson riesce a ritagliarsi il suo spazio. Senza particolari innovazioni ma con un tiro pazzesco: sarà la formula alla base di “Colony”, ma già in questo episodio si viaggia sui binari giusti.

Too dead inside / to even know the guilt

8. ORDINARY STORY (da “Colony”, 1999)
A. Friden/ B. Gelotte / J. Strömblad

Un altro passo avanti, sia in classifica che nel tempo, ed arriviamo a “Colony”, battesimo della formazione ‘classica’ e col senno di poi prima avvisaglia degli smottamenti in arrivo . Che qualcosa fosse destinato a cambiare lo si capisce bene proprio dalla seconda traccia, prodromica di tanti elementi, dalle clean vocals di Friden alle tastiere dello storico produttore Fredrik Nordström, che negli anni diventeranno sempre più centrali. Senza farne un merito o una colpa, il fascino di questo pattern melodico resta comunque ancora oggi immutato, e ben si sposa con le ritmiche sostenute che reggono il brano a partire dalla sezione ritmica formata dall’allora della neonata coppia Svensson & Iwers.

An all too ordinary story / with an aftertaste so bitter, so bitter

7. ARTIFACTS OF THE BLACK RAIN (da “The Jester Race”, 1996)
B. Gelotte / J. Strömblad

E’ finalmente tempo di celebrare il capolavoro che un quarto di secolo fa contribuì a forgiare nella lava svedese l’essenza del Gothenburg Sound, ovvero l’immortale “The Jester Race”. Consapevoli della difficoltà di lasciare fuori “Moonshield” o “Graveland”, scegliamo la terza traccia come primo estratto in virtù dei suoi giri melodici ormai filigrana della band da tempo immemore Non di sola melodia vive però l’uomo, e quindi applaudiamo anche il riffing serrato delle due chitarre, reso più cattivo dalla produzione ben più grezza di quanto verrà in futuro, e dal growl di un Friden ancora acerbo (al punto che i testi in inglese erano tradotti da Niklas Sundin dei Dark Tranquillity) ma perfettamente a suo agio come cantore della ‘Jester Race’.

Stood there leaning to the city moon / Casting silhouettes tall to grip her white rooms

06. MY SWEET SHADOW (da “Soundtrack To Your Escape”, 2004)
A. Friden/ B. Gelotte / J. Strömblad

Arrivati a questo punto vi sarete accorti che, oltre a “Lunar Strain”, all’appello manca solo “Soundtrack To Your Escape”, schiacciato tra due pilastri della nuova era come “Reroute To Remain” e “Come Clarity. A rappresentarlo dunque un solo estratto ma a ridosso della Top 5, posizione che detiene peraltro anche nell’archivio online delle setlist degli ultimi quindici anni. Marchiato a fuoco da un ipnotico legato a base di hammer on e pull off, il pezzo interpreta alla perfezione il concetto di pieni e vuoti, con un Friden sempre più versatile intento a giocare al piccolo chimico con gli effetti vocali, mentre le chitarre (anabolizzate a dovere dai Dug-Out Studios di Daniel Bergstrand), sono ipercompresse e liquide in linea con lo stile post-2002, re-interpetando il tocco melodico che li ha resi famosi in chiave digitale. Come per il singolo di lancio “The Quiet Place”, una visione post-moderna che suona ancora futuristica a quasi vent’anni di distanza.

Fueled, these new shores burn / Dark past lies cold

05. ONLY FOR THE WEAK (da “Clayman”, 2000)
A. Friden/ B. Gelotte / J. Strömblad

Se “Clayman” è il disco che ‘condanna a morte’ i vecchi In Flames, allora “Only For The Weak” è il boia, sancendo un punto di non ritorno che troverà definitiva consacrazione nel più esplicito “Reroute To Remain”. Come già con “Ordinary Story”, anche stavolta un ruolo di primo piano è dato dalle tastiere di Fredrik Nordström, qui alla sua ultima apparizione in cabina di regia, accompagnate da un riffing stoppato fatto apposta per far saltare il pubblico. Aggiungiamoci un cambio di passo nelle lyrics – passate dal futuro distopico della trilogia iniziata con “The Jester Race” a testi più personali, nel caso specifico ispirati alla fine di una lunga relazione travagliata di Friden – ed ecco completata la metamorfosi degli Infiammati. Molti fan della prima ora storceranno il naso, ma il risultato è un pezzo in grado di allertare i sismografi per la forza delle vibrazioni causate dal pubblico (al Metaltown di Gothenburg nel 2010, storia vera), da ormai vent’anni presenza fissa nelle setlist.

