IRON MAIDEN – 20 brani da riascoltare

Pubblicato il 25/08/2021

Speciale a cura di Giuseppe Caterino

Per mitigare l’attesa per l’uscita del nuovo album degli Iron Maiden abbiamo deciso di riascoltare ancora una volta l’intera discografia della Vergine di Ferro; e, facendo passare per l’ennesima volta i dischi nel lettore, non possiamo fare a meno di notare come spesso ottimi brani, a volte davvero piccoli capolavori, siano stati un po’ tralasciati nel corso degli anni, suonati poco per varie ragioni: magari per difficoltà nella riproposizione, magari perché poco amati dalla band stessa, oppure perché rappresentanti di un periodo che non sarebbe più tornato. Nell’elencarli, abbiamo però deciso di non fare una classifica di canzoni sottovalutate o magari ponderare il loro essere in questa lista unicamente per le loro presenze live; abbiamo bensì preferito divertirci nel riascoltare i dischi (della discografia studio ‘canonica’) e cercare dei pezzi sì meno ‘battuti’, ma che fossero nel contempo rappresentativi dell’opera stessa, nonché del periodo che li aveva partoriti, usando – lo ammettiamo – più il cuore che la testa, e dandoci la regola di usare almeno una canzone per disco, più, alla fine, qualche piccolo extra a compendio e chiusura. Nell’attesa di “Senjutsu”, diciassettesimo album ormai alle porte, dunque, unitevi a noi per un ripassone preparatorio della storia meno ‘conosciuta’ di Steve Harris e soci, stappatevi una bella ale inglese, e aspettiamo i vostri commenti per un po’ di sane chiacchiere da pub!

STRANGE WORLD (da “Iron Maiden”, 1980)
Autore: Steve Harris
Partiamo dal primo full-length della Vergine di Ferro, con un brano forse atipico per gli Iron Maiden di quei tempi, in generale molto peculiare. La band aveva ormai già un nome grazie a una incessante attività live per i pub di Londra, e quando uscì “Iron Maiden” ebbe un effetto devastante, con brani che, con buona pace di Steve Harris (che ha sempre disapprovato la produzione del suo ‘primogenito’), conservano una ruvidezza punk forse non voluta ma necessaria, figlia delle periferie, dell’East End, della vita senza grandi aspettative di determinate zone dell’Inghilterra di quegli anni. “Strange World” è una ballata particolare, trasognante, un viaggio attraverso chissà quali mondi di fantasia Harris stesse immaginando all’epoca, aperta da un arpeggio ipnotico, impreziosita da assoli aspri e allo stesso tempo rassicuranti, all’interno di un’atmosfera quasi prog, che tuttavia non abbandona quel senso di ruvido che aveva la band all’epoca. Il brano, scritto anni prima del debut album, lì per lì sembra un po’ fuori posto, all’interno della ruvidissima tracklist di “Iron Maiden”, ma certamente questo disco non sarebbe lo stesso senza di essa. Le registrazioni live del brano sono poche e datate, ma l’effetto che si crea riascoltandole oggi è davvero notevole. Forse sta bene lì dov’è, come un ricordo del passato, ma per gli Iron Maiden odierni non sarebbe male come spunto per riscoprirsi.

 

PURGATORY (da “Killers”, 1981)
Autore: Steve Harris
Bizzarro notare quanto la copertina del singolo “Purgatory” sia più nota del brano in sé (relativamente, ovviamente). Una delle cover di Derek Riggs più riutilizzate su magliette e ammennicoli vari non ha fatto da contralto alla fortuna di uno dei pezzi più veloci e incredibilmente potenti degli Iron Maiden che, terminato il tour di “Killers” e rodato Bruce Dickinson a cavallo di questo (le versioni con lui alla voce si trovano facilmente), non ci risulta più proposto dal vivo (assieme alla quasi totalità dell’album, del resto, ripescato giusto per il tour “The Early Days” dei primi anni 2000). Il brano è il rifacimento di un altro pezzo scritto da Harris a fine anni ’70 (“Floating”), e parla di un incubo nel quale il protagonista si vede dal di fuori, sotto forma di spirito; un brano impostato sulla base di un riff frenetico (uno di quelli in cui l’ingresso di Adrian Smith si fa sentire chiaramente). Di fatto, è un piccolo capolavoro: veloce ai limiti dello speed metal, con linee vocali potenti, un ritornello da far venire i brividi e un tiro che fa davvero capire perché i Maiden fossero di tutt’altro campionato rispetto alle altre band dell’epoca. Paul Di’Anno qui supera se stesso in una prova vocale da pelle d’oca, e pur da grandissimi fan di Dickinson non possiamo che confermare quanto i primi due album dei Maiden siano figli di una formazione vincente con lui e solo lui alla voce. Canzone totale che probabilmente non vorremmo nemmeno ascoltare dal vivo, oggi, per far sì che il ricordo di un momento perfetto della band non rischi di venire intaccato da un (molto) probabile rallentamento e abbassamento dei toni.

 

INVADERS (da “The Number Of The Beast”, 1982)
Autore: Steve Harris
Che tutto stia cambiando, o quasi, i Maiden lo mettono in chiaro sin dal primo brano del nuovo album: chissà che colpo per chi all’epoca si ritrovò a mettere la puntina sul disco e sentire questo brano veloce e puramente heavy metal, con la voce quasi stridula di Bruce Dickinson a narrare di invasioni vichinghe in terre d’Inghilterra! Un brano spaccaossa, che lascia immediatamente intravedere quanto i Maiden stiano spostando la propria asticella verso una cosa altra, e si può evincere da molti aspetti: le tematiche diventano meno stradaiole, meno rancorose, e si spostano verso religione, demoni e serie tv; le copertine stesse cambiano marcia e gli sfondi non sono più una Londra cupa e periferica ma, come in questo caso, l’Inferno stesso! In altre parole, i Maiden mettono giù le basi di quella che sarà una svolta verso un’epica riconoscibile e che rimarrà impressa nella memoria di tutti da lì in poi. “Invaders” non ci risulta essere mai nemmeno stata suonata dal vivo, se non probabilmente in piccoli show o rare occasioni che non siamo riusciti a trovare, ma rappresenta il prototipo di opener à la Maiden perfetta: intro veloce e senza fronzoli, partenza in quarta, riff semplice ma fulmineo, ritornello ‘a monosillabi’ da cantare a squarciagola, assoli a botta e risposta. Forse non un loro capolavoro – e il concetto di killer opener verrà sviluppato meglio in futuro (“Aces High” seguirà questa impostazione, ad esempio, ma con ben altri risultati) – ma “Invaders” preannuncia il carattere di un album epocale e che al tempo stesso rappresentò i primi grandi riscontri commerciali degli Iron, nonché una bozza di quello che sarebbe successo di lì a pochissimo.

 

TO TAME A LAND (da “Piece Of Mind”, 1983)
Autore: Steve Harris
Il processo evolutivo iniziato col disco precedente si intensifica con “Piece Of Mind”, e di certo la personalità di Bruce Dickinson ha una sua parte in tutto questo; iniziano infatti a farsi strada un buon numero di brani scritti dal cantante (in accoppiata con Adrian Smith e non solo, come nel caso di “Revelations”), e va formandosi quella che sarà considerata forse la formazione più classica dei Maiden anni ’80: via il mai dimenticato Clive Burr, alla batteria viene reclutato Nicko McBrain, e con lui il suono della band prende decisamente una forma più compiuta, meno istintiva, permettendo la costruzione di passaggi che assumono un’aria del tutto nuova. “To Tame A Land” doveva chiamarsi inizialmente “Dune”, in quanto ispirata al romanzo omonimo di Frank Herbert, e per un periodo si chiamò effettivamente così (esistono alcune copie con tale titolo, infatti, tra cui le prime stampe italiane), prima di incorrere nel rifiuto dello scrittore, che non voleva avere a che fare con nessun tipo di gruppo rock. Questa storia (con l’elegante presa di coscienza da parte del gruppo) viene raccontata da Bruce Dickinson stesso nella presentazione live del brano. Il pezzo in questione è una gemma, un capolavoro incastonato alla fine di un album a sua volta eccezionale, e non capiamo come mai non sia considerato al pari di altri grandi titoli della band. Intrisa di pura epica, “To Tame A Land” ha un inizio quasi ipnotico, delle strofe che si rincorrono in assenza di ritornello nel raccontare la storia di “Dune”, e un finale strumentale da far ghiacciare il sangue nelle vene, vedendo la band in uno stato di grazia assoluta, con l’apporto del basso mai in prima linea come qui. Pezzo da novanta.