Sell me the infection / It is only for the weak

04. SYSTEM (da “Reroute To Remain”, 2002)
A. Friden/ B. Gelotte / J. Strömblad

Arrivati a ridosso del podio, per la medaglia di legno peschiamo ancora da “Reroute To Remain” e scegliamo “System”, canzone dai due volti e altro trampolino di lancio per quelli che qualcuno definirà gli In Friden. Strumentalmente parlando il pezzo è abbastanza lineare, con la sezione ritmica che funge da collante per tutto il brano mentre le chitarre giocano sui classici pieni e vuoti alternando riff compressi e intermezzi acustici, ma il vero valore aggiunto in questo caso è il climax emozionale dei ritornelli, per chi scrive tra i migliori dell’intera discografia del quintetto svedese. Se infatti le linee vocali nelle strofe seguono l’andamento delle chitarre, la magia è data dai chorus, in un crescendo d’intensità catartica che trova il suo apice negli ultimi quaranta secondi, ancora oggi in grado di scartavetrare i polmoni anche durante l’ascolto in cuffia.

Slow I go / And the wait seems to be over / All that I know / Is that my life has become such a waste for you

03. JOTUN (da “Whoracle”, 1997)
B. Gelotte / J. Strömblad

Entriamo nella Top 3 e, come prevedibile, riavvolgiamo il nastro pescando dalla trilogia che, insieme ai concittadini Dark Tranquillity e At The Gates, ha contribuito a gettare le fondamenta del genere. Melodie avvolgenti con evidenti richiami ottantiani, potenza in pieno controllo (valorizzata anche da una produzione nettamente migliorata), versi deliranti ma sfiziosissimi (‘il privilegio di avere una lapide di ventidue chilometri’): se dovessimo distillare in una sola canzone il songrwiting del trio Stromblad/Gelotte/Ljungstrom una delle più credibili candidate sarebbe proprio “Jotun”, indementicabile opener di “Whoracle”. Inutile recriminare per quanto avrebbe potuto essere e invece non è stato subito dopo: con questo disco gli In Flames sublimano la loro essenza del Gothenburg sound, per cui fare meglio sarebbe stato probabilmente impossibile.

As the flint buried in our reptile skulls / Or the time-bomb coded in our dna

02. EMBODY THE INVISIBLE (da “Colony”, 1999)
A. Friden/ B. Gelotte / J. Strömblad

La premiata coppia formata da Stromblad & Gelotte ci ha regalato parecchi passaggi indimenticabili, ma se dovessimo identificare una sola canzone per la ‘Royal Rumbl del Riff’ la scelta cadrebbe probabilmente su “Embody The Invisibe”, una sorta di “Jotun” iper-vitaminizzata che, tra le altre cose, ha contribuito a forgiare il metalcore del terzo millennio. Considerazioni storiche a parte, ci troviamo al cospetto dell’ideale punto di equilibrio tra la potenza classsica dei due precedenti lavori e le pulsioni moderniste dei successivi, spinta da una produzione ancora più scintillante e da giri armonici in grado di far tremare le transenne virtuali del nostro cervello ad ogni ascolto. Dal drumming di Svennson al cantato di un sempre più ispirato Friden: un lavoro di cesello rispetto a quanto fatto finora, ma da leccarsi le orecchie.

Species come and go / but the earth stands forever fast

01. THE JESTER RACE (da “The Jester Race”, 1996)
G. Ljungström / J. Strömblad

Se le due precedenti rappresentano l’apice compositivo/esecutivo dei ‘vecchi’ In Flames, per la prima piazza subentra il valore storico/affettivo: nonostante sia penalizzata da una produzione non all’altezza e da un songrwiting che si andrà affinando negli anni, la tiletrack del primo album dell’era Friden racchiude già dentro di sé tutto quanto farà poi la fortuna degli In Flames. Dal giro acustico in apertura al riffing serrato, dal growl cavernoso a quel ‘And We Go’ ripetuto più volte, dai filtri robotici agli assoli delle chitarre gemelle… In meno di cinque minuti c’è veramente tutta l’essenza degli IF, e se chiudiamo gli occhi sembra quasi di sentire il peso del mastodontico Jester cingolato (ottimamente raffigurato nella copertina di Andreas Marshall) che ci viene addosso. Come il primo “Mad Max”, così anche “The Jester Race” (la canzone come sineddoche dell’album) è perfetto nella sua imperfezione, diventando un’icona che avrà sempre un posto speciale nel cuore di tutti i Jesterheads.

And we go…our steps so silent / And we go…our blooded trace / The Jester Race

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