 

THE DUELLISTS (da “Powerslave”, 1984)
Autore: Steve Harris
La band a questo punto è all’apice della sua forma, e intraprende un tour estenuante: il World Slavery Tour inizia a Varsavia, Polonia, il 9 agosto 1984 per finire a Irvine, California, il 5 luglio 1985. Il tour, immortalato nel monumentale live “Live After Death” del 1985 (sebbene registrato in diverse tranches in California e all’Odeon di Hammersmith, Londra) vede una band al suo picco, che raccoglie un successo ormai planetario. L’album oggetto del tour, “Powerslave” è, del resto, considerato uno dei punti più alti dell’intera discografia degli Iron Maiden, e in effetti non solo non ha punti morti, ma contiene alcuni dei capolavori assoluti della band, nonché alcuni dei brani più riproposti in assoluto (l’onnipresente “2 Minutes To Midnight”, ad esempio). Sono contenuti anche alcuni dei brani più ‘snobbati’ dai londinesi, tuttavia (“Flash Of The Blade”, “Losfer Words (Big’Orra)”), tra cui, inspiegabilmente, questa “The Duellists”. Benché il titolo faccia pensare allo schermidore Dickinson, il brano è stato scritto da Harris in ispirazione al film “I Duellanti” di Ridley Scott, a sua volta basato sul racconto “Il Duello” di Conrad. Il brano è un emozionante scarrellata di riff che si interscambiano continuamente, melodie in continuo alternarsi, un ritornello spettacolare e una sezione strumentale mozzafiato che ha più parti lei che alcuni interi album di altri artisti! Le chitarre si scambiano di posto con eleganza e armonia, creando dei marchi di fabbrica chitarristici indelebili e spiegando per bene cosa si intenderà, in futuro, quando qualcosa suona ‘alla Iron Maiden’.

 

THE LONELINESS OF THE LONG DISTANCE RUNNER (da “Somewhere In Time”, 1986)
Autore: Steve Harris
Dopo un tour estenuante come il World Slavery Tour, la band si prende un anno di riposo e torna con un lavoro a modo suo spiazzante come “Somewhere In Time”; spiazzante perché, forse in anticipo sui tempi per l’heavy più classico, nel disco vengono introdotte le guitar synth, che i fan della prima ora probabilmente non devono aver preso gran bene. Il disco è in realtà un altro lavoro imprescindibile per la Vergine di Ferro, ma non nasconde qualche piccola ruga di stanchezza, e suona nostalgico e malinconico in alcuni frangenti (“Wasted Years”, come gli altri brani scritti da Smith, sembrano confermarlo, ma già una “Deja-Vu” sembra suonare un po’ in sordina, iniziando a sapere – fatalità, visto il titolo? – di già sentito). “The Loneliness…” è un altro caso inspiegabile di ostracismo verso una canzone: un piccolo capolavoro, forse quello più citato fra i ‘sottovalutati’ degli Iron Maiden, insieme a molti altri in questo disco (come l’ormai leggendaria “Alexander The Great”, richiesta dai fan ad ogni tour e praticamente mai sentita live). Ispirata al romanzo “La Solitudine del Maratoneta” di Alan Sillitoe, esponente dei cosiddetti ‘giovani arrabbiati’ della letteratura inglese degli anni ’50-’60, e da cui è stato tratto il film “Gioventù, Amore e Rabbia”, la canzone è il fiore all’occhiello di quest’album straordinario e, come nella migliore tradizione maideniana, contiene tutti i migliori cliché della penna di Steve Harris: veloce, melodica, ritornello da cantare in coro, delle parti strumentali immediatamente memorizzabili e mai banali, passaggi emozionanti.

 

ONLY THE GOOD DIE YOUNG (da “Seventh Son Of A Seventh Son”, 1988)
Autori: Steve Harris, Bruce Dickinson
Altro pezzo che, almeno a giudicare dalle nostre ricerche, gli Iron Maiden non hanno mai suonato dal vivo (se non forse in qualche test show, in tal caso fortunati i presenti!), pur rispecchiando il classico brano che avrebbe fatto tremare le vene nei polsi di molti fan se fosse stato anche solo presentato. La band fa un altro passo in avanti con “Seventh Son Of A Seventh Son”: un concept di otto brani dove le tastiere e i sintetizzatori assumono ora un ruolo importante senza però snaturare il sound ormai classico dei cinque, ma portando anzi ad allestire all’interno dei brani degli elementi di rock progressivo che diventeranno poi ispirazione per moltissimi gruppi metal di settore, e ancora una volta divenendo, al settimo disco (!) innovatori per molte realtà che seguiranno. Forse il punto più alto della carriera degli inglesi (per chi scrive, perlomeno!), “SSOASS” contiene otto killer tracks, di cui almeno tre messe un po’ troppo da parte dalla band, tra cui, per l’appunto, “Only The Good Die Young”, traccia finale del lavoro: un inizio in medias res con traccia di chitarra puramente maideniana, strofa che fluttua in un mondo impalpabile, ritornello riconoscibile e una parte solistica dove svetta un passaggio di basso marziale. Il finale riprende l’apertura del disco, chiudendolo come era iniziato, e andando forse a concludere un’epoca intera della carriera dei Maiden: un punto sulla stagione aurea della band per inaugurarne poi una nuova incarnazione.

 

NO PRAYER FOR THE DYING (da “No Prayer For The Dying”, 1990)
Autore: Steve Harris
Siamo nel il 1990, il muro di Berlino è caduto, i mondiali si giocano in Italia e gli Iron Maiden cambiano formazione per la prima volta dal 1982. Fuori Adrian Smith, che ha deciso di seguire vie solistiche, dentro Janick Gers, chitarrista già passato sul palco di Ian Gillan nonché del progetto solista di Bruce Dickinson, e nemico del popolo secondo alcuni fan, che inseriscono il suo nome nella lista delle motivazioni del decadimento degli Iron Maiden dopo i fasti degli anni ’80. Con “No Prayer For The Dying” i Maiden decidono di operare un passo indietro verso sonorità più dirette e più prettamente heavy metal, ricercando le proprie origini e alleggerendo il capitolo epico e teatrale che aveva caratterizzato le precedenti opere: le canzoni si fanno più corte e dirette – grezze, anche, le tematiche tendono più verso argomenti sociali e popolari, e la voce cambia virando verso un timbro più sgraziato ma, questa volta, il coupe de theatre non ha l’esito sperato. Il risultato è un album fondamentalmente insicuro, che non riesce a ricalcare i fasti dei primi anni ’80 (di sicuro i cinque signori inglesi che scrivono questo disco non sono gli stessi di una decina d’anni prima), con canzoni traballanti e in più occasioni dimenticabili, ma è anche vero che l’album è più bistrattato di quanto secondo noi si meriti. Le occasioni felici ci sono, e la titletrack è tra queste: un brano malinconico, esistenzialista, con trame chitarristiche melodiche in perenne ciclo di continue riprese e autocitazioni nelle varie parti che compongono il pezzo, fino a un’esplosione heavy centrale che vive di vita propria e una sensazione di maturità che permea l’intera canzone. Peccato il livello globale sia un po’ traballante, ma come già detto si è generalmente più severi del dovuto con questo disco. La canzone viene velocemente dimenticata dalla band, che la suona l’ultima volta nel 1991, e la relega nell’universo dei pezzi mai più eseguiti.

 

WASTING LOVE (da “Fear Of The Dark”, 1992)
Autori: Bruce Dickinson, Janick Gers
“Fear Of The Dark” segue le coordinate del suo predecessore, risultando francamente ancora meno funzionante. Ultimo disco che vede la collaborazione di Martin Birch, nonché primo la cui copertina non viene disegnata da Derek Riggs, “FOTD” è pieno di momenti morti e facilmente trascurabili, e la fama dell’album è perlopiù legata alla titletrack, nella setlist della band per sempre da questo tour (con un’eccezione all'”Early Days Tour 1″ del 2005), e ascoltata ormai fino alla nausea. Del resto, come per la maggior parte dei pezzi del disco precedente, i Maiden non sembrano orgogliosissimi della produzione ’90-’92, e i brani sopravvissuti al tempo e ancora d’interesse del gruppo sono gran pochi (la citata “Fear Of The Dark” e “Afraid To Shoot Strangers” sono le uniche superstiti, in questo caso). Stessa cosa succede a “Wasting Love”, pur scelta come singolo, e suonata l’ultima volta nel 1993: brano bizzarro nella discografia della Vergine, che risuona con prepotenza degli influssi dei suoi autori e che riporta alla mente soprattutto la carriera solista di Bruce. Tuttavia, nel suo essere una ballatona piuttosto radiofonica, “Wasting Love” è un pezzo che si eleva abbastanza bene sopra la piattezza di molti episodi dell’album: l’intro è semplicissima ma struggente, così come un ritornello decisamente ‘live’ e un’incedere un po’ ruffiano che però si fa ascoltare con piacere. Non un capolavoro, ma tra le migliori cose di questo disco.

 

THE EDGE OF DARKNESS (da “The X Factor”, 1995)
Autori: Steve Harris, Blaze Bayley, Janick Gers

E poi arriva l’album della discordia, quello che probabilmente è il disco più maltrattato degli Iron Maiden. Bruce Dickinson lascia la band, e la scelta per il suo rimpiazzo ricade su Blaze Bayley, già nei Wolfsbane, cantante con un timbro profondo e decisamente non ricalcante il suo predecessore. Il risultato è che il decimo lavoro in studio della band è un disco mai davvero compreso, e che solo a due decenni dalla sua uscita sembra stia iniziando ad avere giustizia, con una sorta di riscoperta persino da parte dei fan sentitisi ‘traditi’ all’epoca. Sebbene il povero Blaze si sia attirato l’ira di schiere di fan di Bruce, il suo lavoro su “The X Factor” è eccellente, le canzoni sono le migliori da almeno cinque anni a questa parte, e il sound torna a cambiare. Via le sperimentazioni ‘retrò’ dei due precedenti, ecco arrivare un sound cupo, oscuro, malinconico, le tematiche si fanno personali e tristi, quando si parla di guerra si parla di follia, sangue, traumi post-bellici (non più di valorosi troopers o aces high), i tempi rallentano e, sebbene probabilmente non sia un capolavoro in senso letterale, “The X Factor” resta forse la miglior prova della band per gli anni ’90, con diversi brani sconosciuti per titolo e valore a molti sedicenti fan, tanto che abbiamo avuto l’imbarazzo della scelta nello stilare il nostro elenco. “The Edge Of Darkness”, ispirata ad “Apocalypse Now”, è solo uno dei tanti esempi: intro oscura, lugubre ma mai noiosa, l’ingresso nella strofa è dirompente e spezzato da una trama di chitarre entusiasmante che ritorna su se stessa e dirige il brano, che pur senza un vero e proprio ritornello apporta un compimento epico ad un finale che più Maiden di così non si poteva. Disco da riascoltare sicuramente.

 

LIGHTNING STRIKES TWICE (da “Virtual XI”, 1998)
Autori: Dave Murray, Steve Harris
Secondo e – ahilui – ultimo disco con Blaze Bayley, “Virtual XI”, a differenza del suo predecessore, non ha (ancora?) ottenuto riconoscimenti postumi o riabilitazioni, e secondo molti è tuttora il punto più basso della carriera della band. Chi scrive non condivide questo punto di vista, e, anzi, per ragioni anagrafiche è il primo disco ‘nuovo’ della band che ha acquistato alla sua uscita (e conserva dunque un valore particolare) ma, al di là di ragioni sentimentali, non possiamo dire che tutto il male attribuito a questo disco sia effettivamente meritato. Meno cupo del predecessore, più corto e più facile nell’approccio, ha sicuramente qualche grave difetto, come la produzione o l’intera “The Angel And The Gambler” e, in effetti, una certa ripetitività di fondo, ma ha anche qualche brano caduto nel dimenticatoio che non sfigurerebbe in una scaletta odierna (oltre a “The Clansman”, in effetti riproposta anche di recente); parliamo di brani come “Como Estais Amigo”, “When Two Worlds Collide”, la stessa “Futureal” che abbiamo potuto sentire cantata da Dickinson già all’epoca di uscita di “The Wicker Man”, e questa “Lightning Strikes Twice”, suonata praticamente solo nel 1998 da una band che lasciava presagire che qualcosa sarebbe cambiato di lì a poco, sebbene Steve Harris abbia probabilmente dovuto cedere a pressioni che non partivano da lui. La canzone ha degli ottimi andamenti dinamici tra arpeggi e melodie a supporto della chitarra, e una strofa piuttosto aggressiva, con un ottimo botta e risposta tra le parti, un assolo con un rallentamento che si fissa nel cervello e un ritornello che ha marchiato a fuoco su di sé lo stile della casa. Finisce così la storia dei Maiden di Bayley, e una nuova incarnazione della band è pronta per fare breccia nel cuore dei fan.

 

THE FALLEN ANGEL (da “Brave New World”, 2000)
Autori: Adrian Smith, Steve Harris
Era nell’aria? Non lo sappiamo, ma quando Bruce Dickinson e Adrian Smith (tra l’altro entrambi reduci dall’incredibile “The Chemical Wedding”, trionfale solo album di Bruce del 1998) annunciano il ritorno in seno alla Vergine di Ferro, devono essere stati moltissimi i boccali di birra fatti tintinnare in giro per il mondo dai molti metallari che aspettavano questa reunion con apprensione, nel terrore di non vederla realizzarsi mai. E con che disco! “Brave New World” è un cosiddetto instant classic: il singolo “The Wicker Man” è una manata in pieno volto, portatore di una ventata d’aria fresca che sferza totalmente quanto fatto nel periodo dell’incolpevole Blaze, una sorta di cauto ritorno alle origini che ripesca a piene mani dal repertorio più classico della band andando contemporaneamente ad aggiornare per quanto possibile il sound, con l’innesto di una terza chitarra – forse nell’unico album in cui questo tridente viene valorizzato come si deve, peraltro. “The Fallen Angel” è stata eseguita pochissime volte nel corso del tour di “Brave New World” e poi mai più: sebbene non sia una punta di diamante, ne conveniamo, ha intro e un paio di riff piovuti direttamente dagli anni ’80 e una sensazione generale da pezzo bistrattato dai più che a noi risulta irresistibile anche a vent’anni dall’uscita, per non parlare di alcuni intrecci chitarristici estremamente soddisfacenti. Pezzo interlocutorio, senza alcun valore davvero aggiunto nella carriera degli Iron Maiden, ma gli inglesi erano tornati talmente carichi da poter permettersi che pezzi come questi potessero essere considerati dei riempitivi. “Brave New World” funge ufficialmente da anello di congiunzione tra un prima e un dopo di una terza incarnazione dei Maiden, che dal prossimo disco cambieranno ancora pelle.

 

PASCHENDALE (da “Dance Of Death”, 2003)
Autori: Adrian Smith, Steve Harris
Introdotto dalla più brutta copertina di sempre (per la quale venne usata una bozza e non una versione finita, tanto che l’autore chiese che il suo nome venisse rimosso dai crediti), “Dance Of Death” segna a tutti gli effetti quello che saranno gli Iron Maiden sino ad oggi, standardizzando una sorta di scrittura più corposa, fatta più di accordi che di riff, brani generalmente lunghi e qualche segno di cedimento in fase di songwriting. Tuttavia “Dance Of Death” non è un album con grossi difetti, anzi; sicuramente meno d’impatto del suo predecessore – e qualitativamente inferiore – si mette comunque in mostra per qualche pezzo che ben regge il peso del nome che li ha composti: “No More Lies”, “Rainmaker”, “Journeyman”, la stessa titletrack, e “Paschendale”, che noi abbiamo scelto per il suo smarcarsi più delle altre da una certa canonicità nella scrittura. Un afflato progressivo permea la canzone, che tratta della battaglia di Passchendaele, del 1917, una sorta di Caporetto per i britannici, con un continuo susseguirsi di capitoli all’interno degli otto minuti di esecuzione, quasi a darsi il turno in progressione, fino ad una lenta e marziale avanzata maideniana. Ancora una volta il tema è la guerra, da sempre molto sentito dai Nostri, i quali arriveranno a fare, solo tre anni dopo, un album che pur non essendo un concept avrà questo come tema ricorrente.

 

OUT OF THE SHADOWS (da “A Matter Of Life And Death”, 2006)
Autori: Bruce Dickinson, Steve Harris
Ed ecco appunto arrivare “A Matter Of Life And Death”, un album davvero notevole, dove, a discapito del minutaggio di alcuni passaggi un po’ farraginosi e un paio di singoli non azzeccatissimi (“The Reincarnation Of Benjamin Breeg” e “Different World”, a nostro avviso, sono tra gli episodi minori del disco, a dispetto della terza scelta, l’ottima “Brighter Than A Thousand Suns”), gli Iron Maiden provano al mondo di essere ancora una band viva e vegeta e non delle vecchie glorie che vivono sugli allori; il disco è ambizioso, registrato quasi live, e riproposto per intero durante il tour del 2006, pratica che ha ricevuto reazioni miste, tra detrattori che volevano il ‘classico’ concerto dei Maiden e chi ha invece apprezzato l’attaccamento al proprio lavoro, e la filosofia maideniana per cui si alternano i tour tra disco nuovo e greatest hits; forse tuttavia questo è uno dei motivi per cui alcuni riguardano a “AMOLAD” come a un disco minore. Eppure siamo decisamente ad un passo superiore rispetto al precedente “Dance Of Death”, e le canzoni sono qui a dimostrarlo; tra le varie scelte abbiamo optato per un pezzo forse atipico, ma che racchiude un’aura quasi primigenia. “Out Of The Shadows” è un po’ ballata e un po’ no, ha un ritornello potente, e non risulta stucchevole nel suo richiamare atmosfere passate (“Children Of The Damned” e “Prodigal Son” sono due brani che vengono chiaramente in mente), mentre gioca con una sezione strumentale emozionante e tutto sommato semplice, senza dimenticare una prova di Dickinson maiuscola.

 

COMING HOME (da “The Final Frontier”, 2010)
Autori: BruceDickinson, Steve Harris, Adrian Smith
E alla soglia del nuovo decennio, la tacca numero quindici della discografia studio è “The Final Frontier”, un altro di quei lavori dei Maiden che rimandano a cupe vampe di dolore, delusioni cocenti e CD impolverati su scaffali, ripresi in mano solo dai più temerari una volta l’anno, in segno di rispetto al santino di Steve Harris che tutti noi abbiamo sul comodino. Volutamente abbiamo esagerato, ma è vero che “The Final Frontier” è un lavoro che supera di poco la sufficienza. La band toglie un po’ di oscurità dalle tracce rispetto alla prova precedente, risultando vagamente meno pessimistica, ma il canovaccio segue quanto inaugurato qualche anno prima: brani lunghi, poco snelli, con pulsioni progressive più rock che metal in diversi punti. Il punto più basso della carriera degli Iron Maiden? Forse. Per molti saranno altri i nomi da fondo della classifica, ma se è vero che alcuni degli episodi di “The Final Frontier” risultano decisamente discutibili, è anche vero che anche al suo interno non manca qualcosa che si salva: “The Talisman”, “Starblind”, “Where The Wild Wind Blow”, e questa “Coming Home”, una semi-ballad molto ‘dickinsoniana’, con un riff portante semplice ma davvero intenso, capace di riportare alla mente altri tempi, un incedere dolceamaro dove il basso gioca in contrasto alle chitarre, e una strofa acustica che dirige verso un aumento del ritmo e un ritornello piuttosto classicheggiante. Viene da pensare che gli Iron Maiden di questa fase di carriera riescano meglio in brani cadenzati, dando colpi brevi ma significativi, piuttosto che nel cercare di rivivere fasti di un passato che non tornerà o allungando minutaggio a dismisura; e che, quando trovano la quadra, riescono sempre ad essere incisivi.

 

IF ETERNITY SHOULD FAIL (da “The Book Of Soul”, 2015)
Autore: Bruce Dickinson
Brano di apertura dell’ultimo disco di inediti, (stiamo scrivendo a meno di un mese dall’uscita di “Senjutsu”!) nonché opener dell’intero tour, non si può dire che “If Eternity Should Fail” sia un brano dimenticabile o snobbato, vista la sua posizione in “The Book Of Soul”, eppure già nel tour successivo non appare. “The Book Of Souls” non è esente da ‘qualche’ lungaggine, ma non mancano i brani funzionanti, e anche questo infatti è un pezzo dal minutaggio già importante, all’interno del disco più lungo degli Iron Maiden: “If Eternity Should Fail” è tuttavia una classica apripista, intro oscura, dove Dickinson (reduce dal tumore di cui tutti sappiamo) funge da protagonista fino ad un’esplosione chitarristica degna dei migliori Maiden, per poi scorrere dritta e liscia, attraverso un ottimo ritornello, facilmente memorizzabile e una buona escursione strumentale all’interno dello svolgimento.

 

 

INVASION (da “The Soundhouse Tapes”, 1979)
Autore: Steve Harris
Finita la discografia classica, non abbiamo voluto privarci di qualche chicca, come questa “Invasion”: inclusa nel primo leggendario EP e poi riproposta come B-side del singolo “Women In Uniform” del 1980, “Invasion” è un altro di quei brani micidiali, ancora un po’ spuri, che uscivano dalla penna di Steve Harris durante la sua adolescenza. Il brano in questione è notevole ma ancora sui generis, ha vissuto vissuto da ‘lato B’ per tutta la sua vita, ma avrebbe avuto comunque le carte in regola per fare qualche apparizione in più, ma del resto all’epoca la qualità di quello che veniva prodotto era molto alta, e delle scelte dovevano pur essere fatte. Pura NWOBHM, veloce, tagliente, con delle soluzioni che, anche qui, fanno capire quanto le armonie per cui i Maiden sono noti debbano al bassista inglese, al di là di chi fosse a suonare le chitarre; non possiamo che invidiare i fortunati pub-goers londinesi per essere capitati da quelle parti quando gli Iron Maiden suonavano.

 

BURNING AMBITION (dal singolo “Running Free”, 1980)
Autore: Steve Harris
Brano scritto da un giovane Harris molti anni prima, e già in scaletta a fine anni ’70, è un pezzo decisamente ancora acerbo, ma che conserva un brivido d’attitudine davvero vibrante: la strofa è grezza, basilare, così come l’assoletto che ci porta ad essa; la voce di Di’Anno è sgraziata, svogliata, dannatamente punk, mentre il momento che stacca e porta all’assolo è devastante, diventando improvvisamente una mazzata micidiale, lasciando intravedere quelle che sono le vere potenzialità di questa band. Non è tanto un pezzo che si ascolta spesso quanto una piccola chicca da andare a ricercarsi ogni tanto, per gustare le origini di quello che sarebbe poi accaduto in futuro.

 

TOTAL ECLIPSE (dal singolo “Run To The Hills”, 1982)
Autori: Steve Harris, Dave Murray, Clive Burr
B-side che tale non doveva essere, “Total Eclipse” nasceva inizialmente come traccia che sarebbe dovuta apparire su “The Number Of The Beast” (e non mancò nelle scalette del “Beast On The Road Tour”), ma le fu poi preferita, con futuro pentimento della band stessa, la molto meno efficace “Gangland”. Come “Sanctuary” e “Twilight Zone”, che all’epoca videro la luce solo su singoli e furono inserite rispettivamente in “Iron Maiden” e “Killers” nelle reissue del 1998, così anche “Total Eclipse” poté accaparrarsi allora il posto che le spettava all’interno del disco del 1982, perdendo tuttavia una po’ di quel fascino misterioso che conservano solo quelle cose che bisogna andare a cercarsi per poterne davvero godere. Non perde invece nemmeno un grammo di potenza: intro misteriosa sorretta da un riffing dritto e minaccioso, capace di portare ad una strofa dal tiro indiavolato, un pre-chorus diretto e un’ottima parte strumentale. Pezzo recuperato in extremis da un dimenticatoio solitamente appannaggio dei fan incalliti, resta una testimonianza ottima di quel periodo.

 

INFINITE DREAMS (da “Seventh Son Of A Seventh Son”, 1988)
Autore: Steve Harris
Chiudiamo in bellezza e forse un po’ barando, qualora avessimo voluto fare una lista di soli brani dimenticati o sottovalutati in senso stretto; ma parlando di canzoni da riascoltare, riteniamo che “Infinite Dreams”, sebbene estratta come singolo dalla VHS dello stupendo “Maiden England”, non abbia ricevuto il riconoscimento che meritava, e che sia un brano che vada necessariamente riascoltato periodicamente. L’atmosfera prog che si respirava in “Seventh Son…” è qui in uno dei suoi picchi espressivi, la canzone è ora ariosa e leggera senza suonare superficiale, ora intensa e tesa, ora corale e voluttuosa, ora dritta e puramente heavy metal. Per inciso, chi scrive queste righe considera “Infinite Dreams” il proprio pezzo preferito dell’intera produzione maideniana, e non si capacita della sua assenza dai palchi da almeno trent’anni. Probabilmente riproporla oggi non avrebbe molto senso, soprattutto per la prova che dovrebbe sostenere Dickinson, ma sognare non costa nulla. Intanto, la riascoltiamo ancora una volta.

 

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